a cura di Marco Pagliariccio

immagine copertina di Emanuele Venturoli

 

26 giugno 2014

With the 1st pick in the 2014 NBA Draft the Cleveland Cavaliers select… Andrew Wiggins

Improbabile giacca nera con motivi floreali bianchi, sorriso a 148 denti, una chiamata che trasforma l’hype in pedigree. Andrew Wiggins infila il cappellino dei Cavs ed è pronto ad unirsi all’amico-connazionale-predecessore alla numero 1 del Draft Anthony Bennett e a Kyrie Irving per costruire un progetto vincente nel cuore dell’Ohio.

“Volevo qualcosa che mi mettesse in evidenza”. Missione compiuta.

Andrew è stato programmato per essere un numero 1 sin dalla culla. O forse anche prima, merito della genetica. Mamma Maryta Payne, originaria delle Barbados ma trapiantata a Toronto dall’età di 9 anni, è stata argento olimpico a Los Angeles ’84 con le staffette 4×100 e 4×400, sfiorando il podio nei 400 metri pur stabilendo il record nazionale che tutt’ora conserva. Papà Mitchell Wiggins, natio di Kinston, North Carolina, è stato un più che onesto giocatore NBA, spalla affidabile di Hakeem Olajuwon e Ralph Sampson negli Houston Rockets che si spinsero fino alle Finals 1986 contro i Boston Celtics. O meglio, affidabile in campo perché proprio pochi mesi dopo quelle finali finì nelle grinfie dell’antidoping: positivo alla cocaina, 2 anni e mezzo di squalifica, proprio nel momento migliore della propria carriera.

Insomma, una personalità che ha lasciato il segno, persino a Cleveland:

Per non parlare del fatto che alla presentazione non si trovava la canotta di Andrew

 

I geni sono buoni, per carità: l’esplosività di mamma e la verticalità di papà dovrebbero garantire un mix letale. Ma se bastasse solo quello allora anche i fratelli Mitchell Jr. e Nick sarebbero dovuti essere fenomeni. Ed invece il primo si ferma ad una discreta carriera collegiale a Southeastern University, il secondo fa appena meglio affacciandosi in Europa con la maglia di Tubingen prima di venire scelto dagli Harlem Globetrotters.

Andrew però è speciale e papà Mitchell se ne rendo conto quando ha ancora le scarpette ai piedi e racimola gli ultimi soldi buoni sui campi di mezza Europa (con una puntatina in A2 a Desio alla corte di un giovanissimo Sergio Scariolo). Si rende conto che quel moccioso può togliersi le soddisfazioni delle quali lui si è privato forzatamente. “Ora riesco finalmente a lasciar andare alcune delle sensazioni che covavo dentro dai tempi nei quali ho lasciato la lega. E riesco anche a dormire meglio”, dice Mitchell mentre il figlio ha appena stretto la mano di Adam Silver.

Mitchell ha voluto che sin da piccoli i suoi figli non commettessero i suoi stessi errori. Educandoli a lavorare rifuggendo le luci della ribalta. È proprio papà ad essere il primo ad allenare il piccolo Andrew quando ha a malapena imparato a palleggiare. “Gli ho insegnato a difendere su più ruoli – spiega Mitchell senior – come difendere su un tiratore, come difendere su un palleggiatore. Lui capisce cosa serve fare in difesa ed adora farlo”.

A 13 anni aveva già le idee chiare

Ma schivo ed introverso com’è, Andrew ha bisogno dei giusti stimoli per far emergere un aspetto del gioco dove la componente caratteriale fa tutta la differenza del mondo. A livello collegiale, l’ala dei Timberwolves era noto oltre che come un talento offensivo pazzesco anche come un difensore più che affidabile e non solo per le incredibili doti atletiche. Per questo le due prove difensive più convincenti della sua fin qui precoce carriera le sfodera in due occasioni per nulla banali: la prima sfida ai tempi del college contro Jabari Parker e il primo incontro da avversario con LeBron James, le due eminenze che lo hanno accompagnato in questo primo, precoce scorcio di carriera.

 

Una non-rivalità

Sin dagli albori dell’epica classica, ad ogni eroe fa contraltare un anti-eroe con caratteri uguali e contrari. È la forza dell’antagonista a fare da metro dello status di grandezza dell’eroe. E lo sport, che nella sua narrativa ha attinto a piene mani da quell’immaginario culturale, non ha certo fatto eccezione, costruendo ed immaginando rivalità e contrapposizioni volte ad enfatizzare questa o quella figura.

Anche Wiggins aveva bisogno del suo di anti-eroe. E lo ha trovato sin da giovanissimo in Jabari Parker. Da un lato il sorriso gentile e il talento cristallino del prodotto di Chicago, dall’altra l’introverso ragazzone che viene dal Canada ma già da anni fa impazzire il web con i suoi mixtape. Accomodarsi, signori: i nuovi Magic e Bird sono in arrivo.

Nell’estate 2013, quella che porta entrambi a dover scegliere il college dove svernare per un anno prima di decollare verso la NBA, i due si dividono i primi 2 posti delle classifiche dei giocatori della loro annata. Ma se Jabari per annunciare il suo sbarco a Duke convoca giornalisti, curiosi e tutta la crew nella sala grande della sua scuola, la Simeon Career Academy, Andrew spiazza tutti andando più controcorrente di un salmone: il 14 maggio 2013 riunisce alla Huntington Prep, la piccola scuola nel West Virginia che da un anno e mezzo ne ospita le gesta, la famiglia, gli amici ed un unico giornalista, Grant Taylor del giornale locale Herald Dispatch, per annunciare la scelta di non seguire le tracce di mamma e papà, che si erano conosciuti ai tempi del college a Florida State, per abbracciare la causa dei Jayhawks di Kansas, in modo da non essere troppo lontano almeno dal fratello Nick, all’epoca a Wichita State. E sapete in che modo Taylor divulga al mondo intero lo scoop della sua vita? Così:

L’attesa per la grande sfida tra i due dura tutta l’estate fino ad autunno inoltrato, quando finalmente in diretta nazionale Blue Devils e Jayhawks si ritrovano l’una di fronte all’altra. Parker arriva alla sfida tirato a lucido, incensato da mezzo mondo mentre Wiggins non sta dominando come ci si aspettava sette mesi esatti prima, oscurato in parte dell’altro talento della squadra, un camerunense che ha appena iniziato a giocare a basket e di nome fa Joel Embiid. Quel carattere posato e silenzioso non contempla l’egoismo di prendere la squadra e farla sua e così se i lampi di classe sono cristallini, la continuità non è quella da top player della nazione. Il testa a testa valido per la seconda giornata del Champions Classic è però una partita attesa con tale hype che metterci il proprio sigillo può cancellare dubbi e malelingue.

L’inizio, però, è tutto di Parker: nella sua Chicago, la star di Duke fa il diavolo a quattro, mettendo 19 punti nella prima metà di gara. E qui scatta qualcosa nella testa del figlio di Mitchell. “Credo che avrei dovuto mettere Andrew su Jabari per tutto il tempo. Lui lo voleva”, confessa Bill Self, coach di Kansas, a fine partita. Pur limitato presto dai falli, infatti, Wiggins chiede a Self di poter marcare il suo rivale per provare a fermarlo. “Gli ho risposto di no perché non era ciò che avevamo preparato – continua l’allenatore – ma nel secondo tempo, a 13 minuti dalla fine, ha preso ed è andato su Jabari, senza che gli dicessi nulla. Avrei dovuto starlo a sentire anche prima”. Sì perché l’atletismo di Wiggins argina il talento di Parker e il canadese, non pago del lavoro oscuro, mette anche la sua firma in calce sulla sfida: Jabari chiude sì a quota 27 con 9 rimbalzi contro i 22+10 di Andrew, ma Kansas vince 94-83 e Wiggo la chiude così:

La sfida si è arricchita di ulteriori capitoli nelle prime tre stagioni NBA dei due amici-nemici, anche se i continui infortuni di Parker (e l’ombra di Giannis) ed una crescita più lenta del previsto da parte di Wiggins (e l’ombra di Towns) ne hanno notevolmente smorzato l’hype. Ci ha pensato una prestazione da 31 punti del canadese, con annessa vittoria dei suoi Timberwolves sui Bucks di Parker nell’antivigilia di Capodanno 2016 a rinfocolarla. “Preferisco perdere coi Bulls che con loro”, ha tuonato Jabari a fine partita. “Non ho niente contro di loro, ma dobbiamo vincere partite come questa se vogliamo diventare un buon team”, ha poi aggiunto. Salvo in corner.

Quella con Parker, però, è la rivalità che poteva essere e non è stata. O non è ancora. Un poema epico ancora da scrivere, una storia ancora nell’inchiostro della biro. “I buoni giocatori saranno sempre paragonati uno all’altro – sussurrava Andrew rispondendo alle domande dei giornalisti il giorno del draft – ma io non ho mai pensato a questa come a una rivalità. Penso sia quello che i media vogliono dipingere che sia. Non tratterò mai una persona in modo diverso sul campo. Chiunque mi starà difendendo, chiunque starò difendendo, starò solo cercando di vincere”.

 

Il compagno, il modello, il maestro. E niente di tutto questo

Ma nei primi bisbigli dell’estate 2014, Cleveland e LeBron sono due parole che compaiono spesso nella stessa frase. Ora Wiggins, cui in gioventù avevano affibbiato il nickname di “The canadian LeBron” oltre a quello di “Maple Jordan” (che immagine poetica è il “Jordan d’acero”, in riferimento alla foglia dell’albero simbolo del Canada?) fa parte del pacchetto per provare a convincere il Re a tornare a vestirsi di wine and gold.

Io voglio vincere. Se lo vuole anche lui, staremo bene insieme”. Questa la lapidaria risposta che il fresco numero 1 dà in pasto alla stampa che gli chiede cosa direbbe a James per convincerlo a raggiungere lui, Kyrie Irving ed il resto della compagnia sulle rive del lago Erie.

Due settimane dopo, Wiggins ha già addosso la canotta dei Cavaliers ed è pronto ad esordire alla Summer League di Las Vegas, curiosamente (sì, vabbè…) proprio contro il suo alter-ego Jabari Parker. La sfida tra i due è divertente, Andrew ne mette 18 mentre Jabari scrive 17 con lampi di classe da ambo le parti, ma l’approdo della sfida delle sfide del basket collegiale al piano superiore viene oscurata da ben altra notizia. Una frase di quattro parole:

I’m coming home.

Nella lunga lettera aperta nella quale spiega le motivazioni del suo ritorno ai Cavs, LeBron dice: “I think I can help Kyrie Irving become one of the best point guards in our league. I think I can help elevate Tristan Thompson and Dion Waiters. And I can’t wait to reunite with Anderson Varejao, one of my favorite teammates”.

Scusi eh, ma avremmo anche la prima scelta dell’ultimo draft, uno che ha fatto drizzare i capelli a mezzo mondo e non ce lo caghiamo di striscio? Anni dopo, uno e mezzo dopo per la precisione, il Prescelto ha svelato come il fatto di non aver nominato Wiggins fosse solo legato al fatto che non conosceva il ragazzo. “I didn’t know the kid, really. I knew Dion. I knew Kyrie. I knew Tristan. I knew all the guys that I was playing with before. I didn’t know the kid, so it wasn’t no big issue to me”. Ma la cosa non quadra: possibile che in tre settimane LeBron non si sia manco preso la briga di prendere informazioni su quel kid che, peraltro, lo aveva fatto saltare in piedi qualche anno prima alla sua Skills Academy, dove il canadese aveva fatto faville?

Ma il Re non ha tempo da perdere a coltivare giovani promesse, vuole vincere e subito. E la tavola è già imbandita per far sì che Kevin Love sia l’ultimo tassello della corazzata oro e vino. E Wiggins ne è pienamente cosciente.

James e Wiggins restano ufficialmente compagni di squadra per 43 giorni, dall’11 luglio al 23 agosto, data nella quale la prima scelta del draft di due mesi prima viene spedita a Minneapolis insieme all’amico e a sua volta prima scelta 2013 Anthony Bennett nell’affare che porta Love ai Cavs. È la seconda volta nella storia che una prima scelta assoluta viene scambiata prima di poter giocare anche una sola partita con la squadra che l’ha chiamato al draft. La prima volta? Quando gli Orlando Magic spedirono agli Warriors Chris Webber per accaparrarsi Penny Hardaway.

Se non vi commuove questo siete senza cuore

Wiggo incassa in silenzio, come ha sempre fatto in vita sua, covando però in cuor suo la carica giusta per rispondere coi fatti a chi lo ha sempre ritenuto “forte, ma…”. Si allena duro, ma anche il compianto coach Flip Saunders non sembra pienamente fiducioso nei mezzi del fenomeno da Toronto. “Partirà in quintetto? Ancora non lo so”, afferma ad un mese abbondante dal via della stagione. D’altronde, in quei Timberwolves quantomeno c’è parecchia quantità in un reparto ali con Kevin Martin, Corey Brewer e (udite udite) Chase Budinger. Alla fine, comunque, Flip si convince a dargli fiducia lanciandolo nello starting five dei lupi di Minneapolis. Ma le prestazioni sono assai altalenanti, anche per i Timberwolves perdono per strada Rubio, Pekovic e Martin e il canadese si ritrova a soli 19 anni con tutta la pressione di dover avere sulle proprie spalle le responsabilità offensive della squadra. I risultati non arrivano, i Timberwolves franano presto vincendo appena 4 delle prime 20 partite stagionali e il non-rivale Jabari gli sta già soffiando il titolo di Rookie of the year.

Si prospetta, insomma, una Natale da dimenticare quando, 23 dicembre 2014, Minnesota sbarca alla Quicken Loans Arena per la prima sfida alla franchigia che l’ha sedotto e abbandonato, al Re che non lo ha ritenuto all’altezza di essere suo scudiero e, un giorno, suo successore. Wiggins ci si presenta reduce da tre partite nelle quali ha segnato 6,3 punti tirando 7/27 dal campo, elementi pesanti sulla serie di 11 sconfitte nelle ultime 12 partite che affligge i suoi Wolves. Questo dato si arricchisce di una ulteriore L, d’altronde la disparità tra Cleveland e Minnesota è abissale. Ma “The Canadian LeBron” almeno per tre quarti sembra lui stesso il vero LeBron: marcato con molta sufficienza dal Prescelto, lo attacca con aggressività fino al ferro e, quando ha spazio, si prende anche con fiducia il tiro dall’arco, non certo la sua specialità. Per tre quarto i Timberwolves mettono paura ai Cavs, che comunque nel finale trovano un super Irving a fare da spalla a James per il successo dei padroni di casa per 125-104. Ma Wiggins vince la sfida con James (27 punti contro 24) e regala pure un poster a Kevin Love che è quanto di più what if si sarebbe potuto immaginare in Ohio di quei tempi:

Mi è stato dato un ruolo più grande di quello che avrei dovuto avere nel team – spiega a margine del match di Cleveland – ma questo mi sta aiutando a crescere di più sia mentalmente che fisicamente”.

Niente di più vero.

Prima del match prenatalizio contro i Cavs, il #22 è andato in doppia cifra per punti “solo” 15 volte in 26 partite, superando i 20 appena quattro volte. Da Cleveland in avanti, Wiggo non va in doppia cifra solo due volte su 54 gare, scollinando sopra quota 20 in otto delle nove partite successive allo scontro con LeBron. E con Jabari Parker e Julius Randle out per infortunio, la corsa al Rookie of the year si fa tutta in discesa: 16,9 punti, 4,6 rimbalzi, 2,1 assist non sono i 20,9+5,5+5,9 della rookie season di James ma possono bastare eccome. E per l’occasione adidas gli confeziona una scarpa ad hoc da andare via di testa.

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Cantiere aperto

L’impressione che si ha oggi, due anni e mezzo dopo quel titolo di Rookie of the year e qualche boato roboate a seguire, è che Wiggins abbia espresso solo in parte e solo per lampi il suo enorme potenziale. Ma Minnesota, nonostante le titubanze iniziali di Saunders, ha creduto eccome in lui, rifirmandolo al massimo salariale per cinque anni e 148 milioni di dollari, cifra che ne ha fatto lo sportivo più pagato della storia del Canada. Come nel resto della sua vita, anche stavolta l’ala dei Timberwolves ha dovuto zittire coi fatti le voci di chi voleva quella cifra spropositata per un “atleta che non sa fare molto altro sul campo”. Nonostante un endorsement importante come quello di Kobe Bryant, che dice di rivedere in lui sé stesso con 19 anni in meno.

Credit: Gary A. Vasquez-USA TODAY Sports

Presenza mentale, capacità di ergersi a vero uomo-franchigia, applicazione difensiva, ball handling sono gli aspetti nei quali crescere ancora, non c’è dubbio. Ma sottilizzare su un talento del genere, con capacità da scorer già di primissimo livello, che non è ancora arrivato ai 23 anni e con voglia di imparare da vendere è follia pura. E guardarlo battagliare con Russell Westbrook nel finale del match vinto ad Oklahoma City con tanto di buzzer beater da tre quarti campo è stato un segnale di quelli belli confortanti.

Aspettative, è spesso tutta questione di aspettative. Da ogni numero 1 ci si aspetta che sia qui ed ora il nuovo profeta del basket, il nuovo LeBron, il nuovo Jordan. Andrew è già oggi, a 22 anni e spiccioli, un quasi-All Star, ma non basta. Citando Kevin O’Connor di The Ringer, “Wiggins è troppo giovane per aver scritto un numero sufficiente di canzoni per comporre un album di greatest hits. Ma abbiamo già alcune tracce da gustarci. Diamogli tempo e potremmo avere un cofanetto pieno quando sarà tutto finito”.

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