Reginald e Cheryl Miller sono stati, con pochi timori di smentita, la coppia fratello-sorella più forte nella storia del basket. E per Reggie se diciotto stagioni in NBA, cinque convocazioni all’All-Star Game, due medaglie d’oro ad Olimpiadi e Mondiali e 25.279 punti (ventesimo realizzatore ogni epoca) con oltre 2.500 triple (secondo di sempre) non bastano nemmeno per essere considerato il miglior giocatore di basket alle riunioni di famiglia, significa che siamo di fronte a qualcosa di davvero speciale.

Ma partiamo dall’inizio. I Miller nascono a Riverside, cittadina nell’hinterland di Los Angeles, tra il 1964 e il 1965. I due fanno parte di una famiglia decisamente numerosa (sono in cinque tra fratelli e sorelle) con a capo papà Saul, ex discreto giocatore di basket a Lemoyne College prima di una carriera nell’esercito dalla quale mutuerà un senso di disciplina che applicherà anche nell’educazione degli irrequieti figli.

Saul era pure un ottimo sassofonista jazz, abbastanza bravo da poter suonare nel corso della sua carriera assieme a gente del calibro di B.B King o John Coltrane (quindi parecchio in gamba). Reggie e Cheryl non hanno ereditato lo stesso talento nella musica, ma suoneranno un altro genere di spartito e il loro strumento d’elezione sarà una palla arancione a spicchi.

Fu proprio il padre ad introdurre i due alla pallacanestro, sfidandoli a gare di H.O.R.S.E. nelle quali non lesinava una buona dose di abusi verbali che verranno buoni in seguito ad entrambi i ragazzi. Reggie dovette però aspettare diversi anni prima di poter partecipare a questi allenamenti, perché una malformazione congenita alle caviglie lo costrinse per i primi anni della sua infanzia a portare dei supporti per le gambe molto simili a quelli del giovane Forrest Gump nell’omonimo film.

La lingua in compenso è perfettamente funzionante ed è in moto praticamente perpetuo. Cresciuto a pane e Muhammad Ali, Reggie farà del trash talking una ragione di vita: “Per il 70% mi serviva a mettere in ritmo me stesso – dichiarerà anni dopo – per il restante 30% a cercare di capire se potevo entrare nella testa del mio avversario”. Non che la sorellona fosse particolarmente da meno: con una voce da contralto che avrebbe reso orgogliosa Mahalia Jackson, Cheryl condirà i canestri rifilati nel corso della sua carriera alle malcapitate avversarie con una colonna sonora fatta di acido sarcasmo e insulti particolarmente pungenti.

Con il tempo le gambe di Reggie si rinforzano e, pur rimanendo un ragazzino pelle ed ossa, i medici danno l’ok per l’inizio di una moderata attività fisica. Il giovane può quindi raggiungere la sorella sul campo da basket, anche se i primi risultati non sono particolarmente incoraggianti. Già, perché la sorellona abusa letteralmente del fratellino, che vede i suoi tentativi di tiro verso il ferro respinti con preoccupante costanza dalle lunghe braccia della consanguinea. Come contromisura Reggie comincia ad arcuare ulteriormente il suo angolo di rilascio, gettando le basi di uno stile di tiro che lo renderà immediatamente distinguibile dal resto del mondo negli anni a venire.

Tra loro ci sono soltanto un anno e sette mesi di differenza, per cui già da piccoli sono molte le occasioni in cui si ritrovano a giocare assieme sul playground di fronte a casa, l’unico luogo dove i due possono dare sfogo alla loro esuberanza fisica e verbale. Nel caso di uno dei due, diciamo soprattutto verbale. Se infatti il giovane Reggie sul campo viene spesso sconfitto impietosamente dalla sorella (che peraltro non trova avversari comparabili né tra le donne né tra gli uomini del suo quartiere), il suo già ammorbante trash talking non si ferma letteralmente mai, tanto da portare molto spesso Cheryl sull’orlo della crisi di nervi. “Certe volte volevo veramente strozzarlo” afferma ancora oggi sua sorella.

Ma con il passare del tempo i due giovani oltre alle classiche sfide familiari mettono in piedi anche una discreta associazione a delinquere. Il piano è questo: Reggie, smilzo e orecchiuto come il pupazzo di Mr. Potato e non proprio il prototipo dell’atleta dominante, appare in un playground a caso e lancia una sfida alla prima coppia di ragazzi che vede con una palla in mano. “Giochiamo un due contro due, dieci dollari a partita? Purtroppo oggi il mio abituale compagno non è potuto venire e, se per voi non è un problema, giocherei assieme a mia sorella”. I polli di turno, ingolositi dall’apparente facilità della sfida, finiranno inesorabilmente spazzolati nel portafoglio e nell’orgoglio una decina di minuti dopo.

I due crescono e finiscono entrambi nella stessa high school locale, la Riverside Poly, dove con le rispettive maglie dei Wolverines finiranno per lasciare un più che discreto ricordo. Reggie infatti dopo un ottimo quadriennio diventerà uno dei liceali più ambiti, diventando uno dei migliori realizzatori nella storia della sua scuole e guadagnandosi le attenzioni di molte tra le università californiane.

Reggie Miller: Junior at Poly High School in 1981. (pe.com)

Un giorno Reggie rientra a casa entusiasta, dopo una partita in cui ha giocato alla grande e condotto la sua squadra alla vittoria. Il giovane è pronto a raccontare tutto ai genitori, per festeggiare assieme a loro una prestazione da ben 40 punti. Ecco però arrivare l’ennesima stoppata dell’amata (beh, magari quel giorno un po’ meno) sorella: nel corso della partita disputata lo stesso giorno contro la Norte Vista High School, Cheryl ne ha messi la bellezza di 105 (!) con un surreale 46 su 50 dal campo (!!) e la prima schiacciata mai effettuata in una partita di basket femminile (!!!).

CENTOCINQUE punti, record all time per le high school degli Stati Uniti. Come reggere il confronto con una cosa del genere? Già perché Cheryl non dominava solo i playground di quartiere, ma qualunque avversario si trovasse davanti. Fu infatti la prima di sempre, sia tra i maschi che tra le femmine, ad essere nominata All American in tutti e quattro anni di high school, conducendo le compagne ad un imbarazzante record complessivo di 132 vinte e 4 perse, condito da una striscia di 84 W consecutive e da quattro ovvi titoli dello Stato.

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Le cose non cambiano molto nemmeno al livello successivo. Cheryl, ormai arrivata a misurare 187 centimetri, riceve ben 250 offerte (…) dalle università di tutta la nazione. Nonostante una così pantagruelica possibilità di scelta la Miller decide però di firmare per la vicina University of Southern California per rimanere vicina a casa.

Reggie invece voleva andare a UCLA, in pellegrinaggio dal leggendario John Wooden. Il suo nome però non è in cima alle preferenze del Coach ed è solo grazie ad una fallimentare campagna di recruiting, che vede il prestigioso ateneo snobbato da tutti i principali prospetti nazionali, che il suo nome riesce miracolosamente ad entrare in lista per una borsa di studio.

Coach Wooden ci mette un po’ a digerire il nuovo arrivato e la sua radio personale costantemente accesa, ma Reggie ha la fortuna di entrare in squadra proprio mentre la NCAA decide di inserire la linea del tiro da tre punti e… beh, diciamo che la modifica regolamentare trova in Miller uno dei suoi più ferventi sostenitori. Pur rendendosi protagonista di alcune vivaci intemperanze (tipo sputare sulla student section del pubblico di Brigham Young University, tanto per fare un esempio) che il Coach immaginiamo abbia gradito il giusto, Reginald chiude un sontuoso quadriennio a Westwood riscrivendo diversi record e terminando come secondo realizzatore ogni epoca ad UCLA, secondo solo ad un certo Kareem Abdul Jabbar che devo aver già sentito nominare da qualche parte anche se non ricordo esattamente dove.

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Tutto bello, ma come sempre da qualche parte nel mondo c’è sempre chi fa meglio e per Reggie questo qualcuno ha la cameretta giusto dall’altra parte del corridoio di casa. Cheryl Miller a UCLA domina letteralmente le avversarie: All American (di nuovo) in tutti e quattro gli anni di università e per ben tre volte Naismith Player of the Year, Cheryl chiude la sua carriera NCAA come decima realizzatrice e terza rimbalzista di tutti i tempi. Già che c’è vince pure due titoli nazionali nel 1983 e 1984 venendo entrambe le volte nominata MVP del Torneo, ma son dettagli. Curiosità, tra le sue compagne di squadra c’erano anche Cinthya Cooper, considerata una delle migliori giocatrici nella storia della WNBA, e Pamela McGee, oro olimpico e mondiale con la nazionale statunitense oltre che madre (questo sì che è da trofeo di MVP) del mitico JaVale McGee.

Niente da fare, per quanto Reggie giochi bene sua sorella è sempre un passo avanti e spesso anche i tifosi avversari lo dileggiano intonando il canto “Che-ryl, Che-ryl” ogni volta che lui commette un errore. Ma tra i due non ci fu mai una vera rivalità, anzi la sorella fu sempre la più grande tifosa e sostenitrice di Reggie, che a sua volta era talmente orgoglioso di avere una tale forza della natura come modello da volerne vestire lo stesso numero, il 31, per tutta la carriera.

Reginald entrò nella NBA quando David Stern chiamò il suo nome con l’undicesima scelta del draft del 1987. Gli Indiana Pacers venivano da una storia di successo nella ABA (tre titoli e altre due finali nei nove anni di vita della Lega del pallone tricolore) ma in NBA non avevano avuto lo stesso successo, occupando per molti anni i bassifondi della Eastern Conference. La fortuna non fu dalla loro parte quando nel 1981 scambiarono con Portland quella che in seguito diventò la seconda scelta assoluta del draft 1984, scelta che avrebbe portuto portare i Pacers ad aggiudicarsi uno tra Michael Jordan, Charles Barkley o John Stockton (cosa che i Blazers evitarono comunque accuratamente di fare).

Ma nel draft del 1987 gli astri si allinearono finalmente nel modo corretto. Per la verità quasi tutti gli appassionati si apettavano la chiamata di Steve Alford, nato ad un tiro di schioppo da Indianapolis e che pochi mesi prima aveva condotto gli Hoosiers di coach Bobby Knight alla vittoria del torneo NCAA.

Il nuovo GM Donnie Walsh decise di non cedere alle pressioni e decise di puntare le sue fiches sul giovane Miller. La scelta mandò su tutte le furie non soltanto i tifosi della franchigia, ma anche lo stesso allenatore dei Pacers Jack Ramsay, amante dei giocatori ordinati ed educati che si trovò invece di fronte ad una specie di spaventapasseri dotato sì di un tiro mortifero ma anche di una bocca grande quanto lo stato dell’Indiana.

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Mentre Steve Alford si apprestava a disputare soltanto quattro stagioni di NBA vissute da comprimario tra Dallas e Golden State, per Reggie Miller si stavano aprendo le porte di una carriera da Hall of Fame che Reggie vivrà sempre e soltanto con la maglia dei Pacers e che lo porterà a diventare uno dei giocatori più noti dell’intero panorama del basket mondiale.

I primi anni sono buoni ma non eccellenti e i Pacers subiscono quattro dolorosissime sconfitte consecutive nel primo turno dei playoff. Pistons, Celtics (due volte) e Knicks rimandano a turno a casa Miller e soci, ma la stella di Reggie comicia a splendere sempre più luminosa e alla fine della stagione 1992/93 è già diventato un giocatore un All Star da oltre 22 punti di media, con un career high di 57 punti che ancora oggi resta record della franchigia.

Quando nel Luglio del 1993 ai Pacers arriva coach Larry Brown, profeta del “Play the right way” e amante del trash talking quanto di una colonia di formiche nel letto, i due si annusano per un po’ guardandosi in cagnesco. In breve tempo però capiscono che entrambi hanno la stessa smisurata venerazione per il Gioco e creano così un sodalizio destinato a durare poco (solo 4 anni) ma che porterà i Pacers fin quasi nell’Olimpo della NBA.

AP Photo/Al Behrman

L’anno seguente Indiana supera finalmente il primo turno e in semifinale di Conference ritrova nuovamente i NewYork Knicks. Sul 2 a 2 nella serie, Reggie sfodera una una partita leggendaria nella quale ingaggia un duello personale non soltanto contro la formazione avversaria, ma anche con un esuberante tifoso che nel corso della partita ha continuato a punzecchiarlo con insulti e battutine. Quel tifoso ha un nome e un cognome: è Spike Lee, affermato regista e produttore newyorkese da anni uno dei più sfegatati tifosi della formazione bluarancio.

Ecco, in quei 12 minuti Spike imparerà il significato del famoso detto “Non svegliare il can che dorme”: Miller inizia a segnare da ogni posizione e chiude la gara a quota 39 punti, di cui ben 25 in un ultimo quarto in cui ad ogni canestro corrisponde un’occhiata sempre più feroce in direzione dell’incauto regista, beneficiario anche di frasi al vetriolo e di un gesto di strangolamento dopo il canestro che chiude definitivamente la gara. Grazie all’esplosione realizzativa del loro numero 31 infatti i Pacers concretizzano una furiosa rimonta e si impongono per 93 a 86, violando per la prima volta nella serie il fattore campo. Purtroppo Indiana non riuscirà a chiudere la serie, perdendola in gara 7 con un canestro vincente di Pat Ewing a pochi istanti dalla fine.

La rivincita arriva esattamente 12 mesi dopo, quando Pacers e Knicks sono nuovamente di fronte ai playoff in semifinale di conference. In Gara 1 Miller verga un’altra pagina di storia NBA quando con 8 punti in 9 secondi ribalta il risultato di una partita già chiusa. A 18 secondi dalla fine New York è sul +6, quando Miller in rapida successione: 1) segna da tre punti con l’uomo addosso 2) ruba clamorosamente palla sulla rimessa avversaria 3) palleggia rapidamente per tornare dietro la linea dei 3 punti, oltre la quale lascia partire un altro siluro. In un amen la situazione è completamente ribaltata ed è parità sul 105 a 105.

I Pacers fanno fallo (inopinatamente) su John Starks che (super-inopinatamente) sbaglia tutti e due i liberi. Il rimbalzo difensivo è preda proprio di Miller che subisce fallo (vabbè, che ve lo dico a fare…) e con un 2/2 dalla lunetta manda tutti a casa. Ancora a New York si raccontano episodi di tifosi dei Knicks incontratisi al bar dopo quella gara: “Che grande partita abbiamo vinto oggi” dice quello scappato a pochi secondi dalla fine per evitare ingorghi all’uscita del Garden. “Cogli*ne, guarda che abbiamo perso!” risponde quello uscito a partita finita. New York riuscirà nel proseguo della serie a riconquistare il fattore campo, ma in un’altra epica gara 7 al Garden stavolta saranno gli avversari a prevalere. Il cammino di Indiana si fermerà poi in semifinale di fronte a Mount Shaq versione Orlando Magic.

E Cheryl? Mentre Reggie si impegnava per diventare uno dei più odiati nemici dell’intera popolazione newyorkese, sua sorella si scontrava con un panorama professionistico femminile ben lungi da essere quello di oggi. La WNBA non esisteva ancora nemmeno nella fantasia dei suoi ideatori (vedrà la luce solo nel 1996) e non c’era una vera e propria lega per le giocatrici americane. Per Cheryl arriva un’offerta dagli Harlem Globetrotters e perfino una da una lega maschile, la USBL, ma decide di declinare entrambe.

Nel 1984 la Miller partecipa con la nazionale statunitense alle Olimpiadi di Los Angeles, in quello che da tutti è considerato il Dream Team nella storia del basket femminile americano. Un gruppo che vantava ben 9 future Hall of Famer e che conclude la manifestazione con 6 vittorie su 6 incontri, conquistate con scarti sempre superiori ai 30 punti. La sua prestazione in finale la consacra come la più forte giocatrice del mondo e la sua popolarità sfonda i confini degli Stati Uniti per consolidarsi anche all’estero.

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Anche Reggie raggiungerà in seguito il successo con la nazionale a stelle e strisce, venendo selezionato sia per la rappresentativa che vincerà il titolo mondiale in Canada nel 1994 che per quella campione olimpica ad Atlanta 1996. Fuori per poco dalla comitiva di Barcellona 1992, Miller non ha potuto far parte di quella squadra leggendaria solo a causa di una concorrenza nel ruolo letteralmente insormontabile, ma le sue prestazioni a quei tempi erano già di assoluto livello.

Cheryl prosegue la carriera in nazionale e dopo il titolo olimpico, nel 1986 arrivano anche la vittoria ai Goodwill Games e quella ai Campionati Mondiali, entrambe conquistate sconfiggendo a casa loro la fortissima Unione Sovietica.

Cheryl Miller è seduta sul tetto del mondo cestistico femminile, ma la sfortuna purtroppo sta per bussare alla sua porta. Nel corso di una partitella estiva sui campi di USC la Miller viene accidentalmente sgambettata da un’avversaria e impatta duramente il ginocchio sinistro sul parquet: il legamento crociato va in pezzi e comincia un lungo percorso di riabilitazione che durerà fino alla primavera del 1998. In quell’anno Cheryl tenta di partecipare alle selezioni della nazionale in vista delle Olimpiadi di Seoul ma il ginocchio ormai non è più in grado di reggere quel genere di sforzi e di quella inarrestabile giocatrice che solo due anni prima terrorizzava ogni avversaria oggi rimane solo una triste e sbiadita versione.

Indomabile come sempre, la Miller continua ad allenarsi privatamente e quattro anni dopo ci riprova con i trials americani per Barcellona 1992. Arriva fino all’ultima selezione, ma poco prima della fine del training camp il ginocchio fa di nuovo crack. Cheryl ha soltanto 28 anni ma capisce che la sua carriera di giocatrice è finita e decide di appendere le scarpe al chiodo. Passa quindi dall’altra parte della barricata, prima come bordocampista per TNT, poi come allenatrice (due anni a USC con un record combinato di 42 vittorie e 14 sconfitte, più quattro anni alle Phoenix Mercury vincendo 70 partite e perdendone 52 con in mezzo un approdo alle WNBA Finals) e infine come GM (sempre alle Mercury), dimostrando estrema competenza in tutti i diversi incarichi.

Cheryl Miller viene introdotta nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame nel 1995, nella neonata Women’s Basketball Hall of Fame nel 1999 e nella FIBA Hall of Fame nel 2010. Di lei si dirà che è stata la miglior giocatrice di basket di tutti i tempi, una sorta di Michael Jordan in gonnella falcidiata purtroppo dagli infortuni nel momento in cui la sua carriera stava raggiungendo l’apice.

Nel frattempo il fratello è arrivato all’apice della sua carriera cestistica. Dopo un paio d’anni in chiaroscuro, i Pacers tornano grandi con l’arrivo in panchina di un certo Larry Bird, un biondino di French Lick, Indiana che dovreste ricordare come discreto giocatore in maglia Boston Celtics. Il biondino viene fuori essere piuttosto competente anche come allenatore e i Pacers per i successivi tre anni saranno una delle squadre più forti dell’intera Lega.

Con una squadra composta oltre che da Miller da Chris Mullin, Dale Davis, Jalen Rose, Mark Jackson e il mitico Rik “The Dunking Dutchman” Smits, Indiana mette letteralmente a ferro e fuoco la Lega. Reggie è il leader indiscusso di un gruppo che raggiunge la finale di conference nel 1998 (perdendo solo in gara 7 da quella che da molti è considerata la squadra più forte di tutti i tempi, i Chicago Bulls di Jordan-Pippen-Kucoc-Rodman-Harper) e nel 1999 (di nuovo sconfitti per 4 a 2 dagli odiatissimi Knicks), per poi arrivare finalmente alla finale per il titolo NBA nel 2000.

Di fronte purtroppo c’è ancora Shaq, stavolta in maglia Los Angeles Lakers e nella versione “Most Dominant Ever”. Nonostante una strenua resistenza i Pacers capitolano in sei gare, ma non prima di aver messo a Shaq (e Phil Jackson) una bella strizza, grazie anche ai 24 punti di media che Miller realizza in finale nonostante l’asfissiante marcatura di un giovane Kobe Bryant.

Finalmente arrivati soltanto ad un passo dall’obiettivo finale, Reggie e i Pacers vedono ancora una volta frustrati i loro sogni di gloria e stavolta la sconfitta lascia il segno. Larry Legend abbandona il pino per dedicarsi solamente ai compiti di GM (svolti piuttosto bene per la verità), mentre in panchina arriva Isaiah Thomas e che decide di rifondare puntando tutto sui giovani. Dopo tre anni di semi-mediocrità c’è ancora tempo per un’ultima fiammata nel biennio 2004-2005, anni in cui i Pacers raggiungono semifinale e finale di conference dove vengono sconfitti in entrambe le occasioni dai Pistons del duo Rasheed+Ben Wallace (ma anche di Prince, Hamilton, Billups e soprattutto di Darko Milicic).

Di quell’ultimo biennio di Reggie Miller (che comunque ad oltre 40 anni chiuse il suo ultimo campionato con quasi 15 punti di media), mi piace ricordare soprattutto due episodi. Nel primo, l’allora stella della squadra Jermaine O’Neal chiede al coach di essere sostituito nell’ultimo quarto di una gara in cui è a quota 55 punti, per non rischiare di togliere il record di franchigia al suo compagno. Nel secondo, il suo ex-allenatore Larry Brown chiama un secondo timeout negli ultimi istanti dell’ultima partita della carriera di Miller per allungare il tempo dedicato alla standing ovation del pubblico per questo fantastico giocatore.

Due episodi che testimoniano come questo giocatore, spesso ricordato per la sua esuberanza, la faccia tosta, il trash talking, sia stato sopra ogni altra cosa una stella assoluta, certo non amata da tutti ma rispettata da ogni singolo avversario per le qualità tecniche (ma anche umane, a modo suo) che ha saputo mettere in campo nel corso della sua straordinaria carriera.

Una volta abbandonato il basket anche per lui si aprono le porte per una carriera da commentatore per la TNT, ruolo che riveste ancora oggi con grande perizia e che lo vede essere, a mio personalissimo giudizio, uno dei migliori color commentator dell’intero panorama sportivo americano.

Come altri grandi giocatori nella storia di questo sport (Stockton, Malone, Nash, Barkley, Baylor, Ewing, Iverson) la storia di Reggie Miller si è chiusa senza aver potuto assaporare la gioia dell’anello, ma questo certo non può togliere, a lui come agli altri, il posto nella storia che spetta a chi ha fatto innamorare generazioni di tifosi, che ancora oggi ricordano i suoi tiri in the clutch, le sue battaglie fisiche e verbali e il suo smisurato orgoglio cestistico.

Nel marzo del 2012 Reginald diventa il secondo della famiglia Miller ad essere introdotto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame (prima e unica coppia di fratelli a realizzare questo traguardo), arrivando ancora una volta dietro alla sorella ma, come sempre, senza che questo rappresenti per lui il benché minimo problema. Anzi. Nel suo discorso di ringraziamento durante la cerimonia dirà: “Sono orgoglioso di ricevere questo premio davanti ai più grandi giocatori di basket della storia del basket insieme a Jordan: Magic Johnson e Cheryl Miller”. E se lo dici tu, Reggie…