articolo di Luca Spadacenta

 

 

Tratto dal libro “The Spurs Way. La storia di San Antonio, la dinastia più longeva della NBA

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Estate 2013

Gregg Popovich è seduto su una poltrona da giorni. Cerca di ascoltare del blues per distrarsi, ma la mente continua a tornare a quei maledetti 28.2 secondi.

Com’è possibile vanificare il lavoro di anni in così poco tempo?

Non si era mai sentito così in carriera. Eppure, di momenti complessi ne aveva passati molti. Nel dicembre del 1996, ad esempio, quando al suo debutto fu inondato di fischi dall’Alamodome per essersi autonominato coachal posto dell’amato Bob Hill. Per non parlare poi degli anni successivi al titolo del 1999, in cui si continuava a parlare di “titolo con l’asterisco”, un titolo arrivato quasi per caso e in cui più volte era sembrato vicino all’esonero. Il momento più complesso, però, arrivò nel 2010. La squadra sembrava ormai essere giunta al capolinea. La vecchia guardia si era ritirata e per i Big Three non si accumulavano solo gli anni, ma anche gli infortuni. Ad inizio stagione, R.C. Buford cercò di rilanciare la squadra prendendo Richard Jefferson, ma la sconfitta al Secondo Turno contro Phoenix per 4-0 segnò il punto di non ritorno. In quel momento, Popovich si guardò allo specchio e fu costretto ad accettare l’evidenza: il suo basket non era più adatto alla nuova NBA. Il ritmo lento, i quintetti con due lunghi e una grande solidità difensiva non erano più sufficienti per vincere. Serviva un gioco più moderno, fatto di ritmo, spaziature, circolazione di palla e tiro da tre punti, tanto odiato dall’allenatore dell’Indiana.

Intanto il blues continuava a coccolargli l’udito.

L’inizio di questo nuovo corso fu segnato però da un vero e proprio bagno di sangue. Dopo un’ottima Regular season, arrivò un’impronosticabile sconfitta al Primo Turno per 4-2 contro i Memphis Grizzlies, che sino a quel momento non avevano mai vinto una partita di playoffnella loro storia, figuriamoci una serie.
La stagione successiva non fu più fortunata: sconfitta per 4-2 in Finale di Conference contro gli Oklahoma City Thunder, dopo essere stati in vantaggio per 2-0.

Nonostante le sconfitte brucianti, gli errori e gli incidenti di percorso, però, la strada intrapresa sembrava quella giusta. I progressivi miglioramenti della squadra li avevano portati a 28.2 secondi dal quinto titolo. I dipendenti dell’American Airlines Arena di Miami avevano già posizionato i cordoni d’oro a bordocampo. Tutto era ormai pronto per la grande festa sul River Walk. Poi quel tiro. Quel maledetto tiro. Ray Allen, «lo specialista», era riuscito in un millesimo di secondo a gettare al vento un percorso durato più di tre anni.

Popovich ha cercato in tutti i modi di rendere meno amara la sconfitta.

Per prima cosa, dopo Gara-6, ha detto ai giocatori di vestirsi velocemente e di salire sul pullman della squadra. Gli Spurs avevano prenotato al suo ristorante preferito di Miami – “Il Gabbiano” – per festeggiare il titolo. Nonostante l’epilogo della partita, Pop aveva insistito per mantenere la prenotazione al ristorante. La sua squadra era stordita dal modo in cui era arrivata la sconfitta e secondo lui il modo migliore per superare il dolore era cenare tutti insieme, con i propri familiari. Ha passato l’intera cena in piedi, andando da un tavolo all’altro. Prima è andato da Ginobili per incoraggiarlo. Poi da Duncan, rimasto in panchina nei secondi decisivi. Passava da un tavolo all’altro, come se fosse un matrimonio, scherzando con i suoi giocatori e i loro familiari nel tentativo di distrarli da ciò che era appena accaduto. Due giorni dopo, però, arrivò l’inevitabile: sconfitta in Gara-7 e stagione finita.

Popovich ha aspettato quattro giorni e poi ha tenuto un incontro con i suoi Big Three. L’incontro è stato ancor più straziante delle ore dopo Gara-6. Solo poche domande, molto dirette:

Cosa stiamo facendo? Riusciamo a rialzarci? Rimaniamo? O siamo finiti?

I quattro sono usciti da quell’incontro senza avere delle risposte, ma con la promessa di rincontrarsi più avanti durante l’estate, dopo essersi schiariti le idee.

Pochi giorni dopo, Popovich è partito per il Montenegro con tre suoi amici nel tentativo di fuggire dai fantasmi di Gara-6. A fargli da guida c’era Zarko Paspalj, il primo grande errore della carriera dell’allenatore dell’Indiana. Alla fine del 1989, infatti, convinse Larry Brown a firmare l’ala piccola jugoslava, il cui talento era direttamente proporzionale all’amore per la pizza e le sigarette. Popovich era così convinto di poter rendere Paspalj un giocatore da NBA che lo ospitò a casa sua e lo portò da un santone russo che curava la dipendenza dal fumo con l’ipnosi. Al termine della prima seduta, però, Paspalj tornò a casa in taxi e Popovich fece in tempo a vedere l’ala jugoslava accendersi una sigaretta mentre l’auto ripartiva. Nonostante tutto, in quei mesi si costruì un legame che dopo più di venti anni era rimasto ancora molto forte.

foto eurohoops.net

Una volta terminato il viaggio e tornato a casa, però, si era presto reso conto di non esser riuscito a superare il dolore. La risposta a tutti coloro che gli ponevano una domanda sulla tripla di Ray Allen era sempre la stessa:

«Ci penso ogni singolo giorno da quando l’ha segnata, e mi riterrò felice quando riuscirò a pensarci solo una volta a settimana»

Adesso si trova lì, seduto su quella poltrona, a bere il suo pinot nero preferito, pensando al fatto che questa volta è finita, per davvero.

Ad aggiungersi a tutti questi pensieri, c’è anche una novità rispetto alle delusioni degli anni precedenti. Dalla stagione successiva non avrà più al suo fianco Brett Brown e Mike Budenholzer, rispettivamente il suo migliore amico e colui che considera da anni un figlio acquisito. Il primo, infatti, sarà il nuovo allenatore di Philadelphia, mentre il secondo di Atlanta.

Come avrà poi modo di ammettere, per la prima volta nella sua vita sta seriamente pensando al ritiro.
Un giorno, però, stanca di vederlo così depresso, sua figlia Jill decide di andare da lui e gli dice:

«Ok, papà, fammi capire, hai vinto quattro titoli NBA giocando cinque Finali, ci sono allenatori che hanno sempre e solo perso, ma tu povero GREGGY non puoi perdere perché sei speciale? Fai un favore a te stesso and get over yourself? (scendi dal piedistallo)»

Popovich la guarda e scoppia a ridere. Jill ha toccato le corde giuste. La figlia gli ha detto esattamente ciò che lui ha sempre preteso dai suoi giocatori. La strada verso il recupero inizia in quel momento.

L’allenatore convoca i Big Three all’inizio di luglio. Il primo a intervenire è Duncan: vuole rientrare. Parker si accoda subito dopo. Anche Ginobili, l’unico free agent dei tre, non esita neanche un secondo. Il giorno dopo il loro ultimo incontro aveva chiesto agli Spurs di assegnargli un allenatore personale ed era tornato in Argentina per lavorare con lui. Questa volta, non avrebbe raggiunto i suoi compagni di nazionale. Il desiderio di avere un’altra possibilità di vincere con gli Spurs era troppo grande.

foto Espn

Felice dell’esito dell’incontro con i suoi giocatori, Popovich convoca il suo nuovo coaching staff a San Francisco, dove passeranno ore e ore a riguardare Gara-6.

Il primo incontro stagionale della squadra si svolge a San Antonio, qualche giorno prima del Training Camp. L’ordine del giorno prevede una sola attività: riguardare ogni singolo fotogramma di Gara-6. Popovich vuole convincerli del fatto che non è stato il fato a farli perdere, ma tutti gli errori commessi prima del tiro di Ray Allen. La squadra è visibilmente scossa nel riguardare le immagini, Parker in particolare. Come dirà Buford, avevano bisogno di piangere per quella sconfitta in modo da poter andare avanti. L’idea di Popovich è quella di cacciare i fantasmi parlando del trauma, perché l’obiettivo rimane uno e uno solo: vincere.

Il Training camp si svolge all’Air Force Accademy, l’alma mater di Popovich. L’allenatore vuole mostrare alla sua squadra quella disciplina militare che ha plasmato la sua carriera. Inoltre, i 1800 metri di altitudine del Colorado e la solitudine del luogo sono l’ideale per aumentare la coesione della squadra, essenziale per affrontare una stagione così complessa da un punto di vista emotivo. Come spesso accade, Popovich riesce a stupire la sua squadra sin dal primo giorno. Il primo allenamento, infatti, consiste nel correre lungo un percorso a ostacoli cantando la canzone di combattimento dell’Air Force.

La regular season degli Spurs inizia il 30 ottobre con una vittoria contro i Grizzlies e procede senza intoppi. Terminano il mese di marzo senza sconfitte (16-0) e il record finale è 62-20: il migliore della NBA. Popovich vince il suo terzo premio di Miglior allenatore dell’anno, che lo porta al primo posto della classifica dei vincitori di tutti i tempi con Pat Riley e Don Nelson, ma è il primo ad averlo vinto sempre con la stessa squadra. R.C. Buford vince il premio di Executive of the Year, Parker viene inserito nel Secondo quintetto All-NBA, mentre Leonard nel Secondo quintetto difensivo. Inoltre, gli Spurs diventano la prima squadra della storia a terminare la stagione con tutti i giocatori sotto i 30 minuti di media, permettendo così alla panchina di viaggiare a circa 50 punti a partita. L’unico aspetto inquietante per Popovich è il record negativo contro tutte le contender, che può essere chiaramente un problema ai playoff.

Il giorno della prima partita dei playoff, Duncan entra silenziosamente nello spogliatoio e scrive “16” sulla lavagna: il numero di vittorie necessarie a San Antonio per vincere il campionato.
Le prime quattro sono molto complesse. Gli Spurs giocato malissimo la prima serie contro i Dallas Mavericks, nonostante il 4-0 in regular season negli scontri diretti. Il momento più complesso è dopo Gara-3, in cui Vince Carter mette il canestro della vittoria con una tripla allo scadere.

San Antonio – a quel punto sotto 2-1 nella serie – riesce in qualche modo a vincere in sette partite e a far scrivere a Duncan “12” sulla lavagna. Il numero “8” viene scritto dopo appena cinque gare contro i giovani Portland Trail Blazers, ma il grande scoglio arriva alle Finali di Conference: gli Oklahoma City Thunder dell’MVP Kevin Durant. La serie arriva a Gara-6 sul 3-2 per gli Spurs. A 5 secondi dalla fine della prima metà di gara, Tony Parker si gira la caviglia ed è fuori per il resto della partita, con Cory Joseph che prende il suo posto. Il cuore degli Spurs, però, è gigantesco e all’overtime riescono miracolosamente a vincere la partita e la serie.

foto Slam

Duncan può finalmente scrivere “4” sulla lavagna e da Est arriva la notizia che gli Spurs stanno aspettando dall’inizio della stagione: i Miami Heat sono in Finale NBA.

Il 3 giugno – due giorni prima di Gara-1 – Popovich convoca i suoi giocatori nella sala video del centro di allenamento. Guarda i suoi giocatori e dice loro:

«Sapete che giorno è oggi?»

Silenzio. A questo punto, sullo schermo compare la foto di un uomo di colore sulla quarantina, con la barba e le lentiggini. Patty Mills sussulta. La risposta arriva dal connazionale di Mills, Aron Baynes: «Oggi è il Mabo Day, coach». Popovich, a questo punto, inizia a raccontare la sua storia.

Eddie Mabo è nato e cresciuto a Mer (o Isola di Murray), situata nello stretto di Torres, che separa l’Australia dalla Nuova Guinea. Gli abitanti delle isole sparse nello stretto hanno dovuto sopportare per secoli le umiliazioni della segregazione, non vedendo riconosciuto loro neanche il diritto alla proprietà della terra, considerata invece dalla legge australiana Terra nullius. Questo termine significa de facto il mancato riconoscimento della presenza di abitanti su quelle terre prima della colonizzazione europea iniziata nel 1788, dunque il mancato riconoscimento da parte dell’Australia della natura di essere umano degli aborigeni. A metà degli anni ’70, Eddie Mabo iniziò la sua lotta contro la legislazione australiana, che terminò il 3 giugno 1992 – pochi mesi dopo la sua morte – con il riconoscimento da parte dell’Alta corte australiana del diritto di proprietà agli aborigeni. Oggi, Mabo è considerato il simbolo della lotta per i diritti degli aborigeni in Australia, tanto da esser stato seppellito a Mer tre anni dopo la sua morte con il rito tradizionale per la sepoltura dei re, che non si vedeva sull’isola da 80 anni.

Eddie Mabo

Nel corso degli anni, Popovich ha riempito lo spogliatoio della squadra con le parole di Jacob Riis, un riformatore sociale danese immigrato negli Stati Uniti nel XIX secolo, tradotte in tutte le lingue dei giocatori passati per San Antonio:

“Quando tutto sembra perduto, vado a guardare un tagliapietre che colpisce un masso cento volte senza neppure riuscire a scalfirlo. Eppure, al centunesimo colpo la pietra si spacca in due, e io so che non è stato quel colpo, ma tutti quelli che sono venuti prima.”

Per omaggiare il Mabo Day, Popovich ha fatto appendere questa frase tradotta in Meriam Mir, la lingua parlata nello Stretto di Torres.

Terminata la spiegazione di Popovich, Mills – visibilmente commosso – interviene e racconta la sua storia. Il padre è nato e cresciuto nello stretto di Torres e Mabo era suo zio. Generalmente, gli Spurs si affidano alla Trinity University di San Antonio per la traduzione della storia del tagliapietre. Questa volta, invece, la lingua è così poco conosciuta che l’allenatore ha chiesto direttamente ai parenti di Mills di tradurla.

Sua madre, invece, fa parte delle “generazioni rubate” australiane, ovvero quei bambini aborigeni che tra il 1869 e il 1969 vennero sottratti alle proprie famiglie e “affidati” a famiglie di origine europea all’interno di un progetto di ingegneria sociale volto a “civilizzare” le future generazioni di aborigeni. Nelle vene di Mills, dunque, scorre il sangue di entrambe le popolazioni indigene australiane. Sino a quel momento, il suo ruolo nella rotazione era stato quello di sventolare asciugamani in fondo alla panchina. Dopo questa riunione, però, qualcosa si sblocca in Mills e Popovich ha a disposizione una nuova freccia al suo arco.

Popovich dedica spesso una parte delle riunioni della squadra alla cultura o alla storia dei suoi membri perché dal suo punto di vista questo crea maggiore coesione. Se questa usanza è poco diffusa in NBA, farlo due giorni prima della partita più importante della stagione è ancor meno convenzionale.

Terminata la prima parte della riunione, Popovich è pronto a spiegare il suo piano per vincere il titolo. È basato sul jujitsu, un’arte marziale giapponese, che usa la forza degli avversari per bloccarli. Negli anni precedenti, la grande forza dei Miami Heat era stata la loro aggressività difensiva. Per batterli, sarebbe stato necessario far correre a vuoto la difesa avversaria con tanti passaggi, movimento e decisioni prese in 0.5 secondi.

Si arriva finalmente a Gara-1 e gli Spurs partono subito forte, chiudendo il primo tempo in vantaggio. Durante l’intervallo c’è il primo colpo di scena della serie: l’impianto di condizionamento dell’AT&T Center ha un guasto e il secondo tempo si gioca a una temperatura di circa 40 gradi. I giocatori sono esausti, costretti a mettere dei sacchi di ghiaccio sul collo mentre riposano in panchina. Il grande caldo sembra favorire gli Heat, che tentano di scappare, ma San Antonio non molla. A 4:09 dalla fine, un nuovo episodio segna definitivamente il finale di partita. LeBron batte in palleggio Diaw e segna il -2. Gli Heat tornano in difesa, ma sono inspiegabilmente in quattro. James è rimasto sotto canestro, in preda ai campi. Come un ciclista, è arrivato disidratato e senza energie alla salita finale. Viene portato fuori dal campo dai compagni, che senza di lui crollano. Il finale è 110-95 e gli Spurs vanno in vantaggio.

foto nba.com

Gara-2 si gioca di nuovo in Texas. La partita è ancora una volta tirata, ma questa volta la spuntano gli Heat. 1-1 nella serie.

La svolta arriva in Gara-3, grazie a due mosse di Popovich. La prima è andare da Leonard, sottotono nelle prime due partite della serie, e dirgli:

«Al diavolo Tony, al diavolo Timmy, al diavolo Manu. Tu sai giocare. Tu sei il nostro uomo»

Popovich sa che Leonard può essere il giocatore decisivo. E, soprattutto, Popovich sa che il modo in cui il californiano è arrivato a San Antonio non può essere una coincidenza, ma solo un segno del destino.

 

Flashback. Giugno 2011

Popovich e Buford sono seduti nella stessa stanza. Mancano poche ore al draft e i due hanno appena deciso la loro strategia. L’obiettivo principale è riuscire ad ottenere una scelta alta perché nel draft c’è un giocatore che potrà cambiare il futuro della squadra: Jan Veselý. Buford prende il telefono e inizia a chiamare gli altri GM. Mette sul piatto il folle contratto di Richard Jefferson, la scelta numero 29 e Tony Parker. Quest’ultimo si era reso protagonista di una stagione iniziata con la notizia del suo tradimento a Eva Longoria con la moglie del suo ex compagno di squadra Brent Barry e terminata con una brutta serie contro Memphis, a cui aveva aggiunto un’intervista successiva in cui aveva affermato che i giorni da contenderper la squadra erano ormai finiti.

L’offerta migliore arriva dai Portland Trail Blazers: Tony Parker e la 29 in cambio di Batum, Andre Miller e la 21. Gli Spurs sembrano propensi ad accettare, ma ad un passo dalla chiusura dello scambio, Buford rilancia: per ottenere Parker, Jefferson deve andare in Oregon. La controproposta non viene accettata da Portland e il più grande errore della carriera di R.C. Buford viene evitato. A questo punto, però, con Veselý selezionato alla 6 dagli Washington Wizards, gli Spurs sono costretti a ripiegare sulla loro seconda scelta: Kawhi Leonard. Intorno alla chiamata numero 11, la linea telefonica tra Pacers e Spurs diventa rovente. I Pacers accettano in linea di principio di scambiare la scelta numero 15 per George Hill, ma rimane ancora un ostacolo: Phoenix. I Suns, infatti, si erano mostrati molto interessati a Leonard nei giorni precedenti al draft, ma durante l’intervista era apparso nervoso e molto sudato, quindi alla fine selezionano Markieff Morris, apparso più pronto e meno emotivo in una situazione di pressione. Si arriva alla numero 15 e Leonard è ancora disponibile. A questo punto, l’ultima parola spetta a Popovich. L’allenatore guarda verso il CEO degli Spurs, Danny Ferry. È letteralmente terrorizzato da ciò che sta per fare. Ama Hill con tutto sé stesso. È un giocatore intelligente, solido, adora il modo in cui sta in campo. Pop continua a ripetere: «Lo stiamo facendo veramente?». Alla fine, è costretto a prendere una decisione, la più difficile della sua carriera. Compone il numero di George Hill e, in lacrime, lo informa dello scambio.

foto nba.com

Torniamo a Gara-3. L’altra mossa di Popovich è mettere nel quintetto inziale Boris Diaw. La squadra cambia completamente volto e inizia a triturare gli Heat, portandosi in vantaggio nella serie. A fine partita, Popovich va da Leonard e inizia a prenderlo a pugni sul petto: è stato il migliore dei suoi.

Esistono cose in natura che non possono essere descritte, perché le parole non sono in grado di catturarne la bellezza. Gara-4 degli Spurs è una di queste. Gara-3 è stata la più grande prestazione corale della storia dei playoff. Gara-4 va oltre. Per 48 minuti, gli Spurs mostrano in campo la faccia migliore del Gioco. Un attacco spaziale, con passaggi, movimento di palla, triple, gioco in post, pick&roll, pick&pop, blocchi ciechi, decisioni prese in 0.5 secondi, tecnica, energia e altruismo. È quello che Popovich aveva chiesto sin dall’inizio ai suoi giocatori: il summertime. Il livello difensivo è ancora più alto di quello di Gara-3. Un clinic di pallacanestro, su entrambe le metà campo. La giocata della partita è una schiacciata in tap-in di Leonard. La partita termina 107-86. Gli Spurs stanno dominando ogni aspetto del Gioco. Sono stati in vantaggio 150 dei 192 minuti della serie. Stanno tirando con il 54,2% dal campo, seconda migliore prestazione di sempre dopo il 54,6% dei Lakers nel 1984. Se si tiene conto della percentuale reale, sono sopra a qualunque altra prestazione di sempre del 6%.

In Gara-5, Spoelstra prova a mettere Ray Allen al posto di Chalmers nel quintetto iniziale, giocando con LeBron James da point-forward. Inizialmente, la scelta sembra ripagare, ma la serie è ormai segnata. Gli Heat finiscono di nuovo nella lavatrice degli Spurs. La giocata del primo tempo è del giocatore con più fame di vittoria in assoluto: Emanuel David Ginobili. L’argentino si avvia verso la metà campo e sembra rallentare. Alza lo sguardo e vede che lo sta marcando Ray Allen. Fa finta di andare a destra, cambio di mano, accelera e posterizza Bosh con una schiacciata mancina a 2:46 dalla fine del primo tempo. Il pubblico esplode. Il «Ginobili al ferro» di Flavio Tranquillo sveglia chiunque stesse cercando di dormire. La difesa era schierata, era marcato. Ha fatto qualcosa di irreale. Dentro quella schiacciata c’è tutto quello che gli ha permesso, attraverso delusioni, errori e tanto lavoro, di partire da Bahia Blanca – dove a quindici anni non era nemmeno considerato uno dei dieci migliori giocatori della città – e arrivare ad essere l’uomo che forse più di tutti è riuscito a rappresentare l’essenza del Gioco più entusiasmante del mondo.

Nel secondo tempo, Mills inizia a bruciare la retina a ripetizione. Thiago Splitter mette una clamorosa stoppata su Wade, riscattandosi dopo quella subita l’anno precedente da LeBron James. Durante l’estate era stato a un passo dai Portland Trail Blazers, ma alla fine ha deciso di rimanere per vendicare la sconfitta dell’anno precedente.

L’ultima intervista stagionale di Popovich è composta da due frasi: «Good defense» ed «Everybody is playing well». Anche le Finals di Doris Burke possono dirsi concluse. L’ultimo quarto è solo una passerella. Gli Spurs vincono 104-87 e sono i nuovi Campioni NBA. Marco Belinelli diventa il primo giocatore italiano a vincere un titolo NBA.
Le cifre della serie sono impietose: gli Spurs hanno segnato il 66,5% di canestri assistiti, +51 rispetto agli Heat. Miami ha effettuato 256 passaggi in media a partita, San Antonio 353. La squadra e il sistema hanno battuto i singoli e il talento. Non si era mai vista una squadra giocare così bene in Finale.

 

Estate 2014

Gregg Popovich è seduto di nuovo sulla sua poltrona. Beve un bicchiere di Rock & Hammer e ascolta il suo disco blues preferito. È la stessa scena dell’anno precedente, ma questa volta è felice. Non riesce a smettere di pensare ad una frase che gli ha detto Patty Mills quel famoso 3 giugno. È un modo di dire degli abitanti dello Stretto di Torres, che tanto gli ricorda la storia del tagliapietre con cui ha tappezzato tutto lo spogliatoio:

Il tuo passato deve connettersi con il tuo presente per creare il tuo futuro.

E continua a riguardare le immagini dei festeggiamenti della sua squadra. Ci sono contemporaneamente il passato, il presente e il futuro della franchigia. Ci sono Avery Johnson, Sean Elliott e David Robinson, che è stata la ragione per cui la squadra è rimasta a San Antonio negli anni più complessi. Ci sono i Big Three, gli unici insieme a lui ad aver continuato a credere nella possibilità di vincere un altro titolo. Infine, c’è il nuovo MVP delle NBA Finals, Kawhi Leonard. Con la squadra nelle sue enormi mani, il futuro degli Spurs sembra poter essere ancora radioso.

La storia andrà diversamente, ma poco importa: il 15 giugno 2014 i San Antonio Spurs sono riusciti a portare a termine la loro revenge season.

foto Brendan Maloney-USA TODAY Sports