di Alessandra Orsili

 

Sono Alessandra Orsili, gioco a basket e devo ancora compiere 18 anni.

Scrivo queste poche righe perché il 14 luglio e l’11 agosto sono successe due cose incredibili. O meglio, è successa la stessa cosa due volte: mi sono trovata sul gradino più alto del podio con altre 11 ragazze con la maglietta del colore della mia.

Avevamo una medaglia al collo: era d’oro.

Sarajevo prima, Klatovy poi. In mezzo un salto a casa e tanti pensieri. Provo a raccontarvi cos’è successo, in quest’estate indimenticabile.

Ciao nonna!

Chi si inventa aforismi non sbaglia mai:
“Scalare una montagna è faticoso, ma la vista in vetta è stupenda”.
Ma se posso fastidiosamente puntualizzare direi che le emozioni non si provano a posteriori, perchè il valore di una partita sta nel viverla e non nel ricordare la vittoria.

 

In realtà della vista in vetta di cui mi vanto ne ho potuto disporre solo per pochi secondi: infatti non mi riferisco alla contemplazione delle medaglie, alle innumerevoli congratulazioni ricevute o all’apprezzamento del publico.
La vista stupenda l’ho trovata nei visi commossi delle neo-campionesse.
Negli occhi folli dei genitori sugli spalti.
Nell’emozione di uno staff che ha versato lacrime e sudore permettendoci sempre la miglior prestazione.

Saltare e abbracciarsi è bello!

Nella settimana intermedia tra le due avventure, ho verificato una teoria sull’interpretazione dei sogni. Si crede che in corrispondenza di un certo livello di stress mentale e fisico è possibile fare sogni in cui ci si immagina di correre, o faticare in un qualsiasi altro modo.
Beh, vi dico che nelle notti di quella settimana, ho sognato di fare il peggior CrossFit della storia.
Più cercavo di rilassarmi e godermi l’apparente “Primo Oro”, più mi agitavo al pensiero dell’imminente partenza.

 

L’Europeo u18 che tanto mi aveva innalzato emotivamente, sarebbe stato causa della vertigine cosmica che avrei provato di li a poco al raduno u20.
Le domande erano poche, ma precise:

 

“Deluderò le aspettative?
“Saprò reagire a un totale cambiamento?”

 

Non potete biasimarmi: arrivare in un ambiente “professionale” nel quale tentare di riconfermarsi non solo come giocatrice, ma anche come persona e compagna di squadra, era difficile.
Dovevo ripartire da zero dal punto di vista tecnico, concentrandomi sul mantenere l’intensità dell’allenamento più alta possibile.

Devo tornare in Azzurro, lasciami passa’

Il 23 luglio è stato il giorno. Ho fatto le valige, direzione Udine per raggiungere le mie nuove compagne nell’ultima dieci-giorni di raduno. Prima di dirigermi lì, però, sono stata con Ilaria Panzera a Sky, dove iniziava il cammino della nazionale maschile verso il Mondiale.
Eravamo lì per festeggiare il nostro oro U18, ma la testa non poteva che essere già proiettata alla prossima sfida. Questa tappa milanese è stata un’ulteriore occasione per prendere consapevolezza di quello che avevamo fatto, e di quello che sognavamo di continuare a fare.

Mamoli mi sembra perplesso 🤔

Se l’europeo u18 è stata una cavalcata entusiasmante, in cui non abbiamo mai perso e ci siamo sentite invincibili, quello u20 è iniziato in maniera completamente diversa. Due sconfitte, con Olanda prima e Francia poi. La seconda poi, perdendo 34–52. Non ci sentivamo sicuramente invincibili in quel momento.
Poi quell’urlo di Giulia con la Germania. La fotografia del nostro Europeo che inizia, e chissà cosa può succedere da qui in avanti.

Siamo arrivate.

Ed è proprio contro la Francia che ci siamo ritrovati, una settimana dopo, a vincere una semifinale incredibile. Dopo aver battuto la Spagna, che aveva sempre vinto l’oro u20 nelle cinque precedenti manifestazioni.
Ed eccoci qui. Di nuovo sul gradino più alto del podio. Battiamo anche la Russia in finale. Cocca segna i due punti che ci mandano avanti. Abbiamo vinto davvero.

 

Oro. Ancora Oro.

 

Nell’immediato post europeo u18 avrei detto erroneamente: “L’oro è un qualcosa di irripetibile!”
Nel paradosso, è assolutamente ripetibile e le sensazioni provate si amplificano rispetto alla prima volta.
Siamo impotenti di fronte alle reazioni chimiche che si innescano: La paura che ti assale un attimo prima di mettere piede in campo soffocata poi, dalla spinta emotiva della squadra che ti incita incessantemente.
Negli ultimi secondi di una partita quasi vinta i brividi ti percorrono rendendo la pelle carta vetrata e il respiro, compromesso dalla fatica, si prolunga in un grido di toccante liberazione.

Strette a coorte.

A prescindere dalla nostra volontà, durante un percorso accadono cose belle e brutte; la nostra fortuna sta nell’avere la facoltà di decidere come reagire.
Tutto quello che possiamo fare è liberare le passioni da ogni gabbia mentale che circoscrive le nostre possibilità.
Siamo tutti consapevoli del fatto che grandi risultati sono il frutto di un’immensa fatica e chi non lavora non ha il lusso di gioire a fine gara.
Con innocente convinzione vi dico che mi sono fatta un culo enorme per raggiungere i miei obiettivi! …che per giunta, sono stati tutti prematuramente segnati nel mio intimo diario, sotto la denominazione di:
“Se ci lavoro con costanza magari posso…”

Pazzesco.

Non ci conosciamo mai troppo bene fino a quando non ci confrontiamo con i cambiamenti. Smisurata è la quantità di cose che ho capito su di me in questi 2 mesi e mi prendo la responsabilità di giurare a tutti che nonostante le inevitabili difficoltà, questa estate è stata la migliore della mia vita e prescindendo dalle vittorie ringrazio per la stupenda compagnia (u18, u20 staff e ragazze).
Ringrazio per la fiducia, la solidarietà e per la comprensione.
Ringrazio per il supporto da casa e dagli spalti.

 

E un grazie lo dedico allo sport che testimonia quanto contagioso è l’amore che ci lega al simile e ci attira al diverso, che giustifica i conflitti e sensibilizza alla pace.

Bocche apertissime.