“I’m not fucking leaving!”

L’esclamazione esaltata di un Jordan Belfort gonfio di esaltazione e di almeno sei diverse sostanze stupefacenti, nella magistrale interpretazione di Leonardo di Caprio in The Wolf of Wall Street: questo è stato il mezzo con cui Klay Thompson ha annunciato che resterà un giocatore dei Warriors.
Il contratto quinquennale che l’aspetta è forse il suo maggior punto di contatto col famigerato Belfort. Un quinquennale da 190 milioni, appena un deca in meno di quanti il famigerato broker riuscì a far perdere a svariati risparmiatori americani nel giro di sette anni.

Ma a differenza delle operazioni della Stratton Oakmont, il rapporto di qualità-prezzo delle stock di Klay Thompson è assolutamente garantito. Si parla di uno dei migliori al mondo nel ruolo di 3 and D, nonché uno di quelli dalle prestazioni più costanti e consistenti.

Klay nasce l’8 febbraio del 1990 a Los Angeles, California. La notte precedente i Lakers ne avevano dati 120 ai Bulls di Jordan e Pippen, con Magic Johnson e James Worthy che avevano combinato una cinquantina di punti in due. In campo, però, c’era anche Mychal Thompson, che era finalmente stato promosso in quintetto in seguito al ritiro di Kareem Kareem Abdul-Jabbar e aveva realizzato un’onesta doppia doppia. Si tratta del primo giocatore straniero selezionato con la prima scelta al Draft nella storia dell’NBA, nonché della prima scelta “discutibile” dei Portland Trail Blazers: quell’anno un certo Larry Bird scese fino alla sesta scelta, superato anche da Micheal Ray Richardson – uno che con Jordan Belfort ha già molto più in comune del nostro Klay e che per questo fu esiliato dalla lega, finendo a combinare guai anche alla Virtus Bologna.

Il piccolo Klay lasciò presto Los Angeles, seguendo il padre nell’avventura alla JuveCaserta di Vincenzino Esposito e Sandro Dell’Agnello, fresca di scudetto. Da un punto di vista tecnico fu un’annata buona ma non certo dominante per il padre, che era ormai a fine carriera e soprattutto era chiamato a raccogliere la pesantissima eredità del compianto Charles Shackleford. Tuttavia lasciò un buon ricordo, soprattutto dal punto di vista umano. In molti ricordano la partecipazione della famiglia ad una locale festa di Carnevale, con Mychal travestito come un gigantesco Batman – buona fortuna ai criminali – e un piccolissimo Klay mascherato da Zorro.

L’esperienza italiana di Klay fu estremamente fugace, perché dopo appena un anno la famiglia tornò negli Stati Uniti.

La destinazione era Lake Oswego, una cittadina sorta a fine ottocento ai margini dell’ultimo tratto della famosa Pista dell’Oregon e che oggi è un piccolo sobborgo ad una trentina di minuti in auto da Portland.
È tra il verde delle foreste e il grigio delle piogge torrenziali del North West che Klay ha trascorso la sua infanzia e, ancora oggi, considera quella zona come la sua vera casa – anche se in un serrato testa a testa con le Bahamas, sua patria ancestrale, e la Bay Area. La scelta sembra folle, specie se si pensa al confronto tra le acque cristalline di Nassau e quelle del Pacifico Settentrionale caratterizzate da potenziale ipotermia e da incontri ravvicinati con squali o foche grassissime.

Tutto risulta più comprensibile se si pensa che è qui che Klay ha scoperto la pallacanestro e, soprattutto, imparato il fondamentale del tiro: i luoghi dove nascono i grandi amori ci restano inevitabilmente dentro. 

 

Tutta quella pioggia,infatti,  gli forniva una buona scusa per chiudersi in palestra ad allenarsi. Tuttavia, pur avendo in casa un omone con due anelli di campione NBA, non fu dal padre che Klay imparò a tirare.
A gettare le fondamenta della sua attuale shooting form fu un amico di famiglia, un pediatra neonatologo: il Dr. Joseph Kaempf.

Costui fu un discreto giocatore ai tempi del liceo, ma niente di eccezionale. Abbandonata la carriera sportiva, gli rimase l’hobby di allenare squadre di ragazzini della scuola media, e tra coloro che beneficiarono dei suoi insegnamenti ci fu proprio Thompson. Nonostante il Dr.Kaempf sia sempre schermito da qualsiasi merito (“Sarebbe diventato così anche se avesse imparato da un fruttivendolo”), Klay gli riconosce un ruolo fondamentale nella sua formazione come giocatore. Anche il secondogenito del dottore, Joey, durante il biennio da riserva ai Santa Clara Broncos tirava col 40% dal campo e il 35% da 3 punti. E non aveva il talento naturale di Klay.

Mentre il figlio del dr.Kaempf entrava dalla panca a Santa Clara, Klay si dilettava in diversi sport. Eccelleva nel football come quarterback, al punto che babbo Mychal, con gli occhi di tutti i papà quando gioca il figlio, lo paragonava al leggendario Joe “Cool” Montana dei San Francisco 49ers.

Pur essendo abbastanza “silenzioso” quando si trattava di chiamare gli schemi, era molto dinamico, estremamente preciso nei passaggi e mostrava già buone abilità di decision-making. A 11 anni vince anche il campionato locale. Era forse più unico come giocatore di football che non di basket, ed è probabile che avrebbe suscitato l’interesse di diversi college se avesse continuato fino alla fine del liceo.

Non era male neanche nel baseball, dove giocava da lanciatore e da interbase, ma non sfigurava anche come battitore. La sua caratteristica principale – che ritroviamo ancora oggi nel suo stile di gioco – era la capacità di non farsi influenzare negativamente da un errore al lancio, restando con la “mano calda.” Tuttavia il fratello minore Trayce era più bravo di lui, al punto da essere anche draftato al secondo giro dai Red Sox una decina di anni fa.

Nonostante questa notevole versatilità atletica, la passione di Klay non poteva che rimanere la pallacanestro. La sua franchigia preferita, ovviamente, i Trail Blazers, ma non solo perché era stata la storica squadra del padre e quella locale: il suo giocatore preferito era Rasheed Wallace, trascinatore di quelli che da lì a poco sarebbero diventati i “Jail” Blazers in rotta col mondo.
Nel 1998 ebbe anche l’occasione di incontrare Michael Jordan e Scottie Pippen: si tratta di uno dei suoi ricordi preferiti, perché quando i Bulls venivano in città si DOVEVA andare a vederli. Un po’ come con i Warriors odierni.

Klay divenne amico dei due figli di Sheed  e anche di un giovane Kevin Love, il cui padre (anch’egli ex-giocatore NBA) risiede ancora a Lake Oswego. I due erano anche nella stessa squadra di baseball, dove Kevin era un ottimo lanciatore.

Klay ghigna in basso a sx, Love titaneggia mandando bacini. Probabilmente l’unica occasione di vederli insieme in maglia Lakers.

Le strade dei due futuri All Star si divisero al liceo: nel 2004 la famiglia Thompson infatti si trasferì di nuovo, spostandosi nella zona di Ladera Ranch, nel profondo sud della California.
Se a Lake Oswego l’odore della frontiera, ancora percepibile, si mescolava alle vibrazioni alternative-punk della vicina Portland, il nuovo ambiente era ben diverso.

Ladera Ranch era un complesso residenziale che esisteva da cinque anni, sorto nel bel mezzo all’arida vegetazione della SouthCal. Ben lontano dalle rotte dei pellegrini e dalle note di Kurt Cobain ed Elliott Smith.

Si trattò di uno shock non indifferente per il 14enne Klay: già taciturno di suo, ebbe grandi difficoltà ad accomodarsi alla nuova sistemazione e parlò il meno possibile in pubblico per diversi mesi. Alcuni dei suoi compagni al Santa Margarita Catholic High non scoprirono che era il figlio di un ex giocatore NBA fino all’anno successivo, giusto per dire quanto avesse parlato di sé.


Siccome when it rains, it pours, non riuscì ad entrare subito nella prima squadra del liceo (il varsity team) o nella seconda (junior varsity), dovendo accontentarsi di quella dei freshman, i ragazzi del primo anno.
Klay, che si incazza anche se perde a Risiko, non la prese bene e trascorse l’estate chiuso in palestra ad allenarsi. Solo che stavolta non c’era la pioggia dell’Oregon fuori, ma le assolate spiagge californiane, il mare, e le ragazze.

Durante quel periodo sviluppò anche grande una passione per lo skate, diventando anche bravino. Specie per la sua stazza, che complica le cose in questo tipo di sport. In seguito, per ovvie ragioni, gli è stato proibito da contratto di praticare lo skateboard, ma durante il Lockout del 2011 si è concesso più di un ollie nel parco privato dello skater professionista Ryan Sheckler.

Dopo il suo anno da sophomore Klay iniziò a fare alzare qualche sopracciglio: si mostrava come uno scorer molto prolifico, un eccellente tiratore e uno dei liceali più promettenti di tutta l’Orange County. I compagni presto lo amarono, sia per il suo talento che per il suo carattere genuino da “kid next door”: durante le partite spesso il coro “Klay! Klay! Klay!” echeggiava tra le mura della palestra, in particolare dopo l’ennesima tripla messa a segno.

Nacque anche una curiosa rivalità con un ragazzo di una high school rivale,  tale Joe Eberhard, che per caratteristiche era molto simile a Klay. Durante la stagione da Junior i due si incontrarono durante un torneo e Eberhard segnò 27 punti, a fronte dei soli 9 punti di Thompson. Tuttavia Klay andò vicinissimo alla tripla doppia, fornendo assist al fratello Trayce su ogni raddoppio che subiva, e alla fine la vittoria fu del Santa Margarita. Alla fine di quell’annata fu selezionato nel secondo quintetto All-Area e nel terzo quintetto dell’Orange County. Oggi il signor Eberhard fa il rappresentante per una compagnia che vende sistemi di sicurezza, e ovviamente tifa la squadra del suo antico rivale.

L’anno da senior di Klay, il suo ultimo anno liceale, fu quello in cui esplose come un piccione colpito da un treno: 21 punti di media, squadra trascinata ad un record di 30-5 e ben 7 bombe durante la finale statale. Venne nominato miglior giocatore del campionato ed MVP della Division III, ottenendo anche la selezione per il quintetto Best In The West e il secondo quintetto EA Sports All American.
Un’infornata di trofei e medaglie che mise sul chi vive tutti gli scout del college, lo rese un 4-star prospect e lo inserì di diritto nel panorama dei prospetti giovanili più interessanti.

Diversi programmi universitari dimostrarono interesse nei suoi confronti: tra questi Notre Dame, Pepperdine e Michigan, ma fu Washington State a convincere maggiormente Klay, che finì col tornare nel suo Nord-Ovest.

Michigan superò in fretta la delusione, visto che nel giro di due anni mise su uno squadrone (Hardaway Jr, Robinson III, Levert, Burke) e arrivò alla finale NCAA del 2012; Più sfortunata Pepperdine, che due anni prima aveva reclutato il fratello maggiore Mychel Thompson: i tifosi di Varese lo ricorderanno con amarezza.

Il “nostro” Thompson, chiaramente agitatissimo e ansioso di fare impressione durante la sua recruit interview,si presentò in sandali col calzino bianco come i turisti tedeschi sul lago di Como. Poi anziché partecipare alla festa della sera andò a fare due tiri nella palestra dei Cougars, come suo costume.
Arrivò e senza scaldarsi mise 10 bombe di fila davanti ai suoi futuri compagni: questi rimasero ad osservarlo sbigottiti dopo che li ebbe salutati e si allontanò. Non è chiaro se furono più turbati dalle triple o dal sandalo.

Non contento di questa power move, si guadagnò il diritto alla maglia numero 1 battendo il compagno che la deteneva, Marcus Capers, in una sfida 1vs1 vecchio stile, rimontando da uno svantaggio di 4-10. Dopo ciò il suo ruolo di leader della squadra fu decisamente incontrastato, ma Klay non mutò il suo carattere: passava gran parte delle serate a casa a giocare tranquillo a Mario Kart oppure a guidare per le colline vicino al campus.

Una delle poche volte che riuscirono a convincerlo ad andare ad una festa fu perché gli dissero che gli ospiti avevano il videogioco Rock Band: a Klay si illuminarono gli occhi. Passò la serata ad infrangere tutti i record del gioco, mentre le ragazze presenti lo guardavano con uno sguardo a metà tra l’offeso e il disgustato. 

Nel suo anno da freshman le cifre sono abbastanza contenute: con 12 punti di media è il terzo miglior realizzatore della squadra. Meglio di lui fanno solo due giocatori. Uno è Taylor Rochestie, che l’anno successivo vincerà da MVP l’Eurochallenge con Gottingen e finirà col ritagliarsi una discreta carriera in Europa, passando anche per Biella e Siena; l’altro (sic!) è il mazzuolatore seriale Aron Baynes, da poco passato ai Suns dopo stagioni positive a Boston.
Nonostante questo grave smacco, a Klay resta la consolazione della precisione dall’arco,visto l’ottimo 40% nel tiro da tre, e la nomina nel quintetto All-Freshman della conference..
L’anno successivo, con gli addii di Rochestie e Baynes, resta l’unico elemento di talento nella squadra, e gli consegnano le chiavi dell’attacco: per lui 19 punti di media, 5 rimbalzi e 2 assist, più la nomina nel primo quintetto della Conference,  ma l’aiuto dai compagni è veramente troppo poco: Washington State termina la stagione ultima.

La sua ultima stagione al college è straordinaria: è primo nella conference per tiri e triple tentate, ma anche in quelli effettivamente realizzati; secondo per percentuale dall’arco (sempre intorno al 40%), primo per minor numero di palloni persi, quinto in palloni recuperati (piccoli accenni al suo futuro da grande difensore) e, infine, primo per punti realizzati.
Non può mancare la nomina al primo quintetto della Conference, e Washington arriva ad un sudatissimo sesto posto.

Di sicuro un buon biglietto da visita per Klay, pronto a dichiararsi eleggibile per il draft del 2011.

Quando i Warriors selezionarono Klay con la scelta numero 11, fino a quel momento il loro storico al Draft era stato tutt’altro che incoraggiante: su 18 giocatori in lottery, solo 4 erano diventati dei titolari a lungo termine. Uno era Steph Curry, scelto due anni prima. Gli altri erano Andris Biedrins e Adonal Foyle, che non avevano certo spaccato la lega in due. Biedrins, anzi, aveva parecchio deluso le aspettative.
In più i dubbi su Thompson non erano pochi: il suo 46% da 3 a livello collegiale non era nemmeno tra le migliori cinquanta percentuali nella precedente stagione, e la sua difesa non era esattamente una known commodity fino a quel momento.

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Nonostante ciò, erano già arrivati dei pesanti endorsements: giusto per citarne uno, l’allora team president dei Knicks, Donnie Walsh, dopo averlo visionato durante il provino lo aveva paragonato addirittura a Reggie Miller.

Jerry West, che era da poco arrivato come consulente ai Warriors e che nel 1987 aveva portato suo padre ai Lakers, come lo vide non ebbe dubbi, e premette per averlo. Il grande punto di domanda era se Thompson fosse in grado di fornire punti in uscita dalla panca e – sul lungo termine – di sostituirsi ad un Monta Ellis che sembrava già sui blocchi di partenza.

A causa del lockout, si trattò di una stagione anomala che iniziò solo a dicembre. Klay si innamorò di un piccolo cucciolo di bulldog, Rocco, che prese con sé e che ha da allora. Il coach, Mark Jackson si innamorò invece del tiro di Klay, arrivando al punto da dirgli, dopo appena qualche gara, che non lo avrebbe mai sostituito a causa di errori al tiro. Si tratta di una frase che non andrebbe MAI detta ad un tiratore di nessuna categoria: uno dei difetti di Klay ai suoi primi anni fu proprio la sua tranquillità nell’ostinarsi a tirare tutto anche quando non era serata.

Rocco che ignora le telecamere e risponde ai suoi bisogni più impellenti

Non gli mancò un buon minutaggio, complici anche svariati guai fisici di Steph Curry che lo tennero lontano dai campi per quaranta partite e allungarono le rotazioni: a febbraio mise in fila una striscia di sei gare in cui segnò 11 punti in 18 minuti tirando con un illegale 56% del campo e 62% da punti.

Fu abbastanza per convincere il front office, che da lì ad un mese scambiò Monta Ellis per Andrew Bogut. La stagione, pur terminando col pessimo record di 23-4 e conclusa con un tanking selvaggio, aveva gettato le basi per la creazione del primo storico gruppo vincente dei Warriors odierni.

Thompson e Curry non ebbero modo di amalgamarsi bene fino alla seconda stagione di Klay, a causa degli infortuni di Steph nella stagione precedente: quando ne ebbero l’opportunità, però, l’entusiasmo fu palpabile. Mark Jackson arrivò a dire (nel 2012!) che fossero il miglior backcourt al tiro di sempre, e dopo una partita contro i compianti Bobcats in cui i due avevano combinato 25 punti e 7 triple in un tempo, nacque il soprannome Splash Brothers: si tratta di un omaggio ai Bash Brothers Jose Canseco e Mark McGwire, storici giocatori di baseball degli Oakland Athletics. Da allora sono praticamente come fratelli, o almeno cugini di secondo grado.

Attenzione, contiene scherzi di Curry e domande a doppio senso (How much do you feed off the D?)

La stagione di Thompson fu tuttavia ricca di alti e bassi. Alle serate in cui non poteva sbagliare neanche volendo si accompagnavano partite in cui il canestro sembrava stregato. Agli addetti ai lavori era saltata all’occhio la sua abilità difensiva: era lui che veniva chiamato a marcare il miglior esterno avversario, da Kobe Bryant a Tony Parker, ma commetteva ancora qualche errore di inesperienza. Tra i tifosi iniziò a farsi sentire qualche vedova di Monta Ellis, nonostante quest’ultimo fosse tutt’altro che costante al tiro e in difesa fosse un casello autostradale. Si parlò addirittura di trade in prossimità della deadline, ma lo staff tecnico e dirigenziale non sembrò mai prendere davvero in considerazione l’idea.

I Warriors riuscirono ad arrivare ai playoff e proseguirono fino alla semifinale di conference, dove furono piegati dagli Spurs: non ci riuscivano da sette anni, ossia dai tempi del leggendario We Believe Team di Baron Davis, e prima di allora non raggiungevano la postseason dal 1995.

Uno degli highlight della seconda stagione di Klay fu quando si trovò coinvolto in una rara mini-rissa con George Hill e Roy Hibbert dei Pacers. Fu multato di 35.000 dollari. Klay, che all’epoca soffriva terribilmente quando doveva pagare 40 euro per divieto di sosta, la prese male. Suo padre Mychal la prese peggio, e dopo aver registrato il fatto per farlo vedere alla moglie (“Guarda che ha fatto quello scemo di tuo figlio”) ha annunciato alla radio che gli avrebbe abbassato la paghetta. Perché si, apparentemente le buste paga di Klay le gestivano ancora i suoi genitori, e quindi Klay si beccò una multa “in casa” per essere stato multato.

Se durante il corso del 2013-14 Thompson continuò a progredire in maniera lenta ma costante le sue abilità, in una squadra da 50 vittorie stagionali, il tragico finale di stagione sembrò cancellare tutto. In una serie di playoff in cui il sistema offensivo dei Warriors venne castrato dalla difesa dei Clippers versione Lob City, tutti i difetti di Thompson vennero rinfacciati dai tifosi delusi: la sua scarsa capacità di palleggio, la mancanza di versatilità offensiva, la sua tendenza a continuare a prendersi tiri anche in serate dalle scarse percentuali.

Come se non bastasse, esplose la voce di una possibile trade per Love – il grande free agent di quell’estate, nonché vecchio amico di Klay – che saltò perché il front office non era disposto a separarsi dal prodotto di Washington State, e ai tifosi sembrò una grossa occasione persa.

Enter Steve Kerr, e tutto cambiò radicalmente.

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Nell’anno in cui i Warriors vinsero il titolo e Stephen Curry cambiò il modo di giocare a pallacanestro, anche Klay ebbe il suo anno di consacrazione. Aggiungendo finalmente al repertorio offensivo delle entrate più frequenti e più efficaci, che gli consentirono di essere meno monodimensionale in attacco, sembrò acquisire più fiducia nei propri mezzi. Il sistema offensivo di Kerr gli consentiva di sfruttare al meglio la sua abilità nel catch-and-shoot e costringeva le difese ad aprirsi e a creare mismatch.  Si confermò anche un difensore molto efficace, in grado di coprire i difetti di Curry e, in combinazione con Draymond Green, di mettere in difficoltà gli attacchi avversari in situazioni di pick and roll. E poi c’è QUELLA partita contro i Kings.

Semplicemente sembrava non potesse sbagliare. Si tratta di una sensazione che tutti provano, prima o poi, persino al campetto: ogni tiro sembra telecomandato, come se la palla scorresse su un binario che termina inevitabilmente nel canestro. Ma nessuno, probabilmente, ha avuto la mano così calda per una durata di tempo così estesa.

Durante quella stagione Klay fu nominato All Star e partecipò per la mia prima volta al Three Point Contest, ma arrivò terzo dietro a Kyrie irving e a Steph. Con la sua nota attitudine verso le sconfitte, non fu una sorpresa che nessuno lo vide alla festa che si tenne dopo la gara.

Se la legò al dito, ma fu comunque una grande soddisfazione per lui partecipare all’All Star Weekend, trascorso tra i flash delle macchine fotografiche le sessioni di autografi con i tifosi. E poco importa che la pizza ai peperoni mangiata al giovedì a Manhattan gli avesse tenuto lo stomaco in subbuglio per tutta la notte.

Il problema storico di Klay, la poca consistenza, sembrò venir definitivamente meno durante la stagione successiva al titolo: le sue statistiche rimasero pressoché invariate, e confermò quanto di buono aveva fatto vedere durante la precedente annata. I Warriors avevano tra le mani una vera e propria stella, che ricoprì un ruolo fondamentale durante la cavalcata alle storiche 73 vittorie in regular season e anche durante i momenti difficili dei playoff, con gli infortuni a Curry e Bogut e le sospensioni di Draymond Green. Si segnala soprattutto la straordinaria gara 6 contro i Thunder, con 11 triple realizzate. Che ha dedicato al defunto cane di un suo amico del liceo.

Ebbe anche modo di rifarsi dopo lo smacco al 3 Point Contest, ma fu una magra consolazione rispetto alla disfatta delle Finals contro i Cavs di Lebron: i Warriors, decimati dagli infortuni, furono la prima squadra della storia a farsi rimontare in finale da un vantaggio di 3-1, dando il via ad una serie infinita di memes

Don’t let this distract you from the fact that the Warriors blew a 3-1 lead


L’arrivo di Kevin Durant, giunto durante l’estate del 2016 tra mille controversie per riportare il titolo nella baia, aveva destato qualche dubbio sul futuro di Klay in maglia Warriors: l’aggiunta di un grandissimo
scorer sugli esterni, si pensava, avrebbe portato ad una riduzione delle cifre e, forse, anche del minutaggio per Thompson. Tuttavia Klay sorprese tutti mantenendo, ancora una volta, costanti le proprie statistiche, confermandosi come uno dei giocatori più affidabili dell’intera lega.

La partita contro Indiana in cui palleggiò non più di 11 volte, tenne la palla in mano per neanche due minuti e realizzò un totale di 60 punti in meno di 30 minuti di impiego è forse la prestazione più pragmatica di sempre da parte di un giocatore NBA.

La sua media punti migliorò per il suo sesto anno di fila, e la sua difesa fu fondamentale durante il corso della stagione ma soprattutto durante le Finals vinte contro i Cavs: nella sola gara 1, gli avversari segnarono 1 solo canestro su 12 quando difesi da Klay. Da non sottovalutare che da quando, a marzo, autografò un tostapane, i Warriors registrarono un record di 31-3.

Perplessità evidente

Nell’estate del 2017, quando i video della sua vacanza in Cina divennero virali, il mondo scoprì il lato involontariamente comico di Klay Thompson. Se davanti alle telecamere e in campo raramente manifestava emozioni e si manteneva calmo e composto, durante questo viaggio raggiunse livelli di intrattenimento da Shaquille O’Neal.
Si segnalano un airball clamoroso e diverse reminiscenze delle ore spese a giocare a Rock Band al college.

L’obiettivo di Klay per la stagione 2017-18 era di raggiungere il club dei 50-40-90, tirando con almeno il 50% dal campo, il 40% da tre e il 90% ai liberi: si tratta di un risultato raggiunto da pochissimi giocatori, tra cui Larry Bird, Mark Price, Reggie Miller, e Dirk Nowitzki. Ma più recentemente anche Durant, Curry e Malcom Brogdon ci sono riusciti.

Nonostante Klay abbia fallito il suo obiettivo prestagionale, disputò comunque una stagione stellare. Non solo si è fatto carico della squadra durante le assenze per infortuni di Curry – in particolare nella serie contro San Antonio –  ma ha letteralmente dominato difensivamente i Rockets durante le finali di conference. Harden e Paul hanno segnato 17 canestri su 41 quando marcati da Klay e, su 100 possessi, hanno prodotto una trentina di punti in meno rispetto ai loro abituali standard. Con un’altra gara 6 for the ages Klay ha salvato i Warriors dall’eliminazione, indirizzandoli verso l’ennesimo titolo. Il tutto nonostante alcuni infortuni pesanti tra una gara e l’altra degli ultimi due round di playoffs.

Dopo aver dato così tanto, non c’è da sorprendersi che sia stato battuto da una bambina nel suo tour estivo in Cina – volume due.

L’ultima stagione dei Warriors è iniziata a tutto gas con un record di 10-1. A ottobre, dopo un’iniziale appannamento, Klay ha realizzato 52 punti contro i Bulls, infrangendo l’ennesimo record con 14 triple segnate in una sola partita. L’annata si è però presto complicata, con le tensioni tra Green e Durant, l’imminente e annunciato addio dello stesso KD. Per non parlare degli infortuni, che hanno piagato Golden State per tutta la stagione e hanno avuto un grande fattore nella vittoria finale di Toronto.

Il doppio infortunio di Klay nel finale di stagione – proprio lui che non aveva mai saltato una gara di playoff fino a quest’anno – è stato il colpo di grazia ad una squadra che ha dimostrato, ancora una volta, come assemblare un super team non sia una condizione sufficiente per vincere un titolo. Di sicuro, dopo l’investimento di 190 milioni su un giocatore che deve tornare da un infortunio lungo e difficile, c’è che Klay rimarrà nella baia ancora a lungo. L’aggiunta di D’Angelo Russell, in sostituzione del partente Durant, lascia aperto qualche legittimo dubbio: ma il ragazzo, pur necessitando di avere molti palloni in mano, si è adeguato bene ad un altro sistema non lontanissimo da quello dei Warriors – il pace&space dei Nets – e ha tutte le caratteristiche per fare bene.


Pare che Klay farà anche parte del sequel di Space Jam, assieme a Lebron James: ma anche se dovesse prestare i suoi talenti alla squadra dei Looney Tunes (o dei Moonstars?) per una partita, sembra ben intenzionato a restare un warrior 4 life, per tornare al tweet con cui ha annunciato il rinnovo.

E se dovesse perdere il talento definitivamente, sicuramente gli rimane la possibilità di esprimere opinioni tecniche riguardo al pericolo delle impalcature pericolanti di New York, tra una partita a Mario Kart e un viaggio in Cina a cazzeggiare.