illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Roberto Gennari e Marco Munno

 

 

 

Quanto può essere difficile per un uomo liberarsi dell’ombra del proprio padre? E quanto può essere duro cercare di superare il proprio padre se questo è stato uno dei migliori nel fare una cosa?

Quando Steph Curry approda in NBA, chiamato alla numero 7 dello spettacolare Draft 2009 dopo tre anni di college a Davidson, in cui si è costruito la fama di eccellente realizzatore ma forse troppo gracile per gli standard NBA, è sostanzialmente il figlio di Dell Curry, considerato uno dei tiratori più mortiferi degli anni novanta. Dodici anni dopo, possiamo dire che le cose non stavano proprio così, e che di motivi e di giocate per lustrarci gli occhi, il ragazzo ce ne ha dati più di uno. Ne abbiamo messi in fila 30: come il suo numero di maglia.

 

 

1. L’iconica tripla della vittoria contro i Thunder

Se volessimo racchiudere in una singola giocata una descrizione completa di Steph Curry, sarebbe con ogni probabilità la tripla della vittoria infilata al supplementare del match contro i Thunder, nel corso della stagione 2015/16, quella in cui i Warriors fissarono il miglior record di tutti i tempi in una stagione regolare della NBA. In quella gara, pareggiò l’allora primato di triple realizzate in singola partita (con 12), divenne il primo a segnare almeno 10 triple per più gare consecutive, ma soprattutto impose nell’immaginario collettivo la propria figura di dominatore del gioco grazie ad un tiro dal range ampissimo, mai visto sino a quel momento nella storia della palla a spicchi.

 

 

2. Lezione di danza per Rudy Gobert

“Così piccolino, se fosse marcato stretto e sentisse il fisico, non farebbe così bene in campo”. Uno dei tipici discorsi che di tanto in tanto escono fuori, nel commentare le strisce realizzative di Steph.
Rudy Gobert non ha di certo la velocità di piedi adatta, ma a livello di presenza fisica e di protezione del canestro non ha uguali nella Lega; tuttavia, quando si è trovato faccia a faccia con Curry dietro l’arco dei tre punti, questo è stato il trattamento che gli è stato riservato.

Trovare l’antidoto alle capacità offensive del numero 30 non è proprio così banale.

 

 

3. Il rispetto di Kobe

E che non sia così banale lo hanno riconosciuto anche i più grandi campioni con cui ha duellato in questi anni sul parquet. Prendi un difensore arcigno, nonchè conoscitore di due o tre cosine anche nella metà campo offensiva, come Kobe Bryant: pure per il Mamba, nonostante il massimo impegno, è arrivato il trattamento Curry, con il conseguente rispettoso riconoscimento alle qualità del numero 30 dei Warriors.

 

 

4. Rovente a Davidson

Se c’è una cosa che salta all’occhio di chiunque lo veda giocare, sia anche l’osservatore più distratto, è la velocità del rilascio di tiro di Steph, sia in uscita dai blocchi che direttamente dal palleggio. Questa caratteristica, ovviamente massimizzata da anni e anni di allenamento, è però sempre stata presente nel gioco di Steph, fin da prima di approdare in NBA. Anche quando era uno scricciolo che vestiva la canotta biancorossa di Davidson, il difensore non faceva in tempo a mettergli una mano davanti che la palla aveva già lasciato i suoi polpastrelli…

 

 

5. Prime triple decisive, a Davidson contro NC State

Pure la fiducia nei propri mezzi è sempre stato un marchio di fabbrica del figlio di Dell. Dopo una partita disastrosa contro Loyola, in cui aveva chiuso a ZERO punti segnati, e una contro NC State in cui, a dispetto del box score, aveva faticato da oltre l’arco (3/13 prima di questa azione), con la sua Davidson avanti di uno e poco più di un minuto da giocare, il numero 30 decise di mettere così il sigillo sulla partita, sotto gli occhi di un meravigliato LeBron James, suo concittadino e futuro avversario di mille battaglie, al piano di sopra.

 

 

6. La prima partita giocata in NBA

Al draft del 2009 non tutti si fidarono delle gesta di quel piccoletto al college. Addirittura i Timberwolves, con due scelte a disposizione prima dei Warriors e in cerca di un playmaker, gli preferirono il golden boy spagnolo Ricky Rubio e Jonny Flynn (quest’ultimo fuori dalla Lega in quattro stagioni, visto tra l’altro anche in Italia a Capo d’Orlando) .

Steph finì quindi nella Baia, partendo subito titolare all’esordio, con simboliche chicche dispensate nel corso del match di debutto nella NBA.

Prima azione: assist a Stephen Jackson, come a simboleggiare una connessione col team del We Believe, gli ultimi Warriors in grado di emozionare gli spettatori, dei quali Jackson era uno dei protagonisti.

Seconda azione: conclusione “pazza” in transizione, con una tripla scagliata senza paura.

Se non erano segnali questi…

 

 

7. La classe del rookie

I primi sprazzi di talento arrivarono subito. Steph compensava le mancanze di quel fisico effettivamente sotto la media della Lega con l’utilizzo di tecnica sopraffina: un ball handling eccezionale, misto ad una serie di cambi di velocità con cui prendeva il tempo a qualsiasi difensore, per poi punirlo con tiri da fuori o soluzioni in penetrazione con equilibrio precario… ma massima efficienza. Anche gente arcigna come Chris Andersen dovette accorgersi, suo malgrado, che quel ragazzino aveva qualcosa di speciale…

 

 

8. La prima tripla doppia in carriera

 Ovviamente la prima qualità che si associa a Curry è l’efficienza del suo tiro da fuori, e conseguentemente la statistica più affine al ragazzo di Akron è quella dei punti segnati. Mette però in ombra la sua abilità da passatore eccezionale, facilitatore per i compagni nonchè sublime esteticamente; aggiungiamoci anche la capacità di comprensione del gioco e otteniamo un tabellino sporcato spesso in tante voci, che non può sorprendere più di tanto. Firmò la sua prima tripla doppia già nell’anno da rookie: 36 punti, 13 assist, 10 rimbalzi. Precoce.

 

 

9. Papà Dell e il piccolo Steph

D’altronde, sin da piccino aveva le idee chiare: dichiarava tranquillamente negli spot televisivi di voler seguire le orme del padre nel diventare un giocatore NBA. Dell Curry ebbe un buon successo in carriera come guardia tiratrice, specialista del tiro da 3 punti (chiuderà la carriera con 11.7 punti a partita e soprattutto con il 40.2% per le conclusioni scagliate da dietro l’arco) e all’epoca miglior realizzatore della storia dei Charlotte Hornets: ma Steph nel futuro si è preso indiscutibilmente lo scettro del migliore in famiglia.

 

 

10. Papà Steph e la piccola Riley

Ok, siamo onesti: il migliore FINORA.

A parte gli scherzi, se qualche volta vi è capitato di pensare che Steph Curry non sia umano, possiamo capirvi, è successo anche a noi: sempre concentrato, sempre in movimento, sempre attento a creare vantaggi per sé stesso e per i compagni. Ma qui c’è la prova che al mondo c’è qualcuno in grado di deconcentrarlo, di farci vedere che Steph è uno come noi. Ok, più o meno.

 

 

11. Il fratellino Seth

A proposito di famiglia: Steph non è l’unico rampollo di Dell ad essere diventato un giocatore professionista nella Lega. C’è pure il fratello minore, Seth, che dopo esser stato all’ombra di Stephen si è ritagliato il suo spazio. Il siparietto più significativo fra i due risale ai playoff NBA del 2019, in gara 2 delle finali di conference, a 2 minuti alla fine del quarto quarto di una partita punto a punto. Steph prova una tripla per portare i Warriors sul +2, Lillard fa una cosa abbastanza brutta in difesa, tre liberi per Curry. La tensione nel palazzetto si taglia col coltello, ma il numero 30 dei Warriors, dopo aver segnato il primo libero che porta la gara in parità, viene avvicinato dal numero 31 in maglia Blazers, che gli dice qualcosa prima che lui tiri il secondo libero: il consanguineo Seth, spesso accoppiato in difesa con proprio con lui in partita. Steph sorride, scuote la testa, segna il libero. Tutto regolare, sì?

 

 

12. Playoffs 2013 : quando Steph diventò Chef Curry

L’abbiamo detto, lo ripetiamo. Steph Curry non è sempre stato quello che sappiamo oggi, a livello di considerazione. Nelle sue prime tre stagioni in maglia Warriors, guidato da tre head coach diversi, i Warriors non andarono neanche vicini a qualificarsi per i playoff. La prima apparizione alla post-season arrivò dunque al suo quarto anno tra i pro, con la testa di serie numero sei a Ovest, al cospetto dei Denver Nuggets di coach Karl, di Ty Lawson, di Andre Iguodala, di Kenneth “The Manimal” Faried e del nostro Danilo Gallinari. I pronostici erano abbastanza concordi nel dare i Nuggets come favoriti, solo che Steph non fu d’accordo.

 

 

13. Ubriacati i Clippers

Quando i Warriors di Curry iniziarono ad affacciarsi alle zone alte della Western Conference, a contendergli la palma di successori degli Spurs e dei Lakers dominatori ad Ovest negli anni precedenti, c’erano i Clippers. Nei playoffs del 2014, la serie fra le due squadre fu meravigliosa e vide i losangelini prevalere dopo 6 emozionanti gare; fu un vantaggio effimero sui ragazzi della Baia, che piazzarono il sorpasso nella rivalità dall’anno successivo. Una faida che si può sintetizzare con un’unica sequenza: Curry nel palleggio sembra perdersi, ma in realtà piazza il colpo che doma i losangelini, costretti ad assistere impotenti alle gesta dei suoi Warriors.

 

 

14. Steso Chris Paul

Il confronto con i Clippers inoltre nascondeva un’altra sfida nella sfida: quella con Chris Paul, anch’egli di professione point guard e simbolo della propria franchigia. Ugualmente artista nel pick’n’roll, dal raggio di tiro inferiore ma dalla maggiore presenza difensiva: essere riuscito a farlo cadere in terra, destabilizzandolo con il proprio campionario di finte, ha rappresentato simbolicamente la vittoria nel confronto diretto per Steph.

 

 

15. Lo show dei Golden State Warriors

Con l’arrivo di coach Steve Kerr in panchina, lo sdoganamento del pace&space, dei quintetti piccoli e della carta bianca lasciata agli Splash Brothers, i Warriors divennero la squadra di riferimento della Lega. Eccezionali tecnicamente, avveniristici tatticamente, adrenalinici per gli spettatori: ogni volta che scendevano sul parquet, mettevano in piedi uno show di cui Steph fu, tra tanti coprotagonisti di livello assoluto, il perno che condusse la squadra della Baia alle vette più alte della NBA. Tanto per i risultati ottenuti quanto per le emozioni fatte provare al pubblico in visione.

 

 

16. Rituale pre gara: tunnel shot

Fra le tante cose diventate caratteristiche dei Warriors guidati da Steph, ci sono stati i suoi personali riscaldamenti pre partita. Fra i mix di palleggi e di conclusioni scagliate direttamente dal logo, è diventato noto il suo tiro dal tunnel di ingresso sul parquet della Oracle Arena. La tradizione ebbe inizio nella stagione 2013/14, quando durante le sessioni di tiro mattutine prima delle gare l’allora compagno Monta Ellis gli suggerì l’idea. Poi, venne aggiunto un passatore: dapprima un componente del front office, per scommessa con lo stesso Steph, e poi Curtis Jones, componente della security del campo di casa, col rituale a diventare sempre più famoso.

 

 

17. Playoffs 2015 : modalità takeover contro i Grizzlies

I Golden State Warriors del 2015 sono la squadra che ha saputo battere il record per il maggior numero di vittorie in regular season per la franchigia, fermo a quota 59 dal lontano 1976, quando la corsa di Rick Barry e soci, campioni NBA in carica, si fermò alle finali di conference. Il 1976 era anche l’ultima volta che i Warriors erano arrivati a giocarsele, le finali di conference. Solo che, nella stagione 2014-2015, Steph Curry e soci erano in pieno delirio di onnipotenza, e il fresco di nomina ad MVP (aveva ricevuto il premio dopo gara 1 della serie contro Memphis) era pronto a fare qualsiasi cosa pur di riportare Golden State alle finali di conference. E quando diciamo qualsiasi cosa, intendiamo proprio QUALSIASI COSA.

 

 

18. Diciassette punti in tre minuti contro i Kings

Delirio di onnipotenza che prosegue anche la stagione successiva, ad esempio quando Steph ingaggia una surreale battaglia a suon di triple con Omri Casspi nel finale del secondo quarto di una partita contro i Kings, finendo per mettere a segno 17 punti in poco meno di tre minuti prima dell’intervallo lungo. Ah, piccolo particolare: il tabellino di Steph, prima di quel momento, riportava un magnifico zero alla voce “punti segnati”, sotto lo sguardo attonito del fratello Seth e di Marco Belinelli. I Warriors scapparono nel terzo quarto, e vinsero la loro ventinovesima partita stagionale. Su trenta giocate.

 

 

19. Il record di triple segnate in singola partita, con 13

A proposito di triple consecutive: il 4 novembre 2016, con lo 0/10 contro i Lakers, Steph interruppe l’incredibile serie da primato di 157 partite di seguito con almeno una tripla andata a bersaglio, iniziata in pratica due anni prima (il 14 novembre 2014). La risposta da campione nel match successivo arrivò stabilendo un altro record: nei 46 punti segnati contro i Pelicans, mandò a bersaglio 13 conclusioni dietro l’arco (su 17 tentativi!) fissando il record per il maggior numero di canestri da tre punti in singola partita (superato successivamente dal compagno di squadra Klay Thompson, ma questa è un’altra storia…)

 

 

20. Campione nel Three-Point Contest

All’All-Star Game del 2015, Steph Curry ci arriva come giocatore più votato di tutti. Più di Kobe Bryant, più di LeBron James. Ma prima di giocare la partita delle stelle vera e propria, Steph aveva un’altra missione da portare a termine: vincere il Three-Point Contest, a cui aveva partecipato anche l’anno precedente, quando a portarsi a casa il titolo fu Marco Belinelli. Il primo turno si chiude con Klay Thompson in testa, con 24 punti, contro i 23 di Curry e Irving. In finale Klay si inceppa un po’ e si ferma a 14 punti, Irving chiude a 17, Steph è a 19… alla fine del quarto carrello.

 

 

21. All-Star Steph

Il 2016 fu l’anno dei record per Steph e i Warriors (spoiler: tutti in positivo, tranne l’ultimo). L’All-Star Game di quell’anno si disputò a Toronto, e la formula fu, per la penultima volta, quella che prevedeva lo scontro East vs West. Fu l’ultimo ASG di Kobe, che prevedibilmente rubò lo scettro di giocatore più votato al 30 dei Warriors, fu l’ASG in cui Chris Paul smazzò 16 assist in 19 minuti sul parquet, in cui Russell Westbrook mise 31 punti e Paul George 41. Eppure, la giocata più rappresentativa della partita arrivò a 3 secondi dalla fine, quando Steph Curry sentì che era giunto il momento di ribadire che lui non ha un range di tiro: lui tira e segna e basta.

 

 

22. MVP unanime

La storia della NBA, nelle mille evoluzioni del gioco, è piena di “so far”. Tolto Wilt Chamberlain, diciamo che potenzialmente quasi tutti i record sono battibili: il ricorso massiccio al tiro da tre punti, ad esempio, ha fatto sì che Larry Bird, a lungo considerato uno dei migliori tiratori di sempre, sia stato superato nella classifica delle triple segnate in carriera, da onesti mestieranti tipo Ben McLemore e Tony Snell. Ma c’è una categoria di record che non possono essere superati, al massimo eguagliati… e in quest’ultimo caso, ci sarà sempre qualcuno che l’avrà fatto prima di te. il 10 maggio del 2016, Steph Curry diventò il primo giocatore della storia della NBA ad essere votato MVP della Lega all’unanimità.

 

 

23. Con Team USA

Incredibile ma vero, ad oggi Steph non ha mai disputato le Olimpiadi con la maglia degli USA. Ha giocato (e vinto) i mondiali del 2010, al termine del suo anno da rookie, come nono della rotazione. Ha poi ri-giocato (e ri-vinto) i mondiali del 2014, con un ruolo decisamente più importante, anche se ancora non aveva lo status quo di superstella della NBA. Però due o tre cose le sapeva già fare, e le ha fatte vedere a tutto il mondo.

 

 

24. Stephen Curry vs LeBron James

Abbiamo sempre trovato una singolare circostanza il fatto che i due giocatori più rappresentativi degli ultimi anni, sia pur in contesti familiari completamente diversi, siano entrambi nativi di Akron, Ohio. I due concittadini si sono sfidati per 4 anni consecutivi all’atto finale della stagione NBA, con LeBron e i Cavs capaci di rovinare la stagione da sogno del 2016 dei Warriors (vi dice niente la frase “73-9 don’t mean a thing without the ring”?), e Steph vittorioso nelle altre tre occasioni, rispettivamente per 4-2, 4-1 e 4-0. Ovviamente, non sono mancati i momenti in cui i due sono stati uno contro l’altro..

 

 

25. Steph Curry + Kevin Durant

Si è molto parlato della “santa alleanza” che ha portato Kevin Durant, probabilmente per combinazione di tecnica e struttura fisica il giocatore più immarcabile dell’intera NBA, ad unirsi ad una squadra che aveva vinto 73 partite in stagione regolare, perdendo in modo rocambolesco delle finali NBA in cui era avanti 3-1. Tra i pareri più bizzarri indubbiamente quello di Paul Pierce che mentre twittava doveva essersi dimenticato che nel 2008, per vincere il titolo, i Celtics avevano arruolato Kevin Garnett e Ray Allen. Ovviamente se ne è parlato perché i Warriors, con l’aggiunta di Durant, rischiavano di tirare fuori dal cilindro cose inimmaginabili. Tipo questa.

 

 

26. Primo per triple segnate nei playoffs nella storia della NBA

E’ solo questione di tempo prima che Steph si arroghi sostanzialmente tutti i primati legati al tiro pesante nella storia della NBA. E, inserito in un contesto vincente, non poteva che prendersi quello del maggior numero di triple segnate ai playoff. Arrivò in quella che pareva la terza cavalcata vincente consecutiva verso l’anello: nell’esordio in assoluto nei playoffs del 2019 contro i soliti Clippers, scalzando dalla prima posizione nella classifica di specialità un certo Ray Allen.

 

 

27. Playoffs 2019: schiantati i Rockets

Le sfide tra Houston e Golden State sono state negli anni scorsi un classico dei playoff. Finali di Conference 2015, primo turno del 2016, ancora finali di conference nel 2018, quando i Rockets, primi a ovest in regular season, arrivarono ad un bicipite femorale lesionato (di Chris Paul) dal confezionare un clamoroso upset, quando erano avanti 3-2 e con la possibilità di giocarsi gara-7 a casa loro. Quello del 2019 fu il quarto confronto in cinque stagioni, una sorta di resa dei conti finale. Dopo cinque partite, i Warriors erano avanti nella serie, ma quando mancavano 11 minuti alla fine di gara 6 il tabellone segnapunti diceva 89-82 Houston, con Curry fin lì a quota 10 punti con 3/12 dal campo ed in panchina. Rientrò a 9:57 dalla fine, e in quel lasso di tempo si divorò i Rockets, chiudendo il conto in modo definitivo..

 

 

28. Finals 2019 : ultimo ad arrendersi contro i Raptors

Steph Curry ha disputato 5 finali NBA consecutive, vincendone tre e perdendone due, senza mai vincere il premio come MVP dell’atto conclusivo. Eppure, in quelle Finals del 2019 che videro i suoi Warriors abdicare al trono in favore dei Raptors, dare a lui il premio intitolato a Bill Russell non sarebbe stata un’eresia. Certo, la serie disputata da Kawhi fu di livello strepitoso, ma insomma, proprio nel momento in cui la macchina perfetta si inceppò per gli infortuni di Durant, Cousins e Thompson, Steph si rimise i panni del leader offensivo, e i risultati, beh, furono sotto gli occhi di tutti.

 

 

29. Massimo in carriera: 62 punti

Nella stagione post abbandono di Durant, con Klay Thompson certamente fuori per tutto l’anno, ci si aspettava un’esplosione offensiva da parte di Steph. Che non arrivó per l’infortunio subito a sua volta, che ugualmente lo ha tenuto fuori per il 2019/2020, ma che in realtà è stata solo posticipata. Infatti, con lo sfortunato Klay nuovamente ai box, è nella corrente stagione che Curry si è nuovamente caricato tutto il peso dell’attacco delle truppe di Kerr. Ricordando agli smemorati quanto sia in grado di impattare singolarmente, firmando tra le scintillanti prestazioni in attacco anche il proprio massimo in carriera: ai malcapitati Blazers il 4 gennaio scorso ha segnato 62 punti.

 

 

30. Secondo titolo 3 punti

Nella storia della NBA, sono sette i giocatori ad aver vinto più di una volta il Three-Point Contest nell’All-Star Weekend, la competizione maggiormente simbolica per gli esperti della tiro pesante. Sei di questi l’hanno vinta in anni consecutivi. In questa edizione, è arrivato il primo ad aver bissato il successo a distanza di anni, come ad indicare la longevità nell’eccellenza nella specialità. Non poteva che essere il cestista diventato icona della conclusione da 3 punti.

Wardell Stephen Curry II, semplicemente il miglior tiratore di sempre.

 

 

Le sue esultanze al limite della spacconeria. I suoi tiri da tre, scagliati con sempre maggiore frequenza, al punto da costringere l’intera NBA ad adeguarsi al suo modo di giocare. Il suo ball handling. Il moto perpetuo durante la partita. La velocità di rilascio, per anticipare i difensori quasi sempre più alti e grossi di lui, a volte anche a discapito della pulizia del gesto tecnico. Il sorriso costante in faccia all’avversario. Steph Curry ha dato a tutti quelli che non tifano i Golden State Warriors un sacco di motivi per detestarlo (in senso sportivo), e gli ha dato ancor più motivi per riconoscerne la grandezza. Un ciclone che è arrivato in NBA senza avvertire, e che ha lasciato un segno del proprio passaggio che resterà indelebile.