di Andrea Cassini
grafici (aggiornati al 4 marzo) di Fabio Fantoni

 

 

Non è così immediato trovare una traduzione per la parola inglese smooth. Il dizionario dice liscio, levigato, ma c’è anche un senso motorio: fluido, armonioso, nonché uno figurato: calmo, tranquillo. La nota pagina Bleacher Report titola così il più recente mix di highlights dedicati a Paul George: Is Paul George the smoothest superstar in the NBA? In effetti, l’aggettivo smooth si abbina bene allo sport e in particolare alla pallacanestro. C’è qualcosa di speciale nell’abilità richiesta per esprimere potenza, a volte anche con metodi ruvidi, rimanendo negli stretti spazi del campo e nei tre passi di danza col pallone concessi dal regolamento. Per sciogliere il paradosso ci viene in aiuto un’altra delle definizioni del dizionario: smooth può tradursi anche con facile. Paul George fa sembrare facile quello che facile non è. Forse anche per questo suo stile poco appariscente capita che passi in secondo piano nell’opinione dei media. Quando c’è da fare i conti il nome di Paul George non manca mai nella lista (sei convocazioni all’All Star Game, quattro volte tra i migliori quintetti NBA), ma dopo il terrificante infortunio del 2014 la sua popolarità aveva perso trazione. Il termine di paragone erano i ruggenti anni 2012/2013 in cui rappresentava la più credibile alternativa a LeBron nella Eastern Conference con dei Pacers che, a guardarli in retrospettiva, dipendevano dal suo talento forse più di quanto si ritenesse all’epoca (il secondo violino era Roy Hibbert: basti questo). Se paragonato ai recenti drammi messi in scena da Anthony Davis, Jimmy Butler e Kawhi Leonard, Paul George fu smooth anche nel separarsi dagli Indiana Pacers: nessuna tragedia e nessuna teoria del complotto, semplicemente la risoluzione di un rapporto che dal suo punto di vista non aveva più nulla da dare.

A proposito della separazione tra Paul George e i Pacers. Un anno fa, di questi tempi, l’opinione più diffusa era che il suo periodo a Oklahoma City non fosse altro che un noleggio. Promesso sposo coi Lakers, (d’altronde Paul è nativo di Palmdale, California), si aspettava solo la scadenza del contratto e si criticavano i Thunder per la mossa di mercato azzardata. Rinunciare al futuro Most Improved Player (Victor Oladipo) e a quello che rischia di succedergli quest’anno (Domantas Sabonis) per affiancare a Russell Westbrook una superstar con la valigia in mano e un Carmelo Anthony in triste declino. PG lavorò a testa bassa, senza offrirsi alle speculazioni sul suo futuro. Mostrò qualche lampo di classe e dette prova, forse per la prima volta, di aver recuperato il pieno smalto fisico dopo l’infortunio (lui stesso ha rimarcato quanto fu lungo quel processo, invitando Gordon Hayward alla pazienza) ma la verità è che quel gruppo non raggiunse mai una sufficiente coesione: soffrì più del dovuto l’assenza di Andre Roberson, autentico glue guy della situazione, e finì per tornare ai santi vecchi, cioè Russell Westbrook e il suo Usage mostruoso. Nonostante avesse insistito per mesi sulla gimmick di Playoff P, che lo vedeva dare il meglio di sé nei playoff, Paul George concluse la stagione in calando con una prematura eliminazione per mano degli Utah Jazz. A quel punto avrebbe davvero firmato per i Lakers, racconta lui stesso a Marc J. Spears di The Undefeated, se quei 365 giorni in Oklahoma non avessero conquistato il suo cuore.

Credit: Mark J. Rebilas-USA TODAY Sports

Premiamo fast forward e troviamo di nuovo i Thunder opposti agli Utah Jazz, siamo al 22 febbraio, in regular season. Paul George ha già messo in cascina 43 punti a proseguire una striscia di prestazioni realizzative sopra le righe (a febbraio ha realizzato oltre 36 punti, 8 rimbalzi e 5 assist di media, tutte categorie che ritoccano il career high per la stagione in corso). Col risultato in bilico sul finire del secondo overtime Paul George gestisce il pallone in punta, sguscia tra le maglie del raddoppio e scavalca il braccio proteso di Rudy Gobert con un floater che supera l’altitudine dell’orologio di tiro prima di planare, piano, dentro il canestro.

Non è nemmeno il primo game winner che George mette a segno questa stagione; probabilmente, non sarà neanche l’ultimo. Ma se il pubblico di casa gli canta MVP durante i viaggi in lunetta non è solo per le giocate da highlight: è per l’entusiasmo con cui ha rotto gli indugi per sposare al 100% il nuovo progetto di coach Donovan, è per la capacità – anche umana – di mediare con l’egemonia di Westbrook, è per un impatto difensivo che traspare dalla voglia di sbucciarsi i gomiti e fare quel passo in più sulla linea di passaggio – e che si palesa quando si approfondisce la lettura delle statistiche avanzate.

Partiamo proprio da Russell Westbrook per capire quanto siano diversi, e più temibili, i Thunder di quest’anno, e quale ruolo giochi Paul George in tutto questo. Ci sono due dati che spiccano riguardo alla stagione di Russ. Il primo è l’ennesima collezione di triple doppie; con undici consecutive ha strappato anche quest’ultimo record superando Wilt Chamberlain. Il secondo sono le cattive percentuali al tiro che lo rendono il più impreciso dall’arco tra i volume shooter NBA, vale a dire tra chi tira con maggiore frequenza. Difficile individuare una causa per questo declino, se non forse un avvio di stagione col freno a mano tirato per via di un’operazione al ginocchio e una successiva distorsione alla caviglia. Col suo solito atteggiamento passivo-aggressivo Westbrook ironizza sulla faccenda presentandosi nell’arena con indosso un gilet da muratore per rispondere a chi lo accusa di tirare mattoni. Ironico e provocatorio, ma anche intelligente, perché per compensare alle carenze realizzative Westbrook ha accentuato l’impegno difensivo e acconsentito a cedere parte delle responsabilità ai compagni. Intendiamoci, parliamo pur sempre di una squadra dall’ossatura tattica minimale, dove si eseguono pochi passaggi (ultimi nella lega, ma primi per rapporto tra passaggi e assist) e i comprimari che assistono le due stelle vedono il pallone solo per tirare sugli scarichi. Lo Usage di Westbrook è tuttavia sceso in due anni dal 41.7% al 31.3%, cioè dal primo al settimo posto nella lega: merito anche del buon innesto di Dennis Schröder, che lo fa rifiatare ma sa anche affiancarlo come creatore di gioco, e soprattutto di Paul George che sta incarnando quello che a tutti gli effetti era il ruolo di Kevin Durant nei primi, straordinari anni dei Thunder. Dal punto di vista offensivo, la produzione di PG13 è in pari con lo stesso Durant e coi migliori della lega: 28.6 punti di media, 44.6% dal campo e 39.5% da tre punti, per una percentuale effettiva del 53.7%. Nella conversazione per l’MVP, però, la discriminante è l’efficacia nella propria metà campo, che in pochissimi riescono a coniugare alle prodezze offensive. A oggi Paul George guida la lega per palle rubate, è secondo per passaggi deviati e secondo per palle vaganti recuperate. Basta osservare qualche minuto di una partita dei Thunder per accorgersi della prontezza con cui George occupa le linee di passaggio, di come pressi il portatore di palla con gli occhi sul bersaglio grosso. Consideriamo pure che quegli abbacinanti numeri offensivi George li colleziona mentre prende in consegna il più pericoloso attaccante avversario. Se l’alloro di MVP dovesse sfuggirgli, e la concorrenza è in effetti valorosissima, George slitterebbe a principale candidato per il premio di Defensive Player of the Year: se pensiamo a giocatori in grado di catturarli entrambi nello stesso anno, si entra in un club a cui sono iscritti solo Michael Jordan e Hakeem Olajuwon.

L’eccellenza difensiva di Paul George è sempre stata parte del suo bagaglio personale, ma in questi Thunder diventa fiore all’occhiello di una filosofia di squadra che lui stesso ha contribuito a forgiare. A inizio stagione si è riunito con Westbrook e l’ha consultato proprio su questo tema. “Quante volte sei stato selezionato per il primo quintetto difensivo NBA?” gli ha chiesto. “Nessuna”, è stato costretto a rispondere Russ. “E perché non quest’anno?” ha ribattuto PG. “Why not?”, in originale, rimarcando una delle catchphrase dello stesso Westbrook. I Thunder sono terzi nella lega per Defensive Rating e primi per turnover generati. Donovan ha deciso di puntare sull’atletismo, sulla versatilità degli interpreti e sull’espressione di un gioco fisico a ritmi alti senza preoccuparsi di temi caldi come spaziature e tiro da tre punti. Per fare un esempio, a Patrick Patterson (classico stretch four dai piedi lenti) il coach preferisce Jerami Grant, con la dinamite nelle gambe e in grado di cambiare su qualsiasi blocco. Steven Adams è titolare inamovibile e anche Nerlens Noel guadagna una buona dose di minuti sul parquet, insieme a Terrance Ferguson (qualcosa di più che un surrogato di Roberson) e il già citato Schröder: non tutti sono difensori eccellenti, ma la fisicità non manca e l’atteggiamento aggressivo nemmeno. L’attacco talvolta s’infrange intasando l’area, nonostante le insospettabili percentuali dall’arco di Grant e Ferguson allevino parte della pressione: se è sempre Westbrook a mettere in moto la macchina, spetta a Paul George aprire la scatola anche contro la difesa schierata – quel floater in faccia a Rudy Gobert ci assicura che ne sia capace.

Restando sulle cifre, sono quelle che accompagnano la posizione dei Thunder in classifica a confermarci quanto la squadra sia cresciuta dall’anno scorso sviluppando un’identità originale nel processo. Attualmente OKC lotta tra la terza e la quinta posizione con 40 vinte e 25 perse, sopra la bagarre che anima le posizioni centrali della Western Conference, e vista la maggiore esperienza in postseason delle sue stelle c’è da credere che possano scavalcare i più giovani Nuggets nella rincorsa ai Warriors – ma Jokic e compagni, freschi vincitori dello scontro diretto coi Thunder, rappresentano una vera incognita in vista dei playoff e c’è da tener conto, inoltre, di un possibile ritorno di fiamma dei Rockets a pieno organico.

Soffermiamoci su un’altra diapositiva nella campagna elettorale di Paul George per l’MVP. L’11 febbraio pareggia il season high con 47 punti contro i Trail Blazers, e quando gli avversari che hai appena sconfitto sono i primi a cantare le tue lodi significa che stai davvero combinando qualcosa di grande. “Tutti impazziscono per Giannis e James Harden, ma Paul George è il più forte che abbiamo affrontato quest’anno”, dice Evan Turner, che si è trovato a marcarlo per qualche azione. “Semplicemente, è su un altro livello. Se continua così, è da MVP” gli fa eco Damian Lillard.

All’inizio di queste righe abbiamo contemplato quanto sia fuggevole la traduzione del termine smooth, e di quanto questa ambiguità si abbini alla natura di Paul George. Anche sulla lettera di MVP si potrebbero scrivere trattati, perché il valore non va soltanto misurato – anche se in questo le cifre ci aiutano – ma va prima riconosciuto. “Colui che più aumenta il rendimento della squadra”, questa è forse la parafrasi più gettonata per Most Valuable Player, meno controversa del “giocatore più indispensabile alla propria squadra” che potrebbe nascondere anche sfaccettature negative. Le statistiche avanzate ci accompagnano di nuovo a esplorare questo concetto. Con George sul parquet in assenza di Westbrook, i Thunder superano gli avversari di 10.7 punti per 100 possessi. Nel caso opposto, quando cioè Westbrook è in campo da solo, il margine scende in picchiata a -7.5. L’agenzia Cleaning the Glass ha stilato il dato che forse più si avvicina alla pietra filosofale che stiamo cercando, cioè una stima di quanto un giocatore aumenti il valore della propria squadra calcolato con una formula simile al real plus/minus, o RPM: vale a dire, l’impatto del giocatore sui punti segnati e quelli subiti, su una base di 100 possessi, mentre l’interessato è sul parquet. Paul George occupa la prima posizione in questa classifica.

Questo Paul George è da MVP. Lo è in una squadra che un MVP l’ha avuto due anni fa, e che come due anni fa registra una tripla doppia di media. Lo è nella stagione che segna l’impennata nella curva dell’efficienza offensiva: con un utilizzo tutto sommato “regolare” in termini di Usage e tocchi a partita Paul George tiene testa a gente come Steph Curry (che sta ripetendo e migliorando i numeri che gli valsero l’MVP nel 2016), James Harden (che è nel mezzo di una delle migliori sette stagioni realizzative di sempre mentre ridefinisce l’idea di pallacanestro davanti ai nostri occhi) e Giannis Antetokounmpo (leader della franchigia col miglior record della lega e titolare di statline che rimandano a Shaquille O’Neal e Kareem Abdul Jabbar in termini di dominio sulla partita). Sarebbe il primo a vincere il massimo riconoscimento individuale dopo aver conquistato il trofeo di Most Improved Player che ottenne al terzo anno coi Pacers. Anzi; la campagna 2018/2019 sarebbe essa stessa degna di un secondo MIP, per come Paul George ha saputo piantare la bandiera su un nuovo picco senza rivoluzionare fisico e atteggiamento, o rimodellare il bagaglio tecnico. Sta semplicemente giocando il miglior basket della carriera nella maniera che preferisce, e tutto ciò che passa per le sue mani sembra smooth; come se fosse facile.