illustrazioni grafiche ad opera di Marco50lire
articolo di Daniele Vecchi

 

“Io me li ricordo, quelli che tifavano per Bird o per Magic. Quelli per Bird erano tutti ricchi e fighetti, quelli per Magic più grezzi e popolari. Ricordo che parcheggiavano i motorini con gli adesivi giallo-viola, mentre gli altri avevano i calzini bianco-verdi al campetto”

Anonimo vecchio baller al Playground Meloncello, Bologna

 

Nella decade tra metà anni ottanta e metà anni novanta, le rivalità più accese, e spesso quelle più sporche e violente, erano soprattutto nella Eastern Conference.

Venivano a crescere i famigerati Bad Boys di Detroit, con Isiah Thomas, Dennis Rodman e Bill Laimbeer, arci rivali dei Chicago Bulls del giovane Michael Jordan, ma anche della corazzata Boston Celtics di Larry Bird, e dei duri New York Knicks di Patrick Ewing.

Allo stesso tempo però anche le rivalità tra queste squadre si incrociavano duramente tra loro, Boston contro New York, Boston contro Chicago, Chicago contro Boston, con qualche intervento di Philadelphia del giovane polemico e rissoso Charles Barkley.

Insomma la Eastern Conference di quei tempi era un far west, nulla in confronto a quello che era la NBA tra gli anni sessanta e settanta (“Se devi fare una rissa, assicurati di essere davanti alla tua panchina, così i tuoi compagni di squadra arrivano prima a darti una mano” era la legge non scritta dei campi NBA di quegli anni), ma anche nulla in confronto a quello che stiamo vivendo negli ultimi 20 anni, dove le Superstar sono molto più protette e dove i colpi proibiti e persino gli atteggiamenti provocatori sono duramente puniti, sia a livello economico sia a livello di sanzioni sul campo.

Ma il vero impatto sociologico culturale nell’immaginario americano ce l’ha avuto una sola grande e immensa rivalità, una rivalità che è arrivata qualche anno prima delle sommosse nella Easrtern Conference.

La rivalità tra Larry Bird e Magic Johnson.

Celtics vs Lakers.

Loro malgrado, la loro rivalità ha toccato argomenti e campi che con il basket poco c’entravano (in teoria), ovvero il colore della pelle e la contrapposizione tra bianchi e neri, come ampiamente dimostrato nell’immaginario popolare.

Facciamo un passo indietro: negli anni settanta, dopo la fine della rivalità tra Bill Russell e Wilt Chamberlain la NBA ha vissuto un lungo periodo buio, senza contratti televisivi, con arene semi-vuote e con il dilagare di cocaina tra i giocatori. I punti critici erano sostanzialmente due:

Innanzitutto sembrava che il “classico” tifoso di basket bianco non si riconoscesse completamente in una squadra di afro americani, pur essendo la sua squadra del cuore e pur essendo la squadra della sua città, giocatori che magari non passavano mai la palla e che magari potevano essere schiavi della white lady*.

*cocaina

In seconda battuta le tensioni razziali nel paese erano ancora altissime, soprattutto al Sud, dove in molti stati non si riconosceva il Voto sui Diritti Civili del 1965, e dove sostanzialmente il Ku Klux Klan era ancora una parte dominante del tessuto sociale del White South.

E la NBA, a braccetto con la Lega rivale ABA ma con il medesimo destino, senza giocatori da prime time, senza grandi rivalità, sfiduciata e senza un contratto televisivo importante (ma sia chiaro, non senza talento e spettacolarità, nella Lega c’erano già Julius Erving, Bill Walton, David Skywalker Thompson -a proposito di white lady cocaine-, Gus Williams, Spencer Haywood di veneziana memoria, e tanti altri), non riusciva a decollare, non riusciva ad appassionare la gente con rivalità, appartenenza e passione.

I primi spiragli arrivarono nel 1977, quando avvenne la fusione tra ABA e NBA, che portò alla nuova NBA ampliata un cospicuo contratto televisivo con la CBS.

Ma c’erano ancora le arene da riempire, c’era ancora un prodotto, una immagine e una filosofia tutta da costruire.

Poi arrivò poi il 1979.

Due ragazzoni della working class con un enorme talento cestistico e con un carisma sovrannaturale, piombarono di prepotenza sulla scena nazionale.

Il 26 marzo 1979 allo Special Events Center di Salt Lake City, Utah, si giocò la finale del Torneo NCAA tra Michigan State e Indiana State, capitanate rispettivamente da Earvin Magic Johnson e da Larry Bird.

Incidentalmente quella partita, vinta da Michigan State 75-64, fu la Final NCAA con il rating televisivo più alto della storia delle Finali Universitarie, e in molti sgranarono gli occhi di fronte allo spettacolo di questi due giocatori, con davanti alla televisione il Commissioner NBA Larry O’Brian (ma anche il suo vice David Stern, a detta di molti “già” Commissioner NBA con totali poteri decisionali dal 1977, quando ABA e NBA praticarono la fusione) che si fregava le mani per l’opportunità che gli si stava presentando.

Due giocatori, due leader, di sani prinicipi, capaci di diventare i trascinatori delle proprie franchigie, meglio se due franchigie blasonate, titolate, con un grande seguito e con un mercato televisivo importante come Boston e Los Angeles, ma soprattutto due giocatori da colore della pelle diverso, UNO BIANCO E UNO NERO.

Walter Iooss Jr. Photo

 

THE RIVALRY.

 

I prodromi del Kolossal c’erano tutti, e così fu. Finalmente un ponte mediatico tra la vecchia Lega e quella nuova. Fu un successo senza precedenti.

Per tutti gli Anni Ottanta la rivalità tra Magic e Larry dominò il mainstream, catapultando la NBA ai vertici degli Sport Americani, per seguito, passione, ascolti televisivi e indotti vari.

Larry Bird era già stato scelto nell’NBA Draft del 1978 con la Sesta chiamata assoluta dai Boston Celtics e giocò ancora il suo anno da Senior a Indiana State, mentre Magic Johnson fu la Prima Scelta Assoluta all’NBA Draft del 1979, scelto dai Los Angeles Lakers.

nbcsports.com

AP Photo/Marty Lederhandler

Su questa scelta da parte dei Lakers si aprono corsi e ricorsi storici, che rafforzano la mistica della rivalità Lakers-Celtics.

Fu infatti un californiano doc, Bill Sharman, incidentalmente pluri campione NBA con i Boston Celtics di Bob Cousy e Bill Russell negli anni sessanta, e incidentalmente in quel periodo General Manager dei Los Angeles Lakers, a scambiare nell’estate del 1976 Gail Goodrich, la prima scelta 1978 e la seconda scelta 1977 con i New Orleans Jazz, in cambio delle prime scelte dei Jazz 1977, 1978 e 1979. La storia già la conosciamo, ai Jazz nel 1979 toccò la Scelta Numero Uno, e fu così che Magic Johnson arrivò ai Lakers.

La Boston degli anni ottanta era unanimemente riconosciuta come una città bianca, bigotta, conservatrice e razzista. La quasi totalità della working class bianca, anche al di fuori del Massachusetts (ovvero la sterminata provincia rurale americana, la cosiddetta “Silent Majority”), vide nei bianconverdi di Boston una sorta di mistico ritorno del White Pride.

Nell’immaginario comune di questa tipologia di persone, essere i Celti, guidati da un leader bianco come Larry Bird e con giocatori di primo piano come Kevin McHale e Danny Ainge, bianchi, cattivi, senza fronzoli e agguerriti, contro una intera nazione cestistica ormai da tempo sdoganata verso lo stereotipo del “Basket gioco per Negri” creava un senso di appartenenza incredibile, anche al di fuori del pianeta basket.

Manny Millan Photo

Nel film American History X, una delle pietre miliari della street culture americana di fine millennio, un dialogo che potrebbe sembrare innocuo, un dialogo che avremmo potuto sentire o fare tra di noi decine di volte, racchiude un significato intrinseco ben diverso:

– “Come fai a dire che i Lakers sono una squadra più grande dei Boston Celtics? I Lakers sono come un lampo, una meteora, hanno avuto un buon coach per quattro anni, i Celtics sono una DINASTIA”

– “Oh andiamo, i Boston Celtics sono la squadra più ripugnante in tutta la storia dello sport, una dinastia di odiosi e brutti giocatori, guarda Kevin McHale!”

– “James Worthy ha per testa un melone!”

– “No, è pieno di donne!”

– “Non ci parlo con te, non sai neanche quello che dici!”

Chi difende i Celtics, in questo caso Edward Norton interpretando un nazista in carcere, lo fa per un solo e semplice motivo, i Celtics erano a leadership BIANCA, con Larry Bird. Radici comunque bianche, irlandesi, celtiche appunto, con un leader e un altro giocatore di rilievo (Kevin McHale) bianco, dal colore della pelle bianco. Uno strenuo tentativo di difendere una superiorità di razza utilizzando il basket.

Dall’altra parte degli Stati Uniti invece vi era Los Angeles, gli Studios, Hollywood, la città aperta, frizzante, senza regole e che viveva di notte, rappresentata da una squadra che come leader ha uno spettacolare e gigantesco playmaker come Magic Johnson, e con afro americani protagonisti e leader come Kareem Abdul Jabbar, James Worthy e Bob McAdoo, insomma la perfetta contropartita della Boston bianca e celtica.

Lo stereotipo del bianco che viene dalla sterminata campagna americana, contro lo stereotipo dell’afro americano simpatico e brillante, così questa rivalità fu strumentalizzata e manipolata dai media, che a tutti i costi ne volevano fare una questione razziale, per fomentare odi e ovviamente per aumentare l’audience.

C’è da dire che Larry Bird non ha MAI fomentato in nessun modo la contrapposizione tra sè stesso bianco e Magic Johnson nero. Fin dai tempi di Indiana State Bird è sempre stato catalogato e etichettato da molta stampa come la “Grande Speranza Bianca”, ma lui è sempre stato refrattario a queste cose. Persino quando Dennis Rodman e Isiah Thomas lo attaccarono apertamente e stupidamente su questo fronte, dicendo che era un giocatore sopravvalutato perchè era bianco, e che se fosse stato nero sarebbe stato uno tra i tanti, alla richiesta di un commento, Bird ha risposto: “è un paese libero, ognuno può dire quello che vuole”.

slamonline.com

Larry Bird non è mai caduto in queste trappole e non ha mai abboccato alle esche che i media gli gettavano. Larry ha sempre e solo parlato di basket, anche quando avrebbe avuto (più di una) occasione per buttarla sulla polemica razziale, lui era solo e totalmente concentrato sulle uniche cose che contavano davvero, vincere e competere al massimo.

Appena Cedric Maxwell, afro americano del North Carolina parte integrante della Dinastia di quei Celtics, arrivò a Boston, si chiese davvero se Larry Bird fosse o no un razzista.

Gli sono bastati pochi minuti per capire chi fosse:

“A Larry non gliene fregava niente, dei giornalisti, della gente, dei fans, dei bianchi e dei neri. L’unica cosa che voleva era vincere, o almeno a prendere a calci nel culo i propri avversari, che fosse partita NBA, allenamento o partita tra amici, non importava”

1987 – All-Star Three Point Contest – Photo Andy Hayt

Nemmeno Magic l’ha mai buttata in bagarre non-cestistica, con Larry Bird, mai ha parlato del suo avversario come di un avversario dal colore della pelle diverso dal suo, anche se spesso ricordava le lezioni di vita di suo padre, trasferitosi in gioventù nei sobborghi di Detroit ma cresciuto nel Mississippi, che gli raccontava di quanto fosse dura per un nero crescere nel Sud negli anni 50. Anche Magic alla Everett High School, scuola a prevalenza bianca, ha avuto momenti critici, con compagni di squadra bianchi che non gli passavano la palla, perlomeno fino a che non hanno capito quanto talento vi era nel giovane Magic, che li portò negli anni successivi a vincere il titolo statale.

Manny Millan Photo

Le Finali del 1984, 1985 e 1987 furono epiche, la prima vinta dai Celtics e le altre due vinte dai Lakers, con Magic e Larry al loro picco di maturità, esperienza, e leadership.

Nel 1984 con i Lakers avanti 2-1 nella Serie, dopo la disfatta (sconfitta 137-104) di Gara 3, Bird trascinò i Celtics alla vittoria 129-125 all’Overtime al Forum di Inglewood, 29 punti e 21 rimbalzi per l’uomo da Indiana State con 10 su 10 dalla lunetta in 49 minuti. Dall’altra parte ai Lakers non bastò la tripla doppia di Magic con 20 punti 11 rimbalzi e 17 assist. Pareggiando la serie sul 2-2 i Celtics evitarono di finire sotto 1-3, e si portarono poi sul 3-2 al Boston Garden vincendo Gara 5 121-103, creando una delle leggende più particolari della storia della NBA.

Chuck Worm photo

Storicamente il Boston Garden era considerato il posto dei bianchi villani campagnoli, mentre il Forum era considerato il posto cool dei fighetti che gravitavano attorno alla industria del cinema, e quella Gara 5 confermò appieno questa credenza popolare.

Quell’8 Giugno infatti faceva un caldo infernale a Boston, e i 40 gradi dentro al Garden fecero protestare i Lakers, che accusarono Red Auerbach, Presidente dei Celtics e storica icona biancoverde dagli anni 60 in poi, di avere manomesso il termostato nello spogliatoio degli ospiti e di aver acceso il riscaldamento.

Verità o leggenda, i Lakers ebbero grossi problemi quel giorno.

Al Garden, al contrario del Forum, non c’era l’aria condizionata, non c’erano le Star del Cinema a bordo campo, il Garden era tutt’altro che un fashion district, e i Celtics si aggiudicarono la gara e si portarono in vantaggio nella serie.

Boston venne poi sconfitta al Forum 119-108 in Gara 6,  ma di ritorno al Garden sul parquet incrociato i Celtics ebbero la meglio 111-102 sui Lakers con un grande Cedric Maxwell da 24 punti, con Larry Bird nominato MVP delle Finals.

Fu grande battaglia anche nelle Finali del 1985, vinte dai Lakers in sei partite, chiudendo al Boston Garden 111-100 con Magic in tripla doppia da 14 punti 10 rimbalzi e 14 assist.

Dick Raphael Photo

E anche nelle Finals 1987, chiuse sempre in Gara 6 stavolta al Forum di Los Angeles, vittoria Lakers 106-93, e con Magic Johnson nominato MVP delle Finals.

Quella stagione, 1986-87, ha rappresentato probabilmente il picco in carriera per entrambi i giocatori, anche sul piano statistico, dove entrambi, tra Regular Season e Playoffs, hanno racimolato le migliori cifre della propria carriera.

Nonostante Magic Johnson e Larry Bird rappresentassero nell’immaginario comune questa grande rivalità, nonostante rappresentassero due realtà apparentemente totalmente agli antipodi, al netto di tutti gli stereotipi di cui si è stra abusato parlando del Bird Bianco e del Magic Nero, le differenze tra i due giocatori e tra i due uomini non sono così nette o lampanti.

Gli stereotipi base ci hanno sempre suggerito questo:

Magic veloce e spettacolare, nato per giocare a basket e dominatore del campo aperto, mentre Larry era lento e dalla grande intelligenza cestistica, che ha raggiunto il proprio status grazie al duro allenamento e alla disciplina mentale.

Stereotipi e qualunquismi applicati al basket.

si.com

In realtà entrambi erano alti intorno ai 2.05, entrambi erano ottimi atleti ma non super straordinari, ma soprattutto entrambi con una totale e superiore visione del campo, entrambi grandi lavoratori in allenamento, con particolare e maniacale attenzione alle debolezze altrui e perfezionistica e altrettanto maniacale attitudine ad affinare le proprie eccellenze, ed entrambi con motivazione da vendere.

Tutto il resto è bullshit.

Entrambi volevano vincere, e hanno dedicato l’intera carriera a cercare di farlo. Non vi erano motivazioni supplementari per loro. Due grandi, enormi leader, trovatisi nella stessa decade ad essere protagonisti di una delle più grandi saghe del basket moderno.

Poi arrivò Michael Jordan, e tutto fu messo a tacere.

La vittoria iconografica e, dopo qualche anno, anche cestistica di MJ, fu schiacciante e plebiscitaria. Michael era semplicemente perfetto, sotto ogni punto di vista.

Dal 1991, anno del suo primo Titolo NBA con i Chicago Bulls, che sconfissero in finale proprio i Los Angeles Lakers di Magic Johnson a fine ciclo, avvenne la sua consacrazione, ad ogni livello.

La presunta dipendenza dal gioco d’azzardo e i problemi con la moglie Juanita vennero molto dopo la sua acclamazione. Michael era inattaccabile, etica del lavoro maniacale, motivato sempre e comunque, mai soddisfatto di sè stesso e dei propri compagni ma allo stesso tempo abile a motivarli e a spronarli, un leader, capace anche (solo dopo qualche anno di batoste) di delegare e di fidarsi dei propri compagni e del proprio coach. Jordan poi veniva da una buona famiglia, veniva da North Carolina, non aveva mai avuto problemi con la legge, non era un prodotto del ghetto, non era mai a rischio figuracce.

Senza contare i tre titoli vinti, la morte del padre, il ritiro, la parentesi del baseball e il ritorno, I’M BACK.

BUM! Altri tre titoli. Re-Peat-The-Three-Peat.

Leggenda vera, icona vera, quasi senza ombre e senza macchie. Nell’immaginario comune Michael Jordan è ancora il Numero Uno di tutti i tempi. Michael Jordan ha messo d’accordo tutti quelli che parteggiavano o per Larry Bird o per Magic Johnson per motivi non sempre attinenti al basket.

Il “problema” per David Stern, negli anni di dominio di Michael Jordan, era solamente quello di trovare di stagione in stagione o di ciclo in ciclo, dei rivali abbastanza forti e credibili tali da poter insidiare la leadership del nativo di Brooklyn.

Michael era Michael. E a David Stern comunque bastava così.

Lavoro grafico di Marco50lire

Poi nel post-Jordan arrivarono i tre Titoli a fila di Kobe e Shaq, i Detroit Pistons di Larry Brown, la Dinastia degli anni dispari dei San Antonio Spurs, D-Wade e Shaq, Dirk Nowitzki e i Dallas Mavericks, i Big Three dei Celtics, LeBron contro tutti e per finire LeBron contro i Warriors.

Tutto molto bello, tutto meravigliosamente organizzato e orchestrato, la Lega si è consolidata come la regina delle Leghe sportive mondiali, onnipresente nei cinque continenti, decine di ambasciatori, ex giocatori, allenatori e personaggi di spicco del recente passato cestistico a diffondere il verbo NBA, official stores, official magazines e brand griffato ovunque nel mondo, insomma tanto di cappello ai piani alti della Olympic Tower per come hanno trasformato la Lega delle arene mezze vuote e dei giocatori schiavi della cocaina nel più più grande spettacolo sportivo di sempre.

Ma….

Quella rivalità tra Larry Bird e Magic Johnson non ritornò MAI più. E chissà se mai ritornerà.

Photo by Andrew D. Bernstein

Michael Jordan fu la icona vera della trasformazione della Lega, e meravigliose furono le sfide dai primi anni novanta fino ad oggi per la conquista del Titolo di Campione NBA tra tutte le squadre e i giocatori elencati in precedenza, ma un qualcosa capace di dividere così nettamente il popolo, cestistico e non, un fenomeno così ricco di significati e di contenuti da analizzare, da interpretare e anche da manipolare, un movimento così omogeneo e diffuso come quello, non si è più visto.

Tutti avevano un’opinione a riguardo, anche chi di basket non sapeva nulla.

“Celtics o Lakers? Larry o Magic?”.

Tutti potevano rispondere a questa domanda, tutti avevano argomentazioni da esprimere a riguardo, poteva essere anche la più becera, la più analitica e profonda o la più strampalata, ma tutti sapevano di cosa si stava parlando.

L’impatto culturale di questa Rivalry è tutto qui. Tutti sapevano. Tutti ne potevano parlare. Tutti stavano di qua o di là della barricata.

Quando lo chiedevano a me io dicevo sempre “Doctor J“, ma questa è un’altra storia.

Sarebbe ingiusto e riduttivo dire che quella rivalità è stata la vera piattaforma di lancio per la Lega, e che grazie a quello che fecero Larry e Magic la NBA è quello che è oggi, anche perchè ciò che fece Jordan e tutti quelli che vennero dopo di lui, per il bene della National Basketball Association è stato di certo perlomeno uguale, se non addirittura superiore.

Ma due campioni di quel talento, di quella personalità, di quel carisma, di quella forza mentale, due giocatori con una così forte mentalità e con delle motivazioni così ferree, capaci di trascinare intere masse popolari a parteggiare per l’una o per l’altra parte, difficilmente ritorneranno.

“Magic & Bird: A Courtship of Rivals”: uno dei documentari sullo sport più belli di sempre