15. HOUSTON ROCKETS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Amen Thompson SF 6-7 209 January 30, 2003 us R
Reggie Bullock SF 6-6 205 March 16, 1991 us 10
Boban Marjanović C 7-3 290 August 15, 1988 rs 8
Nate Hinton SG 6-5 210 June 8, 1999 us 2
Jeenathan Williams SG 6-5 205 February 12, 1999 us 1
Jermaine Samuels  (TW) F 6-7 230 November 13, 1998 us R
Aaron Holiday PG 6-0 185 September 30, 1996 us 5
Dillon Brooks SG 6-7 225 January 22, 1996 ca 6
Fred VanVleet PG 6-1 197 February 25, 1994 us 7
Jock Landale C 6-11 256 October 25, 1995 au 2
Jeff Green PF 6-8 235 August 28, 1986 us 15
Jalen Green SG 6-4 178 February 9, 2002 us 2
Cam Whitmore SF 6-7 232 July 8, 2004 us R
Darius Days  (TW) SF 6-7 245 October 20, 1999 us 1
Trevor Hudgins  (TW) PG 6-0 180 March 23, 1999 us 1
Victor Oladipo SG 6-4 213 May 4, 1992 us 10
Jae’Sean Tate SF 6-4 230 October 28, 1995 us 3
Jabari Smith Jr. PF 6-10 220 May 13, 2003 us 1
Tari Eason PF 6-8 216 May 10, 2001 us 1
Jeremiah Robinson-Earl PF 6-9 230 November 3, 2000 us 2
Alperen Şengün C 6-9 235 July 25, 2002 tr 2

Il triennio appena conclusosi sotto la guida di Stephen Silas (17, 20 e 22 vittorie  – comunque un miglioramento, direbbe l’avvocato difensore del silurato coach) ha rappresentato il punto più basso dell’intera storia della franchigia texana: mai infatti era successo che Houston avesse chiuso tre stagioni consecutive con almeno 55 sconfitte all’attivo. Bisognava voltare pagina, insomma, al più presto e bene. Così si è andati per coach Ime Udoka, che era reduce da un licenziamento dai Celtics dovuto a una violazione delle policy aziendali, ma prima di farlo si è provato, legittimamente, a prendere Wembanyama. Le possibilità di avere la prima scelta al draft, infatti, erano le stesse che avevano gli Spurs e i Pistons, cioè un 14%. Non è andata, ma in casa Rockets non si è rimasti con le mani in mano.

Preso Fred VanVleet per la cabina di regia, preso Dillon Brooks per la difesa (è stato anche nominato miglior difensore dei Mondiali 2023), il quintetto dei “razzi” comincia ad avere un senso se consideriamo che ha un backcourt composto da VanVleet e Jalen Green (in totale qui abbiamo 40 punti e 10 assist abbondanti a partita, tra i due, mica male). Abbiamo detto di Dillon Brooks da 3, il frontcourt sarà probabilmente composto dalla coppia Jabari Smith Jr. – Alperen Sengun. Dal draft sono arrivati in due: con la quarta chiamata, Ameiz XLNC “Amen” Thompson (Elon Musk, scansate proprio), combo guard destinata ad essere il cambio sia per VanVleet sia per Green; con la ventesima, Cam Whitmore, ala, che dopo essere stato il Freshman dell’anno nella Big East, ha visto scendere abbastanza in fretta le proprie quotazioni, se si considera che era dato nelle prime cinque in diversi mock draft, prima dei pre-draft camp. Quale che sia il motivo lo sa solo lui e chi ha deciso di passarlo, ovviamente. Nella second unit Houston, che è partita con 4 vittorie in altrettante partite in preseason, prima di cedere agli Spurs, avrà anche Jock Landale e Tari Eason, che non sono certo dei crash ma il loro lo fanno, e spera di poter avere al più presto, per un contributo di qualità a prescindere dai minuti a disposizione, anche Victor Oladipo e Boban Marjanović. Abbastanza per fare i play-off? Ne dubitiamo. Per provare ad agganciare almeno un posticino nel play-in? Ci si potrebbe provare, visto soprattutto che Houston è una delle poche squadre che avrà margine salariale a disposizione al momento della trade deadline, e che quindi potrebbe, al bisogno, aggiungere qualche freccia all’arco. Certo, servirà un cambio di mentalità soprattutto a livello difensivo, visto che i Rockets lo scorso anno concedevano la bellezza di 118.6 punti a partita (peggio di loro solo Pacers e Spurs), con un non certo stellare 119,3 di defensive rating, anche se per dirla tutta Houston ha stentato anche in attacco, chiudendo 28esima su 30 sia per punti segnati che per percentuali al tiro. Tutto questo senza ovviamente considerare troppo un eventuale ritorno in Texas di James Harden, uno che qualche anno fa da queste parti ha letteralmente fatto sfracelli.

Ecco, se proprio non vuoi darti una calmata, magari scegli un avversario un pochino più semplice per allenare il trash talking, caro Dillon

 

 

14. SAN ANTONIO SPURS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Charles Bassey C 6-11 235 October 28, 2000 ng 2
Charles Bediako C 7-0 225 March 10, 2002 ca R
Dominick Barlow  (TW) PF 6-9 221 May 26, 2003 us 1
Sidy Cissoko SF 6-8 200 April 2, 2004 fr R
Sandro Mamukelashvili C 6-11 240 May 23, 1999 us 2
Tre Jones PG 6-1 185 January 8, 2000 us 3
Julian Champagnie SF 6-8 220 June 29, 2001 us 1
Sir’Jabari Rice  (TW) PG 6-4 180 December 28, 1998 us R
Victor Wembanyama PF 7-4 209 January 4, 2004 fr R
Cedi Osman SF 6-7 230 April 8, 1995 mk 6
Keldon Johnson SF 6-5 220 October 11, 1999 us 4
Malaki Branham SG 6-5 180 May 12, 2003 us 1
Jeremy Sochan PF 6-9 230 May 20, 2003 us 1
Blake Wesley SG 6-5 185 March 16, 2003 us 1
Zach Collins C 6-11 250 November 19, 1997 us 5
Doug McDermott SF 6-7 225 January 3, 1992 us 9
Devonte’ Graham PG 6-1 195 February 22, 1995 us 5
Devin Vassell SG 6-5 200 August 23, 2000 us 3

La fortuna sfacciata degli Spurs ha colpito di nuovo e per la terza volta nella loro storia sono riusciti ad ottenere la prima scelta assoluta al Draft. Se scegliere per primi è già di per sé una buona notizia, possiamo dire – parafrasando Enrico Cuccia – che così come le azioni, anche le prime scelte assolute non si contano, ma si pesano. E agli Spurs deve essersi distrutta la bilancia: David Robinson (1987), Tim Duncan (1997) e Victor Wembanyama (2023).

Spesso si abusa dell’espressione “giocatore mai visto prima”, ma nel caso di Victor Wembanyamaè assolutamente vero. Unicorno degli unicorni, il francese è alto più di 2 metri e 20, con un’apertura alare di oltre 240 centimetri e con un controllo del corpo assolutamente anomalo per un giocatore di quelle dimensioni. Già dopo le prime partite in maglia Spurs i social si sono riempiti di sue giocate incredibili, in cui riesce a unire movimenti da esterno a quelli da lungo: tiri presi dal palleggio, triple in catch and shoot, passaggi dietro la schiena, palleggi in mezzo alle gambe dei difensori (Reggie Bullock, non proprio un novellino), schiacciate in campo aperto e chiudendo alley-oop. Nonostante le indiscutibili doti offensive, però, dove sembra poter avere l’impatto maggiore già dal suo primo anno è nella metà campo difensiva. Grazie all’atipicità del suo fisico, infatti, è in grado di marcare chiunque e di contestare qualsiasi tiro, che sia dal perimetro o al ferro. Chiaramente avrà bisogno di un po’ di tempo – e di qualche chilo di muscoli in più – per poter mettere in campo tutto il suo potenziale, ma appare evidente che ha tutte le carte in regola per essere “the next big thing”.  

L’arrivo di Wemby ha convinto Popovicha rimandare ancora di qualche tempo l’annosa questione del suo successore. Poco dopo la firma record di Williams ai Pistons, infatti, Pop ha firmato un rinnovo contrattuale da 80 milioni in 5 anni, tornando ad essere l’allenatore più pagato della Lega.

Dai primi segnali che arrivano dal Texas, Popovich sembra intenzionato a impiegare Wembanyama da 4, utilizzando invece Zach Collins come centro. Se così fosse, dovrebbe partire dalla panchina Jeremy Sochan, ala super-versatile che si è messa in mostra durante la sua stagione da rookie. Nelle partite di preseason, però, l’ex giocatore di Baylor è spesso partito titolare al posto di Tre Jones. Certi della titolarità sono invece i due giocatori su cui si è fondato il passato recente degli Spurs, Devin Vassell e Keldon Johnson. Il primo, fresco di rinnovo quinquennale a 146 milioni, è anche uno dei pochi dello young core degli Spurs dotato di un tiro da tre affidabile.

In una Western Conference così competitiva, appare complesso pensare che gli Spurs possano raggiungere anche solo il play-in. L’obiettivo di Pop sarà dunque quello di sviluppare al meglio il proprio young core, possibilmente migliorando anche in difesa, la peggiore della Lega nella scorsa stagione. E poi chissà se dal draft del prossimo anno arriverà qualche altra gradita sorpresa.

Thomas Bryant con l’editoriale su Wembanyama
 
 
 

13. PORTLAND TRAIL BLAZERS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Rayan Rupert SG 6-6 205 May 31, 2004 fr R
Skylar Mays  (TW) PG 6-4 205 September 5, 1997 us 3
Kevin Knox PF 6-7 215 August 11, 1999 us 5
Justin Minaya SF 6-5 210 March 26, 1999 us 1
Duop Reath C 6-11 245 June 26, 1996 ss R
George Conditt IV F-C 6-11 234 August 22, 2000 us R
Jerami Grant PF 6-8 210 March 12, 1994 us 9
John Butler  (TW) C 7-1 175 December 4, 2002 us 1
Matisse Thybulle SG 6-5 201 March 4, 1997 us 4
Toumani Camara PF 6-8 220 May 8, 2000 be R
Robert Williams C 6-9 237 October 17, 1997 us 5
Kris Murray SF 6-8 220 August 19, 2000 us R
Ibou Badji  (TW) C 7-1 240 October 13, 2002 sn R
Scoot Henderson PG 6-2 195 February 3, 2004 us R
Deandre Ayton C 6-11 250 July 23, 1998 bs 5
Jabari Walker SF 6-9 215 July 30, 2002 us 1
Anfernee Simons SG 6-3 181 June 8, 1999 us 5
Shaedon Sharpe SG 6-6 200 May 30, 2003 ca 1
Malcolm Brogdon PG 6-5 229 December 11, 1992 us 7

Sarebbe stato inevitabile: la storia d’amore tra Damian Lillard e i Portland Trail Blazers sarebbe finita prima o poi. E, con alta probabilità, senza un anello a coronarla. Non si pensava però che la separazione dal primatista di tutti i tempi della franchigia per punti totali e medi a partita, triple e tiri liberi segnati, nonché protagonista di alcuni momenti iconici della storia del team, accadesse in questo modo. Sebbene qualche voce di rottura sotto la deficitaria gestione Billups di tanto in tanto uscisse fuori, si pensava che il matrimonio durasse per sempre. Invece, con il forte desiderio di un assalto al titolo e la percezione che il front office non avesse fatto abbastanza per costruirgli intorno una squadra in grado, Lillard quest’estate ha richiesto la trade, e specificatamente per unirsi ai Miami Heat. Ne è uscita fuori una lunga partita a scacchi: i Blazers hanno rifiutato le offerte al ribasso degli Heat forti della volontà del giocatore di non partecipare ad altri training camp, Lillard dopo gli ammiccamenti social per Miami ha provato la ricongiunzione in extremis con Portland quando è tramontata la possibilità di andare in Florida, i Blazers non hanno voluto più saperne di Dame spedendolo infine ai Bucks.

Il GM Joe Cronin ha avviato così la ricostruzione del roster in maniera definitiva, dopo le incongruenti mosse precedenti: da un lato la ricerca di veterani (anche a costi alti, vedasi le cessioni di McCollum), dall’altro la puntuale presenza in lottery nella notte del draft (tenendo quindi in mano le scelte, invece di inserirle in scambi per giocatori pronti subito). Non ultima, a proposito, la doppietta di questo giugno: al draft, la scelta di Henderson (potenziale stella futura della Lega ma dalla poca compatibilità con Lillard) tenendo la pick numero 3; in apertura di free agency, il dispendioso accordo con il 29enne Jerami Grant per convincere Lillard dell’intenzione di capitalizzare sui suoi ultimi anni ai vertici. Con Dame a richiedere lo scambio meno di 24 ore dopo l’accordo…

Con Scoot Henderson (19 anni), Anfernee Simons (24 anni), Shaedon Sharpe (20 anni) e DeAndre Ayton (25 anni) il nucleo del futuro dei Blazers è nutrito e definito, con 4 ragazzi attesi al varco per diventare il prossimo volto della franchigia. Al loro fianco veterani di spessore come lo stesso Grant e Malcom Brogdon e due buoni giocatori da rotazione come Matisse Thybulle e Time Lord Robert Williams: in teoria il mix potrebbe anche risultare discreto, in pratica è difficile che il gruppo resti questo per molto tempo, con i giocatori più navigati che dopo poco potrebbero finire in qualche contender (e proprio Brogdon, potenzialmente ottima guida per i giovani, potrebbe invece chiudere l’annata sportiva nuovamente a correre per l’anello come preziosa uscita dalla panchina).

Ci sarà bisogno quindi di tempo per tornare a buoni livelli nella Western Conference: ora come ora, momenti emozionati come la cavalcata del 2019 che portò alle Finali di Conference per la franchigia che fu feudo di Dame Lillard sembrano belli lontani…

“Dame Time has run out”



12. UTAH JAZZ

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Collin Sexton PG 6-1 190 January 4, 1999 us 5
Josh Christopher  (TW) SG 6-5 215 December 8, 2001 us 2
Johnny Juzang  (TW) SG 6-7 215 March 17, 2001 us 1
Omer Yurtseven C 7-0 264 June 19, 1998 tr 2
Brice Sensabaugh SF 6-6 235 October 30, 2003 us R
Taylor Hendricks PF 6-9 210 November 22, 2003 us R
Keyonte George SG 6-4 185 November 8, 2003 us R
Luka Šamanić PF 6-10 227 January 9, 2000 hr 3
Kris Dunn PG 6-3 205 March 18, 1994 us 7
Jordan Clarkson SG 6-4 194 June 7, 1992 us 9
Simone Fontecchio SF 6-8 209 December 9, 1995 it 1
Walker Kessler C 7-1 245 July 26, 2001 us 1
Ochai Agbaji SG 6-5 215 April 20, 2000 us 1
Lauri Markkanen PF 7-0 240 May 22, 1997 fi 6
Talen Horton-Tucker SG 6-4 234 November 25, 2000 us 4
John Collins PF 6-9 235 September 23, 1997 us 6
Kelly Olynyk C 6-11 240 April 19, 1991 ca 10

Nella stagione del cinquantesimo anniversario dalla nascita degli Utah Jazz, possiamo dire che le cose potrebbero decisamente andare peggio. D’accordo, la seconda metà della scorsa stagione è stata molto deludente rispetto all’inizio infuocato, come d’altronde avevo correttamente pronosticato con i miei riti vodoo. 

Si tratta tuttavia di un progetto di ricostruzione a lungo termine, che ha già visto fiorire Lauri Markkanen come pietra angolare della struttura offensiva della squadra: non potrebbe essere altrimenti, avendo finalmente trovato costanza alla sua versatilità offensiva irreale se rapportata alla sua stazza e al suo atletismo.

Il finlandese ha concluso la miglior stagione della sua carriera finora, primo giocatore della storia con più di 200 triple e 100 schiacciate, qualificandosi per l’All Star Game, ricevendo il titolo di Most Improved Player e mettendosi in mostra anche con prestazioni spettacolari al Mondiale.

Altrettanto importante è stato l’impatto ottenuto dal rookie Walker Kessler, dimostratosi già degno di proseguire la tradizione di rim protectors d’elite dei Jazz e che se continua su questi ritmi potrebbe essere uno dei rari giovani a lottare per il DPOY già nell’anno da sophomore

L’aggiunta di John Collins è un tentativo di fornire un talento complementare a questo duo, sempre che l’ex Hawks riesca a ritrovare l’efficienza al tiro che ha latitato nella scorsa annata: il rookie Taylor Hendricks arrichisce ulteriormente il reparto per versatilità, mezzi atletici e potenziale.

I veterani Jordan Clarkson e Kelly Olynyk si sono guadagnati la riconferma dopo una stagione positiva che li ha visti migliorare l’efficienza sul lato offensivo del campo, e saranno fondamentali nel guidare un gruppo molto giovane.. 

Colin Sexton rientra dalla rottura del crociato e ritornerà il playmaker titolare: se rimane sano e continuerà i miglioramenti nell’efficienza realizzativa potrebbe diventare un elemento chiave per il futuro e forse addirittura essere preso in considerazione come All Star. Alle sue spalle tuttavia c’è una concorrenza agguerrita, con un insperatamente redivivo Kris Dunn, il promettente – ma incostante – Horton Tucker e soprattutto il rookie Keyonte George, promettente ma un po’ frenato dall’infortunio in Summer League. 

La seconda metà di stagione di Agbaji è stata molto positiva, ma dovrà mostrare ulteriori miglioramenti se vorrà consolidarsi come un affidabile 3&D.

Il nostro Simone Fontecchio ha certamente superato le aspettative, trovando spazio e mostrando di poter contribuire alla produzione offensiva: dovrà migliorare ulteriormente la sua capacità di aprire il campo per rendersi ancora più utile a questo gruppo. 

Se normalmente per una squadra NBA l’essere “troppo scarsi” per ambire seriamente alla postseason ma troppo forti per tankare equivarrebbe al trovarsi in un limbo poco vantaggioso, il tesoretto di scelte al draft consente ai Jazz la rara opportunità di poter approfittare della mediocrità attuale per sperimentare e costruire il futuro senza particolari pressioni. 

In questo senso coach Hardy ha già mostrato alla sua prima stagione di non avere timore nel provare soluzioni diverse, proponendo quintetti diversi e ruotando addirittura 23 giocatori nel corso della passata stagione. 

Se quindi a livello di risultati i Jazz possono confermarsi sulle 35-40 vittorie, rimangono una squadra da seguire e che può sorprendere per la crescita del gruppo giovane che la compone.
In breve: let them cook.

Fra la scorsa stagione e questa all’inizio, per Lauri Markkanen il servizio militare, obbligatorio in Finlandia

 
 
 

11. OKLAHOMA CITY THUNDER

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Jaylin Williams C 6-10 240 June 29, 2002 us 1
Adam Flagler G 6-3 185 December 1, 1999 us R
Caleb McConnell G 6-7 195 June 8, 1999 us R
Lindy Waters III  (TW) SG 6-6 215 July 28, 1997 us 2
Olivier Sarr  (TW) C 7-0 237 February 20, 1999 fr 2
Jack White SF 6-7 225 August 5, 1997 au 1
Vasilije Micić PG 6-5 200 January 13, 1994 rs R
Cason Wallace SG 6-4 193 November 7, 2003 us R
Keyontae Johnson  (TW) SF 6-5 230 May 24, 2000 us R
Isaiah Joe SG 6-4 165 July 2, 1999 us 3
Kenrich Williams PF 6-6 210 December 2, 1994 us 5
Dāvis Bertāns PF 6-10 225 November 12, 1992 lv 7
Luguentz Dort SF 6-3 215 April 19, 1999 ca 4
Ousmane Dieng PF 6-10 216 May 21, 2003 fr 1
Chet Holmgren PF 7-0 195 May 1, 2002 us R
Jalen Williams SG 6-6 195 April 14, 2001 us 1
Aaron Wiggins SG 6-6 200 January 2, 1999 us 2
Josh Giddey PF 6-8 210 October 10, 2002 au 2
Tre Mann PG 6-3 178 February 3, 2001 us 2
Shai Gilgeous-Alexander PG 6-6 180 July 12, 1998 ca 5
Aleksej Pokusevski PF 7-0 190 December 26, 2001 rs 3

La scorsa stagione, gli Oklahoma City Thunder hanno fatto un deciso passo avanti nel loro processo di rebuilding. Hanno chiuso con un record di 40-42, mancando di una sola partita l’accesso alla postseason dopo aver perso contro Minnesota nell’ultimo round del torneo di play-in. Il tutto senza l’aiuto della seconda scelta assoluta del 2022, Chet Holmgren, che ha saltato l’intera stagione a causa di un infortunio al piede.

Ma il miglioramento generale registrato grazie ai movimenti estivi nella già complessa Western Conference potrebbe limitare i progressi dei Thunder in termini di record, un rallentamento che non sarebbe nemmeno del tutto inatteso se consideriamo l’età media del loro roster. Ci sono però molti motivi per essere ottimisti.

Reduce dall’inserimento nel primo quintetto All-NBA e dal quinto posto nelle votazioni per l’MVP, Shai Gilgeous-Alexander è stato una delle note più positive della passata stagione, chiusa a 31,4 punti di media con il 51% al tiro. Come ciliegina sulla torta, in estate ha portato il Canada alla medaglia di bronzo del Campionato del Mondo. SGA ha tutte le carte in regola per essere incluso tra le probabili superstar del prossimo decennio, ma dovrà disputare un’altra stagione come quella dell’anno passato per dimostrare definitivamente di esserlo.

Giddey, come il suo compagno di squadra, ha fatto sfracelli durante la manifestazione FIBA con la maglia dell’Australia. Nella scorsa stagione NBA ha incrementato le sue performance realizzative, migliorato le percentuali di tiro e ridotto il numero delle palle perse. Se riuscisse a proseguire su questa strada, magari imparando a conquistare qualche viaggio in lunetta in più, fornirebbe a Oklahoma City un ulteriore boost in termini di consistenza offensiva (sulla difesa c’è molto più da lavorare, ma non si può essere sempre perfetti).

Quello che forse è stato il punto debole più evidente dell’anno passato, ossia la mancanza di centimetri a centro area, potrebbe essere superato grazie al rientro di Chet Holmgren, che nelle gare di Summer League e preseason ha fatto vedere cose decisamente egregie. Ci si aspetta anche tanto da Jalen Williams, che l’anno scorso ha avuto una seconda parte di stagione impressionante (medie da 18/5/4 dalla pausa dell’All Star Game).

In estate i Thunder hanno firmato un contratto triennale con l’ex due volte MVP dell’Eurolega Vasilije Micić, e nell’ultimo draft hanno fatto trade-up per arrivare al n. 10 e scegliere, un po’ a sorpresa, la combo guard di Kentucky Cason Wallace. Considerando l’affollamento del ruolo, entrambi saranno probabilmente impiegati dalla panchina con un minutaggio limitato, anche se con le squadre di Presti non si può mai sapere.

OKC è una squadra clamorosamente ricca di giovani e di talento, che potrebbe la sorpresa della Western Conference 2023/24. Certo, rispetto all’anno passato ci sarà più attenzione su di loro e la concorrenza è sempre più agguerrita, per cui anche solo ripetere il risultato della passata stagione non sarà per nulla scontato.

Ma riuscire a trovare un equilibrio in campo tra Gilgeous-Alexander, Giddey e Holmgren sarà molto più importante del rapporto tra vittorie e sconfitte o di un eventuale raggiungimento di un posto nei playoff. Il loro “process” è appena iniziato, e giova ricordare che, anche grazie alla recente trade con Houston che ha coinvolto Oladipo e Porter Jr (immediatamente tagliato), i Thunder avranno a disposizione 37 scelte nei prossimi 7 anni: 15 al primo turno e 22 al secondo. Mica male, no?

Che possa essere di buon auspicio per entrambi… e per noi!

 

 

10. MINNESOTA TIMBERWOLVES

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Luka Garza  (TW) C 6-11 235 December 27, 1998 us 2
D.J. Carton G 6-2 200 August 5, 2000 us R
Trevor Keels SG 6-5 221 August 26, 2003 us 1
Matt Ryan  (TW) SF 6-7 215 April 17, 1997 us 2
Tyrese Martin SG 6-6 215 March 7, 1999 us 1
Daishen Nix PG 6-5 224 February 13, 2002 us 2
Nickeil Alexander-Walker SG 6-6 205 September 2, 1998 ca 4
Leonard Miller SF 6-10 210 November 26, 2003 ca R
Shake Milton SG 6-5 205 September 26, 1996 us 5
Troy Brown Jr. SF 6-6 215 July 28, 1999 us 5
Jaylen Clark  (TW) SG 6-5 205 October 13, 2001 us R
Karl-Anthony Towns PF 6-11 248 November 15, 1995 us 8
Naz Reid C 6-9 264 August 26, 1999 us 4
Josh Minott SF 6-8 205 November 25, 2002 us 1
Kyle Anderson PF 6-9 230 September 20, 1993 us 9
Wendell Moore Jr. SG 6-5 213 September 18, 2001 us 1
Jordan McLaughlin PG 5-11 185 April 9, 1996 us 4
Mike Conley PG 6-1 175 October 11, 1987 us 16
Rudy Gobert C 7-1 258 June 26, 1992 fr 10
Anthony Edwards SG 6-4 225 August 5, 2001 us 3
Jaden McDaniels SF 6-9 185 September 29, 2000 us 3

Vi vedo, tutti girati a guardarmi con quei sorrisetti a metà – “Say the line, Bart!” – e io ve la dico: OCCHIO A MINNESOTA! 

Più che per pronosticare (minacciare?) i Timberwolves come solita eterna potenziale sorpresa, qui c’è proprio da stare attenti, perché a Minneapolis sarà una stagione da sliding doors

Il pesante investimento compiuto nella scorsa offseason per affiancare a Karl-Anthony Towns un centro difensivo come Gobert finora si è rivelato fallimentare, dato che è valso solo un’eliminazione al primo turno dopo l’accesso ai playoff raggiunto tramite il play-in. 

Un po’ per il lungo infortunio di KAT, un po’ perché è emersa una sostanziale incompatibilità tra i due e un po’ magari anche perché l’highlight dell’anno di Gobert è stato il pugno a quel pezzo di pane di Kyle Anderson durante un timeout dell’ultima partita stagionale. 

La principale nota positiva dello scorso anno, ovvero il grande salto di livello di Anthony Edwards che si è guadagnato onori da All-Star, in realtà pone i Timberwolves nella posizione di compiere scelte dolorose. 

Col secondo monte ingaggi più alto della lega, i rinnovi al massimo di Towns e Edwards che partiranno dal prossimo anno, zero spazio salariale e alcuni contratti importanti in scadenza, allo stato attuale il margine di manovra per tenere insieme questo gruppo è ristrettissimo.
Sarà pertanto un’annata in cui si tenterà di ottenere il miglior risultato possibile per cercare di ridare un po’ di appeal ad una franchigia che finora ha sempre promesso più di quanto sia riuscita a mantenere, ma non sarà affatto facile. 

Il generale Conley, arrivato a febbraio,ha ridato ordine ad entrambe le fasi ed è complementare al talento più offensivo di Edwards, ma è in scadenza, ha visto 36 primavere e in quattro delle ultime otto stagioni ha giocato meno di sessanta partite. 

Jaden McDaniels è giovane, è uno specialista difensivo che si sta sviluppando in un ottimo two way player: Edwards l’ha definito – vedendoci lungo – il giocatore più importante della squadra, ma è in scadenza e allo stato attuale sarà complicato tenerlo, al pari del già citato Anderson, il cui impatto come point forward in uscita dalla panca non è da sottovalutare. . 

Naz Reid ha approfittato dell’infortunio di Towns per mettere in mostra le sue doti di palleggio – impressionanti per un lungo di tale stazza – e nell’attacco in entrata fronte a canestro, però con il suo rinnovo i Timberwolves ora spendono 90 milioni per tre centri.  

Le aggiunte di Shake Milton, discreto realizzatore, e Troy Brown, buon difensore sugli esterni, sono solide ma niente di trascendentale. 

In sostanza, l’allineamento di pianeti perché i Timberwolves possono fare bene in un Ovest così competitivo deve essere notevole: Gobert e Towns devono trovare la giusta chimica, Edwards deve mantenere – se non alzare ulteriormente – il livello, Conley deve restare sano, coach Finch dovrà trovare il modo di incastrare la produzione offensiva di Reid in una rotazione dei lunghi già affollata. 

Anche qualora ciò riuscisse, risulta difficile pronosticare questa squadra oltre il primo turno di playoff, magari raggiunto nuovamente tramite il play-in.
In ogni caso questa stagione fungerà da grande momento di riflessione per capire chi degli attuali membri del roster farà parte del nuovo ciclo del gruppo, in cui il leader sarà sicuramente Edwards, e in questo senso nessuno è al sicuro. Nemmeno Towns, il cui talento tecnico non si discute, ma che sia per le lacune difensive che per l’integrità fisica non è più da considerarsi intoccabile.


Anthony Edwards, fresco di nuovo numero di maglia, a scaldare i motori in preseason

 
 
 

9. NEW ORLEANS PELICANS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Larry Nance Jr. C 6-7 245 January 1, 1993 us 8
Jalen Crutcher PG 6-2 175 July 18, 1999 us R
Malcolm Hill F 6-6 220 October 26, 1995 us 2
Trey Jemison C 6-11 260 November 28, 1999 us R
Tevian Jones G 6-7 197 June 29, 2000 us R
Kaiser Gates  (TW) SF 6-8 217 November 8, 1996 us R
E.J. Liddell PF 6-7 240 December 18, 2000 us R
Herbert Jones PF 6-8 210 October 6, 1998 us 2
Cody Zeller C 6-11 240 October 5, 1992 us 10
Jordan Hawkins SG 6-5 195 April 29, 2002 us R
CJ McCollum SG 6-3 190 September 19, 1991 us 10
Dyson Daniels PG 6-8 199 March 17, 2003 au 1
Zion Williamson PF 6-6 284 July 6, 2000 us 3
Jose Alvarado PG 6-0 179 April 12, 1998 us 2
Jonas Valančiūnas C 6-11 265 May 6, 1992 lt 11
Willy Hernangómez C 6-11 250 May 27, 1994 es 7
Trey Murphy III SF 6-9 206 June 18, 2000 us 2
Naji Marshall SF 6-7 220 January 24, 1998 us 3
Brandon Ingram SF 6-8 190 September 2, 1997 us 7
Kira Lewis Jr. PG 6-1 170 April 6, 2001 us 3

In teoria, i Pelicans hanno costruito con le varie operazioni negli anni, a partire dalla cessione di Anthony Davis fino all’ingaggio del brillante coach Willie Green, una squadra con buona dose di talento e un nucleo dalla bassa età media. Zion Williamson (23 anni) e Brandon Ingram (26 anni) rappresentano una coppia di potenziali stelle per una decina d’anni nella Lega, componendo un terzetto ben assortito con un ottimo giocatore come CJ McCollum, arrivato nel febbraio del 2022, non più solamente paggetto di Dame Lillard come a Portland. Intorno a loro poi sono a roster buonissimi coprotagonisti: l’esperto lungo Jonas Valančiūnas (che nel tempo ha allargato il suo raggio di tiro, diventando quindi sempre più compatibile con Zion), uno dei migliori difensori della NBA Herbert Jones, il tiratore in costante evoluzione Trey Murphy II (salito nel corso della scorsa stagione, la sua seconda nella Lega, a 14.5 punti a gara), il “Ben Simmons (di Philadelphia) wannabe” Dyson Daniels, l’atleta Larry Nance Jr., l’utilissimo e versatile Naji Marshall, il panchinaro di rottura Jose “Grand Theft Alvarado” .

Partendo da questa base, ci si spiega il perché di una offseason non particolarmente movimentata, con la scelta del tiratore Jordan Hawkins al draft, la firma del veterano Cody Zeller per rimpiazzare come lungo di riserva Jaxson Hayes e Willy Hernangómez e soprattutto le conferme, tramite team option o nuovi contratti, di Murphy, Jones, Daniels e Marshall.

Il problema é peró nella pratica, dove questa squadra al completo sostanzialmente non si è mai vista. Nella scorsa stagione Brandon Ingram ha fatto registrare il proprio massimo in carriera per punti con 24.7, da leader silenzioso che ha rispettato le aspettative con le quali entrò nella Lega: tuttavia, è sceso in campo solo per 45 partite. Ancora peggiore il discorso relativo a Zion Williamson, la stella più splendente della squadra: nella scorsa regular season ha calcato il parquet per sole 29 gare. In particolare è la sua forma fisica a destare le più grandi preoccupazioni: arrivato nella NBA con il dubbio relativo alla sua integrità e a quanto essa potesse essergli d’intralcio per essere al vertice per i successivi 10 anni, ha saltato oltre il 60% dei match dei Pelicans, con 114 gare giocate in 4 annate sportive e l’unica stagione da oltre 60 gare in carriera ad essere stata la sua seconda (mentre nella terza, quella 2021/2022, è stato indisponible per l’intera durata). Sommando l’infortunio al menisco del ginocchio sinistro subito nel training camp da Trey Muprhy II (e gli ovvi dubbi sulla sua ripresa), è chiaro che le speranze di far bene dei Pelicans passino quasi completamente per la loro capacità di restare sani.

Riusciranno McCollum, Ingram e Williamson a giocare assieme per più delle 10 gare in cui per ora sono scesi contemporaneamente in campo (6 vinte e 4 perse)? Se la risposta sarà affermativa e il numero di minuti in cui almeno loro 3 riusciranno ad essere sul parquet sarà elevato (ben oltre i 172 a cui sono attualmente fermi), l’aggancio ad uno degli ultimi posti di playoff ad Ovest potrebbe essere alla portata, con il raggiungimento della seconda qualificazione nelle ultime sei stagioni: nonostante il livello dei principali team della Western Conference non è il talento puro a difettare al team, ben guidato da coach Willie Green.

Zion sembra aver fatto ammenda sulle proprie mancanze a livello di preparazione e per la prima volta in carriera ha trascorso la maggior parte del proprio tempo durante l’offseason a New Orleans, lavorando per tenersi in forma; cercando così di ripagare la fiducia della franchigia che nonostante i problemi fisici ha prolungato il suo contratto per ben 5 anni per 230 milioni circa di dollari a luglio 2022, e inoltre di allontanare le accuse di infedeltà alla moglie (in attesa del figlio) da parte della modella di OnlyFans Moriah Mills.

La fiducia al gruppo, mantenuto sostanzialmente per intero, concessa dal gm Trajan Langdon (esatto, quello visto anche nelle vesti di giocatore in Italia alla Benetton Treviso) sarà ben riposta? 

Quando Zion sta bene non basta qualche colpo a fermarlo se si lancia a canestro…

 
 
 

8. DALLAS MAVERICKS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Grant Williams PF 6-6 236 November 30, 1998 us 4
Tony Bradley F-C 6-10 248 January 8, 1998 us 6
Dexter Dennis G 6-5 210 February 9, 1999 us R
Markieff Morris PF 6-9 245 September 2, 1989 us 12
Derrick Jones Jr. SF 6-5 210 February 15, 1997 us 7
Greg Brown III PF 6-9 205 September 1, 2001 us 2
Seth Curry SG 6-2 185 August 23, 1990 us 9
Olivier-Maxence Prosper PF 6-8 230 July 3, 2002 ca R
Dante Exum PG 6-5 214 July 13, 1995 au 6
Josh Green SG 6-5 200 November 16, 2000 au 3
Dwight Powell C 6-10 240 July 20, 1991 ca 9
Dereck Lively II C 7-1 230 February 12, 2004 us R
Kyrie Irving SG 6-2 195 March 23, 1992 au 12
Maxi Kleber PF 6-10 240 January 29, 1992 de 6
Jaden Hardy SG 6-4 198 July 5, 2002 us 1
Tim Hardaway Jr. SF 6-5 205 March 16, 1992 us 10
Luka Dončić PG 6-7 230 February 28, 1999 si 5
Richaun Holmes PF 6-10 235 October 15, 1993 us 8

Molti di quegli esperti (o supposti tali) che dodici mesi fa, dopo la scintillante finale di Conference conquistata ai danni dei Phoenix Suns, davano i Mavs tra le contender dell’Ovest, oggi faticano a pronosticare la franchigia texana tra le possibili squadre da playoff. Uno dei principali motivi riguarda i dubbi sull’efficacia della convivenza del duo composto da Luka Dončić e Kyrie Irving. Dubbi che non hanno fatto che acuirsi durante le 16 partite, chiuse con un desolante bilancio di 5 vinte e 11 perse, in cui i due si sono trovati insieme sul parquet nella passata stagione.

L’arrivo in Texas di Irving è stato uno dei colpi di mercato più sorprendenti dell’ultima trade deadline. In estate, nonostante i modesti risultati appena citati, i Mavericks hanno scelto di legarsi all’ex Cavs con un contratto triennale da 120 milioni. Scelta quasi obbligata quella di Nico Harrison, ma ora il GM di Dallas ha bisogno che l’investimento inizi a dare i suoi frutti, pena il rischio di ritrovarsi con un Dončić in preda a quei “mal di pancia” ormai di costante attualità tra le superstar scontente della NBA. Senza contare che Irving, talento sopraffino con il pallone in mano ma un filo più discutibile nella gestione degli aspetti extra-cestiscici, non è proprio il giocatore più affidabile come stabilità emotiva.

Detto questo, i due formano comunque una delle coppie più talentuose dell’intero panorama NBA. La capacità di Luka Magic di mettersi la squadra sulle spalle è fuori discussione, ma sfruttare meglio il supporto di Irving potrebbe alleviare parte della pressione e consentirgli di esprimere al meglio il suo talento. I loro differenti skill set offensivi potrebbero rivelarsi un punto di forza per i Mavericks rivelandosi un rebus irrisolvibile per le difese avversarie, in particolare se Dončić riuscirà ad adattarsi meglio nelle situazioni off the ball.

Nell’altra metà campo si spera invece che le mosse effettuate dalla dirigenza possano porre rimedio al disastro dell’anno passato, chiuso al 25esimo posto come rating difensivo dopo che la stagione precedente aveva invece visto i Mavs affermarsi tra le migliori esponenti della lega. In estate Dallas ha rinnovato il personale con le aggiunte di Grant Williams, Seth Curry, Dante Exum, Richaun Holmes e Derrick Jones Jr., mantenendo a roster validi elementi come Josh Green, Jaden Hardy e Maxi Kleber, Tim Hardaway Jr. e Dwight Powell. Dal draft sono arrivati Dereck Lively e Olivier-Maxence Prosper, due ottimi prospetti che potrebbero dare un contributo fin da subito.

La profondità delle rotazioni potrebbe essere un elemento importante per i Mavericks, ma coach Jason Kidd dovrà trovare la chiave per far rendere al meglio la squadra messagli a disposizione. Giasone è arrivato all’ultima, e forse nemmeno meritata chiamata, e un’altra stagione “fallimentare” (scusa Giannis, ma non mi vengono in mente altri termini…) rappresenterebbe certamente il capolinea della sua esperienza in Texas.

Se invece la difesa dovesse ritrovare smalto e la coesistenza tra Luka e Kyrie dovesse finalmente rendere al meglio, quegli analisti di cui sopra potrebbero, di nuovo, ritrovarsi a dover rivedere le loro previsioni.

Intanto, nella preseason Luka si è goduto un bagno di folla a Madrid e un’allegra comparsata nella huddle del “suo” Real



7. MEMPHIS GRIZZLIES

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
David Roddy PF 6-6 255 March 27, 2001 us 1
Adonis Arms G 6-5 200 June 26, 1998 us R
David Johnson G 6-5 210 February 26, 2001 us 1
Gregory Jackson II  (TW) PF 6-9 215 December 17, 2004 us R
Shaquille Harrison SG 6-4 190 October 6, 1993 us 6
Derrick Rose PG 6-3 200 October 4, 1988 us 14
Kenneth Lofton Jr. PF 6-7 275 August 14, 2002 us 1
Brandon Clarke PF 6-8 215 September 19, 1996 ca 4
Steven Adams C 6-11 265 July 20, 1993 nz 10
Ja Morant PG 6-3 174 August 10, 1999 us 4
John Konchar SF 6-5 210 March 22, 1996 us 4
Jake LaRavia PF 6-8 235 November 3, 2001 us 1
Jaren Jackson Jr. C 6-11 242 September 15, 1999 us 5
Marcus Smart PG 6-3 220 March 6, 1994 us 9
Santi Aldama PF 6-11 224 January 10, 2001 es 2
Ziaire Williams SF 6-8 215 September 12, 2001 us 2
Luke Kennard SG 6-5 206 June 24, 1996 us 6
Xavier Tillman Sr. C 6-8 245 January 12, 1999 us 3
Desmond Bane SG 6-5 215 June 25, 1998 us 3

Il West, si sa, è terra selvaggia, terra di frontiera dove vige la legge del più forte e tutto può mutare al primo cambio di vento. In questo senso è simbolicamente sensato che uno dei punti fermi della Conference sia la squadra della città più orientale, che si estende sulla sponda est del Mississippi, il “confine storico” del vecchio West.

Memphis è infatti l’unica squadra che è riuscita a mantenere un record superiore alle cinquanta vittorie in entrambe le ultime due stagioni. 

Se due anni fa si trattò di una clamorosa sorpresa, l’anno scorso la riconferma era annunciata e plausibile, in virtù di un progetto tecnico che va avanti ormai da cinque anni con un nucleo ormai rodato di giovani “cresciuti in casa” sotto l’egida di coach Jenkins e della sua defense first mentality che nel corso delle ultime stagioni hanno mostrato una crescita costante.

L’esempio più cristallino in questo senso è certamente Desmond Bane, che in estate ha firmato un rinnovo quinquennale a 207 milioni, un record di franchigia. 

Nella scorsa stagione è stato tra le migliori cinque guardie della lega sia per punti realizzati che per efficienza al tiro, piazzandosi anche tra le migliori dieci in termini di percentuali dall’arco – il primo in quest’ultima statistica è peraltro la sua riserva, Luke Kennard. 

La qualità della sua produzione offensiva sarà importantissima soprattutto nel primo terzo di stagione, quando le opzioni in tal senso saranno più ridotte. Lo dico? Quest’anno sarà in odore di All-Star. 

Il sacrosanto ban di 25 partite a Ja Morant, All-Star, leader offensivo della squadra e sventolatore di armi da fuoco su Instagram, costituisce una delle grandi incognite prestagionali, sia per il mancato apporto offensivo nell’immediato che per l’effettivo futuro del giocatore: riuscirà a rifuggere la cretineria e riprendere la traiettoria positiva della sua carriera da All-Star al suo rientro, senza intaccare gli equilibri formati nel frattempo?

Anche la partenza di Dillon Brooks per eccesso di comportamenti memetici non è una perdita da sottovalutare, specie in tema di equilibri difensivi: il suo posto in quintetto sarà infatti preso da uno tra il già citato Kennard e John Konchar, che sono entrambi due tiratori, oppure uno tra Williams e Roddy, che tuttavia non sono forse pronti ad un minutaggio troppo ampio.

In attesa della risposta del campo a queste domande, infatti, Tyus Jones è stato sacrificato per inserire a roster Marcus Smart, che idealmente dovrebbe essere la soluzione ad entrambe le questioni. 

L’ex Boston è  sicuramente meno playmaker rispetto a Jones ma è un leader difensivo e soprattutto un veterano a cui sarà richiesto un ruolo di leadership nello spogliatoio sia per le questioni extra campo che nella postseason.
Da leggersi in questo senso a mio avviso anche l’inserimento di Derrick Rose, che faticava a vedere il campo a New York ma può essere ottimo per qualche momento determinante nonché come Spettro del Natale Futuro per Morant. 

In tema di equilibri, bisognerà anche districare la matassa del reparto lunghi. 

Intoccabile Jaren Jackson Jr., che finalmente ha trovato una stagione di continuità e alto rendimento che gli è valsa un meritato DPOY. Qualche difetto rimane, specie per produzione offensiva e falli concessi – il mondiale in questo senso è stato emblematico – ma parliamo di uno dei migliori 4 del mondo. 

È notizia delle ultime ore che Steven Adams si opererà e salterà tutta la stagione, per cui ci sarà ampio minutaggio per il versatilissimo Xavier Tillman Jr. come anche per Santi Aldama, che con le sue doti di tiro e palleggio mostra un potenziale molto interessante.

Dietro questi tre nomi ci sarà maggiore spazio anche per il figlio illegittimo di Zi-Bo Kenny Lofton  in attesa del rientrante Brandon Clarke, che sulla carta partirebbe davanti nelle gerarchie.

Sarà in ogni caso determinante l’ormai consueto sfruttamento dell’ampia rotazione della panchina da parte di coach Jenkins, in grado di fornire soluzioni diverse alle varie situazioni di gioco e della vita nonché quintetti atipici data la straordinaria versatilità di molti componenti del roster.

I Grizzlies hanno dimostrato di essere una solida squadra da regular season, ma questa sarà una stagione spartiacque: se riusciranno a tenere sotto controllo Morant e a trovare un equilibrio sia con lui in campo che senza, la terza stagione da cinquanta vittorie consecutiva è assolutamente alla portata. 

Il vero banco di prova per questo giovane gruppo sarà raggiungere almeno il secondo turno dei playoff, facendo tesoro delle scoppole al primo turno degli ultimi anni, e cercare di arrivare più in fondo possibile, dimostrando di poter seriamente contendere per il titolo.

In preseason, Brevin Knight (attualmente commentatore delle partite di Memphis per la Bally Sports Southeast affettuoso con tutti i giocatori dei Grizzlies… o quasi

 

 

6. SACRAMENTO KINGS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Colby Jones SG 6-6 205 May 28, 2002 us R
Dane Goodwin G 6-6 200 December 28, 1999 us R
Jake Stephens C 7-0 275 November 5, 1999 us R
Jaylen Nowell SG 6-4 201 July 9, 1999 us 4
Jordan Ford  (TW) PG 6-1 175 May 26, 1998 us R
JaVale McGee C 7-0 270 January 19, 1988 us 15
Sasha Vezenkov PF 6-9 225 August 6, 1995 cy R
Alex Len C 7-0 250 June 16, 1993 ua 10
Trey Lyles PF 6-9 234 November 5, 1995 ca 8
Keon Ellis  (TW) SG 6-6 175 January 8, 2000 us 1
Domantas Sabonis C 6-11 240 May 3, 1996 us 7
Jalen Slawson  (TW) SF 6-7 215 October 22, 1999 us R
Harrison Barnes PF 6-8 225 May 30, 1992 us 11
Kessler Edwards SF 6-8 215 August 9, 2000 us 2
Malik Monk SG 6-3 200 February 4, 1998 us 6
Keegan Murray SF 6-8 215 August 19, 2000 us 1
Kevin Huerter SG 6-7 190 August 27, 1998 us 5
Chris Duarte SF 6-6 190 June 13, 1997 do 2
Davion Mitchell PG 6-2 205 September 5, 1998 us 2
De’Aaron Fox PG 6-3 185 December 20, 1997 us 6

The streak is over. Sedici stagioni senza playoff (record di ogni epoca in NBA), tutte al di sotto delle 40 vittorie, poi lo scorso anno una stagione da 48-34, con un’efficacia offensiva tra le migliori della storia dell’NBA (quasi 121 punti a partita, col 49,4% dal campo e un offensive rating di 119.4: basterebbe questo a spiegare il ritrovato entusiasmo intorno alla franchigia californiana. Che peraltro non si è limitata a qualificarsi ai playoff come terza della Western Conference: ha fatto sudare le proverbiali sette camicie ai campioni uscenti dei Golden State Warriors. Avanti 2-0 nella serie, poi sotto 3-2, è andata a vincere gara-6 al Chase Center di San Francisco per giocarsi la bella in casa, dove c’è voluta la prima prestazione da 50 punti in una gara-7 nella storia della NBA, da parte dell’alieno col numero 30, per eliminarli dalla postseason.

E adesso?

Incredibile ma vero (considerando la storia recente dei Kings), si va avanti in blocco con la squadra dello scorso anno. Confermato tutto lo starting five con Fox e Huerter in guardia, Barnes e Murray in ala e Sabonis da centro; confermata praticamente tutta la second unit, con Monk, Lyles, Mitchell, Len ed Edwards ancora tra le fila dei neroviola. C’è però un’aggiunta da segnalare, passata un po’ sottotraccia se non tra gli addetti ai lavori, che potrebbe dare alla squadra del Coach of the Year Mike Brown quel qualcosa in più che gli permetta di tornare a vincere una serie di playoff per la prima volta dal 2004: a questa ossatura, il GM Monte McNair ha aggiunto il miglior giocatore della scorsa edizione dell’Eurolega (miglior giocatore nel senso che non solo ha vinto il titolo di MVP, ma si è anche portato a casa il premio come miglior realizzatore del torneo): Sasha Vezenkov rappresenta l’aggiunta tattica per i Kings, che potranno schierarlo nei due ruoli di ala contando innanzitutto sul suo tiro da fuori.

Di contro, c’è da dire che adesso Sacramento non potrà più contare su quella sorta di “effetto sorpresa” che ha portato, forse un po’ inconsapevolmente, tutte le avversarie a dire “vabbè, tanto sono i Kings, dove vuoi che vadano?”. Per quanto riguarda il draft, poi, si è scelto di non puntarci troppo: la prima scelta di Sacramento, Olivier-Maxence Prosper, chiamato alla 24, è stata dirottata for cash considerations ai Dallas Mavs. La preseason, per quel che vale, non è stata certo entusiasmante, con 4 sconfitte di fila prima dell’unica vittoria contro i Jazz. Insomma, confermarsi, per i Sacramento Kings, è l’obiettivo minimo, per non disperdere quel po’ di hype che qua non si vedeva da un sacco di tempo. Migliorarsi, ovvero vincere una serie play-off, è possibile, ma serve che tutta la squadra faccia quello scalino in più. Servirà una maggior precisione da oltre l’arco da parte di De’Aaron Fox (il 32,4% su 7 tentativi a partita è un dato decisamente migliorabile), un po’ più convinzione nell’attaccare l’avversario diretto da parte di Kevin Huerter (appena 1.7 liberi tentati) e Keegan Murray (appena 81 volte in lunetta in 80 partite), e soprattutto una maggior aggressività a rimbalzo, dove i Kings hanno spesso faticato, chiudendo al ventesimo posto su 30 squadre NBA, e nella protezione del ferro (29esimi per stoppate).

Dopo le splendide cose fatte vedere in Eurolega, qualche flash in preseason: questo Vezenkov due o tre cose le sa fare, non credete?

 

 

5. LOS ANGELES CLIPPERS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Nicolas Batum PF 6-8 230 December 14, 1988 fr 15
Nate Darling G 6-6 200 August 30, 1998 ca 1
Joshua Primo  (TW) SG 6-6 190 December 24, 2002 ca 2
Bryson Williams F 6-8 240 April 25, 1998 us R
Jordan Miller SF 6-7 195 January 23, 2000 us R
Moussa Diabaté  (TW) C 6-11 210 January 21, 2002 fr 1
Mason Plumlee C 6-11 254 March 5, 1990 us 10
Russell Westbrook PG 6-3 200 November 12, 1988 us 15
Kobe Brown PF 6-7 250 January 1, 2000 us R
Amir Coffey SF 6-7 210 June 17, 1997 us 4
Marcus Morris PF 6-8 218 September 2, 1989 us 12
Ivica Zubac C 7-0 240 March 18, 1997 ba 7
Robert Covington PF 6-7 209 December 14, 1990 us 10
Terance Mann SG 6-5 215 October 18, 1996 us 4
Kawhi Leonard SF 6-7 225 June 29, 1991 us 11
Brandon Boston Jr. SF 6-7 185 November 28, 2001 us 2
Bones Hyland PG 6-3 173 September 14, 2000 us 2
Norman Powell SG 6-3 215 May 25, 1993 us 8
Paul George SF 6-8 220 May 2, 1990 us 13
Kenyon Martin Jr. SF 6-6 215 January 6, 2001 us 3
Sarà l’anno giusto per provarci davvero, se Kawhi Leonard e Paul George non subiranno troppi infortuni. Sì, è sempre tutto qua, non è un déjà-vu di un déjà-vu di un déjà-vu. O forse sì. La storia è sempre quella coi Clippers, fin da quando i due gioielli sono sbarcati nella città degli angeli e anche se sa di solfa trita e ritrita, siamo sempre là. O forse è sempre stata la storia dei Clippers.

Sbrighiamo presto la pratica allora: tutto o quasi dipenderà da loro. La scorsa stagione ha dimostrato per l’ennesima volta che il resto della squadra c’è ed è pronta a fare quantomeno il tentativo. Ma è lapalissiano come tutto dipenda da George e Leonard. Lo staff medico della franchigia è sempre stato pieno di lavoro, ma dall’estate 2019 sono più indaffarati di uno specializzando in medicina in un ospedale italiano. Non ci sono dubbi nemmeno su quanto potrebbero fare se restano più o meno sani: le percentuali, il talento, la capacità di risolvere le partite e di trascinare la squadra sono indubbie ma i due sono appena sopra il 50% di partite giocate in 4 stagioni, sorvolando su quelle giocate insieme (con vittorie oltre il 60% con i due contemporaneamente in campo) o ai playoff. PG e The Klaw sembrano disponibili entrambi ai nastri di partenza, più durerà, più metterà paura persino in una Conference come quella Occidentale, nonostante la loro età non sia più quella da prime di carriera. Con un grosso punto di domanda viste le nuove regole sul load management: non è servito a molto l’anno scorso, ma la squadra è andata decisamente col pilota automatico in RS. La voglia di provarci c’è a sentire le parole di Tyronn Lue e anche a giudicare dalle scelte degli altri: su tutti i rinnovi al forte ribasso di Russell Westbrook e Mason Plumlee. 

Partendo da loro. Quella vista ai Clippers è forse la versione più uomo-squadra mai vista di Westbrook. Il numero 0 si è messo al servizio e ha provato a trascinare i losangelini, fino a dare filo da torcere ai Suns in una serie dall’esito scontato fin dall’inizio. Serve questo Westbrook ai Clippers, anche nella convivenza eventualmente prolungata con le due stelle della squadra: ruolo secondario ma forza trainante, in quello che si è rivelato il contesto perfetto per lui. Quella dei centri è una delle caselle su cui si può spuntare la voce “sicurezza”: Plumlee, come detto, che resta a far coppia con Ivica Zubac. Un tandem che sarebbe perfetto per molte squadre: lettura spalle a canestro e nella conclusione delle iniziative di Westbrook, solidità difensiva, capacità di passaggio. Si inseriscono alla perfezione negli ipotetici quintetti. La verticalità la aggiunge poi Kenyon Martin Jr. (173 dei suoi 410 canestri dal campo nella scorsa stagione erano schiacciate). Può crescere all’ombra degli altri, cercando poi di essere anche qualcosa di più di roll-to-basket, tagli a canestro e rimbalzi, ma per ora serve circa quello. Con queste premesse, la squadra può anche tornare ad essere una granitica difesa, come promesso, anche con la partenza di Eric Gordon. Terance Mann, eletto quinto titolare, avrà più responsabilità, Norman Powell può reggere sulle linee di fondo senza troppi affanni. Paradossalmente è proprio sulle ali che si scricchiola un po’ di più, in assenza di uno o di entrambi i protagonisti. Oltre a Martin, c’è Robert Covington, solido ma un po’ in rotta col tiro ultimamente, poi ci si affida al rookie Kobe Brown, che è sembrato ancora lento e impacciato, per quanto fisicamente imponente, e Marcus Morris, finito fuori dalle rotazioni l’anno scorso e non a caso.

In sostanza i Clippers possono esserci ma è tutto vincolato, ancora una volta, a quei due. La mancata trade per portare James Harden in California potrebbe essere quasi una pallottola schivata, specie se si ragiona sulla lunghezza del roster, perché la sensazione è che nemmeno lui avrebbe annullato questa dipendenza. Maledizione o no, è l’ennesima stagione da win or bust per i Velieri ma forse c’è da sperare che sia l’ultima, altrimenti rischia di diventare soltanto un’abitudine. 

Meglio che provino a disegnare solamente pallacanestro sul parquet…

 

4. GOLDEN STATE WARRIORS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Trayce Jackson-Davis PF 6-9 245 February 22, 2000 us R
Jerome Robinson  (TW) SG 6-4 190 February 22, 1997 us 3
Rudy Gay SF 6-8 250 August 17, 1986 us 17
Rodney McGruder SG 6-4 205 July 29, 1991 us 7
Usman Garuba  (TW) PF 6-8 220 March 9, 2002 es 2
Lester Quinones  (TW) SG 6-5 208 November 16, 2000 us 1
Dario Šarić PF 6-10 225 April 8, 1994 hr 6
Draymond Green PF 6-6 230 March 4, 1990 us 11
Cory Joseph PG 6-3 200 August 20, 1991 ca 12
Klay Thompson SF 6-6 215 February 8, 1990 us 10
Brandin Podziemski SG 6-5 205 February 25, 2003 us R
Andrew Wiggins SF 6-7 197 February 23, 1995 ca 9
Kevon Looney C 6-9 222 February 6, 1996 us 8
Gary Payton II SG 6-3 190 December 1, 1992 us 7
Moses Moody SG 6-6 205 May 31, 2002 us 2
Stephen Curry PG 6-2 185 March 14, 1988 us 14
Chris Paul PG 6-0 175 May 6, 1985 us 18
Jonathan Kuminga PF 6-8 210 October 6, 2002 cd 2

La fine di un’era che si avvicina, il fallimento di un progetto affascinante quanto complesso e la fame di tornare – anche solo per un’ultima volta – la dinastia vincente che ha cambiato il basket nell’ultimo decennio. C’è un anno di sfide e di motivazioni davanti ai Golden State Warriors, controbilanciato dall’enorme voglia dei detrattori di dichiarare l’esperienza finita. Ma visto che i GSW di Kerr sono stati sempre una squadra da “tutto o niente”, quest’anno sembra che la parola “niente” compaia solo sotto alla colonna “Quello che abbiamo da perdere”. 

Tutto frutto dell’ultima stagione, forse l’unica a metà dei Warriors: i senatori hanno accompagnato alla porta Jordan Poole e le manovre estive hanno confermato la fine dell’esperimento “Two timelines”. Senza giri di parole, smantellata quasi per intero la linea verde – restano solo Kuminga e Moody -, si è abbracciata totalmente la consapevolezza che si doveva dare l’ultima chance ai soliti noti. Da qui, si tratta di quanto si è disposti a rischiare: siete disposti a scommettere che, senza Poole, con più minutaggio e tornando ad avere il fisico dalla sua parte, Klay Thompson non tornerà ad essere un esemplare Splash Brother e l’ottimo difensore perimetrale che era una volta? È la sfida perfetta, a scadenza di contratto, per chiudere in bellezza e riprendersi ciò che la sfortuna gli ha tolto. Non c’è da perdere righe per parlare di Steph Curry, la certezza attorno a cui ruota la squadra, così come su Draymond Green, che forse si è arreso a non poter dare quel contributo al tiro che la macchina perfetta ha richiesto in alcune annate, ma che sa ancora fare la differenza in difesa. Anzi, dispensato da quei compiti, può risalire nelle statistiche difensive. Lui e il solo Looney come centro vero, per dimensioni, potrebbero non bastare nelle partite decisive e con pivot dominanti, ma sono previsioni che spesso i Dubs hanno reso carta straccia nel giro di mezza serie dei Playoff.

Non è tutto oro, per carità. I rischi di una strategia forse obbligata ma comunque ambiziosa ci sono. A partire proprio da quelle mancanze e continuando con la lunghezza in panchina. Non privi di talento, ça va sans dire, ma certo invecchiati: ci sarà la necessità dell’apporto dalle retrovie. Il rookie Jackson-Davis è la possibile perla nascosta in una stagione così, oltre ovviamente al già citato Kuminga, chiamato ad avvicinarsi al suo ceiling quest’anno più che mai, per non far gettare la spugna o almeno trovare una squadra disposta a puntare su di lui la prossima estate. La FA è stata foriera di Dario Šarić, l’usato sicuro che per capacità di tirare, mettere la palla a terra e di passarla sembra un ingranaggio perfetto; così come di Corey Joseph, l’energia atletica e l’affidabilità nel decision-making per dare respiro qua e là a Curry e Paul. Ecco, quel Chris Paul che si arrende all’evidenza: se non puoi batterli, unisciti a loro. A proposito di scommesse, c’è da credere che lui sia venuto qui per provare a vincere quell’agognato anello e che sia disposto a far tutto. Persino snaturare in parte il suo gioco, rinunciare a qualche tiro importante e a qualche azione da play più “tradizionale”. Sembra lo snodo principale: se CP3 saprà mescolarsi bene nello stile di gioco o no sarà una delle chiavi della stagione dei Warriors. Le caratteristiche ci sono: meno responsabilità per Curry, che beneficerà insieme a Green di minor pressione dei difensori e affidabilità dal mid-range che latita nella Baia dai tempi di Durant. Senza citare l’abilità da passatore. Resta Wiggins, che dall’anno dell’anello è diventato un finalizzatore off-ball pregiato ma che con qualche pallone in mano in più può tornare a splendere da terzo, se non secondo violino. 

Now or never, probabilmente in testa c’è questo per quasi tutti. Potrebbe essere la vera Last Dance generazionale e ci sono tante incognite che potrebbero far deragliare questo treno dei desideri piuttosto in fretta. Non è il roster più amalgamato, non è il più talentuoso, tantomeno a Ovest. Ma ci sono anche le carte in regola per vincere ancora una volta. Ho visto 2€ spesi peggio, ecco. 

La coppia Paul + Curry in maglia Warriors: quella che non avreste mai immaginato di vedere…

 
 
 

3. LOS ANGELES LAKERS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Austin Reaves SG 6-5 206 May 29, 1998 us 2
Quinndary Weatherspoon G 6-3 205 September 10, 1996 us 3
Christian Wood PF 6-10 214 September 27, 1995 us 7
Alex Fudge  (TW) F 6-8 200 May 6, 2003 us R
Jalen Hood-Schifino SG 6-6 215 June 19, 2003 us R
Maxwell Lewis SF 6-7 195 July 27, 2002 us R
D’Angelo Russell PG 6-4 193 February 23, 1996 us 8
Gabe Vincent PG 6-3 195 June 14, 1996 us 4
Jaxson Hayes C 6-11 220 May 23, 2000 us 4
Anthony Davis C 6-10 253 March 11, 1993 us 11
Taurean Prince PF 6-7 218 March 22, 1994 us 7
Rui Hachimura PF 6-8 230 February 8, 1998 jp 4
Cam Reddish SF 6-8 218 September 1, 1999 us 4
Colin Castleton  (TW) C 6-11 250 May 25, 2000 us R
D’Moi Hodge  (TW) SG 6-4 188 December 20, 1998 vg R
LeBron James PF 6-9 250 December 30, 1984 us 20
Max Christie SG 6-6 190 February 10, 2003 us 1
Jarred Vanderbilt PF 6-9 214 April 3, 1999 us 5
Dopo essere stati particolarmente attivi all’ultima trade deadline, i Lakers hanno avuto una offseason altrettanto vivace. Nessun nome altisonante, ma la dirigenza ha compiuto diverse operazioni interessanti nell’ottica di consolidare il roster di una squadra che, giova ricordarlo, è reduce da una finale di Conference, seppur persa in modo piuttosto netto dai Denver Nuggets.

Le nuove aggiunte sono caratterizzate da skillset piuttosto variegati. Le mani morbide e la mobilità di Christian Wood lo rendono un giocatore con grandi potenzialità nella metà campo offensiva (molto meno nell’altra), Jaxson Hayes offre atletismo e protezione del ferro, Gabe Vincent intelligenza nelle letture e Taurean Prince le abilità difensive per marcare le ali avversarie. Insieme ad Hachimura, Vanderbilt e Reddish, i nuovi arrivi contribuiscono a fare della profondità del roster, non molto tempo fa uno dei principali problemi dei gialloviola, un potenziale punto di forza dei Lakers 2023-24.

Jalen Hood-Schifino, arrivato dal draft con la scelta numero 17, è invece un giovane promettente che ha mostrato interessanti lampi di talento nella sua breve carriera a livello NCAA. Ha ottime qualità nella gestione del pallone e può crearsi il tiro dal palleggio. Qualora riuscisse ad adattarsi rapidamente alla maggiore fisicità richiesta nella NBA, potrebbe guadagnarsi minuti importanti fin da subito.

Se Austin Reaves, vera e propria rivelazione dell’ultimo campionato dei Lakers, è ormai diventato un punto fermo della squadra e giocatore di culto a ogni latitudine, come testimoniato dall’accoglienza ricevuta agli ultimi Mondiali in Giappone e Filippine (in cui, peraltro, non ha per nulla sfigurato), appare comunque abbastanza ovvio che il destino dei gialloviola dipenderà ancora una volta dal rendimento di LeBron James e Anthony Davis.

King James, nonostante le 39 (TRENTANOVE) candeline che si troverà a spegnere tra pochi mesi, resta ancora oggi uno dei migliori giocatori del pianeta, ma è probabilmente arrivato il momento che Anthony Davis, beneficiario in estate di un’estensione da 186 milioni in tre anni, compia l’ultimo passo necessario per prendere definitivamente le redini della squadra. Un prolungamento di contratto è arrivato anche per D’Angelo Russell, forse a cifre un po’ superiori rispetto al valore dimostrato in campo (in particolare nei playoff), che continuerà ad essere funzionale nel liberare James di un po’ di pressione come portatore di palla.

I Lakers hanno alcune debolezze evidenti. Mancano di un reale rim-protector, cosa che potrebbe essere un problema contro alcune delle migliori squadre offensive del campionato, e sono una squadra mediamente “anziana”, con i due giocatori chiave che hanno alle spalle diversi problemi di infortuni più o meno gravi.

Nonostante questo, i gialloviola sono più pericolosi oggi di quanto non fossero 12 mesi fa. Hanno profondità ed esperienza, due superstar con poche eguali e una guida tecnica ormai consolidata. Se riusciranno a rimanere in salute per tutta la stagione, potremmo ritrovarli di nuovo il prossimo maggio/giugno tra le squadre a contendersi il Larry O’Brien Trophy.

L’espressione “idolo della folla” non rende bene l’idea del trattamento ricevuto da Reaves nelle Filippine

 
 

2. PHOENIX SUNS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Yuta Watanabe SF 6-9 215 October 13, 1994 jp 5
Udoka Azubuike  (TW) C 6-10 280 September 17, 1999 ng 3
Bol Bol PF 7-2 220 November 16, 1999 sd 4
Saben Lee  (TW) PG 6-2 183 June 23, 1999 us 3
Josh Okogie SG 6-4 213 September 1, 1998 ng 5
Damion Lee SG 6-5 210 October 21, 1992 us 6
Eric Gordon SG 6-3 215 December 25, 1988 us 15
Drew Eubanks C 6-9 245 February 1, 1997 us 5
Keita Bates-Diop SF 6-8 229 January 23, 1996 us 5
Devin Booker SG 6-5 206 October 30, 1996 us 8
Chimezie Metu C 6-9 225 March 22, 1997 us 5
Jordan Goodwin PG 6-3 200 October 23, 1998 us 2
Nassir Little PF 6-5 220 February 11, 2000 us 4
Bradley Beal SG 6-4 207 June 28, 1993 us 11
Jusuf Nurkić C 6-11 290 August 23, 1994 ba 9
Grayson Allen SG 6-4 198 October 8, 1995 us 5
Kevin Durant PF 6-10 240 September 29, 1988 us 15
Keon Johnson SG 6-5 186 March 10, 2002 us 2

L’occasione si era presentata e a Phoenix avevano scelto di coglierla: uno dei migliori giocatori del pianeta, Kevin Durant, aveva dato la sua disponibilità nell’essere parte dei Suns e pochi giorni dopo era diventato un nuovo giocatore della franchigia. Che, pressata dalle tempistiche ristrette con la trade deadline ad avvicinarsi, aveva scelto di aggiungerlo al terzetto di punte di diamante Booker / CP3 / Ayton spinta dall’ambizione del nuovo proprietario Mat Ishbia (subentrato tra fine 2022 e inizio 2023 a Robert Sarver) di vincere subito, senza pensare all’intero contesto di squadra. Nella quale l’assenza dei Bridges e Cam Johnson sacrificati per KD è pesata più del previsto, i mal di pancia di un Ayton sentitosi sempre meno coinvolto sono aumentati, il chilometraggio con relativi infortuni di Chris Paul è aumentato, la produzione della panchina è stata marginale, portando ad un’eliminazione in postseason precoce rispetto alle speranze.

Con Devin Booker e Kevin Durant punti fermi, il management si è mosso su quanto non aveva funzionato negli scorsi playoff. E’ arrivato innanzitutto un altro pezzo grosso come Bradley Beal, che forte della sua no-trade clause aveva espressamente scelto di andare ai Suns, messo a roster con un contratto pesante come quello nelle scorse stagioni di Chris Paul, nome più roboante del pacchetto spedito a Washington in cambio. Poi, nell’ambito dell’affare Lillard, è stato scambiato Ayton, rimpiazzato con Jusuf Nurkić: il bosniaco dispone di meno soluzioni individuali ed è meno integro fisicamente, ma a parità di contributo difensivo non eccellente resta meno “ingombrante” nell’ottica di una squadra che già conta su tre bocche da fuoco, portando poi più tiro da fuori alla causa che male non fa. Quindi, è stata assemblata una panchina in grado di dare contributo: tra Grayson Allen, Eric Gordon, Yuta Watanabe, Drew Eubanks, Keita Bates-Diop, Damion Lee, Chimezie Metu, Bol Bol non dovrebbe mancare aiuto al quintetto base, che con ogni probabilità inizialmente verrà completato da Josh Okogie.

I cambiamenti hanno inoltre interessato anche la guida tecnica della squadra, con coach Monty Williams licenziato appena chiusi gli scorsi playoff, al termine (evidente, visti diversi atteggiamenti dei veterani) di un ciclo quadriennale in cui i Suns sono usciti dal novero delle squadre peggiori della Lega passando ad essere una delle migliori, fissando anche a 64 il nuovo record di vittorie in regular season della franchigia. Il manico è passato in mano a Frank Vogel, in una situazione simile a quella in cui si era trovato ai Lakers appena firmato nel 2020: ovvero, quella di vincere in fretta gestendo stelle assolute (in quel caso LeBron e Davis) ma già avanti con l’età.

Vista anche la squadra messa in piedi dai Bucks, a Phoenix è lecito sognare il remake delle Finals del 2021, con la speranza dei Suns di chiudere la stagione contro Giannis stavolta con il Larry O’Brien Trophy tra le mani…

Booker + Durant + Beal : auguri alle difese che proveranno a fermare questo terzetto…

 

1. DENVER NUGGETS

 
No. Player Pos Ht Wt Birth Date Exp
Hunter Tyson PF 6-8 215 June 13, 2000 us R
Bryce Wills G 6-6 205 October 13, 2000 us R
DeAndre Jordan C 6-11 265 July 21, 1988 us 15
Reggie Jackson PG 6-2 208 April 16, 1990 it 12
Collin Gillespie  (TW) PG 6-3 195 June 25, 1999 us R
Jay Huff  (TW) C 7-1 240 August 25, 1998 us 2
Braxton Key  (TW) SF 6-8 230 February 14, 1997 us 2
Justin Holiday SG 6-6 180 April 5, 1989 us 10
Jalen Pickett SG 6-4 209 October 22, 1999 us R
Julian Strawther SF 6-7 205 April 18, 2002 us R
Jamal Murray PG 6-4 215 February 23, 1997 ca 6
Kentavious Caldwell-Pope SG 6-5 204 February 18, 1993 us 10
Nikola Jokić C 6-11 284 February 19, 1995 rs 8
Vlatko Čančar PF 6-8 236 April 10, 1997 si 4
Peyton Watson SG 6-8 200 September 11, 2002 us 1
Christian Braun SG 6-7 218 April 17, 2001 us 1
Michael Porter Jr. SF 6-10 218 June 29, 1998 us 4
Aaron Gordon PF 6-8 235 September 16, 1995 us 9
Zeke Nnaji PF 6-9 240 January 9, 2001 us 3

All’inizio della scorsa stagione, c’erano una serie di “ma” intorno alla considerazione dei Nuggets come contender per il titolo, ultimo step della loro crescita dopo i vari anni ormai nelle zone alte della Western Conference: “E’ una buona squadra ma… Jokić non difende, chissà se Murray e Porter Jr. si riprenderanno dagli infortuni, Gordon non è né carne né pesce, con Caldwell-Pope si è perso più di quanto si è guadagnato”, tanto per citare i dubbi più comuni.

Smentiti poi da quanto accaduto, con la squadra a primeggiare tanto in regular season quanto nei playoff, conquistando l’anello. Jokić, pur restando non inappuntabile in difesa, ha generato attacco per sé e per la squadra a livelli celestiali. Murray ai playoff è stato il suo degno scudiero tornando ai livelli da superstar visti nella bolla di Orlando (certificando di essere il miglior giocatore della Lega a non aver mai giocato un All-Star Game). Porter, nonostante qualche passaggio a vuoto al tiro, si è dimostrato un validissimo terzo violino al loro fianco. Gordon è stato stellare nella metà campo difensiva, contenendo in postseason fra gli altri gente come LeBron e Durant. Caldwell-Pope al suo fianco ha aggiunto una profondità a livello difensivo, mentre le controparti spedite a Washington per lui (Barton e Morris) hanno mostrato come le belle statistiche da loro registrate ai Nuggets fossero state “aiutate” dalle indisponibilità dei diversi infortunati negli anni precedenti.

Ripetersi sarà difficile, perchè diventerà obbligatorio migliorarsi: innanzitutto perché da outsider di lusso ora Jokić e compagni hanno un bersaglio bello grosso sulla schiena e poi perchè, oltre a dover confermare il livello delle prestazioni offerte dallo starting five, bisognerà colmare il vuoto lasciato da sesto e settimo uomo della rotazione, Bruce Brown e l’immortale Uncle Jeff Green, passati all’incasso in questa free agency firmando rispettivamente con Pacers e Rockets. Sarà compito del sophomore Christian Braun miglioratissimo nel corso dei playoff, del Reggie Jackson confermato nonostante fosse finito fuori dalla rotazione, del veterano DeAndre Jordan, del Zeke Nnaji fresco di estensione contrattuale e del Justin Holiday nuovo arrivato dare contributo da una panchina risultata comunque penultima nella scorsa stagione per net rating (e che forse per l’intera stagione non potrà contare neanche su Čančar, dopo la rottura del legamento crociato anteriore sinistro nel corso della preparazione estiva ai Mondiali con la Slovenia). Coach Malone dovrà inoltre cercare contributo ulteriore da Peyton Watson e dai tre rookies (tutti e 3 scelti dal brillante gm Booth seguendo la propria filosofia, e risultando più NBA-ready da subito che progetti a lungo termine) Julian Strawther, Jalen Pickett e Hunter Tyson.

La doppietta resta un’impresa complicata, ma il dubbio riguardo ai Nuggets ora è diventato quello opposto a quello precedente: chi è certo di voler scommettere contro di loro?

In offseason la solita consuetudine per Nikola Jokić: il passaggio negli ippodromi italiani a seguire le corse degli amati cavalli

 

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