foto di Christopher McCluskey
articolo di Marco Munno

 

 

 

Per chiunque coltivi il desiderio di giocare nella NBA, quella notte rappresenta il primo step del percorso del sogno. Appartengono a quella notte i primi frames del video simbolico della propria carriera, sono di quella notte gli attimi in cui l’emozione per avercela fatta si mescola alla consapevolezza di aver ottenuto la chance tanto ambita.

La notte del 23 giugno del 2016, quella dell’annuale draft NBA, tra i tanti giovani di belle speranze in attesa del proprio momento per sentirsi finalmente parte della Lega, la aspettava con trepidazione pure Fred VanVleet.

Ok, non era presente alla serata al Barclays Center di Brooklyn, con la consapevolezza che non sarebbe finito tra le prime scelte; d’altronde, non era neanche fra i 63 invitati alla Combine pre-draft, dove invece c’erano ragazzi come Kay Felder, Demetrius Jackson, Cat Barber e Tyler Ulis (l’amicone di Devin Booker che risulterà il giocatore dal peso più basso mai registrato ad una combine). Gente che, come lui, sulle spalle aveva la scimmia di quel fisico ad handicap rispetto agli standard, troppo basso per poter essere competitivo nella Lega.

Certo, la sfilata con vestito elegante e cappellino al cospetto di Adam Silver sarebbe stata eccezionale, ma l’importante era sentire scandite le lettere del proprio nome dalle labbra sorridenti del commissioner; d’altronde, anche una futura stella come Nikola Jokić vide il momento della sua selezione oscurato dalla réclame di un panino.

Allora amici e parenti vennero radunati comunque, così da ricevere l’abbraccio in cui sciogliere la tensione e accogliere festanti la notizia della selezione.

I nomi di Ben Simmons, Brandon Ingram, Jaylen Brown, Dragan Bender (…), Kris Dunn scorsero veloci, seguiti via via dalle altre principali prime scelte: una chiamata in lottery non era considerata neanche nelle più rosee previsioni, bisognava solo attendere un pò.

Skal Labissière, Dejonte Murray, Damien Jones completarono il primo giro: ecco, era presto, ma magari nel fondo della prima tornata di scelte qualcuno avrebbe potuto tentare l’azzardo. Magari i Raptors, più che altro perchè il management di VanVleet e quello di Lowry era il medesimo, coi rapporti con la franchigia di conseguenza buoni; però a Toronto con la scelta numero 27 puntarono sul potenziale di Pascal Siakam.
Appuntamento al secondo giro, quello in cui il ragazzo veniva piazzato in vari mock draft. Alla n.34 venne scelto il già menzionato Ulis, alla 36 Malcom Brogdon: due pariruolo che gli vennero preferiti. Così come accadde alla scelta numero 39 (David Michineau) e alla 41 (Isaiah Whitehead). Quando alla 45 venne selezionato Demetrius Jackson, era chiaro che la sua chiamata sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro. E alla 47, così come alla 54, un abboccamento effettivamente c’era stato, da parte di Magic e Hawks: ma ad entrambe fu detto che l’anticamera prospettata di 2 o 3 anni nella lega di sviluppo non sarebbe stata accettata, e quindi virarono rispettivamente su Layman e su Felder (una mezza beffa, quest’ultima). Chiusura di draft con le scelte numero 59 e 60 in cui vennero selezionati ancora dei playmaker: Isaiah Cousins prima e Tyrone Wallace dopo.

Ma no, non Fred.

Sessanta volte scartato.

La nottata che doveva essere del tripudio divenne quella della delusione più grande.

 

Agli astanti di quella festa invece diventata teatro di una tragedia sportiva, armatosi di microfono Fred si rivolse con il cuore in mano.

“Potete ascoltarmi? Bene. Insomma, avevo l’opportunità di essere selezionato al draft ma le squadre interessate parlavano di volermi piazzare per due/tre anni in D-League, lavorando come uno schiavo senza certezze per il futuro. Ho rifiutato, scommetto su me stesso. Quello che mi ha portato qui è stato un lungo processo, in questo momento voglio celebrare tutto il mio percorso, in cui ho toccato 18 città in 30 giorni (di provini), e ciò che sono stato lungo la sua durata. Sono orgoglioso di me per averlo vissuto. Ovviamente il sogno di tutti i bambini, mentre crescono, è quello di essere scelti al draft, ma alla fine si tratta di far soldi. Chiaramente sono avvilito ma voglio ringraziare tutti voi per essere venuti qui. Stanotte sicuramente berrò un bel pò e apprezzerò tutta la strada fatta sino a questo momento; ringrazio nuovamente voi tutti e vi preannuncio che la mia storia non si chiude qui. Questo è solo l’inizio. Davvero per la mia storia passata non avrebbe avuto granchè senso esser stato selezionato, essendo stato per tutta la vita senza i favori del pronostico e non smetterò di esserlo anche adesso.”

Avrebbe potuto mollare e lasciar perdere il proprio sogno, oppresso dal peso della bocciatura appena ricevuta. Ma VanVleet decise invece di reagire, di aggrapparsi a quel desiderio di calcare i parquet NBA a suo modo.

E, su twitter, fissò la personale dichiarazione d’intenti.

“Scommetti su te stesso”

D’altro canto, sacrifici per poter un giorno arrivare sui parquet della Lega, Fred ne aveva fatti sin da giovane, sempre circondato da quell’aura di scetticismo puntualmente allontanata con le gesta in campo. Ad esempio, nonostante dopo gli anni alla Auburn High School figurasse fra i migliori 150 prospetti di uno dei migliori siti specializzati, rivals.com (ragazzi che solitamente finiscono in squadre delle conference NCAA più glamour, come ACC, Pac-12 o Big Ten), ricevette offerte da college partecipanti a conference secondarie. Tra Drake, Northen Illinois, Detroit, Colorado State, Kent State, Southern Illinois e Wichita State scelse quest’ultima;

foto usatodaysports.com

nei suoi quattro anni di permanenza, guidò gli Shockers ad un totale di 120 vittorie, con la conquista delle Final Four da underdog (guarda le combinazioni…) nel suo primo anno, il 2013. Da notare il significativo contributo che diede per le eliminazioni delle favorite Gonzaga e Ohio State nel torneo NCAA, mostrando la tendenza a salire di rendimento dei momenti chiave. che si ritroverà anche più avanti. Anno dopo anno migliorò in maniera costante dal punto di vista individuale, mostrandosi solido e continuo, tanto da chiudere la sua esperienza universitaria come leader di tutti i tempi per assist e palloni rubati del proprio ateneo.

Con la chiamata al draft non arrivata, gli venne offerta dai Raptors la chance di mettersi in evidenza in Summer League. Firmò un accordo che gli garantiva tre gare, con le quali voleva dimostrare di potersi prendere l’ultimo posto del roster che avrebbe affrontato il training camp. La concorrenza del tiratore Brady Heslip, del futuro MVP del campionato italiano Drew Crawford, di un altro nome noto sui campi nostrani come Yanick Moreira, sommata a quella Jarrod Uthoff e di E.J. Singler venne superata: Fred entrò nei magnifici 15. Neanche a dirlo, con scetticismo generale intorno: d’altronde, assieme a quel Kyle Lowry, compare di DeMar DeRozan in una delle migliori coppie di guardie della Lega, come point guards c’erano anche l’idolo di casa Cory Joseph e Delon Wright. Quest’ultimo nelle prime battute della stagione sarebbe stato fermo ai box per infotunio; ciononostante sfuggiva ai più l’utilità di mettere a roster un quarto play. Il quale debuttò in maniera non esattamente memorabile, con 26 secondi sul parquet in occasione del match contro i Thunder del 9 novembre, per poi fare la spola con la D-League, nella squadra affiliata dei Raptors 905. Team con cui vincerà il campionato di sviluppo della Lega: MVP delle Finals giocate contro i Rio Grande Valley Vipers (affiliati ai Rockets) sarà un altro work-in-progress della franchigia canadese come Pascal Siakam, ma nella gara 3 spareggio per l’assegnazione del titolo a dominare con 28 punti e 14 assist fu Fred.

Divenne il punto d’inizio di un percorso che portò VanVleet a scalare pian piano le gerarchie interne a Toronto. Le statistiche tradizionali, con 8.6 punti, 3.2 assist, 2.4 rimbalzi e 0.9 rubate di media nelle 76 gare giocate, non raccontano in maniera esaustiva l’impatto sul gioco del ragazzo su entrambi i lati del campo. Andando a vedere il net rating, per il suo 2017/18 si trova un eccellente +12.1: solo Stephen Curry (con +14.7), Eric Gordon (+13.1) e Chris Paul (+12.8) meglio di lui nell’intera Lega. Non potè che essere automatica la sua candidatura a Sesto Uomo dell’anno, dato anche il perdurare del vizio di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto, quando il pallone scotta e la storia si scrive. Come il 7 marzo 2018: fu suo il jumper che al supplementare permise ai Raptors di superare i Pistons, consentendo ai canadesi con la vittoria di diventare la prima squadra della stagione a conquistare un posto nella postseason.

Ma parlando di playoff, è in quelli dell’annata sportiva seguente che Fred sblocca il personale livello successivo. Il suo ruolo nelle rotazioni resta lo stesso, quello di uomo di rottura in uscita dalla panchina: nello starting five è andato via DeRozan, ma al suo posto sono arrivati Danny Green e Kawhi Leonard, prendendosi rispettivamente lo spot di guardia titolare e quello di principale terminale offensivo. Con un Marc Gasol aggiunto al mix poco prima della chiusura delle trades stagionali, l’obiettivo dei Raptors diventa chiaro: vincere ora o mai più, qualsiasi siano gli avversari di fronte, e chiunque nel roster deve rivelarsi strumentale per questo scopo. E’ chiaro che quindi il rendimento di VanVleet nella postseason preoccupava, e non poco. Superati prima facilmente i Magic (dopo la “tradizionale” sconfitta ad inizio playoff per i canadesi, arrivano 4 successi di fila per archiviare la pratica) e poi per il rotto della cuffia i 76ers di Embiid, Butler e Simmons, contro i Bucks di Giannis i 4.2 punti a gara e il 27.6% dal campo non potevano certo essere sufficienti.

Il copione per il ragazzo nel corso dei primi tre match di Finale di Conference contro Milwaukee è lo stesso: 10 punti e un 4/20 al tiro in totale rappresentano un misero bottino, che lo rendono un anello debole nella serie.

A cavallo di gara 3 (forse la peggiore della sua carriera, con il terribile 1/11 nelle conclusioni a canestro) e gara 4, nasce il piccolo Fred Jr.. E’ il 20 maggio, data già famosa nella storia della franchigia per la sconfitta con l’errore all’ultimo tiro nel match più importante (fino a quel momento) della storia dei Raptors: la gara 7 di semifinale di Conference, ad opera del Vince Carter che in giornata era andato alla propria cerimonia di laurea alla University of North Carolina per tornare poco prima della palla a due (e con il mancato canestro, le polemiche per la supposta stanchezza ad incrinare irrimediabilmente il suo rapporto con la franchigia). Diventa un giorno ugualmente simbolico, ma stavolta in maniera positiva: Fred si libera delle preoccupazioni legate al lieto evento, riflette su come gli sarebbe cambiata la vita con l’arrivo del pargolo nel corso delle attese in ospedale e del volo per riunirsi alla squadra, e inizia così la personale rinascita. Nelle altre tre partite della serie firma 14 canestri su 17 tentativi dietro l’arco dei tre punti (dopo l’8/41 fino a quel momento nei playoff), vede schizzare la sua media punti a 16 ad allacciata di scarpe ed ha un ruolo cruciale per trascinare i canadesi alle prime Finals della propria storia.

Fred VanVleet Jr.: il vero MVP

Immaginare il completamento della missione Larry O’Brien Trophy però è razionalmente complicato. Nell’ultimo atto, di fronte ci sono i bicampioni in carica dei Golden State Warriors, una macchina da pallacanestro perfetta. Che però qualche granello di sabbia negli ingranaggi cominciava ad averlo: le frizioni fra Durant e Green erano già esplose, l’impatto di un Cousins tormentato dagli infortuni non è tale da giustificare lo smantellamento di parte della second unit per la sua aggiunta alla fortunata Death Lineup, gli acciacchi fisici sono un tormento con il pesante stop dello stesso Durant nel corso dei playoff.

Per avere delle possibilità, i canadesi avrebbero dovuto concentrarsi su due aspetti: spegnere le bocche da fuoco della Baia (viste le condizioni di KD, leggasi Steph Curry & Klay Thompson) e avere dalla propria panchina più di quanto dato da quella poco produttiva di Kerr, così da compensare la differenza sulla carta fra i due starting five.

Con gli infortuni di Durant, Thompson, Cousins e Looney il destino da una mano ai canadesi, che però l’altra se la danno da soli, eseguendo alla perfezione il proprio piano. E per entrambi i punti che lo compongono, è fondamentale il contributo di Fred VanVleet: in difesa si appiccica a Curry, fiaccandolo prima e durante ogni ricezione della palla; in attacco, è un punto di riferimento della second unit, diventando con 16 triple realizzate nella serie il primatista assoluto per tiri da tre segnati nelle Finals per un giocatore in uscita dalla panchina (superando le 15 di JR Smith e Robert Horry.

Con una straordinaria prova corale, i Raptors realizzano l’impresa e si portano a casa il primo anello della propria storia. Nel plebiscito che consacra Leonard quale meritatissimo MVP delle Finals, l’unico voto per il premio diverso dai 22 a Kawhi va proprio a Fred.

Se di quel titolo “Fun Guy” è l’eroe mainstream, VanVleet è quello di culto.

A fine stagione Leonard lascia la squadra, ma i Raptors avevano già in casa coloro che ne avrebbero raccolto il testimone come punti di riferimento del roster: l’ormai sbocciato Pascal Siakam e lo stesso Fred VanVleet. Che nella stagione scorsa, ha visto premiati i suoi sforzi con un contratto di tutto rispetto: diventato uno dei free agent più ambiti della offseason, ha firmato un quadriennale da 85 milioni di dollari (qualche giorno dopo l’accordo col brand cinese Li-Ning per la fornitura delle scarpe da gioco) per rimanere a Toronto, diventando sempre più un simbolo per la franchigia canadese.

E non si è fatto mancare l’ingresso nel libro dei record della società, poco meno di un anno fa. Nella sconfitta per 123-104, i Magic si sono trovati di fronte un Fred VanVleet stellare: 17/23 al tiro dal campo, di cui 11/14 da dietro l’arco, e  9/9 dalla lunetta: un totale di 54 punti, di portata storica per il team canadese. Quelli dei punti personali e delle triple segnate sono diventati due massimi in carriera per il giocatore, ma soprattutto il primato realizzativo per singola gara di Toronto (prima appartenente con 52 punti a DeMar DeRozan) e il massimo mai messo a referto da un undrafted (togliendolo a Moses Malone, fermo a 53).

 

No, non c’è alcun dubbio: quella scommessa è stata ampiamente vinta.