illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Roberto Gennari

 

 

I’m on the run but I ain’t got no gun
See they want to be the star
So they fighting tribal war
And they saying ‎
Iron like a Lion in Zion

 

Zion, a volte traslitterato anche come Sion, nella Bibbia indica alternativamente quello che da noi è il Monte Sion, o la città di Gerusalemme, o addirittura tutto Israele, inteso come “terra promessa”. Zion è la colonia spaziale dove vivono i terrestri ribelli che parlano il rastafariano nel romanzo “Neuromante” di William Gibson, uscito nel 1984 e capostipite del genere letterario conosciuto come Cyberpunk. Zion è l’ultima cittadella abitata dagli umani nel famosissimo film “Matrix”, uscito nelle sale cinematografiche mentre Lateef Williamson ripensava a quando, sei anni prima, era stato All-American come defensive lineman alla high school e amoreggiava con Sharonda Sampson, sprinter della squadra femminile di atletica del Livingstone College. Dalla combotra il giocatore di football e la sprinter, vent’anni fa in quel di Salisbury, North Carolina, vide la luce Zion. In perfetta tradizione biblica, il nome Zion viene scelto perché la bisnonna dell’attuale numero 1 dei Pelicans diceva alla signora Sharonda: “sarà extra speciale, quindi, quando pensi ad un nome per lui, pensa ad un nome che sia extra speciale!”. Bisnonna profetica.

 

Predestinato.

Zion Lateef Williamson nasce il 6 luglio del 2000 a un centinaio di miglia a ovest di Durham e Chapel Hill. Papà Lateef lascia il piccolo Zion e mamma Sharonda nel 2005, più o meno quando il pargolo comincia a manifestare il desiderio di diventare una stella del basket collegiale in uno dei tanti atenei dei dintorni: tra Wake Forest, North Carolina State, UNC e Duke c’è solo l’imbarazzo della scelta. “Certo, figlio mio” gli risponde mamma Sharonda: del resto è normale, visto che entrambi i suoi genitori lo erano stati, un po’ come il figlio del panettiere che dice “papà, da grande voglio fare il panettiere!”. Diventa un po’ più insolito quando – così almeno leggenda vuole – a nove anni comincia a puntare la sveglia alle cinque di mattina per fare allenamento prima di andare a scuola. L’incontro che segna il destino di Zion, che nel frattempo ha già cominciato a giocare a basket contro bimbi più grandi (anagraficamente) di lui, è quello con il patrigno: Lee Anderson, un passato da play di riserva a Clemson. Zion glielo chiede in modo abbastanza diretto: “devo migliorare il mio gioco come point guard, aiutami”, è la richiesta del figlioccio. “Ok, lavoriamoci su”, risponde Lee. Il rapporto tra i due cresce sul parquet, ed è ancora oggi saldissimo. Zion ne beneficia come giocatore, ma soprattutto come persona, visto che la ritrovata stabilità familiare gli permette di restare focused on basketball. Un vantaggio non da poco, rispetto a tanti altri ragazzi di talento negli USA.

 

High School: too big, too fast, too strong.

Foto narvii.com

Zion si sposta a Spartanburg, South Carolina. La Spartanburg Day High School è un istituto privato, dove il figlioccio di Lee Anderson viene iscritto per ricevere un’istruzione di buon livello e dove comincia a schiacciare piuttosto presto, intorno ai 14 anni, quando in un’estate cresce di ben sedici centimetri di altezza. Oltre a giocare per Spartanburg Day, Zion scende in campo anche nei tornei AAU per i South Carolina Hornets, dove gioca insieme a Ja Morant, uno che nel suo primo anno di NBA ha fatto cadere più di una mandibola. A 16 anni è considerato il miglior schiacciatore di tutte le high school americane, e cominciano i paragoni con LeBron James. Zion, però, è concentrato sul migliorare in ogni aspetto del proprio gioco, vuole diventare un giocatore all-around come LeBron, per l’appunto, in modo che non si parli di lui solo per la caratteristica più lampante del suo gioco, ossia il suo già straripante atletismo.

Quando fate un jumpshot saltate così tanto anche voi, vero? – Foto Alex Hicks Jr., Spartanburg Herald-Journal

Certo, come tutti i giocatori di basket giovanile del mondo, è ancora acerbo in diversi aspetti del gioco, ma il problema, casomai, è che resta il dubbio se il livello di competizione a cui si trova sia troppo basso per lui: dal secondo anno di liceo le sue percentuali dal campo si attestano dal 73% in su, e i punti segnati sono più dei minuti giocati. Nel Chick-fil-a-classicdel 2016 contro Gray Collegiate HS, per la prima volta si trova sulla bocca di tutti e il suo nome viene scritto su diversi taccuini: la sfida contro l’altra stellina liceale Jalek Felton finisce 73-53 per Spartanburg Day. Felton ne mette 31. E Williamson? 53. Come i punti totali degli avversari. Con 25 su 28 dal campo. “Sì, va beh, tutte schiacciate”, direte voi. Sì sì, come no.

Ah, e già che c’era, ha pure tirato giù 16 rimbalzi.

 

The Blue Devils Days

Zion lascia Spartanburg con tre titoli statali consecutivi in saccoccia e l’ovvio premio di South Carolina Mr. Basketball 2018, succedendo nell’albo d’oro statale a gente come Ray Allen, Jermaine O’Neal, Raymond Felton e – curiosamente – all’ex Pistoia e Varese L.J. Peak. Quando hai 17 anni e un rapper famoso nel mondo della pallacanestro come Drake veste in pubblico la tua canotta, sai già che saranno tutti al varco aspettando il tuo fallimento. Commentando uno stop di un mese per un infortunio al piede durante il suo anno da senior liceale, Zion dice che “è una grande occasione per crescere mentalmente”. Inevitabilmente, scegliere di giocare per uno dei college più seguiti dai media – anzi, facciamo che negli ultimi anni è stato il più seguito e chiudiamola così – ha portato altri riflettori accesi sul figlio di Lateef e Sharonda. La cosa singolare è il perché la squadra di Duke della stagione 2018-2019 sia stata così tanto mediaticamente esposta: in fondo, nei ranking prestagionali la squadra di coach K era data al terzo posto dai coach e addirittura al quarto dalla Associated Press.

Foto nypost.com

C’era una cosa piuttosto insolita, effettivamente, ed era che i prospetti numero 1 (R.J. Barrett), 2 (Zion Williamson) e 3 (Cam Reddish) della ESPN top 100 avevano tutti e tre deciso di giocare per coach Krzyzewski a Duke, merito – stando a quanto raccontato da David Gardner su Bleacher Report, dei fratelli Tyus e Tre Jones (peraltro quest’ultimo prospetto numero 17 della top 100 di cui sopra), in particolar modo del secondo, tifoso di Duke fin da ragazzino e da subito arruolato a Durham, che ha aiutato coach K dapprima a convincere Cam Reddish a giocare in maglia Blue Devils, e successivamente creando un gruppo social in cui ha inserito anche R.J. Barrett e Zion Williamson per convincerli a far parte della squadra. Missione compiuta: nel 2018, più che un viaggio di un coach affermato come Krzyzewski, un accordo via social ha potuto. Ovvia la frenesia di paragonare Duke ai Golden State Warriors, ma allora perché solo questo quarto posto nei ranking di inizio anno? Perché giocare con 4 matricole in quintetto non è mai facile, a nessun livello, meno che mai se si è in un ateneo prestigioso come Duke, dove dal 1986 si contano dodici apparizioni alle Final Four e cinque titoli collegiali, e quindi la pressione è altissima sin dal giorno di inizio stagione. Il fatto è che a Duke basta la prima partita per mettere in chiaro la voglia dei suoi freshmen di fare sul serio: 118-84 a Kentucky, numero 2 dei ranking prestagionali, con Barrett a 33 punti e Zion che scrive 28+7 rimbalzi. Dopo tre partite, però, anche se il numero uno della squadra è teoricamente il canadese oggi ai Knicks, tutto il mondo si è accorto di Zion. Ma non tanto per la presenza in campo, ovviamente ingombrante, quanto per il fatto che il numero 1 dei Blue Devils non è solo il re delle giocate spettacolari che abbiamo visto in High School, ma è per certi versi un giocatore che con quel livello lì non ha nulla a che vedere. Dopo le prime tre uscite, infatti, le sue medie parlano di 25 punti, 11 rimbalzi e un irreale 32-39 dal campo. Il guaio, con Zion, è il non poter mai abbassare la guardia: la sua proprietà di palleggio, il suo gioco in campo aperto, la sua capacità di tiro da fuori fanno sì che le minacce per gli avversari non arrivino solo dal suo debordante atletismo. Già, perché Zion, un diciottenne alto 2,01 e pesante circa 130 kg, ha un’elevazione di 114 centimetri e una velocità sul parquet fuori dal comune.

Presente il discorso del calabrone, struttura alare in relazione al peso eccetera? Ecco, questo è Zion Williamson. Che è sì finito agli onori delle cronache, non solo sportive, quando all’inizio di un infuocato derby contro North Carolina ha fatto un cambio di direzione talmente secco da rompersi – letteralmente – una scarpa (e causando un discreto calo in Borsa al suo sponsor tecnico), ma che è rientrato dopo 5 partite di stop, contro i suggerimenti di tutti quelli che gli dicevano di pensare al draft NBA, perché aveva un lavoro da completare insieme agli altri suoi compagni: portare Duke al sesto titolo NCAA. E farlo con giocate che da lui non ti aspetteresti mai, tipo quella alla numero 8 di questo video:

E Jason Williams muto

Duke, poi, pur essendo tremendamente carente nel tiro da tre (penultima tra tutti i college di Division I per percentuale dalla lunga distanza), a parte qualche sporadico inciampo, vince e continua a vincere. Dopo aver guadagnato la posizione numero 1 dei ranking collegiali a inizio anno, con la roboante vittoria contro Kentucky di cui sopra, torna in testa a cavallo tra fine 2018 e inizio 2019, e lo è di nuovo a metà febbraio, quando il record dice 23 vittorie e 2 sole sconfitte, prima che a Zion parta la scarpa e ai suoi compagni parta la testa. Duke perde il derby di cui Zion gioca solo pochi secondi, e nel complesso nel periodo di assenza di Williamson mette insieme 3 vittorie e altrettante sconfitte, di cui un’altra contro gli arcirivali dei Tar Heels. I ragazzi di coach K sono al quinto posto del ranking NCAA, il loro punto più basso in stagione. Poi però Zion torna, e Duke si porta a casa il torneo di conference della ACC, eliminando Syracuse (che l’aveva battuta a gennaio al Cameron Indoor Stadium al termine di una partita bellissima) ai quarti, North Carolina in semifinale e battendo Florida State nella finale del torneo di conference per 73-63. In queste tre gare, il nostro mette a referto due prove mostruose nelle prime due (29 punti e 14 rimbalzi contro Syracuse con 13-13 dal campo e un insolito 2-9 dalla lunetta), 31 e 11 contro UNC e un più “umano” 21 e 5 contro FSU, dove però i campanelli d’allarme cominciano a suonare: i Seminoles difendono forte sul perimetro e Duke segna solo 2 tiri su 14 da tre punti. Ma in questo caso basta: titolo ACC a Durham, Zion incoronato come Player of the Year della conference, Duke che chiude la regular season di nuovo in vetta al ranking NCAA: la prima parte della missione è compiuta. Certo, giunti a questo punto della storia l’hype nei suoi confronti è già smisuratamente alto, chissà come mai. Tra le notizie più curiose, viene fuori uno studio della University of Lynchburg, rilanciato persino dal Wall Street Journal, secondo cui subire uno sfondamento da Zion Williamson in corsa equivale ad essere investiti da una jeep che viaggia a 16 km/h. Questa cosa è talmente bizzarra che però ci fa perdere di vista quello che Williamson è diventato come giocatore.

Foto ncaa.com

Abbiamo detto del suo allenamento per diventare una point guard, anzi, vista la posizione in campo, una point forward. Zion è obbligato a vincere con Duke, e dei Blue Devils guida le statistiche per punti, rimbalzi, stoppate, recuperi, percentuale dal campo. Tra l’altro, mentre gli altri tre freshman sensazione Barrett, Reddish e Tre Jones sparacchiano da tre con alterne fortune (insieme segneranno il 31% delle oltre 600 triple tentate), Zion risulta il più affidabile del quartetto anche in questa voce, tirando da oltre l’arco con un 24-71 stagionale (34%) che non fa di lui un cecchino ma che ci dice due cose del suo gioco. La prima è che non lo si può battezzare da tre punti come si è fatto molto spesso con Ben Simmons, e la seconda è che le sue scelte di tiro sono quasi sempre oculate, e una parte del 68% di realizzazioni con la maglia di Duke è frutto anche di questa sua attitudine. Certo, Duke 2018-2019 stava antipatica praticamente a tutti gli appassionati di basket mondiale che non fossero tifosi Blue Devils, quindi quando la corazzata – o presunta tale – di coach K ha finito per farsi buttare fuori contro una Michigan State con la rotazione ridotta all’osso, per giunta perdendo di un punto dopo aver eliminato nel finale sia UCF di Tacko Fall, sia Virginia Tech, in molti erano lì pronti a dire “visto? Io ve l’avevo detto”, sport sempre più popolare nell’era degli sport seguiti sui social, poco importa che a prendersi (sbagliandoli) tutti i tiri di Duke nel finale di partita contro gli Spartans sia stato Barrett: in quel momento, Zion era già un bersaglio troppo grosso (ok, in tutti i sensi: in NBA, nel 2019, c’era solo un giocatore più pesante di lui, Boban Marjanovic, che di Williamson è però 23 centimetri più alto), quindi tutti gli spari del plotone di esecuzione si sono concentrati su di lui. Nonostante il fatto, che in questo gioco non è esattamente secondario, per cui Williamson sia stato un giocatore che a Duke, casomai, ha tolto diverse volte le castagne dal fuoco. C’è, a mio modestissimo parere, una giocata che più di ogni altra ci racconta lo Zion Williamson che sta per approdare in NBA, ed è proprio nella partita del torneo NCAA che vede Duke opposta a UCF. Zion riceve palla fuori dalla linea dei tre punti quando sul cronometro mancano meno di 18 secondi alla sirena e i suoi sono sotto 76-73. è spostato sul lato sinistro del campo, apre il palleggio, su di lui c’è BJ Taylor che lo manda verso il centro dell’area e quasi subisce sfondamento, ma la difesa è buona in ogni caso perché ad aspettare Williamson sotto canestro c’è Tacko Fall che durante la partita lo ha già stoppato tre volte. Zion tiene il contatto contro Fall, ritarda il layup per evitare la stoppata, segna e subisce il fallo. Sbaglia il libero aggiuntivo, ma la correzione in tap-in di Barrett porta i Blue Devils avanti di uno. Sull’azione successiva, è suo il tap-out sui due tentativi sbagliati di UCF che consegna a Duke la vittoria.

Esplosività, concentrazione, voglia di vincere. Questo è il Williamson che va alla numero 1 del draft di giugno, indipendentemente dal titolo NCAA che alla fine non porta a casa. È però il giocatore dell’anno nel basket collegiale, e questo vorrà pur dire qualcosa.

 

NBA

Qui arriviamo alla parte della storia che è già piuttosto nota. La reazione del front office dei Pelicans quando realizzano che la scelta numero 1 del Draft 2019 va a loro

I numeri mostrati in preseason, fino all’infortunio al menisco che lo manda sotto ai ferri prima ancora di aver giocato un singolo minuto per i Pelicans. Un debutto tra i professionisti che doveva avvenire con 6 settimane di ritardo e che invece, complice una prudenza dello staff medico di New Orleans che in molti giudicavano eccessiva e qualcuno addirittura misteriosa, viene rimandato fino al 22 gennaio, quando Zion può finalmente scendere in campo per la sua prima partita da professionista contro i San Antonio Spurs, per giunta con un minutaggio inizialmente limitato intorno ai 20 minuti. Nei dieci mesi intercorsi tra la sconfitta contro Michigan State e la gara tra Pelicans e Spurs, se avessi avuto un euro per ogni volta che ho letto che Zion Williamson è un sopravvalutato, probabilmente avrei potuto comprarmi una squadra di serie A di basket italiano. Se ci aggiungiamo un euro per ogni volta che ho letto “sì ma questo sa solo schiacciare”, sarei azionista di una franchigia NBA. Perché poi il succo della questione è che le sentenze erano già state scritte prima per poter dire dopo “io ve l’avevo detto”, senza considerare che il Williamson che viene giustamente schierato in quintetto insieme a Lonzo Ball, Jrue Holiday, Brandon Ingram e Derrick Favors è un ragazzo che in quel preciso momento ha 19 anni e 200 giorni. Che parte contratto, com’è normale che sia per un debuttante che non gioca una gara ufficiale per l’appunto da 10 mesi. Che dopo tre quarti di gara ha a referto cinque miseri punti. Ma che poi nel quarto quarto accende la luce, e in soli sei minuti mette a referto 17 punti, con 4-4 da tre, e allora qualcuno di quelli delle sentenze di cui sopra comincia a capire che ehm, magari è stato un pochino affrettato nel giudicare, ma giusto un po’, eh. Ma c’è sempre l’obiezione per cui una rondine non fa primavera. Ok. Terza partita in NBA, contro i Boston Celtics. 21+11 con 9-16 dal campo. E ancora: nelle sette partite che sono seguite a quella che ha saltato contro i Pacers, ha tenuto oltre 29 punti di media. Ha giocato solo 19 partite in NBA, ma solo in due occasioni ha tirato con meno del 50% dal campo. La precisione dalla lunetta è più o meno quella che aveva a Duke, i tiri da tre sono pochi ma generalmente ben presi (6-13 finora dai 7.25), i 23.6 punti a partita sono quello che sostanzialmente ci si poteva aspettare da lui, pur se non sono affatto scontati. Ma è lampante come con Williamson le cifre, davvero, siano solo la punta dell’iceberg. Il figlio del giocatore di football americano e della sprinter è, davvero, one in a generation, e gli unici dubbi che si possono nutrire su di lui dovrebbero essere solo relativi alla longevità della sua carriera, con un fisico simile, perché un mix di peso, potenza, velocità, forza fisica, presenza di spirito, ball handling simile si è visto raramente in NBA. Jim Boeheim, head coach di Syracuse da più di quarant’anni e spesso vice di Krzyzewski in Team USA, ha detto di lui: “sono stato in questo gioco per oltre 50 anni, ho visto un sacco di grandi giocatori. Non voglio dire che lui sia meglio di tutti loro, ma è un giocatore diverso, non c’è davvero nessun altro come lui.” Difficile paragonarlo a LeBron perché il prescelto ha tutta un’altra struttura fisica. Difficile anche paragonarlo a Larry Johnson, un altro che fisicamente lo ricorda, perché Grandmama, che nel suo prime era un giocatore coi fiocchi, era un’ala molto più “tradizionale”, mentre Zion è un giocatore decisamente più all-around.

Foto di Layne Murdoch Jr./NBAE via Getty Images

Forse davvero è “come Charles Barkley, ma con più tiro e non così grasso”, per dirla di nuovo con Jim Boeheim. Con LeBron James ha in comune l’hype che lo ha preceduto, la nutritissima schiera dei detrattori, quelli che il 23 dei Lakers ha stigmatizzato con la famosa frase haters gonna hate, il giudizio di molti che lo vedevano solo come un giocatore da highlights su YouTube. Certo, c’è anche quello, ma c’è soprattutto il resto, ci sono gli sprazzi di intensità sui due lati del campo che ti fanno restare a bocca aperta non solo quando vola a schiacciare, ma ad esempio quando si approfitta di Giannis Antetokounmpo, non proprio l’ultimo arrivato, quando cancella dal campo Malik Beasley con una stoppata che lascia tutti a bocca aperta, quando segue l’azione a rimbalzo, quando mette palla per terra e passa in mezzo ai raddoppi come noi passiamo tra i carrelli del supermercato.

Certo: difensivamente deve ancora adattarsi ai ritmi e alle modalità della NBA di oggi, e il tiro da fuori c’è ma non con costanza. Quando va in lunetta, un 10% di realizzazioni in più sarebbe auspicabile. Ma sono tutti lati del suo gioco in cui può e vuole migliorare. C’è una cosa nella quale Williamson è già molto più avanti dei suoi pari età, ed è avere una capacità, fin qui mai scalfita, di essere impermeabile alle critiche. Va avanti per la sua strada, come un carro armato, e gioca a basket concentrato ma col sorriso, forte come un cavaliere di ventura, iron like a Lion in Zion.