illustrazione grafica di Paolo Mainini

 

 

Non c’era praticamente alcun dubbio: colui che avrebbe dovuto spadroneggiare nel gruppo di esordienti nella stagione 19/20 della NBA sarebbe dovuto essere Zion Williamson. Non si vedeva un maggior hype per una nuova leva dai tempi di LeBron James; così come per il Prescelto, il suo tragitto verso la conquista della Lega sembrava già definito, con la tappa prevista per il 2020 ad esporre il cartello con su scritto “rookie of the year”.

Una variabile per uno scenario alternativo non era stata però adeguatamente considerata.

Per trovare il primo contatto fra i due bisogna andare all’estate 2014 e nella città di Columbus, South Carolina. Lì i South Carolina Hornets, piccolo team senza alcun sostegno da parte delle compagnie produttrici di scarpe sportive, mettevano in piedi la squadra per partecipare al torneo del circuito AAU. Lo stesso Williamson si recava lì da Spartanburg, distante circa 45 minuti di macchina; da Dalzell invece veniva il futuro antagonista al titolo di miglior esordiente della NBA in apertura del nuovo decennio, all’epoca insospettabile. Non si tratta di quella che era la star della rappresentativa, Devontae Shuler (ora agli Ole Miss Rebels), ma un piccoletto che papà Tee seguiva dappertutto, armato di GoPro per riprenderne le gesta e gli eventuali highlights: Temerius Jamel Morant.

Sul piccolo, da tutti chiamato “Ja” abbreviando il secondo nome, il padre riversava quelle aspettative che non potè personalmente soddisfare quando, con mamma Jamie (a sua volta playmaker dal buon tiro ai tempi della high school) rimasta incinta, mise fine alla propria carriera da giocatore per poterle stare vicino, passando a fare il barbiere.

Ja non aveva doti balistiche eccezionali o un atletismo straripante a contraddistinguerlo; ma mentre il babbo lo allenava nel campetto fuori casa, facendolo saltare su gomme per trattori per migliorarne elevazione e sospensione del tiro, trovò coach Dwayne Edwards a credere ciecamente nelle sue capacità. Questi gli affidò la guida per l’attacco up-tempo della rappresentativa scolastica della Crestwood High School; al riguardo, ha poi dichiarato come non si sia mai fidato maggiormente di qualcun altro nell’affido delle chiavi della squadra, colpito dalla propensione di Ja al duro lavoro. E pensare che nella sua esperienza da coach nelle high school il signor Edwards ha avuto a che fare con lo stesso Tee Morant e con quel Ray Allen, vincendo assieme ai due il titolo statale con gli Hillcrest Wildcats nel 1993.

Nonostante gli sforzi, non più tardi di quattro anni fa, ancora alto 1 metro e 78 scarsi, all’inizio del suo ultimo anno di high school Ja non riusciva ancora a schiacciare. Però non demorse, continuando a lavorare sodo. In pochissimi avrebbero puntato qualcosa sulle sue qualità, tanto che nessuno dei principali media dedicati (come ESPN, Rivals, 247Sports) lo inserì nel ranking dei migliori prospetti liceali. La diffidenza non scoraggiava comunque il ragazzo, che sportivamente aveva fame. Letteralmente, invece, fame ce l’aveva James Kane, assistente dell’università di Murray State, quando si recò al camp di Chandler Parsons per visionare Tevin Brown in vista del reclutamento per la stagione successiva.

Dopo il lungo viaggio, alla ricerca di uno snack per rifocillarsi, si recò nel retro della palestra principale, allo stand delle cibarie. Ordinato un pacchetto di patatine Doritos e una soda, sentì il pallone rimbalzare all’interno della palestra secondaria. Incuriosito, entrò per dare un’occhiata al 3 contro 3 che si giocava all’interno: ci mise pochissimo ad innamorarsi dei movimenti di Ja. Non ci pensò due volte: chiamò il capo allenatore Matt McMahon chiedendogli di raggiungerlo per il giorno dopo, per visionare assieme quello che ai suoi occhi era già un futuro professionista. Il coach non potè che confermare quanto aveva visto il signor Kane: Morant scavalcò Brown in cima alla sua lista e, sperando di poter arrivare al reclutamento del ragazzo prima che qualcun altro si accorgesse di lui, cominciò a stringere un buon rapporto con l’intera famiglia (chiarendo loro i vari dubbi, come quello di mamma Jamie sul fatto che la borsa di studio coprisse o meno l’intero quadriennio). Dopo l’interesse di Murray State in effetti arrivò anche qualche altra offerta, fra cui l’unica di un college di rilievo, quello di South Carolina; ma la decisione era stata presa. Ja si diresse ai Racers, ammaliato dall’atmosfera familiare della comunità e dalla fiducia dello staff nei suoi mezzi, reputata più importante dell’aspirazione di far parte di un programma universitario di maggior spessore. Potersi muovere in un sistema basato su transizioni e attacchi rapidi avrebbe inoltre aumentato le sue chances di proseguire la tradizione di playmaker di Murray State diventati poi professionisti, come Isaiah Canaan e Cameron Payne.

Morant diventò titolare da subito: nel primo anno fece registrare 12.7 punti, 6.5 rimbalzi e 6.3 assist di media, aiutando i Racers a raggiungere dopo 5 anni di assenza il Torneo principale NCAA con un record di 26–6. Individualmente, si fece notare la sua prima tripla doppia, messa a segno il 28 dicembre contro Eastern Illinois, la seconda per l’intero ateneo dopo quella di Isacc Miles nel 1984.

Se qualche sopracciglio si era iniziato a smuovere, fu l’estate successiva ad accendere i primi riflettori sulle sue qualità. Ad agosto 2018 i dirigenti di Murray State riuscirono a strappare per la propria gemma una partecipazione al Chris Paul’s Elite Guard Camp; Ja si disimpegnò ottimamente fra i migliori playmaker del college, cominciando ad essere segnato sui taccuini degli scout NBA quale possibile scelta al primo giro.

E’ nel secondo anno, complice la dipartita dalla squadra delle star Jonathan Stark e Terrell Miller, che riuscì ad entrare nel novero dei ragazzi che si contendevano le primissime posizioni fra le scelte del draft 2019: lo fece in modo dirompente, il 10 gennaio contro UT Martin. Firmò 18 assist, nuovo primato nella storia di Murray State, ma soprattutto una giocata che rimarrà iconica. Dopo aver servito Brown per la tripla, chiese al compagno (anch’egli alla fine reclutato da McMahon e Kane) di chiamare lo stesso gioco. Notato il difensore in anticipo, si lanciò in backdoor; servito dal passaggio battuto a terra dello stesso Brown, esplose verso canestro sopravanzando i 2 metri e 3 centimetri del povero Quintin Dove.

I suoi adrenalinici voli sopra il ferro e le sue visionarie assistenze cominciarono ad affiancarsi agli highlights di Zion Williamson, da anni ormai virali. Non si trattava di pura estetica, dietro la forma si trovava anche sostanza: chiuse la stagione con 24.5 punti, 10 assists, 5.7 rimbalzi e 1.8 rubate a partita, col 49.9% dal campo e il 36.3% da 3. Inoltre, capeggiando l’annata di college basket con il superbo 51% di assist percentage, diede prova delle sue qualità di facilitatore e passatore e non solo di fenomeno atletico. MVP della OVC, vinta da sfavorito, nelTorneo NCAA non sfigurò nonostante il basso livello di talento della sua compagine. Nel primo dei due match giocati, contro Marquette mise a segno la prima tripla doppia nel torneo principale da Draymond Green nel 2012; nel secondo fu l’ultimo ad arrendersi all’inevitabile eliminazione firmando 28 punti.

Quando arrivò il momento del sorteggio delle scelte per il futuro draft, se i Pelicans si ritrovarono al settimo cielo per aver ottenuto la numero 1 assoluta, i Grizzlies ebbero comunque motivi per essere soddisfatti: nonostante il solo 6.3% di probabilità, ricevettero la possibilità di scegliere per secondi. Arrivò la virata con forza su Ja: d’altro canto, anche nella peggiore delle ipotesi, sarebbe stato difficile fare peggio dell’ultima volta che ebbero una scelta così alta, quando preferirono Hasheem Thabeet a gente come James Harden o Stephen Curry…

Come solito, sul ragazzo si allungavano le ombre dei dubbi sulla sua adeguatezza ad un livello superiore. Sarà in grado di adattarsi ad una maggiore fisicità? Saprà reggere il peso del ruolo di Mike Conley, ultimo rappresentante del Grit’n’Grind storica anima della franchigia? Saprà orientarsi in un contesto in pesante ricostruzione, senza solidi punti di riferimento cui aggrapparsi?

Inizia la stagione e, metaforicamente, dal mare di perplessità in cui è immerso, Ja si innalza così.

[Per fermarlo Aron Baynes, non proprio un fuscello, non è sufficiente]

Tra i rookies Morant è attualmente primo per assist, con 7, e secondo per punti segnati, con 17.6 (davanti a lui c’è Williamson, che però è sceso in campo solo per 8 gare), oltre ad essere diventato la prima matricola di questa stagione ad aver messo a segno una tripla doppia (e la seconda in assoluto nella storia dei Grizzlies). Il confronto con i soli esordienti va stretto a Ja, che risulta incisivo anche prendendo come riferimento tutti i giocatori della Lega.

Il ragazzo sta abbracciando appieno il ruolo di giovane leader del nuovo corso dei Grizzlies, basato su ritmi alti (ad oggi quartinella Lega per pace) e transizioni (ad oggi producono 1.14 punti per possesso di questo tipo,quartiassoluti), in antitesi allo storico periodo del Grit’n’Grind. Attualmente conclude personalmente circa un possesso ogni quattro di quelli che gestisce, risultando con il suo 25.7% di usage rate non solo capolista fra i rookie (con almeno 4 presenze e 12 minuti di utilizzo) ma anche fra i migliori 50 nell’intera NBA, davanti ad star conclamate come Jimmy Butler, LaMarcus Aldridge e Kristaps Porzingis o ragazzi in esplosione come Malcom Brogdon e Shai Gilgeous-Alexander. La fiducia che gli è concessa da coach Jenkins è ripagata da una efficienza in termini di percentuale reale di tiro del 57.3%, in linea con quella di due giocatori in qualche modo simili a lui come Derrick Rose e Russell Westbrook nei loro anni da MVP.

Inoltre, le doti da passatore mostrate al college sono state ugualmente traslate al piano di sopra: non solo come quantità, ma come qualità, visto il 35.5% di palloni gestiti che converte in assist,primo fra i rookie e dodicesimo in assoluto nella Lega (per almeno 5 partite giocate).

La combinazione fra le due caratteristiche lo rende un’arma offensiva totale, in grado di essere pericolosa mettendosi in proprio tanto quanto attivando il resto della squadra. Di conseguenza, è difficilissimo per i difensori anticiparne le intenzioni, finendo inevitabilmente travolti dal suo vortice di cambi di direzione e di ritmo.

Non gli manca poi di certo il coraggio di prendere l’iniziativa nei momenti chiave: non perdendo la lucidità, riesce ad essere incisivo sia concludendo personalmente…

[Gli sono bastate solo 10 partite per firmare il primo canestro decisivo nella Lega, contro gli Hornets]

… sia servendo i compagni meglio piazzati.

[Per servire un assist per la tripla della vittoria sulla sirena, al supplementare contro i Nets, ne sono invece state sufficienti 3]

Essere circondato dallo scetticismo della gente sulle proprie possibilità sembra scritto nel destino di Morant. Per Ja, diventa il propulsore che lo spinge a lavorare in palestra sui propri limiti, abbattendo le perplessità che lo hanno spesso in secondo piano nelle varie considerazioni. Per la continua relazione con la critica si sente legato a Russell Westbrook, non a caso il suo giocatore preferito. A Russell tra l’altro è stato spesso accostato come tipologia di giocatore, per l’atletismo nel ruolo e per la capacità di sporcare il tabellino nelle principali voci (palle perse comprese). Tuttavia, delle differenze sono ben marcate. Innanzitutto quella di struttura fisica, ben più minuta e meno scultorea per Ja. Soprattutto però è diverso Il modo in cui i due incanalano in campo l’energia proveniente dal desiderio di rivalsa: il due volte MVP con ogni palleggio sembra voler bucare il parquet dalla ferocia, il rookie la trasforma in creatività che ispira le movenze con cui mette al tappeto le difese.

[Sullo sfondo si può notare l’approvazione di Lou Williams, uno che di caviglie ne ha spezzate parecchie]

Ovviamente Ja è tutt’altro che un giocatore fatto e finito. Gli aspetti del gioco in cui il suo potenziale è ancora lontano dall’essere stato sviluppato sono svariati. Fra questi, non si può non partire dal principale difetto già evidenziato nelle superbe prestazioni a Murray State: i palloni persi. I 3.2 buttati a gara rappresentano il contrappeso del lasciargli ampia libertà d’azione. Con l’esperienza dovrà imparare a gestire meglio i suoi istinti, gli stessi che ad esempio lo hanno già esposto a pericolosi impatti coi fotografi a bordo campo negli spericolati voli a canestro.Discorso simile per l’assorbimento dei contatti: apprenderne una migliore gestione (unita al progressivo potenziamento fisico cui sarà certamente sottoposto) gli permetterà di aumentare l’efficienza del numero di conclusioni al ferro (ad ora ferma ad un perfezionabile 57.9%) aumentandone di conseguenza la pericolosità dall’arco (dove già converte il 43.8% dei tiri che prende con almeno 6 piedi, circa 1 metro e 80, di spazio).
D’altro canto, a Morant non manca il desiderio di migliorare, nè la personalità per portare in campo i frutti del suo lavoro: lo ha già scoperto James Harden…

[Esplicativo il labiale di Ja dopo l’esagerato spazio concessogli dal Barba: “Tell that mother****er about me”]

Ad oggi, i Grizzlies sono in lotta per le ultime posizioni utili per entrare nella griglia dei playoffs nella Western Conference. Dopo un inizio negativo, trovati gli equilibri interni hanno record positivo in casa, con 11 successi su 13 giocate al FedExForum, dopo un avvio da un 3-11 complessivo. Notevole il rendimento nel mese di gennaio, in cui hanno registrato 11 match vinti e soli 3 persi, andando per la prima volta in doppia cifra relativamente ai successi in un mese solare dal dicembre 2016 (in cui però giocarono 3 partite in più). Fra le vittorie, spicca la serie di 7 consecutive, comprensiva della conquista degli scalpi di due delle migliori squadre della costa Ovest come Clippers e Rockets (oltre a quello dei Nuggets, ottenuto successivamente). Il record complessivo a circa metà stagione di 27-26 non rappresenta un risultato di alto profilo di per sè, ma è ragguardevole rispetto alle condizioni di partenza per la squadra della Bluff City.

Proprio un bluff è quello che, per l’ennesima volta nella sua giovane carriera, Ja sta provando a dimostrare di non essere.

Certo, la situazione nella seconda metà di classifica non è per niente solida e ci si può ritrovare fuori dalla postseason in un amen. Poi è tornato dall’infortunio Zion Williamson, incidendo da subito e riaprendo il discorso relativo a quel premio di Rookie dell’anno che sembrava già assegnato.

Insomma, nuovamente una serie di dubbi intorno a Morant.

Arrivati a questo punto, con una stagione che sta strabiliando tutti e con i margini di miglioramento infiniti che ad appena 20 anni ancora si ritrova, c’è ancora da chiedersi come reagirà Ja?

Foto ESPN