di Andrea Cassini e Roberto Gennari
copertina di Davide Giudici

 

 

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L’ingegnere informatico più alto del mondo

di Andrea Cassini

I mixtape dei giovani talenti su YouTube sono un’arma a doppio taglio, e non sono innocui come potrebbe sembrare. Nulla sostituisce il lavoro degli scout che vanno a seguire le partite dei prospetti di persona, ma certe volte è comodo appoggiarsi a un video che raccoglie prove al posto tuo: se poi il successo è talmente vasto da diventare virale, la macchina dell’hype si mette in moto e le quotazioni del giocatore salgono per acclamazione popolare. Chiedere a Thon Maker per conferma, forse il caso più famoso di talento nato (e forse anche finito) su internet: le prodezze immortalate su YouTube gli valsero una chiamata al primo giro da parte dei Milwaukee Bucks, insieme a tanti dollari sul conto in banca, ma in NBA non si è visto molto di quegli highlights degni di Kevin Durant. Si pensi anche a Zion Williamson, famoso tra gli appassionati perché le sue schiacciate tonitruanti totalizzano migliaia di visualizzazioni fin dal primo anno di liceo. Solo un fenomeno da dunk contest, si pensava con ragionevole scetticismo, prima di vederlo a Duke e scoprire che faceva sul serio.

Tacko Fall è un altro nome noto al popolo del web. Per prima cosa, perché è un nome curioso. Suona quasi finto, ma è un pratico diminuitivo di Elhadji Tacko Sereigne Diop Fall. Lui è senegalese, ma il fatto più importante è che è alto sette piedi e sei pollici, vale a dire un soffio sotto i due metri e trenta. Ha un’apertura alare di due metri e cinquantaquattro, e porta il 57 di scarpe. Uno degli uomini più alti del mondo, uno in grado di schiacciare stando in punta di piedi e di tenere il pallone lontano dalla portata degli avversari semplicemente allungando le braccia. Il suo percorso di vita assomiglia a quello di tanti altri atleti africani, Joel Embiid tra i casi più recenti. Non era granché portato per gli sport, al massimo si divertiva a giocare a calcio, poi qualcuno lo nota: sei alto, perché non vieni in America? Comincia a giocare a basket a sedici anni, in una prep school della Florida, poi nel circuito estivo AAU. Gli esiti sul campo sono, diciamo così, rivedibili: uno stecco che fatica a correre da un lato all’altro e che non sa bene cosa farsene del pallone. I primi video cominciano già a girare, comunque. Ce n’è uno, in particolare, che lo vede contrapposto a tale Nyquel Alexander. Nyquel è largo (190kg) ma paga parecchi centimetri all’avversario. Il suo impegno tuttavia è commovente, e il video è una piccola opera d’arte. Da un lato l’approccio metodico e impassibile di Tacko, dall’altro lo stoico Nyquel e la sua espressione contrariata ma battagliera. Oggi lo sport americano ha pagato il giusto premio al carattere e al tonnellaggio di Nyquel. Si è alleggerito un pochino e sfrutta la sua massiccia potenza come offensive lineman nel team di football del suo college, Baker University.

Tacko Fall, intanto, scivola ai margini del radar. Come giocatore di basket, si raffina quel tanto che basta per strappare una lettera di reclutamento da UCF. Resta in Florida, a Orlando, e va a giocare per un ateneo non di prima fascia, ma con qualche velleità di partecipare al torneo nazionale. Lo ritroviamo tra i video suggeriti dall’algoritmo di YouTube quando i suoi Knights affrontano UC Irvine con l’elevatissimo testa a testa tra lui e il connazionale Mamadou N’Diaye, due metri e ventinove a sua volta – ma come prevedibile, il lentissimo spettacolo non è granché. Ma i risultati migliori della vita americana di Tacko arrivano fuori dal campo da basket. Impara a parlare l’inglese in maniera fluente in appena otto mesi. Al primo test SAT a cui si sottopone, arriva nel 95esimo percentile dell’intera nazione. Si appassiona alle scienze e alla matematica e mantiene una media di 4.0 GPA al liceo – semplicemente, il massimo. Al college sceglie una laurea in informatica, che nei suoi progetti dovrebbe portarlo a lavorare come ingegnere informatico per Siemens, Microsoft o qualche altra aziendina di poco conto. Intelligenza e ambizione, nel suo caso, vanno di pari passo. Ed era solo questione di tempo perché un fisico graziato da un’altezza impressionante ma poco adatto per gli sports si piegasse alla sua etica del lavoro e alla sua capacità di apprendimento.

Tra 2018 e 2019 saltano fuori highlights freschi con Tacko come protagonista. I Knigths di UCF stanno macinando vittorie e puntano a un posto nel tabellone nazionale: lo otterranno, e parteciperanno dopo quattordici anni al grande ballo della March Madness. Tacko Fall sembra un giocatore nuovo. Ha messo i muscoli al posto giusto, è magro ma tonico, occupa un bello spazio sul parquet. Tende a stancarsi in fretta con quella mole, ma sa gestirsi per rimanere in campo più minuti possibili. Non è un fulmine di guerra ma è insospettabilmente coordinato e agile coi piedi, per quell’altezza. Ha imparato qual è il suo compito in attacco e lo esegue con precisione. Nei pressi del canestro tira fuori anche una certa cattiveria, e gli perdoniamo la scarsa tendenza a servire i compagni sugli immancabili raddoppi. È una stagione da record la sua, in tutti i sensi. In carriera totalizza una percentuale effettiva dal campo dl 75%, la migliore di sempre in NCAA, superando di 8 punti percentuali il 67,8% di Steve Johnson, di Oregon State. “Quando hai in campo uno come Tacko” dice il coach Johnny Dawkins, “devi dargli il pallone ogni volta che puoi”. In difesa le statistiche non dicono tutto sul suo reale impatto. Si posiziona spesso a zona, come estremo difensore del ferro, e gli avversari sono dissuasi dall’avvicinarsi al pitturato; non ci provano nemmeno, a sfidarlo. “Rovina il playbook degli avversari”, dice sempre il coach, e il sito FiveThirtyEight titola addirittura un altisonante “He’s breaking basketball”.

Con lo spot numero 9 UCF avanza al secondo turno nell’East Regional, batte VCU per 73-58. Tacko sfodera una delle migliori prestazioni stagionali, persino la stampa generalista italiana si accorge di lui (ironizzando sul fatto che in ginocchio Tacko è alto quanto gli altri giocatori – ma ci accontentiamo della menzione). Il resto è fresco nella memoria di tutti. I prossimi avversari sono i Blue Devils di Duke, primi nel ranking. Dai mixtape su YouTube al parquet della March Madness, i destini di Tacko e Zion Williamson si incrociano per la prima volta. Parlando della probabile prima scelta al draft 2019, Tacko ne loda il talento ma conferma la fiducia nei propri mezzi difensivi. “Non gli permetterò di schiacciare su di me, non mi metterà su un poster”. Il duello diventa la chiave di lettura più esaltante della partita. Tacko gioca nuovamente una partita lucidissima, si muove bene nonostante i problemi di falli, stoppa Williamson in tre occasioni – ma Zion ne mette comunque 32. UCF va oltre ogni aspettativa seguendo Duke punto a punto fino all’ultimo secondo. È solo questione di millimetri, e non in senso figurato, se il tap in di Aubrey Dawkins non entra, consegnando alla storia l’upset dei Knights.

La carriera universitaria di Zion Williamson finirà alle Elite Eight con la sconfitta di Duke contro Michigan State. Quella di Tacko, ormai giunto all’anno da senior, si era conclusa pochi giorni prima. Chissà se anche nel suo caso ci sarà una chiamata al draft NBA, magari al secondo giro, da parte di una franchigia che abbia voglia di rischiare con un big man che sembra non avere più diritto di cittadinanza nell’NBA ipermoderna e iperveloce che ammiriamo oggi. Il già citato Mamadou N’Diaye gioca in Messico e Sim Bhullar (226 centimetri) è finito nel campionato di Taiwan dopo tre partite ai Kings, volute dal proprietario Vivek Ranadive per pubblicizzare il basket in India. Male che vada, forte dei suoi invidiabili voti al college, Tacko diventerà l’ingegnere informatico più alto del mondo.

 

 

 

Oh what a three by Fletcher Magee

di Roberto Gennari

Lo confesso candidamente: se devo dire che cosa mi fa venire in mente Orlando, nell’ordine posso citare i Magic (soprattutto quelli di Penny & Shaq, non me ne voglia nessuno di quelli che sono venuti dopo), poi DisneyWorld, poi Expocattivi, che se non sapete di cosa sto parlando dovete filare a vedervi “Minions” e tornare a leggere qui quando avete finito il film.

Visto il film? Visto che avevo ragione? Ok, andiamo avanti.

Fletcher Magee da Orlando, Florida, ha quella faccia da bravo ragazzo così tipicamente americano che se le barrette di cioccolato della Kinder fossero state inventate negli Stati Uniti, probabilmente nella scatola avrebbero messo una foto di lui da piccolo. Ha la faccia di quello con cui forse potresti perfino acconsentire a fare uscire tua figlia, purché non beva mentre è al volante e torni entro mezzanotte.

Ma Fletcher Magee è anche il recordman di ogni epoca per triple segnate nella division 1 della NCAA. Cosa, quest’ultima, che ha più volte cambiato padrone recentemente, da JJ Redick in qua, tanto per citarne uno che un po’ di strada l’ha fatta anche da professionista. Steph Curry avrebbe potuto essere uno che si sarebbe potuto issare in vetta alla classifica di ogni epoca, della quale comunque occupava il quinto posto al momento di passare ai Warriors, ma sapete com’è, quando la NBA chiama, diventa un filino secondario finire il proprio percorso di studi a Davidson, così il figlio di Dell ha rinunciato al trono uscendo dal college dopo “solo” tre stagioni. Eppure Magee, che ha appena concluso il suo quadriennio universitario a Wofford, è uno che vola molto basso per i radar della NBA, diciamo quasi in modalità stealth. In qualche mock draft viene dato come sessantesima chiamata, ossia l’ultima del secondo giro, ma tanto perché fondamentalmente da metà secondo giro in poi dipende anche un po’ da come ci si alza la mattina. Magee, e questa magari è la cosa interessante, oltre ad essere il giocatore che ha segnato più triple della storia della NCAA, è anche quello che tra i primi venti per canestri da tre segnati ha la migliore percentuale realizzativa, avendone mandate a bersaglio un ragguardevole 43,5% di quelle tentate. Fino alla sua penultima partita, a dire il vero, la percentuale era il 44%. Questa cosa tenetela a mente, tra poco vi sarà chiaro il perché.

In un certo senso, non è azzardato affermare che Fletcher Magee è la quintessenza del giocatore di basket NCAA, nel senso che ha trovato la sua dimensione in un campionato dove si gioca ai 35 secondi, con la linea dei tre punti più vicina e dove fino ad un certo livello l’atletismo può anche essere quello che è. Ma il ragazzo da Orlando ha anche una grande etica del lavoro, che va bene che tiratori da fuori un po’ forse si nasce, ma è anche molto vero che il tiro è un fondamentale che va allenato costantemente, affinato, ripulito nella meccanica, velocizzato. Guardando giocare Magee, con quella rapidità di piedi che ti farebbe pensare che uno così potrebbe faticare in Eurolega, si ha tuttavia la sensazione che tutto in lui sia sotto controllo. A partire dal tiro, ovviamente. Nei suoi quattro anni ai Terriers, il numero 3 ha lavorato come un matto allenandosi sul tiro contestato e sul tiro fuori equilibrio, perché sapeva benissimo che quando ti crei una reputazione come cecchino da tre la prima cosa che fa il coach avversario è farti seguire come un’ombra dal migliore dei suoi difensori sul perimetro. Si è costruito un gioco pulito ed essenziale, come quando, sfruttando una qualsiasi rotazione difensiva in ritardo, riesce a partire in penetrazione per due punti in appoggio o per un viaggio in lunetta, altro fondamentale in cui è decisamente mortifero, potendo vantare un 393-403 in carriera, o se preferite il 90,8% di liberi mandati a segno.

Ma Fletcher Magee è anche un ragazzo che da qualche giorno ha un incubo ricorrente.

In quell’incubo ricorrente la sua Wofford gioca una partita del torneo NCAA contro Kentucky, Fletcher riceve palla, spara da tre come ha sempre fatto in questi quattro anni di partite ed allenamenti, ma subito dopo il rilascio vede una cosa strana: il ferro si restringe, il canestro improvvisamente diventa più piccolo. SDENG. La tripla non entra, ma lui pensa che si tratti di uno scherzo giocatogli dalla tensione. Così dopo poco ci riprova, e ancora una volta dopo che la palla si è staccata dai suoi polpastrelli il canestro diventa più piccolo, e ancora una volta non è il rumore della retina che fruscia, la musica della palla che la frusta, ma un altro, ancora più sonoro, SDENG. C’è Tyler Herro che difende su di lui, gli contesta i tiri ma lui c’è abituato, sono almeno due anni che tutti quelli con cui gioca contro gli contestano i tiri. Però questo ferro si restringe ancora, e ancora, ogni dannatissima volta. Coach Mike Young gli dice di continuare a tirare, perché basterà fare entrare la prima tripla per rompere il ghiaccio e tutto sarà come è sempre stato, la pressione comunque è tutta su Kentucky, perché per un college come Wofford essere al secondo turno del torneo NCAA è già un grande risultato. Però la prima tripla non entrerà mai, Fletcher Magee stabilisce un altro (non troppo onorevole) record nella sua ultima partita di college: il suo 0-13 da oltre l’arco è la peggior prestazione individuale in una partita del torneo NCAA. Prima di questa partita, aveva segnato 509 triple su 1156 tentate. Quel ferro che si restringe e il rumore della palla che fa SDENG continueranno a non farlo dormire, ancora per qualche tempo.

 

  

 

Good guy, bad guy, Kyle Guy

di Andrea Cassini

La partita delle Elite Eight tra Virginia e Purdue rivestiva un’importanza particolare per Kyle Guy, tiratore designato dei Cavaliers. Tra le fila dei Boilermakers avrebbe incrociato Ryan Cline. Nati a un anno e quindici miglia di distanza, col basket nel sangue – quando nasci in Indiana difficile che sia altrimenti. Rivali in inverno tra i campionati liceali, poi compagni di squadra in estate nelle competizioni AAU. Kyle diventava uno dei prospetti migliori dello stato, eletto Mr Basketball da Indystar nel 2016, Ryan restava un passo indietro indietro, stesso ruolo in campo, stessa propensione al tiro da tre. Cosa più importante, i due diventavano amici. Ma nella March Madness, anche tra amici non si fanno prigionieri.

Kyle Guy e Ryan Cline

La partita la vince Virginia, è la più bella del torneo e forse una delle più avvincenti di sempre. Serve l’overtime perché Purdue è in stato di grazia e il torello Carson Edwards manda a bersaglio una tripla dietro l’altra. Finirà con 42 punti, e in certi frangenti la sfida assomiglierà a uno shootout tra lui e Kyle Guy che gli risponde colpo su colpo. Dall’angolo, in catch and shoot, in allontanamento, da distanza NBA. 5 triple per 25 punti, insieme a 10 rimbalzi, una delle sue migliori prestazioni di sempre.

Kyle Guy è un personaggio iconico, pur nel suo piccolo. 185 centimetri di pelle bianchissima, atletismo nella media, ma ha una certa faccia tosta e la tendenza a prendere (e mettere) i big shot: unisci le due cose e ottieni un giocatore adorato dai tifosi di casa e odiato da quelli avversari. Good Guy, bad Guy. A complicare la faccenda c’era quel vezzoso man bunche sfoggiava fino all’anno scorso, oggi sostituito da una sobria zazzera bionda. Quando gioca in trasferta dagli spalti gli fanno ancora pesare quella storia dell’acconciatura, racconta lui. Prima gli urlavano di tagliarsi il codino, ora lo invitano a farselo ricrescere, gli dicono che non ha idea di come trattare i propri capelli. Forse hanno pure ragione, scherza lui. Se queste sono le offese peggiori che ti devono arrivare, c’è da metterci la firma.

Un anno fa, di questi tempi, Kyle Guy non aveva molta voglia di scherzare. Virginia era appena finita sul lato sbagliato degli annali, prima testa di serie numero 1 nel tabellone nazionale a finire sbattuta fuori al primo turno. Per Kyle fu come togliere il tappo da un vaso che aveva tenuto chiuso, e nascosto in soffitta, per troppo tempo. Amava avere tutto sotto controllo, preferiva fare ogni volta quel proverbiale miglio in più pur di non lasciare nulla in sospeso, non diceva mai di no, si prendeva ogni responsabilità su di sé. Nobili qualità umane, ma nel suo caso erano anche stratagemmi per tenere a bada una natura ansiosa, figlia di una personalità minata da profonde insicurezze. I Cavaliers sono scossi da minacce di morte che li accompagnano fin dal viaggio in autobus che li riporta al campus di Charlottesville, e Kyle sprofonda. Quella responsabilità è troppo pesante persino per le sue spalle allenate. Si rende conto di non farcela, e ha l’intelligenza per chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.

Depressione, ansia, attacchi di panico. Da qualche tempo questi argomenti non sono più un tabù nel mondo dello sport, anche l’NBA si sta aprendo a riflessioni sulla salute mentale degli atleti sulla scia degli appelli di Kevin Love e Demar Derozan. Forse Kyle aveva in mente proprio le parole dei suoi colleghi quando ha deciso di rivolgersi al dottor Jason Freeman, psicologo specializzato nello sport. “È stato un gesto di grande coraggio”, ha detto Derick Grant, ex Harlem Globetrotter e suo mentore/coach personale. “Era vulnerabile e ha voluto mostrarlo al mondo, approfittando della piattaforma che ha a disposizione. Si è messo a nudo per diventare una fonte di ispirazione per moltissimi altri ragazzi”. Il percorso col dottor Freeman gli ha giovato così tanto che Kyle Guy ha deciso di esporsi in prima persona. Ha raccontato a cuore aperto la sua vicenda ai media e si è presentato come portavoce a una conferenza su sport e salute mentale nel suo ateneo, in Virginia: farà la stessa cosa a Minneapolis, questa settimana, in un altro incontro organizzato appositamente per il palcoscenico delle Final Four. Sul campo da basket, nel 2019 Kyle Guy ha messo in mostra una nuova marcia nel motore. Derick Grant parla di aggressivometro: quando Kyle tiene alta la lancetta, succedono sempre cose buone. Kyle è l’uomo chiave di uno dei programmi migliori della nazione, è un All American al terzo anno e viaggia a oltre 14 punti di media, ma raggiungere l’obiettivo è sempre una questione di ostacoli da superare. Prima della partita con Purdue aveva tirato 3-26 dall’arco nelle ultime tre partite del torneo NCAA. Uscire con tale convinzione da uno shooting slumpdel genere, significa avere capito che non serve essere gli eroi ogni volta che si vince, né le vittime sacrificali ogni volta che si perde. Significa avere imparato a essere se stessi. Niente più Good Guyo Bad Guy. Solo Kyle Guy. E Virginia è al posto che le spetta: le Final Four.

 

 

 

Chris Clemons: too small, can’t play pro

di Roberto Gennari

La prima cosa che salta all’occhio di Chris Clemons è che non dovrebbe stare lì. Cioè, che diamine, stiamo parlando di un giocatore che è forse 1,75 e forse anche qualcosa di meno, a giocare a basket a un livello dove ragionevolmente ogni sera ti toccherà avere a che fare con almeno un avversario alto dai due metri in su.  O più spesso, con molteplici.

Come spesso accade però, ci viene in soccorso quello che per comodità chiameremo “il teorema del calabrone applicato a Spud Webb”:  in relazione alla sua struttura fisica e alare, il calabrone non dovrebbe poter volare, e Spud Webb non avrebbe dovuto poter schiacciare, ma né il calabrone né Spud Webb lo sapevano, per cui, molto semplicemente, il calabrone volava e Spud Webb vinceva lo Slam Dunk Contest 1986.

Applicando il medesimo principio a Chris Clemons, alla sua struttura fisica e alle cifre da lui accumulate in quattro anni di militanza in NCAA, diciamo che possiamo rendere il tutto un tantino più accettabile se non altro da un punto di vista meramente filosofico.  Già, perché altrimenti come fare a mandare giù il fatto che – ad esempio – scorrendo la classifica dei marcatori di ogni epoca della Division I della pallacanestro collegiale si trovino al primo posto “Pistol” Pete Maravich, che coi suoi 44,2 punti di media nel triennio da lui giocato a Louisiana State era oggettivamente di un altro livello, al secondo Freeman Williams, una leggenda sia per il suo impatto e la sua produzione offensiva in NCAA sia per quando abbia avuto un rendimento altalenante una volta approdato al piano di sopra, tanto che probabilmente meriterebbe un articolo a parte, e dopo questi due giocatori, prima di qualsiasi altro scorer fenomenale vi possa venire in mente, famoso magari solo tra gli universitari o anche al piano di sopra, ci sia Clemons? Un terzo posto che suona peraltro come una beffa feroce, perché la sua eliminazione al primo turno dell’NIT di quest’anno gli ha precluso la possibilità di superare proprio Freeman Williams nella partita successiva, visto che questo secondo posto era distante da lui “soli” 24 punti. Il suo ball handling, il suo crossover mortifero, il suo tiro affidabile, bastano da soli a spiegare l’enormità di quanto fatto dalla guardia in forza a Campbell, che veste per sua stessa ammissione la maglia numero 3 in omaggio al giocatore di cui rappresenta l’ideale prosecuzione, quell’Allen Iverson di cui si vede palesemente che Clemons ha passato ore e ore a studiare i movimenti per cercare di replicarli e farli propri? Ma ancora, la cosa più sorprendente di Clemons non è probabilmente neanche questa. Vogliamo parlare dell’85,2% dalla lunetta in carriera, percentuale che fa di lui non il “classico” streetballer buttato su un campo da basket, ma piuttosto un giocatore con una feroce voglia di avere il maggior numero di armi possibili nel proprio arsenale? Ok, snoccioliamo tutte le cifre così ci togliamo il pensiero: nella stagione appena terminata (per lui), Chris Clemons da Raleigh, North Carolina, ha segnato 30,1 punti a partita, tirando col 44,8% dal campo e con l’86,9% dalla lunetta. Ha distribuito 2.8 assist a partita, ha recuperato 1.5 palloni e ha tirato giù 5.1 rimbalzi, secondo della propria squadra dietro al solo Andrew Eudy, che però formalmente gioca 4 o 5 ed è alto 16 cm più di Clemons.  Ve lo abbiamo già detto poco fa ma ve lo ricordiamo nel caso foste distratti: è alto 175 centimetri.  5,1 rimbalzi. Ah, e a questo punto magari vi sembra ovvio, ma ve lo diciamo lo stesso: Clemons schiaccia, anche abbastanza in scioltezza.

Eppure è sempre stato abituato a leggere o a sentir dire, nei giudizi su di lui, che “non ha il fisico per giocare a questo livello”, quale che fosse il livello. Ha ingoiato il rospo, guardando e riguardando le scorribande di The Answer nel centro area dei Los Angeles Lakers di Kobe e Shaq durante le finals del 2001. Ha continuato a segnare, perché sapeva che questo era l’unico modo che avesse per poter dimostrare a tutti quelli che non credevano in lui che si sbagliavano.  Perché quando ha realizzato che la sua statura sarebbe rimasta quella e non avrebbe potuto fare niente per migliorare questo aspetto del suo gioco, ha deciso di lavorare su tutto il resto. Di lavorare duro, più duro di tutti gli altri. Di costruirsi una corazza di durezza mentale, proprio come quella del suo idolo, che gli ha permesso, in questi quattro anni di pallacanestro collegiale, di segnare, e segnare, e segnare ancora.  Adesso il futuro di Chris è un punto interrogativo, grosso come una casa, perché quando una squadra deve valutare se arruolare un giocatore col suo fisico mette tutto sul piatto della bilancia, le cosiddette strenghts and weaknesses(come si fa con tutti), ma il problema è che i punti deboli del suo gioco, le “weaknesses” appunto, sono amplificate, in negativo ovviamente, dalla sua altezza.  Lui ha provato a lavorarci su, appunto con recuperi e rimbalzi. I Mock Draft più recenti però lo danno intorno alla 45esima chiamata, tanto per ribadire che non stiamo parlando di Zion Williamson e ok, ma neanche di Rui Hachimura, né di RJ Barrett o di chi volete voi, e del resto è comunque vero che stiamo parlando di uno che ha disputato il torneo NIT ed è stato eliminato al primo turno.  Certo, il rischio di trovarsi ad aver chiamato un Jimmer Fredette con qualche centimetro in meno e qualche rimbalzo in più potrebbe essere dietro l’angolo, ma volete mettere se niente niente invece l’azzardo dovesse pagare?