foto in copertina di Fabio Pozzati
articolo di Donatello Viggiano

 

 

Teramo 2009 – Bologna 2019: dieci anni per mettere fine ad un incubo, dieci anni per chiudere un cerchio. Con la vittoria su Ferrara nell’anticipo di mezzogiorno di domenica, la Fortitudo fa il suo ritorno, a distanza di quasi 10 anni, in quella Serie A che aveva lasciato all’ultimo tiro di una domenica di maggio sul parquet del PalaScapriano.

 

Eppure quella GMAC già lontana 4-5 anni dal secondo e ultimo scudetto del 2005 era stata costruita per tutt’altri obiettivi, ovvero con giocatori forti tecnicamente, ma probabilmente senza lo spirito pugnace e guerriero che da sempre ha connotato l’anima, cestisticamente parlando, più popolare di Bologna.

Teramo-Fortitudo, 10 maggio 2009

Una retrocessione amara, ma neanche lontanamente paragonabile a quello che sarebbe successo di lì a pochi mesi, appena l’inizio di un percorso lungo e tribolato, ma senza il quale, probabilmente, domenica la festa non sarebbe stata così bella e sentita. Già, perché a distanza di pochi giorni dalla sconfitta di Teramo, il Consiglio Federale rigetta l’iscrizione della “F” alla successiva Legadue, accettando, tuttavia, l’ammissione al Campionato di Serie A Dilettanti. Una ripartenza, come vedremo, che non accompagna adeguatamente dietro le quinte quello che la squadra, al contrario, merita sul campo.

Affidata alle mani di un fortitudino, prima ancora che bolognese doc, come Alex Finelli – 13 anni come tecnico delle giovanili tra l’85 e il ’98 – la squadra sponsorizzata Amori concilia l’esperienza a quei livelli di un autentico specialista in promozioni come Alejandro Muro, con la classe di Gigena e le qualità perimetrali di Genovese, ma soprattutto, con la voglia di riscatto dei confermati Malaventura, Lamma e Cittadini, questi ultimi capostipiti di una lunga schiera di giocatori che, bene o male, la “F” ce l’avevano tatuata sotto pelle.

E’ anche a Sorrentino, Fin e Losi, più giovani di belle speranze come Quaglia, Borra e Micevic, che viene affidata la missione di riportare la Fortitudo in un campionato di Serie A, sebbene il torneo, quell’anno, si ponga proprio come il più importante tra quelli non professionistici.

Un equilibrio nuovo, che si delinea col passare delle giornate, nonostante la situazione economica non sia florida già all’inizio del 2010,  ma questa squadra dimostra di avere l’anima che le si accredita alla vigilia e porta a casa il primo trofeo della stagione, vincendo la Coppa Italia contro Forlì, a Foligno, rimontando da -13.

E’ solo l’antipasto di una lunga sfida con i romagnoli, capaci, comunque, di aggiudicarsi entrambe le gare di regular season. Per questo motivo, al termine della prima fase, nonostante le due squadre abbiano chiuso a pari punti, sarà la squadra di Di Lorenzo a partire in pole position. Una sfida a distanza, che vede il destino delle squadre incrociarsi per altre cinque volte durante i playoff (saranno otto in totale, con bilancio in perfetta parità), perché la Vemsistemi lascia strada, nella sfida tra le migliori dei due gironi, a Barcellona verso la Legadue dopo aver vinto gara 1, mentre la Fortitudo si riprende, con San Severo, il fattore campo perso in gara 2, andando a vincere entrambe le sfide del PalaCastellana.

Ha il via, con fattore campo, quindi, a favore dei forlivesi, la serie al meglio delle cinque partite che decreterà la seconda promossa in Legadue. Le prime due gare sono tutt’altro che spettacolari: dai blocchi scatta meglio la “F”, che passa con autorità in una gara 1 dal basso punteggio (55-64), mancando l’occasione del raddoppio, sul +3 e palla in mano, qualche giorno dopo: Forlì vince 57-50, interrompendo una striscia di quattro sconfitte consecutive aperta dall’1-3 subito contro Barcellona.

Un pareggio che sembra rigenerare la squadra di Di Lorenzo, capace di replicare in gara 3 quello che era già stata in grado di fare in stagione, ovvero espugnare il PalaDozza, con un inaspettato 24-11 nell’ultimo quarto che lascia incredulo il pubblico di casa: 68-75 per una Vemsistemi che si garantisce almeno gara 5 davanti al proprio pubblico.

Un verdetto fisiologicamente prevedibile, che si materializza puntualmente in gara 4, vinta con agilità dalla Amori, che quindi impatta (85-69) e rimanda ogni discorso alla decisiva quinta sfida. Forlì parte meglio, ma gli ospiti sanno subito incanalare la contesa sui binari giusti, toccando anche il +12 nonostante i prematuri problemi di falli di Cittadini e Sorrentino. La Vemsistemi, sul – 9 firmato da due triple di un Malaventura top scorer (26) sembra alle corde, ma si riporta a contatto, complici anche le uscite per falli dei giocatori sopracitati, anche perché Forray, nonostante una mano rotta, sembra indemoniato e all’imbocco degli ultimi due minuti sembrano proprio che siano i forlivesi ad avere l’inerzia dalla propria parte.

La palla, quindi, finisce nelle mani di Malaventura, che senza equilibrio, realizza un incredibile canestro che vale una stagione e manda in visibilio il pubblico di fede fortitudina.

Alejandro Muro

La gioia, però, è piuttosto effimera e svanirà a distanza di un mese esatto. La Commissione Tecnica di Controllo (l’ente che verifica la regolarità dei bilanci delle società professionistiche di pallacanestro) infatti, stabilisce che la Fortitudo non possiede i requisiti per l’iscrizione ai campionati professionistici: l’unica soluzione è ripartire dai tornei a libera partecipazione, proprio quando sembrava compiuto il primo passo del ritorno tra i grandi.

Nasce, probabilmente, il periodo più buio nella storia del popolo biancoblu, che per un anno resta senza basket, segue le giovanili degli Eagles, ma si sposta in massa a Milano, durante la Finale di Coppa Italia tra Siena e Varese, per manifestare la propria presenza e dare alle istituzioni un segnale forte, di voler ricominciare: “Non c’è Fortitudo senza la sua gente”.

Le nostre richieste erano chiare fin da subito – ci dice Luca, per tutti “Frollo”, uno degli esponenti più importanti e carismatici della Fossa dei Leoni – non volevamo che si ripartisse da un titolo acquisito da un’altra società, perché sapevamo che cosa significasse per una tifoseria rimanere senza la propria squadra e non volevamo che succedesse anche a qualcun altro. Un titolo vergine, che venisse collocato dopo la Federazione avesse trovato posto, a prescindere dalla categoria”.

Ci vorrà del tempo e qualche poco felice tentativo di imitazione, perché ciò accada. Per due anni, infatti, la “F”, almeno nelle intenzioni di alcuni imprenditori, si sdoppia. Giulio Romagnoli rileva il titolo di Serie B di Budrio, che già giocava con i colori storici dell’Aquila, e lo scambia con Ferrara, portando in Legadue, con sede al PalaDozza, una Biancoblù Bologna – con Montano e Pini, giocatori che torneranno a vestire questa maglia anche in futuro-  che, però, per due anni di seguito fallirà l’accesso ai playoff,  prima di cedere i diritti sportivi a Napoli.

Da un’altra parte, però, nata dalla scissione del Gira Ozzano, c’è un’anima nella quale una grande fetta di tifosi riconosce la naturale prosecuzione della vecchia società. Guidati da Stefano Salieri, gli Eagles partecipano alla Serie B e si spingono fino alla semifinale playoff contro Lucca, pesantemente condizionata, in gara 1, dal brutto infortunio, a causa di un colpo di un avversario, accorso ad un giovanissimo Matteo Imbrò, in prestito dalla Virtus. Ne nasce un finale concitato, con relativa squalifica del campo, che tuttavia non impedisce ai tifosi di sostenere la squadra – e renderle omaggio –  in quella che, purtroppo, si rivelerà l’ultima gara della stagione:  “ma andammo in 200 in trasferta, pur se in giacca e cravatta”  conferma Frollo.

Ma è il seme che innesca, almeno emotivamente, la definitiva ripartenza. La stagione successiva degli Eagles, nel frattempo ripescati in DNA, durerà solo 10 partite (di cui sei vinte), perché non ci sono i soldi per pagare la rata FIP di Novembre, ma per la verità manca anche un campo in cui allenarsi e con la carta igienica usata al posto del salvapelle, in un pellegrinaggio che non prevede campo di gioco – Santarcangelo, Budrio e San  Lazzaro saranno la “casa” delle prime partite interne – ma tutto ciò non fa altro che accrescere ulteriormente l’amore del tifo verso la propria squadra.

Il giocatore tipico della Fortitudo non è quello forte tecnicamente o bello da vedere – riprende Frollo– ma quello che dà l’anima in campo, si tuffa per recuperare un pallone e lotta per la squadra”. Una connotazione caratteriale che identifica il tifoso tipico dell’Aquila, “anche quello da parterre” e che ancora oggi, a distanza di ormai sei anni, conserva nei cuori tutti coloro i quali abbiano indossato la canotta degli Eagles in quell’anno e mezzo.

Domenica la curva ha dedicato la coreografia ai giocatori della Eagles.

La squadra, come detto, è esclusa dal campionato, ma il periodo che separa dalla fine della stagione agonistica serve solo a corroborare ulteriormente quello che nella testa di molti tifosi storici della Fortitudo era già chiaro, ovvero ripartire con un unico progetto, serio e duraturo, in qualunque categoria la Federazione avesse trovato posto.

Da non trascurare, a questo punto, quello che succede, nel frattempo, lontano dal parquet. Poco prima dell’esclusione degli Eagles, infatti, la società Fortitudo 2011, già proprietaria della Biancoblu Bologna, compra i trofei della radiata Fortitudo: è il prologo a quello che accadrà qualche mese dopo, quando, cioè, la Biancoblu viene venduta a Napoli.

Le stagioni senza campo avevano permesso di mettere a punto tra noi tifosi tutto ciò che sarebbe servito per ricominciare– ricorda Frollo – perché sapevamo quanto male fossero finite analoghe acquisizioni di titoli in passato. Da quel momento siamo tornati a fare solo i tifosi, smettendo di preoccuparci di questioni di cui si discuteva solo in tribunale”.

Così, in data 18 giugno 2013 viene costituita la società Fortitudo Pallacanestro Bologna 103, dai soci fondatori Fortitudo 2011 e Orgoglio Fortitudo, che detengono rispettivamente l’85% e il 15% del capitale sociale. In un periodo di grossa difficoltà per il movimento, c’è spazio già per ripartire dalla vecchia Serie B, che per la prima volta, a seguito della riforma dei campionati, dà accesso direttamente alla A2 unificata, saltando un gradino.

Ma quel che più conta è che tre anni dopo la notte di Forlì, la Fortitudo torna a partecipare ad un campionato nazionale.

Il nuovo corso, sponsorizzato Tullipano, parte in B, tra l’entusiasmo dei 3000 abbonati ed oltre 4000 tifosi di media, e, nonostante l’eliminazione dalla Coppa Italia ed il cambio di guida tecnica – a Toto Tinti subentra Federico Politi – consegna alla squadra un primo posto a pari merito, con Tortona, che ha, però, dalla sua, la differenza canestri favorevole. L’accoppiamento playoff, allora, mette di fronte la Fortitudo – nel frattempo rinforzata da Landi e Sabatini Jr. in arrivo dalla Virtus – alla storica gemellata Cento, battuta già due volte in stagione.

Ma nella post-season si annulla tutto e si riparte da zero. La Baltur, infatti, rimonta uno svantaggio anche in doppia cifra e passa, a sorpresa, in gara 1 al PalaDozza: 79-80, col gioco da tre punti del potenziale pareggio non convertito. Uno schiaffo incredibile, che non ha più altre chance per essere riscattato, se non la gara 2 a Cento, dove la Tullipano era agevolmente passata (70-93) durante la stagione regolare.

I tifosi, al solito, si muovono in massa e sono oltre 600, ma la Baltur vola fino a +12 e la partita viene lungamente sospesa, perché il pubblico ospite vuole parlare ai giocatori in campo prima che la partita finisca.

Un preludio ad un epilogo triste dentro e fuori dal campo, perché la Fortitudo perde 81-71 e viene eliminata, alcuni tifosi vengono a contatto con qualche giocatore e la squadra resta a lungo bloccata negli spogliatoi a fine partita.

Una mazzata dura ed inattesa, che, tuttavia, non scompone l’animo biancoblu, secondo un carattere ben scolpito storicamente nel dna del tifo fortitudino.  “La verità è che quegli anni di Serie B sono stati fondamentali per la storia del nostro popolo e del nostro gruppo – riprende “Frollo” – perché già dopo lo scudetto del 2005 c’era un po’ di pancia piena e anche il tifo si stava un po’ adagiando, mentre tornare nell’inferno, sportivamente parlando, di campionati che non avevamo mai conosciuto, ha fatto sì che ci cementassimo nuovamente”, prosegue, con la voce già rotta dalla pelle d’oca.

Siamo entrati nel palazzetto di Arzignano e c’era il pubblico ad applaudirci, ad accogliere noi, non i giocatori. Al ritorno la loro squadra, nella quale giocava una vecchia conoscenza della Serie A come Andrea Camata, è venuta a scattarsi un selfie sotto la nostra curva e Bellato, il capitano storico, al momento della promozione ci ha scritto. Sono stati anni duri, ma che ci hanno fatto tornare la passione, facendoci costruire rapporti veri ed intimi, con gente genuina, anche se poco abituata alle vetrine. E’ per questo che ora che tutto questo è alle spalle, nonostante il Bologna giocasse alle 18 una gara decisiva per la salvezza contro il Sassuolo, abbiamo festeggiato con un corteo più lungo di quello di solito fatto per i due scudetti”.

Dalla finale di Eurolega col Maccabi alla fuliggine del Palazzetto di Piombino, passando per la scuola elementare di Prato, la F, targata Eternedile, si prepara ad un nuovo campionato di Serie B, ma nel frattempo è cambiata la proprietà  – ora nelle mani di Bologna 1932, una holding composta da sei imprenditori – ed in panchina c’è Claudio Vandoni. La rivoluzione tecnica è pressoché totale e vi sopravvivono solo Sorrentino ed un giovanissimo Leo Candi.

Firma dei contratti senza sapere se ci fossero o no i soldi, la prima sera che arrivai mio Padre mi disse ‘tu qui dentro non ci metti piede’, era il Residence Galaxy rinomatissimo ritrovo di spacciatori e meretrici, Ritiro a Lizzano dove oggettivamente la gente ci guardava come se fossimo degli zoppi oppure dei mutilati, super scetticismo generale, prima partita di campionato, sconfitta… maglietta di un colore blu sbagliato… Sconfittta… ancora più scetticismo…. La Fossa che dal giorno del raduno non ci ha mai fatto mancare supporto…. ma non sapevano manco chi cazzo fossimo fatta eccezione ovviamente per i “bolognesi”, è l’inizio di un post pubblicato ieri sui social da Andrea Iannilli, tuttora uno dei giocatori più amati dal tifo biancoblu.

In effetti, l’inizio della Fortitudo, sconfitta all’esordio a sorpresa a Lugo, non è facile – due vittorie su quattro – ma nel resto del girone d’andata arriveranno solo una sconfitta in casa con Udine ed una esterna a Montichiari. Un rendimento, tuttavia, ancora troppo alterno, a giudicare dalle decisioni prese successivamente,  dal momento che la sconfitta interna con Costa Volpino – “Do caxxo sta?? Boh….so venuti a vincere a Bologna, renditi conto, l’unica squadra che possa vantare di averci fatto il culo quell’anno!” – prosegue “Ianno” in un post diventato già virale – e soprattutto quella di Udine porteranno, dopo 14 vittorie e 7 sconfitte, al cambio di guida tecnica: al posto di Vandoni arriva Matteo Boniciolli, in passato già due volte allenatore della Fortitudo.

Foto Roberto Serra / Iguana Press

L’inversione è netta, ma non per forza ascrivibile solo al cambio di guida tecnica, anche perché, nel frattempo, durante il mercato arrivano Nazzareno Italiano da Piacenza e soprattutto Marco Carraretto, dopo l’esclusione di Forlì.

Un giorno in spogliatoio ci parlammo quasi per caso, ognuno di noi disse un qualcosa, un qualcosa che in maniera indelebile marchió tutti gli altri compagni”, prosegue il pivot ora a Matera.

Il gruppo, quindi, si compatta come d’incanto e diventa uno scoglio insormontabile, anche per la capacità, fuori dal campo, di stare insieme e superare le difficoltà logistiche e non. “Un giorno arrivano i giacconi… ci siamo abbracciati come se in spogliatoio fosse arrivata Belen! Elena ci apre il magazzino della Fortitudo gli anni della serie A… tutta roba NIKE…..in 10 minuti 60mq di stanza che esplodeva di robe era VUOTA!!! Non c’era più nulla… accattonaggio allo stato puro”  e ancora “Avevamo la piscina in spogliatoio… con l’idromassaggio… il nuoto controcorrente….super….facciamola svuotare dai… così la puliamo e la riempiamo di nuovo e la utilizziamo…. ok!! Ianno tu che ci capisci….metti le mani in sala pompe…. ok… scoppiano i filtri… la piscina si riempie di sabbia… non si poteva svuotare tramite pompe.. Vabbè usiamola lo stesso… ok… tuffi a bomba in spogliatoio!!!”, emblematiche le parole di Iannilli.

Arriva una inopinata sconfitta nella trasferta di Pordenone, ma è l’unica dì al termine di quella che diventa una marcia trionfale. Approfittando, infatti,  della prematura eliminazione delle prime due teste di serie Cento e Udine, la Fortitudo ha il fattore campo nella finale con Montichiari, dopo aver eliminato, senza mai perdere, Milano e Bergamo. Il PalaDozza stavolta è invalicabile, allora si va a Montichiari  sul 2-0: ne esce un poco spettacolare 56-51 che, però, riporta, cinque anni dopo, la Fortitudo ad una sola partita dalla Serie A2.

L’avversaria è di quelle affascinanti – la Mens Sana 1871 primo anno di B dopo il fallimento –  il parquet quello che evoca dolci ricordi, il PalaFiera di Forlì. Campo neutro sulla carta, ma in realtà “la fila per Forlì cominciava dal Casello a Bolo” – prosegue Iannilli – , e  la Fossa inizia il suo dominio incontrastato sugli spalti quando Rieti–Agropoli, prima finale decisasi al fotofinish, è ancora ben lontana dal suo epilogo.

Ancora Iannilli nel suo post: “SBAGLIAMO STRADA COL PULLMAN….LA POLIZIA CHE CI SCORTA…..BIGLIETTI COMPRATI DALLE ALTRE FINALISTE… si sì abbiamo fatto pure questa… RIETI VINCE LA PARTITA PRIMA DI NOI…. Io mi stavo cagando addosso…..sento il casino…..i cori…..non alzo la testa per guardarmi intorno perché ho paura….ho paura di tradire una fede…..arrivo sotto al canestro…..mi faccio forza….guardo in su…..3500!!! Senza maglietta con le bandiere….100 gradi…..ma erano lì…..per la maglia?? Non solo….questa volta erano lì anche per noi….per noi che come loro avevamo lottato un anno intero per provare a riportare dove meritava quella maglia….quell’aquila….. Tutto quello che successe nei primi minuti di quella partita è storia…..mi ricordo alcuni scampoli…..ma non posso dimenticare che a metà secondo quarto il loro allenatore tolse il quintetto per far giocare le seconde linee…..dovevano vincere domani loro – lo spareggio tra le perdenti del primo giorno avrebbe decretato la terza promossa in Serie A2 – ..oggi erano stati rullati…..dominio incontrastato!!!! Non esisteva avversario quel giorno… avremmo potuto giocare contro chiunque…. eravamo oltre 4000 contro 10!!!”.

In effetti l’equilibrio dura appena dieci minuti, perché dopo il 12 pari del primo quarto, il parziale di 25-4 tramortisce le ambizioni di una Mens Sana che perde anche Vico per infortunio. La Fortitudo è un’onda inarrestabile. Sorrentino, Lamma, Valentini ed un gigantesco Iannilli sono un muro invalicabile, all’esperienza di Samoggia e Carraretto e alla sfrontatezza di Candi e Montano il compito di colpire da ogni parte: il 37-16 di metà gara diventa 66-42 alla fine, dato che meglio di tutti testimonia l’incredibile solidità di quella squadra. Cinque anni dopo il canestro di Malaventura, la Fortitudo è di nuovo in A2, ma stavolta potrà giocarla sul campo.

Impossibile snaturare un’anima che oltre ad aver vinto il campionato, è tornata a far innamorare un intero popolo, così al gruppo storico vengono aggiunti Daniel e Flowers, i primi americani del nuovo corso, un giovane Campogrande neo campione d’Italia Under 19 Elite con la Sam Roma e, a Gennaio inoltrato, Valerio Amoroso.

Prese le misure al campionato, pur facendo fatica in trasferta, l’Eternedile chiude settima, ma nei playoff è una autentica mina vagante che, nonostante l’infortunio di Flowers ed il reintegro di un Lamma divenuto nel frattempo direttore sportivo, fa saltare il fattore campo nelle serie con Agropoli, Agrigento e Treviso, prima di arrendersi solo a gara 5 sul parquet di Brescia.

La A2 ha dimostrato che le squadre lunghe, profonde e costruite bene arrivano in fondo – ricorda Frollo – e chissà che cosa sarebbe successo se non avessimo perso Flowers per la rottura del tendine d’Achille. Quella squadra, in ogni caso, c’è rimasta nel cuore, perché rispecchia perfettamente l’identikit del nostro tifo e aveva, per certi versi, meno talento, ma ancor più “fotta” della squadra di quest’anno, più all’arrembaggio, ma certamente meno programmata per vincere”.

“Siamo una squadra di stronzi”, parola di coach Boniciolli

Un’anima, però, che si disperde per alcune delle successive scelte estive, che non impediscono alla Fortitudo,  nel frattempo vittoriosa nella Supercoppa del 2016,  di competere lo stesso e arrivare ad un passo dal vincere già il derby d’andata, il giorno dell’Epifania, contro una Virtus nel frattempo retrocessa in A2. Ma l’atmosfera, come sempre, è quella delle grandi occasioni, anche perché sono passati otto anni dall’ultima volta, decisa dal canestro di Vukcevic in trasferta.

Ma al ritorno il riscatto è servito – 79-72 per la Fortitudo – e una finale tutta bolognese viene preclusa dalla sconfitta in gara 5 dell’Eternedile a Trieste, che quindi sarà l’avversaria della Virtus nell’ultimo atto del campionato.

Esito analogo anche nella stagione successiva, la scorsa, quando l’unico superstite è Nazzareno Italiano, “un chiaro esempio del nostro giocatore ideale, non bello da vedere, ma fatto tutto di lavoro e sudore” – commenta Frollo, e la scelta degli americani, entrambi esterni – al confermato Legion si unisce prima il muscolare McCamey, poi Okereafor – è in netta discontinuità rispetto al passato.

Nel corso della stagione non basta nemmeno l’arrivo di Rosselli dalla Virtus, mentre Pozzecco, dopo il positivo intermezzo di Comuzzo, ha definitivamente sostituito Boniciolli per problemi di salute:  stavolta è Casale Monferrato l’ostacolo che impedisce alla Fortitudo, al termine di una gara 4 che resterà nella storia della Junior, di approdare in finale.

Ospiti speciali… Foto di Fabio Pozzati

Un passo falso che evidentemente ispira tante riflessioni nel management biancoblu, che ci riprova, sapendo di poter passare, stavolta, anche dalla porta principale della promozione diretta al termine della regular season.  Le scelte, infatti, sono tutte improntate meno ai riflettori, più alla fame e alle motivazioni, rispecchiando un modus operandi molto caro ad una persona spesso apparentemente invisibile, ma di grande importanza nelle sorti biancoblu, ovvero Marco Carraretto.

Già accostato più volte in passato per il positivo lavoro svolto a Ravenna, il coach prescelto è Antimo Martino, liberato dalla sua precedente società nonostante un altro anno di contratto, autentica bestia nera capace di battere la sua futura squadra in tutti e tre i precedenti della passata stagione.  Un profilo decisamente diverso dai suoi predecessori, che da subito pone l’attenzione sulla caratura umana prima ancora che sul valore tecnico dei suoi giocatori: “Era imprescindibile partire da questo, altrimenti non avremmo potuto costruire un percorso che per forza di cose doveva essere vincente– esordisce il coach molisano – così, avendo bene in mente la pallacanestro che avrei voluto da questa squadra, la scelta è caduta su giocatori adatti ad una squadra dalle gerarchie chiare ed i ruoli definiti, dove c’erano già atleti importanti sotto contratto come Mancinelli, Cinciarini e Rosselli – senza dimenticare l’autentica esplosione di Pini– cui era giusto riconoscere importanza all’interno della squadra, per cui ne volevo altri intelligenti e che sapevano sarebbero venuti in una squadra alla quale dovevano dare il loro contributo, senza per forza essere delle star indiscusse”. Un identikit che risponde appieno ai nomi di Sgorbati, Benevelli e Venuto, mentre per il play titolare la scelta è tutta di cuore e cade su Matteo Fantinelli, unico reduce della brutta serata di Teramo assieme a Mancinelli.

Antimo Martino. Foto di fortitudo103.it

Anche gli americani devono essere utili ad una squadra concepita per cambiare spesso pelle, “in cui tutti debbano sentirsi importanti, ma senza creare gelosie. Per questo motivo arrivano due atleti già noti ai palcoscenici italiani– anche se per Leunen è un debutto in A2 – capaci di mettersi al servizio del collettivo, senza rinunciare ad essere protagonisti, ma non dovendo far per forza trenta punti.”

Non è un caso che Hasbrouck, probabilmente mai così completo come quest’anno e autentico mattatore della gara che ha decretato la promozione abbia svoltato la partita soprattutto con una grande prestazione difensiva. “Lo sono stati ugualmente, in quanto la loro esperienza e conoscenza dei campionati italiani, uniti alla capacità di convivere con personalità forti all’interno di una squadra come sarebbero potuti essere Rosselli e Mancinelli– riprende Martino – sono state le chiavi del loro ruolo. Non ci serviva un leader indiscusso, ma tanti giocatori importanti e la consapevolezza, di alcuni di loro, di essere di supporto, capendo quanto fosse importante poter contribuire al rilancio della Fortitudo”.

Una filosofia chiara, che quindi non deve destare sorprese se predilige la fame e le motivazioni al palmares, infatti solo Rosselli e Mancinelli avevano vinto precedentemente questo campionato, ma il resto della squadra costruisce sin da subito una mentalità vincente. La Fortitudo, infatti, si presenta al primo appuntamento della stagione, la Supercoppa, senza Mancinelli e Cinciarini, ma conquista lo stesso il trofeo, denotando una perfetta consapevolezza, da parte dei suoi effettivi, di che cosa significhi per la loro carriera una opportunità del genere, nonostante una carta d’identità per molti in stato avanzato.

Foto LNP

Ovviamente sono felice di non poter avere la controprova– ribatte il coach della Fortitudo – ma questa è una squadra esperta, capace tanto di correre, quanto di abbassare i ritmi, e per la quale è più facile giocare che allenarsi, per questo sono convinto che, a dispetto dell’età, avrebbe avuto tutte le carte in regola per vincere anche ai playoff e la riprova è che siamo comunque arrivati in finale di Coppa Italia, senza Cinciarini e con Delfino appena arrivato, che non conosceva nemmeno i nomi dei suoi compagni”.

Ad eccezione della sconfitta con Piacenza, prima delle sole tre sconfitte tuttora accumulate, la Fortitudo costruisce settimana dopo settimana il suo primato, per nulla appagata da un dominio che ha solo il merito di rendere facile, ma la sconfitta in casa con Montegranaro al supplementare e la finale di Coppa persa con Treviso sembrano, apparentemente, ridestare le ambizioni di inseguimento delle dirette concorrenti, uscite rinforzate anche dal mercato.

Non so se le altre squadre abbiano visto un nostro momento di difficoltà, ma devo dire che proprio in quel momento siamo stati bravi a reagire, dispiaciuti, più che altro, che avremmo ancora dovuto vincere il campionato, non essendo riusciti a chiudere ogni discorso nella gara interna con Montegranaro– ricorda l’ex assistente della Virtus Roma – ma la verità è che era prevedibile che anche le altre squadre rallentassero e avremmo fatto i complimenti a Montegranaro se non avesse perso più fino alla fine, mentre a noi le vittorie nel girone d’andata ci hanno dato consapevolezza e subito dopo la Coppa ci siamo ripresi con una vittoria molto significativa a Ravenna”.

Una reazione attesa, covata nel vedere le facce deluse già nell’immediato post-partita della finale di Porto San Giorgio, che tiene fede al grande carattere di una squadra da subito entrata nel cuore dei tifosi, per quello che ha saputo lasciare sul campo ogni domenica. E dopo Ravenna, la squadra vince anche con Piacenza e soprattutto a Cento, scatenando tutta la gioia repressa cinque anni prima per una dolorosa eliminazione ai playoff di Serie B.

Il segreto sta nel lavoro di Antimo e Carraretto, due persone che vivono di basket, che non hanno sbagliato, prima di tutto moralmente, nessun giocatore– conferma Frollo – e nemmeno la scelta di Martino ci ha spaventato. Anche Repesa, che per noi rimane probabilmente il miglior allenatore passato da Bologna, era uno sconosciuto quando è arrivato al posto di Boniciolli, e ci ha portato a vincere tutto. Speravamo solo che il coach potesse lavorare serenamente, senza l’intralcio di eventuali sconfitte, perché conosciamo la pressione dell’ambiente, ma lui si è preoccupato, senza fare proclami, solo di far crescere la squadra, simile a quella del primo anno di A2, ma con più programmazione e sangue freddo”. Non è il nome, che preoccupa, quindi, un popolo, al contrario, avvezzo più facilmente ad identificarsi nella gente comune e meno normale.

La curva è intitolata a Schull, che uscì da un derby sanguinante. Bologna è divisa tra tutto ciò che è maraglio– aggettivo sostantivato utilizzato per identificare ragazzi/e abbastanza grezzi che si mettono in mostra in modo vistoso e cafone – e cio che non lo è, noi siamo la parte di Bologna che “soffre” le prime donne e non è un caso che uno dei giocatori più amati qui sia stato Gianluca Basile, uno che ha perso sette chili in dieci giorni durante le finali contro Milano, abituato a lavorare in silenzio e a sputare sangue e sudore”.

Foto di eurosport.com

Inevitabile, a questo punto, chiedere un parere anche all’uomo arrivato da Ruvo di Puglia, protagonista di entrambi gli scudetti vinti dalla F: “Anche al Barcellona, cioè dove si è abituati a giocare per i massimi trofei, c’è sempre bisogno di lavoro fisico e mentale per raggiungere i successi, remando tutti dalla stessa parte – è il primo commento del “Baso” – anche se per la Fortitudo era una dimensione nuova, costruita grazie ai sacrifici del presidente Seragnoli e diventata una delle squadre più in vista dell’Eurolega dell’epoca. Per me che venivo da piccole realtà non è stato subito semplice giocare al fianco di giocatori affermati come Myers e Karnisovas, ma dopo aver perso la semifinale in gara 5 nella prima stagione, sono stato fortunato a vivere gli anni successivi, venendo fuori con lavoro e determinazione, anche se nulla succede per caso e tutto ha un senso, sia i successi che le delusioni”.

Eppure, dopo aver vinto tutto anche al Barca, anche la carriera di Basile è ripartita dalla A2, primo di quattro anni con la maglia dell’Orlandina, ma quanto è difficile trovare degli stimoli in campionati pieni di aspettative su giocatori dal palmares così illustre?:” Il segreto è prima di tutto lo spirito di competizione, sapendo di non poter competere con le stesse armi di un giocatore più giovane ed atletico, ma dover far leva sull’esperienza, lavorando il doppio, ma senza forzare più di tanto. E, di tanto in tanto, essendo anche un po’ furbi nell’adeguarsi ad un sistema nuovo, come quello cui la Serie A con tanti stranieri ti sottopone, ovvero dare l’esempio e non lamentarsi più a parole, se non ci si arriva anche con il fisico”.

Uno scenario con cui torneranno a confrontarsi anche gli italiani che saranno confermati l’anno prossimo, tra cui dovrebbe esserci anche Mancinelli, compagno di Basile ai tempi degli scudetti: “Gli ho fatto gli auguri di compleanno dicendo che può anche smettere ora che ha riportato la Fortitudo dove le compete, ma non mi sembra tanto intenzionato a seguire il mio consiglio”, scherza l’argento olimpico ad Atene 2004.

Ma che Fortitudo sarà quella che tornerà a giocare nuovamente in Serie A dopo dieci anni?

Personalmente torno in Serie A dopo tanti anni, campionato di cui, pur se da assistente,  ho paradossalmente più esperienza della  A2, mosso dalla voglia di dimostrare di essere all’altezza, anche se la A2 attuale, per il blasone delle società e la bravura degli allenatori contro cui ho giocato, è stata già un’ottima preparazione– risponde coach Martino – e credo che lo stesso valga anche per il Club, ovvero avere la voglia di restarci, pur con obiettivi inevitabilmente diversi da quelli di quest’anno, ma facendo le cose gradualmente, con intelligenza ed equilibrio, provando a toglierci delle soddisfazioni di tanto in tanto”.

Le ciabatte di Rosselli… Foto di fortitudo103.it

Senza snaturare un’anima ormai impressa nel cuore dei tifosi, all’interno di un legame divenuto indissolubile: “Il tifo è generoso e sia la società che il pubblico meritano di tornare in Serie A più di ognuno di noi, intesi come squadra, ma ci siamo fatti voler bene e sono orgoglioso di allenare un gruppo di brave persone e bravi giocatori, che meritano un tifo esigente, ma passionale, come quella fortitudina”.

Un auspicio cui fa eco anche Basile: “I tifosi della Fortitudo non guardano alla categoria e hanno visto di tutto, tifano per la squadra e chiedono solo il massimo impegno a chiunque vada in campo, quindi da questo punto di vista non credo cambierà molto”, che guarda al futuro con prudenza e moderazione: “E’ difficile, visto anche il momento storico, che si possa subito trovare un proprietario come Seragnoli, ma se si fanno le squadre in una certa maniera, ovvero con una buona chimica fra fisicità, tecnica, esperienza e voglia di lavorare seriamente, le soddisfazioni arrivano lo stesso, a patto di non bruciare le tappe, perché se il pallino scappa dalle mani è poi difficile riprenderlo”.

Ed è il rischio che più di ogni altra cosa vuole evitare anche il tifo, rassicurato, tuttavia, da una società dimostratasi più solida anche per il sostegno dei suoi sostenitori: “L’augurio è che venga aumentato quanto basta il prezzo dell’abbonamento, sapendo che tutti i posti andranno esauriti, per poter costruire la squadra e soprattutto poter pagare tutti i giocatori fino alla fine” – conferma Frollo – perché sappiamo tutti cosa fece retrocedere la Fortitudo, ovvero il mancato pagamento dei giocatori, il definitivo affondo di  una barca in crisi già dai primi anni del 2000, a causa di alcune decisioni, come la ristrutturazione del palazzetto, destinate ad incidere in maniera irrecuperabile sulle sorti della società”.

Una dimensione sostenibile, dunque, e la curiosità di tornare ad affrontare altre piazze storiche del basket italiano come Varese, Pesaro e Cantù, oltre al derby, naturalmente, “che torna lì dove deve stare”. Così come un popolo abituato a soffrire e ripartire dal basso, ma che ora ha ricominciato a volare come la sua aquila e non vuole più smettere di farlo.

Piazza Maggiore qualche ora dopo il ritorno in Serie A – Foto col drone di Not In My House