illustrazioni grafiche di Paolo Mainini

 

 

Reggio Emilia, 1979

La primavera è ormai alle porte quando il Frate appoggia la Bibbia sul comodino prima di raggiungere quasi di corsa la finestra della sua piccola stanza. Non vuole perdersi l’ennesima uscita dal Cristallo, il Cinema che lui e i suoi confratelli hanno costruito pochi anni prima nella zona meno nobile del centro cittadino. Il giovane religioso si diverte a osservare le coppiette di mezza età mentre commentano a braccetto le performance di Dustin Hoffmann o Robert De Niro. Ma quella sera scopre non senza sorpresa che all’uscita della sala ci sono decine e decine di ragazzi, tutti maschi. La sua curiosità s’impenna quando si accorge che sono tutti piuttosto esaltati, saltano, si sbracciano e muovono le mani in modo a dir poco bizzarro. Il Frate non resiste alla tentazione e allunga l’orecchio per intercettare qualche dialogo.

“Oh, ma la schiacciata di Doctor J?”

“E il gancio di Kareem?”

Il Frate inizia a capire. Ha sentito parlare di queste proiezioni eccezionali, che vengono organizzate sporadicamente nei cinema di tutta Italia. Non sono film, sono filmati sportivi. A quei tempi reperire informazioni sugli sport d’Oltreoceano è un’impresa: la carta stampata ne riporta le cronache con il contagocce e qualche tv libera trasmette pochi scampoli di partita. Quelle pellicole da 16 mm in Super8, che arrivano direttamente dagli Stati Uniti, riproducono per un paio d’ore le gesta dei campioni americani di basket. E al Frate piace il basket, specialmente dopo che ha sentito da qualche parte una frase che lo ha colpito molto: “Il basket è l’unico sport che tende al cielo.

Mentre i ragazzi raggiungono vespe e biciclette, un piccoletto resta in disparte e dallo zaino estrae una palla a spicchi. Inizia a farla roteare sul dito, poi attorno alla vita, finché inizia a palleggiare facendosela passare tra le gambe e all’improvviso la lancia da dietro la schiena contro il muro del Cinema. La sfera, dopo aver rimbalzato, gli torna tra le mani. Altri palleggi tra le gambe, poi un passaggio contro il muro guardando dall’altra parte e la palla di nuovo tra le mani.

“Ehi Mauro, ma chi pensi di essere?”

In quegli anni i giocatori afroamericani si affermavano sempre di più grazie allo strapotere fisico e al talento naturale, mentre i bianchi erano perlopiù tiratori micidiali.

“Ragazzi, non scherziamo. Julius e Kareem sono incredibili, ma nessuno, nessuno, fa quello che fa Pistol Pete!”

 

Aliquippa, 1947

È una calda mattina di giugno quando Helen dà alla luce il suo secondo figlio, il primo avuto da Petar “Press” Maravich, che aveva sposato l’anno precedente. Anche lui era di origine serba, figlio di una coppia di emigrati originari di Dreznica. Quando si erano conosciuti, poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale, lei era già mamma, e vedova. Il primo marito, l’italo-americano Elvidio Montini, era caduto in Europa sotto i colpi dei nazisti e lei si era ritrovata sola con il piccolo Ronnie. Il giovane Petar, detto “Press” perchè sapeva sempre tutto ciò che succedeva nello squallido sobborgo industriale di Pittsburgh in cui era cresciuto, non si era certo tirato indietro. Dopo aver combattuto i giapponesi guidando la squadriglia Black Cat nel Sud del Pacifico non avrebbe certo avuto paura di crescere un figlio non suo. Petar aveva trovato una strada diversa da quella intrapresa dalla maggior parte dei suoi coetanei, destinati fin dalla nascita a diventare forza lavoro delle aziende metallurgiche. Lui era una stella del basket locale, oltre che un eroe di guerra. Dopo l’High School, aveva vinto una borsa di studio e nel 1941 si era laureato alla Davis and Elkins College in West Virginia. Finita la guerra aveva ripreso a giocare da professionista, prima nei Youngstown Bears e poi nei Pittsburgh Ironmen. E un anno dopo aver sposato la bella Helen, veniva al mondo un maschietto a cui viene dato lo stesso nome del padre, ma americanizzato: Peter, detto Pete.

Subito dopo la nascita del piccolo, Petar “Press” lascia il basket giocato e inizia ad allenare nell’high-school. Lo fa con tutto se stesso e non a caso, dopo appena un paio di anni da vice, diventa head coach. Nel frattempo i suoi figli crescono e se il figliastro, Ronnie Montini, ha un gran fisico ma poco fuoco, il piccolo Pete è leggero come una piuma ma mostra già doti da giocoliere. Papà Petar inizia così ad allenarlo ossessivamente, preparando appositamente per lui i più svariati esercizi di ball-handling, sfruttando tutto il tempo che il carattere schivo e solitario di quel ragazzino esile gli mette a disposizione. La palla diventa la sua migliore e inseparabile amica, palleggia dalla mattina alla sera, ovunque. Anche a  scuola ci va palleggiando e quando i suoi compagni lo deridono, Pete si volta dall’altra parte continuando i suoi esercizi per le strade di Aliquippa. Ormai in paese lo conoscono tutti. Un negoziante lo sfida a far girare la palla sul dito per almeno un’ora. Detto, fatto. Dito sanguinante e 5 dollari in tasca. Quando il papà viene chiamato ad allenare i Clemson Tigers, il piccolo Pete lo accompagna alle partite interne e durante l’intervallo incanta il pubblico con numeri mai visti prima. Nell’high-school si ritrova subito in squadra al fianco del fratello Ronnie, che al termine del percorso scolastico vince una borsa di studio e si trasferisce a Georgia Southern. Pete, nonostante un look improponibile e quella lunga chioma ben lontana dall’essere alla moda, diventa ben presto la stella della squadra. Oltre alle impressionanti proprietà di palleggio, il giovane Maravich ha un tiro fulmineo, che scaglia partendo dal fianco del corpo. Quella strana tecnica ricorda tanto il movimento di un cowboy che, durante un duello, estrae la pistola più rapidamente possibile per sparare al nemico. Papà Press nota quella particolarità e gli affibia un nickname che non lo abbandonerà più: Pistol.

Foto vice.com

Ormai tutti i college più prestigiosi d’America conoscono le doti di quel ragazzino magro e dinoccolato. Papà Press nel frattempo ha lasciato Clemson e dopo due anni da vice ha vinto il titolo ACC da head coach con North Carolina State University. E nel 1966 viene chiamato ad allenare Louisiana State University, proprio nello stesso anno in cui Pistol Pete deve scegliere dove continuare a studiare. E soprattutto a giocare…

Dopo qualche settimana, Pete sembra aver deciso, giocherà in West Virginia. È un ottimo college che, a differenza di LSU, punta sul basket più che sul football. Ma papà Press ha un piano diverso. Lo vuole con sé per allenarlo al meglio e lanciarlo nel firmamento NBA. I due litigano pesantemente. Il padre-padrone-allenatore minaccia Pete di rinnegarlo e di chiudergli le porte di casa per sempre. È talmente convinto delle qualità del figlio come giocatore, e delle proprie da allenatore, che non vuole sentire ragioni. Lo avrebbe plasmato come creta e insieme avrebbero costruito una carriera leggendaria.

Press viene presentato alla stampa e spiazza tutti esclamando: “Aspettate di vedere il mio ragazzo, diventerà una star.” È l’estate del ’66 quando Pete arriva a Louisiana State. E da quel momento Louisiana State non sarà più la stessa.

Foto Espn

Per dare un’idea di quanto il basket fosse poco seguito da quelle parti basta dire che il campo di gioco della LSU era costituito da un ex edificio agricolo con appena 8.500 posti, soprannominato appunto “The Barn”, il Fienile. Spalti deserti e aria di mediocrità. Il Dio football calamita tutte le attenzioni degli studenti e dei tifosi di Baton Rouge e dintorni. Inoltre, le regole del tempo impediscono ai freshman di giocare nella prima squadra del college. E il primo anno è un vero disastro, Press Maravich non ha colpe, i Tigers che a disposizione fanno quello che possono ma la stagione finisce con appena 3 vittorie in 26 gare. Ma i primi segnali del cambiamento arrivano proprio dal “Fienile”, dove il programma prevede che i giovani freshman giochino prima dei più grandi. I tifosi iniziano a radunarsi in massa per vedere con i propri occhi le magie di quel ragazzino dalle mani fatate che chiude la stagione tra le matricole con 43.6 punti a partita. E finito lo showtime della giovane Pistola, abbandonano rapidamente gli spalti quando coach Maravich entra in campo per guidare la sua squadra senza talento. Ma l’anno in purgatorio sta per finire e tutto il mondo del basket universitario scalpita per vedere Maravich sparare sul serio per i tre anni successivi.

 

Baton Rouge, 1967

Inizia la prima vera stagione con la maglia di LSU. “Palla a Pete” è l’unico schema previsto nel gioco offensivo proposto da coach Maravich. Questo delirio di onnipotenza trasmesso da padre a figlio dà i suo frutti, con buona pace del resto della squadra. Pistol Pete scarta tutti, ubriaca i difensori con palleggi e finte mai viste prima, sforna assist ai compagni di squadra che si ritrovano il pallone tra le mani senza capire da dove sia arrivato. Il basket sembra avere un nuovo messia, i suoi occhi vedono ciò che gli altri non vedono, le sue mani indicano la via del canestro disegnando traiettorie mai immaginate fino a quel momento. Il Fienile diventa improvvisamente il centro nevralgico dell’intero stato della Louisiana, tanto che il governatore, suo grande ammiratore, decide di costruire un nuovo impianto per poter garantire a tutti la possibilità di ammirare quel buffo funambolo capellone dalle calze grigie e cadenti. Al termine delle tre stagioni con la maglia numero 23 dei Tigers, la Pistola chiude con 44.2 punti di media e un career high di 69, battendo il record di 68 siglato da Calvin Murphy pochi mesi prima. A proposito di record, sono ancora suoi sia quello di punti in una stagione, sia quello di punti totali segnati in NCAA. E tutto questo molto prima che venisse introdotto il tiro da tre punti. Non a caso, nel 2005 verrà eletto miglior giocatore della storia del basket universitario. Bang bang!

Foto vice.com

Due milioni.
Poco importa se la squadra non ha brillato e in tre anni ha raggiunto una sola volta la post-season.

Due milioni.
Poco importa se non riesce a laurearsi per qualche manciata di esami.

Due milioni.
Poco importa se al College ha iniziato a divertirsi alzando un po’ il gomito durante le feste nel Campus.

Due milioni. Di dollari. Nel 1970.
Questa è la cifra che papà Press ha stabilito, la cifra che la franchigia NBA interessata a Pete avrebbe dovuto versare per averlo. Saranno gli Atlanta Hawks a sborsare quell’obolo senza precdenti, selezionando Pete come terza scelta assoluta del draft a cui consegnano le chiavi della squadra.

Foto slam

Nel frattempo a casa Maravich non ci si annoia. Ronnie parte per il Vietnam e abbandona la figlioletta Diana che viene prontamente adottata da Press ed Helen. Pete perde una nipotina ma guadagna una sorellina.

 

Atlanta, 1970
Il suo primo anno tra i professionisti parte in salita, i compagni non vedono di buon occhio quel ragazzino che ha strappato un contratto milionario senza aver vinto nulla al College e senza suo padre in panchina a dargli carta bianca, le sue performance ne risentono. Ma dopo qualche settimana di ambientamento la classe cristallina riemerge, tanto che chiude la stagione con oltre 22 punti di media. Gli Hawks centrano i playoff e Pete viene inserito nel quintetto dei rookie.

Ma se in campo trova la propria dimensione, fuori inizia a perdersi.

Nel cuore di Pete, nel ruolo di migliore amica, la palla viene sostituita dalla bottiglia. La lontananza da casa e la solitudine iniziano a tormentarlo, si chiude tra quattro mura, oltre che in sé stesso. In famiglia le cose non vanno bene, anche mamma Helen soffre silenziosamente e ha seri problemi con l’alcol. Papà Press, ora che non può più plasmarlo, si è allontanato molto e si occupa della piccola Diana pur continuando a sedere sulla panchina di LSU. L’unica luce è Jackie, conosciuta nell’estate del ’70, un faro che lo aiuterà a non naufragare anche nel bel mezzo delle tempeste più impetuose.

Foto vice.com

Durante la seconda stagione, le performance calano anche a causa di qualche infortunio di troppo, ma Atlanta centra comunque i playoff mentre Pete, a causa della pressione fortissima, è sempre più in crisi esistenziale. Diventa vegetariano, ma non astemio, eppure questo nuovo approccio lo rimette in sesto in vista della terza stagione, che chiude con oltre 2.000 punti realizzati, un ottimo rendimento e per il terzo anno di fila Atlanta gioca i playoff. Dal punto di vista personale, la quarta e utlima stagione con la maglia degli Hawks è la migliore, da vice top-scorer in regular season con 27.7 di media, dietro a Bob McAdoo. La squadra non centra i playoff, ma la vera tragedia è un’altra: mamma Helen si toglie la vita con un colpo di pistola.

Questa macabra ironia del destino lo risveglia e nel 1974 decide di tornare là dove è diventato una leggenda. Gli ambiziosi New Orleans Jazz prelevano l’idolo della Louisiana scambiandolo per Bob Kauffman e Dean Meminger, più quattro scelte.

La squadra è scarsa, ma Pete ricambia quella fiducia mettendo in mostra tutto il proprio repertorio di conclusioni dalla distanza, penetrazioni, rimbalzi e soprattutto assist. Assist leggendari, che hanno ispirato le future generazioni e hanno contribuito in maniera insindacabile a elevare vertiginosamente la spettacolarità, e la bellezza, del basket.

Ti piacciono i passaggi di Magic, Jason Kidd e Steve Nash? Hai un debole per gli assist spettacolari?
Se la risposta è sì, ricordati sempre di ringraziare Pistol Pete.

Anche a New Orleans continua a condurre una vita dissoluta finchè nel 1976 Jackie lo costringe al matrimonio e a riappacificarsi con il padre, che nel frattempo è finito ad allenare in Svezia. Quella pace apparentemente ritrovata gli regala la miglior stagione di sempre tra i professionisti. Il 25 febbraio del 1977 spara 68 pallottole contro New York e un paio di mesi dopo, a 30 anni, Pistol Pete Maravich è il nuovo top-scorer della NBA con oltre 31 punti a partita. Bang bang!

Ma proprio sul più bello, quando nonostante il flirt con la bottiglia ormai tutta l’America lo considera un genio assoluto della palla a spicchi, le sue ginocchia magre iniziano a scricchiolare. Nelle restanti due stagioni a New Orleans, e anche dopo il trasferimento della franchigia a Salt Lake City, le  presenze e i minutaggi calano drasticamente, restando sempre e comunque in doppia cifra nei punti realizzati.

Nello Utah finalmente può cimentarsi nella grande novità di quel 1979: il tiro da tre punti. In appena 19 gare, Pete chiude con un incoraggiante 7/11 che lascia ben sperare in vista del futuro e fa recriminare pensando al suo passato. Quanti punti avrebbe potuto segnare in più con i suoi tiri da lontano?

Foto cdn.nba.net

 

Boston, 1980
Ma quel fisico magro ha già dato tutto per reggere l’urto della NBA. Quasi tutto. I Jazz non lo confermano e Pete, che nel frattempo è diventato papà del piccolo Jaeson, pensa di aver chiuso la propria carriera. I Celtics, che al Draft si sono accaparrati un talentuoso biondo dell’Indiana, lo ingaggiano nel gennaio del 1980 come panchinaro di lusso per creare scompiglio nelle difese avversarie. Con la canotta numero 44 di Boston, sconfitto ai playoff dalla canotta numero 6 dei Sixers, la Pistola spara le sue ultime pallottole. E chi afferma di conoscere le più belle giocate di Larry Bird non potrà non notare la somiglianza con alcune invenzioni di Pistol Pete.

Foto pinterest

Il ritiro non è facile. Quella palla che lo ha sempre accompagnato fin da bambino sparisce all’improvviso. Si isola per un lungo periodo, mentre l’alcol lo tormenta a tal punto da iniziare a disgustarlo. Pete decide di disintossicarsi e ci riesce grazie all’aiuto del suo angelo custode, la moglie Jackie, che gli regala un altro assist per la felicità, il secondogenito Josh.

In quegli anni sperimenta lo Yoga, si appassiona all’Ufologia e per qualche mese sembra convertirsi all’Induismo. Poi si riavvicina prepotentemente al Cristianesimo e inizia un percorso di redenzione che lo spinge a partecipare ai sermoni religiosi così di moda nelle tv americane. La carriera da giocatore NBA è finita e ora il rapporto con papà Press si può ricucire grazie a ciò che li ha sempre uniti: il basket. I due iniziano a organizzare camp in giro per il mondo ma nel 1985, proprio durante un workout in Israele, il vecchio coach si accascia al suolo, piegato in due dal dolore. Pete convince il genitore a curarsi a lungo con la medicina alternativa, poi volano insieme in Germania per una cura sperimentale ma ormai non c’è più nulla da fare. Coach Maravich fa appena in tempo a vedere il suo ragazzo prodigio inserito nelle nomination della Hall of Fame.

“Aspettate di vedere il mio ragazzo, diventerà una star.”

Dopo tanti consigli a bordo campo, stavolta è Pete a sussurrare qualcosa all’orecchio del padre un attimo prima che gli occhi si chiudano: “See you soon, Dad”.

Nessuno però si sarebbe aspettato così presto. Nove mesi più tardi, Pete accetta l’invito di un pastore evangelico che prima di un sermone lo convince a tornare in campo per una partitella tra amici dalle parti di Pasadena. Nessuno conosce l’identità dell’ospite. Dopo qualche colpo a salve, la vecchia Pistola riprende a sparare, lasciando tutti di stucco. Durante una pausa per rifiatare esclama: “I feel great!”. Passano pochi istanti e il cuore di Pete si ferma per sempre.

L’autopsia rivelerà un’incredibile anomalia congenita. Pistol era totalmente privo della coronaria sinistra, una malformazione che avrebbe dovuto stroncarlo ancor prima di iniziare la carriera. E se fosse successo, il basket come lo conosciamo ora sarebbe senza ombra di dubbio infinitamente più noioso.

 

Reggio Emilia, 2020
L’anziano Frate si affaccia alla finestra della sua piccola stanza, attratto da un rumore che negli anni gli è diventato sempre più familiare. Tum tum tum tum. Un gruppo di ragazzini cammina verso il piccolo campetto dell’oratorio. Indossano canotte colorate che riportano numeri e cognomi anglosassoni sulla schiena. Nash 13, Kidd 5, Johnson 32. Mentre avanzano si passano la palla continuamente: prima dietro la schiena, poi in mezzo alle gambe, infine senza guardarsi. Il Frate sorride, porta la mano destra sul fianco e mima l’estrazione di un revolver dalla fondina. Punta l’indice e il medio verso il cielo e con il pollice preme il grilletto.

Bang bang!

 


(nell’era dei tutorial e degli Aranzulla che vi spiegano anche come farsi il bidet correttamente, Pete Maravich, con l’ausilio di Red Auerbach, per amore del basket, durante tutta la sua carriera girò delle lezioni-video sul basket per spiegare ai più giovani i segreti dei fondamentali come il tiro, il palleggio e il passaggio. Rese popolari tantissimi “trucchetti” che i giocatori venuti dopo di lui cercarono di copiare)