caricatura di Ignacio Alaggia
articolo di Marco Pagliariccio

 

 

– “Sarunas, sai che tu dovresti essere ricco? Dovresti prendere il 2% su ogni contratto di ogni giocatore che dall’Europa arriva in NBA” –

(Tony Parker Sr., padre di “quel” Tony Parker)

 

 

 

Dritto, con la mano sinistra. Punto.

Dritto, con la mano destra, lungo linea. Punto.

Dritto, di nuovo con la sinistra, incrociando sul lato opposto. Punto.

All’inizio degli anni ’70, i campi da tennis di Kaunas e provincia sono terreno di caccia per il piccolo Sarunas Marciulionis. Papà Juozas e mamma Laimute lo chiamano “Quicksilver” perché, come il personaggio dei fumetti Marvel che è possibile trovare segretamente sul mercato nero, il loro figlio si muove a velocità supersoniche. Non è solo quello a rendere particolare lo stile di Sarunas: lo è il fatto che non anziché alternare dritto e rovescio usando la stessa mano (quella naturale sarebbe la sinistra), lui fa saltare la racchetta da una all’altra per colpire sempre di dritto. Uno stile a dir poco creativo e che porta a qualche risultato, perché in giro per la Lituania di trofei ne vince eccome. Ma quando nel 1974 i gerarchi dello sport sovietico scendono verso il Baltico per vedere da vicino questo biondino di cui si parla un gran bene, l’etichetta è appiccicata: scartato.

Andando avanti con gli anni, l’ha imparato un po’ di rovescio – foto: www.15min.lt

Non è una cosa di poco conto non poter far parte dell’élite dello sport nazionale nell’Unione Sovietica degli anni Settanta. Di fatto, è l’unico modo per evitare il rigido inquadramento imposto dal regime alla società civile. Persino una coppia di persone ben istruite come i genitori di Sarunas (papà ingegnere civile, mamma insegnante di geografia) non possono ambire a più di un piccolo bilocale in periferia. E nel fine settimana tutta la famiglia, che comprende anche la figlia maggiore Zita, è così costretta a spostarsi in campagna per lavorare in una fattoria che li paga in frutta e verdura. «Non sono mai stato un bambino viziato», ricorda Marciulionis 15 anni dopo, alla vigilia di uno sbarco in NBA che all’epoca non è nemmeno nell’anticamera del suo cervello.

 

Il primo degli ultimi

In Lituania c’è una religione laica che si chiama basket. Sarunas gioca spesso con gli amici del vicinato nel campetto che hanno allestito in maniera rudimentale nel parcheggio sul retro del palazzo dove vive. «Mia madre voleva che giocassimo solo nel cortile, non potevamo andare lontano da casa– spiega Sarunas nel magistrale documentario “The Other Dream Team” – in questo modo potevamo evitare tutte le “cose negative” che si trovavano in giro per Kaunas in quegli anni». Ma mentre il coetaneo e concittadino Arvydas Sabonis inizia a farsi un nome entrando prestissimo nel giro delle Nazionali giovanili sovietiche, fino ai 17 anni Marciulionis di fatto gioca a basket solo nel campetto dietro casa. Di fare il giocatore professionista non sembra proprio aria. E allora tanto vale pensare a costruirsi una vita sulla scia di quella di mamma e papà.

È il 1981 e Quicksilver si muove come un lampo da Kaunas a Vilnius per iscriversi all’università cittadina, con il sogno di diventare giornalista. «Sono arrivato in città con una borsa con dentro qualche vestito pulito e un’altra piena di mele: erano le uniche cose che i miei genitori potevano permettersi di darmi. Sarei stato fortunato se avessi trovato un lavoro da 200 rubli al mese (all’epoca, 320 dollari circa, ndr).Considerate che al mercato nero un paio di Nike costavano circa 250 rubli».

Non se lo fila granché nemmeno la non irresistibile squadra locale, lo Statyba (che poi nel 1997 verrà acquistato dal popolarissimo giornale Lietuvos Rytas dal quale prende poi il nome). Eppure il Marciulionis tardoadolescenziale è già un atleta pazzesco, nel salto in alto vola oltre il metro e 90 praticamente senza allenarsi, ma il suo stile ruvido, “da campetto”, non sembra poterlo portare molto lontano. Tuttavia, coach Rimantas Endrijaitis vede qualcosa in lui: sotto a quella coltre di muscoli e nervi, c’è un talento da sgrezzare e la voglia di emanciparsi dall’asfittica povertà sovietica. Lo prende sotto la sua ala protettrice e per la prima stagione lo tiene nella squadra delle riserve, dove fa sfracelli. Iniziano a notarlo anche i gerarchi sovietici, che lo invitano a qualche raduno della Nazionale juniores. È qui che fa amicizia con Sabonis, ma lui è già una star acclamata. Sarunas invece è sempre l’ultimo dei tagli, il 13° del roster. Il 13 è un numero che ricorre, visto che coincide anche alla sua data di nascita (13 giugno 1964). E allora lo mette anche sulla canotta con la quale fa il suo esordio “vero” con la squadra dei grandi nel 1982. E non lo lascia più.

Foto www.tv3.lt

Il team lituano è piuttosto modesto e pur partecipando stabilmente alla Visshaya Liga per tutti gli anni ’80 staziona stabilmente nella parte medio-bassa della classifica, ben lontano dai fasti dei nemici-amici dello Zalgiris di Sabonis e Kurtinaitis. Ciò, unito al fatto che lo Statyba non partecipa mai alle coppe europee, fa sì che Marciulionis resti pressoché sconosciuto al di fuori della cortina sovietica nonostante le sue prestazioni in patria siano ormai da top player. «Non ho mai voluto lasciare lo Statyba, sarebbe stato sbagliato nei confronti della squadra nella quale sono nato come giocatore», ricorda il baffuto numero 13 venuto da Kaunas. Che nel campionato sovietico mostra lampi di gioco mai visti a queste latitudini.


[Contestualizzate un attimo la schiacciata al minuto 0:49 nell’Unione Sovietica di metà anni Ottanta]

Ma la frustrazione cresce anno dopo anno visto che la Nazionale, a parte qualche comparsata a livello junior con impatto tutt’altro che trascendentale, continui a snobbarlo nonostante le valanghe di punti che infila regolarmente nei canestri di tutto l’impero sovietico. Così nel 1986, quando ormai la laurea è vicina, Sarunas pensa per davvero di mollare tutto e darsi al giornalismo. «E’ stato Endrijaitis a farmi cambiare idea– svela in una intervista a un giornale lituano (non il Lietuvos Rytas!) – venne a Kaunas quando seppe che volevo ritirarmi e mi disse: “Che fai, prendi la penna e ti arrendi così? Non vuoi dimostrare di essere migliore di tutti quelli là?”. Non era un grande psicologo, ma seppe toccare le corde giuste».

Solo un anno dopo è il leader indiscusso dell’Unione Sovietica che a Eurobasket ’87 deve inchinarsi in finale solo all’ira funesta di Nick Galis. Cosa è successo in quei 365 giorni? Una sola cosa, o meglio un solo nome: Aleksandr Gomelskij.

Il Generale, tornato alla guida della Nazionale dopo il Mondiale ’86 perso in finale dai sovietici contro gli Stati Uniti, è infatti un grande estimatore di Marciulionis e non esita a mettergli in mano la squadra in vista dell’Europeo di Grecia. È la prima vetrina internazionale per la star dello Statyba, ma se pensate che possa aver tremato vi sbagliate di grosso.

Quando va dritto al ferro non lo buttano giù nemmeno con le cannonate. Il suo stile è elettrizzante. La visione di gioco da professore. Tutto questo, più quel terzo tempo al rallentatore col passo balzato che più tardi sarà rinominato “eurostep”, fa a fette la Jugoslavia di Petrovic, demolisce una prima volta la Grecia di Galis, mette in ginocchio la Spagna di Villacampa. La pallacanestro di Marciulionis è abbacinante, un salto nel futuro. Non basta per infilarsi l’oro al collo perché la Grecia è in missione e dopo una finale “for the ages” si prende l’abbraccio del suo pubblico in un Pireo infernale. Ma ora anche l’Europa ha scoperto il baffo sornione e lo sguardo glaciale di Quicksilver, che finisce meritatamente nel miglior quintetto della manifestazione. All’epoca non sa ancora che invece l’America lo guarda da tempo. Ma lo scopre ben presto.

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La guerra Hawks-Warriors e il sogno americano

L’Europeo greco si chiude il 14 giugno. Otto giorni dopo, il 22 giugno, nella notte del Draft David Stern snocciola nomi su nomi che faranno la storia del basket a stelle e striscie: David Robinson, Scottie Pippen, Reggie Miller e avanti così per un paio d’ore. Si arriva al sesto giro e alla chiamata numero 127 ecco spuntare il nome di Sarunas Marciulionis. Lo chiamano i Golden State Warriors e la cosa manda in bestia gli Atlanta Hawks, che da tempo avevano messo gli occhi sul lituano e sognavano una “steal” simile a quella del Draft dell’anno precedente, nel quale avevano chiamato alla 134 Sasha Volkov.

Il presidente degli Hawks, il magnate e fondatore della CNN Ted Turner, fa da anni affari con l’Unione Sovietica. Nel 1986 ha promosso la nascita dei Goodwill Games, una “piccola Olimpiade” nata con l’obiettivo di distendere i nervi tra USA e URSS dopo i boicottaggi olimpici incrociati degli anni precedenti. Lo “Zar”, come iniziò ad essere soprannominato, iniziò a coinvolgere anche la sua franchigia nella manovra di apertura a Oriente e così aveva già supervisionato i miglior talenti sovietici, con l’obiettivo di portarli in America una volta allentate le tensioni tra i due blocchi iniziate con il nuovo corso politico inaugurato da Gorbaciov. La manovra, pur con qualche difficoltà, va a buon fine con Volkov, ma non con il fenomeno lituano. A far saltare i conti di Turner è infatti Donnie Nelson. Mister CNN, infatti, non sa che Marciulionis ha instaurato un rapporto di amicizia con il figlio del coach degli Warriors già da un paio d’anni.

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È l’estate del 1985 e gli Athletes in Action, selezione di collegiali legata agli ambienti della Chiesa nelle cui fila milita il giovane Donnie, arriva a Vilnius tra le varie tappe di una tournée europea. Nelson e Marciulionis si marcano e il figlio di Don resta impressionato dalle qualità del giovane lituano. «Penso di aver preso 40 punti da Sarunas– ricorda Donnie Nelson in una intervista a Sports Illustrateddopo la partita siamo andati tutti a cena insieme. C’era qualcuno di loro che parlava inglese. Dopo che un ragazzo ha iniziato a farci da tramite, si è creato un certo legame. Così pian piano abbiamo iniziare a sviluppare una piccola relazione». «Non fu una vera conversazione. Eravamo più come i cani che capiscono gli umani – scherza ma non troppo Marciulionis – ma mi piaceva che tutti ridevamo ed eravamo eccitati, attenti a quello che l’un l’altro avevamo da dirci. E Donnie fu molto aperto nei miei confronti».

All’epoca tutti conoscevano Sabonis e Donnie capì che c’erano altri giocatori buoni per la NBA, ma non era lì per scoutizzarli. Con la Cortina di Ferro ancora alta e invalicabile, nessuno si sognava sarebbe potuto davvero partire qualche aereo con i big sovietici in direzione USA. L’anno dopo, nel 1986, l’URSS ricambia la visita con una tournée di tre gare nella quale sfidano di nuovo gli Athletes in Action a San Diego, Sacramento e Los Angeles. Prove tecniche di disgelo sul fronte politico-sportivo, ma anche l’occasione per l’improbabile coppia di stringere sempre più il loro rapporto. Donnie, intanto, è diventato assistente di papà Don agli Warriors e ovviamente mette subito il nome di Sarunas in cima al taccuino che gli consegna nei suoi report. Ed eccoci al Draft 1987, quello nel quale gli Warriors bruciano gli Hawks chiamando la nuova sensation che viene dal Baltico. Ma che spy story sarebbe se fosse finita così?

Stavolta sono gli Hawks a fare lo sgambetto dopo averlo subito due anni prima, quando dovettero rinunciare ad Arvydas Sabonis perché con i suoi 21 anni era troppo giovane per essere scelto. Marciulionis, infatti, con i suoi 23 anni era troppo “vecchio” per le leggi che limitavano all’epoca la possibilità di scegliere giocatori europei e così il colpo dei Nelson venne invalidato: Sarunas era di nuovo libero. Ted Turner torna alla carica e invita sei giocatori sovietici, tra i quali Marciulionis e Volkov, per una tournée di amichevoli in giro per l’America che, nell’agosto 1987, li vide vestire la maglia di Atlanta insieme ad alcuni dei giocatori già sotto contratto con la franchigia. Alla guida del team il leggendario Lenny Wilkens, che dopo la prima gara, vinta dai suoi per 161-143 (defense…) contro una selezione collegiale californiana, parla così dei ragazzi sovietici: «Ce ne sono un paio davvero talentuosi, potrebbero giocare in NBA già ora: penso a Volkov e quel ragazzo che ha segnato 28 punti». Quel ragazzo era ovviamente “Marchulenis” (come riporta il Los Angeles Times in una edizione dell’epoca…) e bisserà nella seconda partita issandosi a quota 30 punti.

Insomma l’NBA ha l’acquolina in bocca, il terreno si va preparando. Gli Hawks ricambiano la visita alla vigilia delle Olimpiadi di Seul arrivando in Unione Sovietica per tre amichevoli contro la Nazionale che si sta preparando in vista dei Giochi. Esperienza surreale per gli americani, prima squadra NBA a disputare una partita sul suolo sovietico, ospitati per alcuni giorni in riva al Mar Nero nella cittadina georgiana di Sukhumi: leggenda vuole che, con linea telefonica ed elettricità ad andare e venire e club e discoteche manco a parlarne, Marciulionis fosse il deputato ad intrattenere la banda statunitense con la sua chitarra acustica e qualche canzone popolare lituana. A Tbilisi, la prima è appannaggio di Atlanta, che poi bissa qualche giorno dopo anche a Vilnius, dove si mobilita una nazione intera per spingere i quattro alfieri lituani del team e primo fra tutti il padrone di casa Marciulionis. I 5 mila biglietti a disposizione per la gara vanno polverizzati in poche ore, arrivano addirittura 1 milione di richieste per assistere alla gara. La Federazione allora sceglie di mettere a pagamento anche gli allenamenti della squadra guidata da Dominique Wilkins: 150 rubli a tagliando, poco meno dello stipendio medio mensile in Unione Sovietica di quei tempi. Sold out anche quelli. A Mosca, nell’ultima gara del trittico, almeno i sovietici si vendicarono con un Volkov da 35 punti e un Marciulionis da 23.


[Gli highlights di Marciulionis nella gara di Mosca, che venne trasmessa dalla CNN… Sorpresi?]

«Per noi era più che altro una sfida con Gomelskij», ricorda il play lituano.

Sfida? Eh sì.

A Seul, dopo 12 anni USA e URSS tornano ad affrontarsi l’una contro l’altra. Il Comitato olimpico sovietico vuole assolutamente rinverdire i fasti di Monaco ’72 e il Generale, fiutando la voglia di emigrare di molti dei suoi campioni, aveva fatto una promessa per motivare i suoi: «Se vinciamo l’oro, vi aiuto ad ottenere il via libera per giocare all’estero». Uno stimolo mica da poco per una squadra composta per 10/12 da giocatori non russi.

Per questo la squadra ha una sacro fuoco dentro. Marciulionis, da parte sua, riprende il filo interrotto un anno prima in Grecia: ovvero comandando le operazioni della potenza sovietica, che però a causa del ko inaugurale contro la Jugoslavia chiude seconda nel suo girone, finendo per incrociare gli Stati Uniti già in semifinale. «Ci disse che i giocatori americani erano molto emotivi e quindi fragili– svelò Sarunas in una intervista al New York Times poco prima del suo debutto in NBA – dovevamo stoppare il loro contropiede, ma soprattutto evitare ad ogni costo di far finire una loro azione con una schiacciata. Perché quando iniziano a schiacciare poi giocano come se avessero ali al posto delle braccia». Il Generale aveva ragione da vendere: Marciulionius detta i ritmi a proprio piacimento, David Robinson si spegne al cospetto di Sabonis, Kurtinaitis fa a pezzi la guardia di Mitch Richmond e Dan Majerle e così l’Urss infligge la seconda sconfitta in 86 partite olimpiche agli USA. Non basta ancora per l’oro, perché in finale ad attendere c’è proprio quella Jugoslavia che aveva fatto una doccia fredda ai sovietici qualche giorno prima. Ma stavolta non c’è storia: troppo forte il vento di libertà che sospinge la barca, l’oro è tutto sovietico, con un Marciulionis che chiude come capocannoniere dei suoi a 18,1 punti a partita, col 66% da 2 e il 43% da 3, 2,0 rimbalzi e 2,1 assist. La sua stella è ormai alta nel cielo, insieme a quella degli amici Sabonis, Kurtinaitis e Chomicius: quattro lituani in quel quintetto dorato, una bella dichiarazione d’intenti.

Eseguito l’ordine, ora c’è da passare alla cassa per riscuotere il vero premio: la possibilità di emigrare per monetizzare il proprio sogno. Era parola di Gomelskij, d’altro canto…

Il giorno dopo essersi messo la medaglia d’oro al collo, Marciulionis firmava già il suo primo contratto NBA: un anno non garantito a 250 mila dollari per vestire la canotta degli Atlanta Hawks, che così sembravano aver finalmente coronato il loro sogno. La voglia di spiccare il volo era troppa per attendere ancora. Ma Sarunas non aveva fatto i conti con il potentissimo Comitato olimpico sovietico, che doveva rilasciare il nulla osta e, ovviamente, intascarsi una bella fetta di soldi. E allora, per evitare conseguenze e non forzare la mano, gli Hawks non rispedirono mai indietro il contratto controfirmato dal presidente Turner nel termine delle 48 ore e quindi l’affare decadde.

Marciulionis fu costretto a ritornare di nuovo a vestire la canotta dello Statyba, mentre sulle due coste americane si lavorava alacremente per trattare lo sbarco in ottica stagione 1989/90. Gli Hawks, però, commisero un errore: lavorare sull’asse Atlanta-Mosca sfruttando l’influenza di Turner, ma di fatto senza coinvolgere in alcun modo il giocatore. Gli Warriors, invece, agirono su un doppio binario: da un lato la dirigenza iniziò la trattativa burocratica con il consolato sovietico a San Francisco, dall’altro Donnie Nelson continuò a coltivare l’amicizia con Sarunas, tornando a Vilnius per ben cinque volte nel corso della stagione, sempre ospitato dalla star lituana a casa propria, e a perorare la causa presso le autorità lituane, sempre più insofferenti al giogo sovietico e pronte, di lì a qualche mese, a dichiarare l’indipendenza della nazione baltica. «Mosca voleva spedire me e Volkov ad Atlanta per i rapporti che c’erano con Turner, ma per qualche strano motivo alla fine l’ultima parola sulla scelta tra le due fu mia», chiarisce Marciulionis, che il 20 giugno mette la firma, stavolta valida e certificata dal Sovintersport, sul contratto che lo legherà per le successive tre stagioni ai Golden State Warriors. Accordo molto chiaro: sono 3,8 milioni di dollari complessivi metà dei quali finiscono nelle casse governative. Ufficialmente in un fondo per aiutare i bambini poveri istituito dalla “zarina” Raisa Gorbaciov, praticamente… dubitare è lecito.

Per festeggiare l’evento, Marciulionis stende l’Italia con 23 punti nella prima partita di un Eurobasket che rappresenta la sua ultima volta con la canotta dell’URSS. Un addio tinto di bronzo, perché le speranze dei campioni olimpici si infrangono di nuovo contro la furia di Galis, che stampa 45 punti nella semifinale contro i sovietici eliminandoli dalla corsa al titolo.

Poco male, c’è un aereo per San Francisco che aspetta.

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Americana, my way

«Quando vivi in Unione Sovietica, una parte della tua giornata è dedicata semplicemente a procacciarti del cibo. È una sfida quotidiana. Così quando Sarunas arrivò qui e lui e sua moglie entrarono in un supermercato per la prima volta, fu davvero difficile credere a ciò che stavano vedendo. L’abbondanza, la possibilità di scelta, tutti i beni e i servizi che avevamo nella nostra nazione. E poi ovviamente dovevamo insegnargli come aprire un conto in banca. Dove andare per prendere la patente. Quali sono le routine giornaliere. Cose così. Penso di essere stato più di un traduttore che un assistente allenatore in quell’anno». «Ero già stato negli Stati Uniti prima ed ero entrato in supermercati. Dire che fossi commosso quando ci entrai per la prima volta [quando arrivai a Oakland] forse è un po’ troppo, ma sì, fu molto eccitante vedere tutte quelle varietà di frutta e verdura!».

Il nuovo mondo è pronto ad accogliere Sarunas, ma Sarunas non è che sia così pronto quando arriva in California per iniziare il training camp con gli Warriors all’inizio dell’autunno 1989. Ovvio che il talento e le qualità fisiche fossero tutti lì, ma la barriera culturale e linguistica era davvero alta quando ancora il Muro di Berlino non era stato infranto. «Sono grato per il fatto che Sarunas capisse poco l’inglese. Non credo che conoscesse neanche metà delle cose che papà gli urlava dietro!», scherza ma neanche troppo Donnie Nelson.

In più, “Rooney”, come venne ribattezzato, in America ci sbarcò pure mezzo rotto. Durante un torneo ad Amsterdam, Marciulionis subisce un duro fallo mentre si sta lanciando in transizione per andare a schiacciare. Lì per lì non sembra nulla di grave, ma si scopre in seguito che l’osso pelvico si è girato di alcuni centimetri e di fatto ora le sue gambe non sono della stessa lunghezza. «Ci ha messo un anno e mezzo il mio corpo a ritrovare un equilibrio, ma quella prima stagione in quelle condizioni fu davvero dolorosa».

Metteteci pure che Don Nelson è tradizionalmente un coach che non si fida troppo dei rookie e tutti gli elementi sembrano essere avversi alla prima esperienza americana di Marciulionis. E invece… «Sarunas continuava ad andare sempre avanti, a testa bassa– ricorda Chris Mullin, la punta di diamante di quegli Warriors – e quando vedi una persona che ci prova come lui faceva, significa molto per tutti. Nellie è stato uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi. Ma era difficile stargli dietro anche per chi lo conosceva da tempo. Immaginate come doveva essere per un ragazzo che veniva da quella nazione, con difficoltà linguistiche da superare, doversela vedere con un Einstein del basket e cercare di rendere al massimo».

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La sensation lituana (perché lui lo ricorda ad ogni intervista: «sono lituano», non sovietico) fa il suo debutto nella Lega il 3 novembre 1989. Golden State rimedia un sonoro -30 a Phoenix, ma Marciulionis fa subito vedere grandi cose, timbrando 19 punti in 24’ uscendo dalla panca a tappare la serata-no del titolare Tim Hardaway (0 punti con 0/7 dal campo in 23’). Siamo a sei giorni dalla caduta del Muro di Berlino ma un muro è di fatto già caduto: Sarunas, in contemporanea con l’amico Volkov che intanto ha debuttato in maglia Hawks, è il primo sovietico a scendere in campo in NBA. Per questo la sua canotta e il pallone di quella gara finiscono dritti nella Hall of Fame di Springfield.

Non è tutta rose e fiori la sua prima stagione americana. L’esperimento Run TMC, con alla guida il trio Hardaway-Mullin-Richmond cui Marciulionis copre le spalle, è tutt’altro che fruttuoso, la squadra finisce fuori dalla zona playoff, ma Sarunas dimostra a sé stesso e al mondo di poter stare tra i big del basket mondiale: le sue cifre dicono 12,1 punti, 2,9 rimbalzi e 1,6 assist, ma soprattutto la caratterizzazione come uno dei giocatori più duri della lega. «Una sera giocammo contro i Bulls– ricorda Mullin – Sarunas stava tirando un libero e Scottie [Pippen] e Michael [Jordan] stavano confabulando riguardo la difesa su di lui. Dicevano cose tipo “questo qua è pazzo, potrebbe investirmi. Prendilo tu”. Si era già costruito una reputazione. Aveva la forza di un’ala grande ma giocava da esterno».

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Gli Warriors crescono nella stagione successiva, che li vede tornare ai playoff dopo il digiuno della stagione precedente. Marciulionis gioca solo 50 partite a causa di alcuni infortuni, ma è determinante all’esordio nella post season nella serie contro gli Spurs: Golden State perde gara 1, ma ribalta il fattore campo in gara 2 e chiude i conti a domicilio, con Rooney a viaggiare a 17,5 punti a partita e firmare col fuoco la vittoria in volata in gara 3. Le semifinali contro gli ultimi grandi Lakers di Magic sono però un ostacolo troppo alto e allora la dirigenza gialloblu decide di porre fine all’era dei Run TMC spedendo Mitch Richmond ai Kings dei diritti sul rookie Billy Owens. L’idea è quella di darsi una dimensione più interna per fare strada nei playoff, potendo sempre contare su un Marciulionis che ha dimostrato di essere pronto per fare lo step successivo.

La stagione 1991/92 è quella della consacrazione per Sarunas. Senza Richmond, le sue cifre esplodono fino ai 18,9 punti ad allacciata di scarpe, conditi da 2,9 rimbalzi e 3,4 assist. Il basket a tutta velocità degli Warriors esalta le sue caratteristiche atletiche e quello stile uptempo lo porta a finire solo alle spalle di Detlef Schrempf nella graduatoria per il titolo di Sesto uomo dell’anno.

Ma anche ora che è felice e sta coronando il suo sogno americano, non si è dimenticato di certo da dove è venuto. Con la Lituania finalmente libera dal giogo sovietico, una fantasia si insinua sotto la sua canotta numero 13: giocare le Olimpiadi di Barcellona la scritta Lietuva sul petto e vendicare quegli anni a dover recitare forzatamente il ruolo di “yes man”. Una storia pazzesca della quale abbiamo già parlato qui, ma che è sempre bene ricordare, con le parole di uno che le vide da vicino, prima come compagno di squadra e poi come avversario a Barcellona: Chris Mullin. «In America tutti pensavamo a Lenny Wilkens e al suo essere stato giocatore-allenatore come qualcosa di mai visto. Beh, Sarunas [per la Lituania] era giocatore, allenatore, gm, proprietario e direttore del marketing. Iniziò a raccogliere soldi coi Grateful Dead, dei tipi della Apple lo aiutarono e fece tutto questo durante una stagione NBA. Mi ricordo quando Sarunas mi disse “Chris, sei libero stasera? Abbiamo un piccolo incontro stasera in un bar della città”. Andammo e Grateful Dead stavano vendendo quelle t-shirts… Io dissi “Beh, sta cosa non può funzionare”. E invece qualche mese dopo lo ritrovai sul podio con quella maglietta e mi dissi “Merda se ha funzionato!».

Chris Mullin, Sarunas Marciulionis, Bill Walton, Donnie Nelson e i Grateful Dead nel 1992 – foto si.com/vault

 

Il sole tramonta sul Baltico

Le t-shirt multicolore firmate Grateful Dead, il podio di Barcellona, l’incredibile rivincita di bronzo contro la Squadra Unificata restano la testimonianza più vivida e immortale della grandezza di un pioniere come Marciulionis, che nel ’93 contribuisce pure alla nascita della LKL, la Legabasket lituana. La sua carriera dura fino al 1997, ma quel fisico tirato a lucido e spinto fino ai limiti estremi della sopportazione iniziò a presentare il conto già nella stagione successiva all’Olimpiade, nella quale la point guard lituana riesce a stare in campo solo per 30 partite (pur confermandosi sui numeri dell’anno precedente: 17,9 punti, 3.2 rimbalzi, 3,5 assist). Una gamba continuava a tormentarlo ma ci volle mettere la faccia anche quando, neanche un anno dopo il trionfo olimpico, la sua Lituania, peraltro anche senza Sabonis, fallì clamorosamente l’accesso a Eurobasket ’93 perdendo nelle qualificazioni la sfida decisiva contro la non certo irresistibile Bielorussia.

Nella stagione successiva non mette piede in campo, sempre a causa di un ginocchio che non ne vuol sapere di tornare in sesto e con i dolori se ne va anche la fiducia della dirigenza Warriors, che la notte del Draft 1994 lo spedisce a Seattle. Davanti ha un certo Gary Payton e per trovare posto c’è da sgomitare tra Nate McMillan, Detlef Schrempf, Vincent Askew… «L’allenatore (George Karl, ndr) aveva detto a tutti e otto gli esterni che avrebbero giocato almeno 20 minuti a partita e ovviamente non poteva essere così, sarebbero serviti. Alla fine, una volta, venni in spogliatoio, chiusi la porta e iniziai ad urlare che era un ladro. Un ladro perché ci aveva rubato un sogno non mantenendo la sua promessa. Mi dissero mi volevano pronto per i playoff perché la mia esperienza sarebbe servita». Karl aveva le sue ragioni: i Sonics chiusero la regular season con 57 vittorie e 25 sconfitte. Ma crollarono al primo turno contro i Lakers finendo ko per 3-1 senza che Marciulionis entrasse in campo per un solo minuto. A 30 anni e con un fisico che mostrava crepe evidenti fu una mazzata durissima.

Una bella spruzzata di nostalgia con le Upper Deck

Fu di nuovo in Nazionale che l’ormai veterano ritrovò il sorriso. A Eurobasket 1995 stavolta la Lituania c’è e si presenta in forze per dare l’assalto al titolo. Marciulionis e Sabonis sono tirati a lucido e i baltici spazzano via tutti fino alla finalissima contro la rinata Jugoslavia. La finale è una delle più spettacolari della storia degli Europei, la sfida tra Marciulionis e Djordjevic è abbacinante, ma alla fine i 41 punti con 9 triple di Sale fanno la differenza: un eroico Marciulionis si ferma a 32, chiude la rassegna come top scorer a 23,7 punti a partita e si consola con il tutt’altro che scontato titolo di Mvp. Solo Nowitzki nelle successive 11 edizioni di Eurobasket è stato nominato miglior giocatore del torneo senza aver vinto l’oro.

«Fu la prova che potevo ancora giocare ad alto livello– ricorda Sarunas – è stato un momento indimenticabile, ma poi la gamba mi lasciò di nuovo a piedi. Il 1° maggio del ’96 finii di nuovo sotto i ferri, ad agosto ero di nuovo in campo per le Olimpiadi». Ad Atlanta la Lituania bissa il bronzo di Barcellona, ma per Sarunas è l’ultimo squillo: dopo 17 partite anonime con la maglia dei Nuggets e a soli 33 anni, opta per il ritiro.

«Il mio mondo era differente – racconta nel 2014 durante la cerimonia con la quale viene meritamente introdotto nella Hall of Fame – a casa usavamo i cubetti di ghiaccio per il whisky. Due erano pochi, tre erano troppi. Quando entrai per la prima volta in spogliatoio in America vidi pacchi di ghiaccio, secchi di ghiaccio. Ghiaccio ovunque». Se passate da Vilnius, passate dal suo albergo, il Sarunas Hotel, poco lontano dalle sponde del fiume Neris. Chissà, magari siete fortunati e lo trovate nella hall a sorseggiare uno scotch guardando una partita del Rytas sul maxischermo. Prima dell’autografo, chiedetegli quanto ghiaccio mette ora nei suoi drink.

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