illustrazione grafica di Paolo Mainini

 

 

 

Non tenere Nick è stato il più grande errore della mia carriera

Red Auerbach

 

 

Tutta colpa di Diana Ross. Nick Galis non ha trovato posto in NBA per colpa di Diana Ross.

Ok, messa così è un po’ eccessiva ma un motivo c’è.

Estate 1979. Nikolaos Georgalis, per tutti Nikos Galis, per gli americani Nick, ha chiuso una carriera collegiale fenomenale. A Seton Hall non avevano preso tanto sul serio quel nanerottolo (183 cm ufficiali e molto generosi), figlio di immigrati greci provenienti da Rodi che aveva bussato alla loro porta quattro anni prima. Ma partendo dal nulla e lavorando come un ossesso era arrivato a chiudere la stagione da senior a 27,5 punti di media, terzo realizzatore di tutta l’America. Davanti a lui solo tale Lawrence Butler e un certo Larry Bird. Durante la stagione ha fatto fuoco e fiamme in tutti gli Stati Uniti, la sua velocità in penetrazione e quella esplosività che gli consente di stare in aria un’eternità col suo classico arresto e tiro lo avevano persino catapultato all’All Star Game NCAA organizzato da Pizza Hut al fianco dello stesso Bird. Insomma, la tavola sembra apparecchiata per una scelta al primo giro al Draft 1979, quello in cui Magic Johnson è la scontata numero 1 (Bird è stato scelto un anno prima ma aveva deciso di tornare a Indiana State per “finire il lavoro”) ma dietro non ci sono fuoriclasse inarrivabili.

Qui entra in gioco Diana Ross.

Il giovane Galis ingaggia come agente Bill Manon, che della fantastica voce delle Supremes è il manager. La stella di Detroit è in rampa di lancio dopo il successo del disco “The Boss” ed è pronta a sfornare uno dei brani di maggior successo della sua carriera, “Upside Down”, che esce l’anno successivo. Insomma, Manon ha il suo bel da fare con l’ugola d’oro della Motown e di Galis si preoccupa il giusto.

Diciamo quasi per niente.

Il greco d’America arriva al giorno del draft senza essere stato provinato da nessuna franchigia (Manon non gli organizza nessuno workout…) per cui il suo nome è lentamente finito sul fondo dei taccuini di scout e gm. Nonostante una stagione da favola come biglietto da visita, la chiamata arriva solo al quarto giro, quando Red Auerbach prova a dargli una chance chiamandolo con la numero 68. Di riffa o di raffa, insomma, Galis sembrerebbe avercela fatta comunque.

Ovviamente, però, bisogna passare le forche caudine del training camp. Nick piace, l’idea è quella di metterlo alle spalle dei titolari Nate Archibald e Chris Ford. Ma un brutto infortunio a una caviglia alle porte della stagione 1979/1980 stravolge i piani: Auerbach non si fida delle condizioni del greco e vira sull’onesto Gerald Henderson, inserendo poi in corsa anche un Pete Maravich ormai a fine corsa. Il sogno americano è già finito prima di iniziare per davvero.

Galis ai tempi di Seton Hall. No, quella non è una parrucca.

 

Non sapevo nemmeno ci fosse il basket in Grecia in quel periodo

Nikos Galis, 2013

 

Sliding doors.

Nick aveva sempre tenuto fortemente alle sue radici greche. Papà Georgios e mamma Stella erano arrivati a Union City, nel New Jersey, nel Dopoguerra in cerca di fortuna ma avevano sempre tenuto con fierezza al loro retaggio culturale. Per cui quando nell’autunno del ’79 si apre lo spiraglio per sbarcare nella terra dei suoi avi Nikos non se la fa sfuggire.

Su di lui ci sono tutte le big di Grecia, ingolosite da un giocatore delle sue qualità e per di più da schierare senza occupare lo slot di uno straniero (Galis aveva la doppia cittadinanza greca-statunitense). Panathinaikos e Olympiacos si fanno subito sotto, ma la corte dei campioni di Grecia in carica dell’Aris è più stringente e lo convince a sbarcare a Salonicco: il presidente della società giallonera vola di persona in New Jersey per l’affondo finale e la firma sul contratto.

Ci mette una partita a spazzare via ogni dubbio, specie quelli sull’altezza per giocare nel ruolo di guardia: all’esordio da professionista, nel derby contro l’Iraklis, si presenta con 30 punti. Sarà capocannoniere del campionato greco in ognuna delle 15 stagioni complete disputate in A1 Ethniki, ma le prime annate vedono il suo Aris restare a secco di titoli. Galis è fenomenale, chiude la stagione 1980/1981 addirittura a 44 di media e il suo stile di gioco estremamente fisico e aggressivo (figlio anche delle origini come pugile, disciplina praticata dal padre e che viene forzato a lasciare dalla madre, stanca di vedere il figlio col volto tumefatto) innamora tutta la città. Leggenda vuole che quando giochi l’Aris cinema e teatri offrano biglietti a prezzi scontati, perché tanto la maggior parte della gente o è al palazzetto o segue la partita via radio o tv. Nessuno si vuole perdere un nuovo Galis-show.

Ma il Pana continua a fare la voce grossa quando si tratta di mettere trofei in bacheca: l’Aris vince il titolo nel 1983, ma è l’unico acuto giallonero nei primi cinque anni del regno di Nikos.

Il Padrino (come lo chiamano per la sua leadership silenziosa e senza fronzoli) esordisce anche in Nazionale e fa vedere i sorci verdi persino al giovane Michael Jordan. Due amichevoli tra Grecia e North Carolina sono il banco di sfida tra i due. Nella prima, nel 1982, Galis si ferma a 24 punti, Jordan ne scrive 34 e i Tar Heels passano di slancio sul parquet di Salonicco (il video della partita lo trovate qui). Ma Michael, non ancora nelle vesti di Sua Maestà Aerea, ha fatto un errore: stuzzicare il rivale dicendogli che non è un giocatore cha vale la NBA. Qualche mese dopo la sfida si replica e Nick se l’è segnata. La furia del “Padrino” si abbatte su North Carolina, seppellita dai 50 punti del fenomeno greco cui l’America aveva voltato le spalle. «Non mi aspettavo di certo di trovare un giocatore offensivamente così forte in Europa, tanto più nella vostra nazione», dichiara il numero 23 alla fine di quello show. «Segnai tanto, ma non ricordo quanto– fa invece spallucce qualche anno dopo Nikos, sempre schivo ed evasivo davanti ai microfoni, ricordando quella sfida – loro cambiavano sempre, tutti cambiavano su tutti». Lampi da fenomeno, ma la realtà è che si ritrova in quel cul de sac in cui si troverà il primo MJ versione NBA qualche anno dopo con la maglia dei Bulls: segnare valanghe di canestri senza riuscire ad alzare trofei.

foto 3.bp.blogspot.com

 

Ho visto fare cose a Galis che non ho visto neanche da giocatori dei Lakers o dei Celtics

Bob McAdoo

 

Serve una spalla. Ogni Batman ha bisogno del suo Robin. E allora il presidente Akis Michailides mette mano al portafogli e, battendo la concorrenza dell’Aek, preleva l’altro grande big greco di quegli anni: Panagiotis Giannakis, che sta facendo sfracelli con la maglia del piccolo Ionikos. Galis lo adora dal 1981, quando i due si affrontano in un duello leggendario nella storia del basket greco. L’Aris ha bisogno del supplementare per superare lo Ionikos in un pirotecnico 114-113 nel quale Galis fissa il suo career-high a quota 62 punti, ma Giannakis lo supera mettendone a referto addirittura 73: si tratta rispettivamente della seconda e quarta miglior prestazione realizzativa di tutti i tempi in una gara di campionato greco.

È lo step che mancava all’Aris per passare da contender a dominatrice unica. Anche perché i due, a livello tecnico, si integrano perfettamente. Giannakis è un play vero, con stazza e tiro da fuori per cui in attacco può alleggerire i compiti di costruzione del gioco ma punire se la difesa avversaria lascia troppo spazio e dietro può accoppiarsi meglio sull’esterno più pericoloso, mascherando le lacune tanto fisiche quanto di “voglia” di Galis (che mastino proprio non lo era…). Dal 1984 al 1992, ovvero nelle otto stagioni nelle quali i due giocano fianco a fianco nel backcourt giallonero, l’Aris vince sette titoli in fila, perdendo solo quello del ’92, e sei coppe di Grecia. In quegli anni il dubbio non è se l’Aris vincerà o no il titolo, ma se riuscirà a farlo da imbattuta, cosa che le riuscirà per ben tre volte: tra il 1985 e il 1988 addirittura le vittorie consecutive in campionato arrivano ad essere 80.

foto eurohoops.net

Galis è semplicemente la macchina da canestri più inarrestabile d’Europa negli anni Ottanta. Più di Oscar. Più di Petrovic. «Avevamo preparato la partita per cercare di limitare i quattro giocatori dell’Aris. Su Galis si può solo pregare», dice il coach del Lech Poznan Wojeck Krajowski dopo che Nikos gliene ha stampati 52 (con pure 10 assist, perché pochi lo sottolineano ma era anche un passatore sopraffino) nella prima gara dei quarti di finale di Coppa dei Campioni 1989/90. L’ennesima che si fermerà, per l’Aris, alle semifinali. Manca sempre e solo la zampata in Europa a consegnare Galis all’immortalità non solo in patria ma anche oltre confine, come stavano facendo i giovani Petrovic e Sabonis.

In Coppa dei Campioni i greci non riescono mai a mettere i piedi in finale e nel 1986 sono pure costretti a subire la bruciante beffa nella celeberrima sfida contro la Tracer Milano: dopo aver vinto di 31 nel match di andata dell’ultimo turno eliminatorio con un Galis da 44 punti con 17/22 al tiro, al ritorno il team di Salonicco (con Nikos frenato da un infortunio a “soli” 16 punti) crolla nella ripresa cedendo di 34 al PalaTrussardi e saluta un’altra volta troppo presto la corsa al trono d’Europa. Le imprese del fenomeno venuto dall’America hanno fatto innamorare la Grecia del basket. Se solo arrivasse la ciliegina sulla torta di una grande vittoria…

foto i.pinimg.com

 

Anche se Drazen è mio fratello, come miglior atleta del 1987 ho votato Galis

Aco Petrovic

 

Tutto cambia nell’estate 1987.

In Grecia l’aria è elettrica perché con la crescita di tutto il movimento, trainato dalle mostruose prestazioni di Galis e dai successi dell’Aris (nel frattempo è arrivata la solita doppietta campionato+coppa di Grecia, con Nikos a firmare 52 punti nella finale di quest’ultima contro il Panellinios), la Federazione ha deciso di candidarsi a ospitare gli Europei. La Grecia era tutto fuorché una potenza in quegli anni: nel 1985 non si era nemmeno qualificata per gli Europei e ai Mondiali ’86 Galis finì come capocannoniere a 33,7 punti di media ma i biancoblu si erano fermati a una seconda fase senza vincere una singola partita. Era però giunta l’ora di scommettere tutte le fiches su quella generazione che stava facendo innamorare tutto un paese e del quale Galis, che nel frattempo ha zittito le sirene americane di Boston Celtics e New Jersey Nets proprio per non perdere la possibilità di giocare in Nazionale (in quegli anni i professionisti non erano schierabili nelle competizioni per Nazionali), è il lider maximo. Nessuno si aspetta miracoli, Urss e Jugoslavia sono corazzate da far paura ma provare ad inserirsi nel gruppone delle outsider è il vero sogno.

Il problema è che il sorteggio dei gironi mette la squadra greca con le spalle al muro fin dall’inizio: la Romania non fa paura, ma bisogna inventarsi qualcosa per passare il primo turno buttando fuori una tra Jugoslavia, Urss, Spagna e Francia, sulla carta tutte più quotate della Grecia. Meglio pensare un giorno alla volta.

L’esordio con i romeni è soft, la Grecia passeggia e mette in cascina i due punti da non perdere per strada per alcun motivo. Ma il Day 2 è già quello della sfida contro la Jugoslavia di Petrovic e Paspalj, che sta aprendo le porte alla giovanissima nidiata dei vari Kukoc, Radja e Djordjevic. Probabilmente nessuno scommetterebbe sulla vittoria greca e invece… e invece al Pireo la furia di Galis si abbatte sulla corazzata slava e con 44 punti Nikos fa il primo scalpo del suo incredibile Europeo: Petrovic si ferma a 18 punti, la Jugoslavia va ko. I ceffoni che però arrivano da Spagna e Urss riportano sulla terra la truppa greca, che si gioca l’accesso ai quarti nella gara da dentro o fuori con la temibile Francia dei talentuosi Ostrowski e Dacoury. La Grecia soffre un tempo, poi Galis mette il turbo e con 44 punti trascina i suoi al successo che vale il pass per i quarti, dove ad attendere c’è l’Italia.

Gli azzurri, complice un girone non impossibile, arrivano alla fase finale coi galloni di numero 1 del tabellone e tanta voglia di andarsi a giocare una medaglia con un nuovo corso fatto di tanti talenti emergenti: Gentile, Morandotti, Riva, gente giovane ma che i parquet europei li calca già da tempo. Piano partita: raddoppiare Galis e caricare di falli Fasoulas (tornato in Grecia dopo che, finita l’università a North Carolina State, si era messo a vendere auto) giocando molto coi nostri lunghi, Magnifico, Costa e Villalta. Ma un paio di guizzi iniziali di Giannakis aprono presto squarci nella diga nostrana, Galis affonda il colpo portando a casa i suoi “soliti” 38 punti e Kabouris (lo ritroveremo più avanti…), uno che di giorno fa il muratore e di pomeriggio veste la canotta dell’Olympiacos, ci devasta sotto le plance: gli azzurri sono travolti, prima sconfitta azzurra nella storia contro i greci dopo 17 successi su 17. «E’ la più bella vittoria della mia vita. Almeno fino alla prossima…» dichiara un carichissimo Galis a bordo campo nel dopo partita. Il morale è alle stelle, ma all’orizzonte si staglia già la rivincita della supersfida contro Drazen Petrovic…

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Se voi dite di me che sono il figlio del diavolo, Galis è il diavolo in persona

Drazen Petrovic

 

L’euforia per la vittoria sull’Italia travolge un paese intero, i telegiornali non parlano d’altro. E Galis è diventato il simbolo di una nazione intera che per la prima volta si trova nello sport a duellare con le grandi d’Europa. Ma la Jugoslavia sembra davvero troppo per l’impertinente banda biancoazzurra. È vero, Galis e soci li hanno già fatti a fette una settimana prima, ma la giovane truppa guidata dai fratelli Petrovic si è andata sistemando strada facendo. Tutti si aspettano lo show di Nikos e Drazen, ma, come ovvio, i due raramente incrociano le armi nel corso del match. Su Drazen il lavoro di Christodoulou e Giannakis è perfetto (il fenomeno da Sebenico si prenderà la rivincita nella finale di due anni dopo, ma questa è un’altra storia), mentre su Nikos ogni tentativo è vano. Galis parte piano e la Grecia finisce sotto anche in doppia cifra, ma nella ripresa è un vero show: le scorribande del numero 6 (che chiude a quota 30 punti) infuocano il Pireo e la Grecia salpa verso l’impresa di battere due volte in una settimana l’invincibile armata slava. È finale, roba da non crederci.

Come sia scorsa quella notte incredibile lo lasciamo alle parole di Emanuela Audisio e del suo articolo scritto all’epoca su Repubblica. «La tv greca ha mandato in onda in diretta una trasmissione non-stop che è durata 5 ore e mezzo. Senza molti pudori: si vedevano giocatori in mutande, gente strappata a viva forza dalla doccia e Melina Mercouri, ministro della Cultura, seduta su una panca dello spogliatoio, stretta tra giocatori che per la prima volta nella storia si erano allungati verso la finale. Galis, il piccolo dio greco, non c’era: 50 poliziotti temendo per la sua incolumità lo avevano prelevato con un cellulare. C’erano, però, madri, padri, figli, sorelle e sui visi la felicità di chi ha combattuto e vinto una sua personalissima guerra di liberazione. Anche i bambini, come spesso capita, hanno rischiato grosso. Giannakis ha continuato a sparare per tutta la notte razzi di festeggiamento a due centimetri dal viso di sua figlia; altri genitori hanno addirittura incitato la prole a gettarsi sotto le ruote del pullman che riportava la squadra greca in albergo, nel tentativo di fermarlo. Infatti il pullman ci ha messo due ore a percorrere 12 chilometri: i giocatori sono stati rovistati, gettati in aria, raccolti e rilanciati. Nemmeno il successo velico di re Costantino alle Olimpiadi di Roma nel ‘ 60 aveva provocato al Paese una simile sgrullata. Per tutta la notte 50 poliziotti hanno presidiato il ritiro della Grecia e c’ è chi giura di aver visto Galis in un night bere il primo bicchiere di whisky della sua vita».

foto neverendingseason.com/

In questo clima, la Grecia avrebbe anche una finale da giocare e contro una squadra che definire corazzata è un eufemismo. È vero, l’Unione Sovietica, pur campione d’Europa e vice campione del mondo in carica, è senza l’infortunato Arvydas Sabonis. Ma come sostituto c’è la montagna Vladimir Tkachenko e poi al suo fianco ecco l’astro nascente Marciulionis, Volkov, Valters, Homicius, Tikhonenko, tutti agli ordini del generale Gomelskij. La partita è tiratissima, Galis fracassa la difesa sovietica, salta in testa a Tkachenko ma non trova sponda in un Giannakis mai davvero in partita e costretto pure ad uscire prematuramente per 5 falli. L’Urss sembra mettere le mani sulla partita salendo a +5 con poco più di un minuto da giocare nella bolgia del Peace and Friendship Stadium. A bordo campo c’è un infinito cordone di polizia a tenere a bada la torcida greca ed è ovviamente Galis a rimette in piedi la baracca greca: prima fa da sé con il classico arresto e tiro saltando come un grillo per il -2 a 56” dalla sirena, poi semina lo scompiglio nella retroguardia sovietica e serve l’assist ad Andritsos, che subisce il fallo di Tkachenko convertendo però i due liberi che significano parità a quota 89. Ma da giocare restano ancora 36”, può succedere di tutto.

E invece non succede niente.

Valters si prende una tripla senza senso, completamente fuori equilibrio e con 15” ancora da giocare, sul ribaltamento di fronte Ioannou non serve Galis ma cerca un improbabile coast to coast che lo fa schiantare contro la difesa sovietica quando ci sono ancora 7” sul cronometro. E allora l’Urss ha la palla per infilarsi l’ennesimo oro al collo e gettare un vagone d’acqua sugli ardori greci. Valters attira su di sé tutta la difesa biancoblu, ma con la coda dell’occhio vede il taglio verso canestro di Iovajsha, che appoggia i due punti che valgono l’oro. Piccolo dettaglio: lo ha fatto quando la sirena è suonata da qualche attimo.

Overtime.

Nikos sente di avere la storia nelle sue mani e alza ancora l’asticella. Un canestro dietro l’altro scollina ancora una volta oltre quota 40 punti, ma Valters e Iovajsha ribattono colpo su colpo. A 36” dalla fine è ancora 101-101, con un possesso greco che significa leggenda. Tutti aspettano Galis e ovviamente lo fa anche la difesa rossa, che spinge il Padrino greco fino alla metà campo con due uomini a sormontarlo per impedirgli ogni movimento. Con Giannakis già fuori per falli, quel marpione di Gomelskij vuole che il peso di quel macigno sia qualcuno che non abbia le spalle larghe al punto da reggere quella pressione. Nikos non può fare altro che fidarsi dei suoi compagni e serve Ioannou, che si prende un buon jumper dalla lunetta. Il ferro dice no, ma a rimbalzo spunta il muratore del Pireo, Kambouris: l’ala greca subisce il fallo quando sta per appoggiare il canestro del +2 con 4” da giocare. Nelle sue mani non certo educatissime c’è la gloria di una nazione. Kambouris non trema, glaciale in lunetta sigla il 103-101 che sa già di gloria. Ma guai a giorire troppo in fretta, c’è ancora tempo per l’ultima preghiera sovietica. L’immenso Valters dell’overtime lancia lungo per pescare in angolo Iovajsha e consegnargli la tripla della vittoria sulla sirena. Chissà se sarà stata una mano magica a impennare la parabola del tiro del cecchino sovietico, che si spegne contro il tabellone insieme alle speranze dei campioni non più uscenti ma ormai usciti.

Il “Miracolo del Pireo”, come lo chiamano tutt’ora in Grecia.

La Grecia è incredibilmente d’oro, una nazione intera impazzisce per quello sport che aveva sempre snobbato e accende i motori di uno sviluppo del quale vediamo gli effetti ancora oggi (uno studio portato avanti dall’avvocato di sport Gregory Ioannidis stima che quella vittoria abbia prodotto 7.500 nuovi posti di lavoro negli otto anni successivi). Galis è ovviamente top scorer (a 37,0 punti a partita) ed Mvp della manifestazione: ha giocato 40,1 minuti in quell’Europeo, saltando solo i 4 minuti finali del match contro la Romania che però vengono più che compensati dai 5’ di supplementare contro l’Unione Sovietica. Ma soprattutto può finalmente sedersi con pieno titolo al tavolo di grandi della storia del basket europeo e mondiale.

foto as.com

 

Galis è il giocatore del 21° secolo

Aleksander Gomelskij

 

Settembre 1994. Galis ha 37 anni e da due ha lasciato l’Aris dopo che la società gli aveva proposto di lasciare il basket giocato per diventare l’allenatore di una squadra che sarebbe stata completamente nelle mani dell’amico Giannakis. Una ferita nell’orgoglio del campione, che era così emigrato ad Atene per dare man forte al progetto di rilancio del Panathinaikos. D’altronde in panca c’è il vecchio amico Politis, colui che pilotò la Grecia verso l’impresa dell’ ’87, e quell’estate era arrivato anche Giannakis per riformare la coppia d’oro dei tempi belli e provare a fare con il Pana quello che era mancato all’Aris: piazzare la zampata in Eurolega. Le prestazioni di Nikos sono in calo, nella stagione ’93-’94 ha chiuso a 18,8 punti a partita, tanta roba per chiunque ma non per il più grande di tutti. L’inizio della stagione successiva, sotto il profilo personale, è ancora peggiore, Nikos è ormai lontano dai livelli degli anni d’oro e Politis decide di farlo partire dalla panchina per lanciare il giovanissimo Frangios Alvertis. Un affronto per uno stakanovista come lui. Nell’intervallo della terza giornata di campionato, che vede il Panathinaikos affrontare il modesto Ambelokipi, il coach-amico decide di affrontarlo a muso duro.

«Se per te questa situazione è inaccettabile, è meglio che te ne resti in spogliatoio per il secondo tempo».

Nikos non risponde. Resta in spogliatoio, fa la doccia ed esce.

Finisce così, il 12 ottobre 1994, la carriera di Galis. Senza saluti, senza celebrazioni, restando da allora lontano da quel basket che lo ha reso un dio in terra.

Solo nel 2013 l’Aris ha provato a cancellare quell’onta ritirando la sua canotta numero 6 e organizzando la cerimonia che avrebbe meritato vent’anni prima. E siatene certi, non c’erano canzoni di Diana Ross nella playlist della serata.

foto nyt.com