di Marco Pagliariccio

 

 

Poteva fare tutto.

Aveva il talento di Bird e Maravich.

Aveva l’atletismo di Kareem.

E poteva segnare da 3.

Poteva passare e correre il campo, palleggiare.

Avremmo dovuto fare un piano nei primi anni Ottanta per rapirlo e poi riportarlo indietro.

Bill Walton su Arvydas Sabonis

 

8 aprile 2004

Tel Aviv: Maccabi-Zalgiris, ultima giornata delle Top 16 di Eurolega.

Gli israeliani sono costruiti per vincere: Anthony Parker, Maceo Baston, Nicola Vujcic, Deon Thomas, David Bluthenthal. E la nuova icona del basket lituano, un Sarunas Jasikevicius all’apice della sua carriera. Arvydas, ormai un 40enne che fa fatica anche a deambulare, è tornata a casa, nella sua Kaunas, per ridare slancio a uno Zalgiris finito sull’orlo della bancarotta dopo il clamoroso titolo europeo del ’99. Camminare è un problema, figuriamoci correre, ma la classe è intatta: la sua stagione europea è abbacinante (le cifre dicono 16,7 punti, 10,7 rimbalzi, 2,4 assist, 26,3 di valutazione), ma serve uno sforzo in più. Maccabi e Zalgiris arrivano infatti all’ultima giornata di Top 16 appaiate in vetta al girone B, ma solo una stacca il biglietto per le Final Four di Tel Aviv: bisogna andarselo a prendere proprio allo Yad Eliyahu, sperando anche in un ko del Valencia contro l’Ulker. Neanche a dirlo, il palas è un girone infernale colorato di giallo. Saras accoglie Sabas senza tanti complimenti infilando 18 dei suoi 37 punti finali (career-high) nel primo quarto, ma il Principe del Baltico sfodera tutta la sua classe: in post basso è poetico, ma per l’occasione tira fuori anche un sontuoso 4/6 da 3 e il bottino lievita velocemente fino a toccare quota 29 punti. Sulle sue robuste spalle, i lituani iniziano a crederci per davvero e anche se il 5° fallo arriva a toglierlo dalla gara con 18” da giocare, il +5 sembra un bottino che i suoi possono difendere senza troppi patemi. Ma i verdi sbagliano l’impossibile e il resto lo fa il miracolo di Derrick Sharp:

Il Maccabi si scrolla le paure di dosso nel supplementare e vola indisturbato verso un’Eurolega che porterà a casa senza neanche sudare, nella finalissima contro la Fortitudo Bologna. Soprattutto, però, sarà la beffarda ultima gara internazionale di uno dei più grandi giocatori europei di tutti i tempi: Sabonis si porta a casa le corone di MVP di regular season e Top 16 di quella Eurolega e farà in tempo a portare lo Zalgiris ad un altro titolo nazionale, ma quel bruciante ko, quell’ennesimo capolavoro rimasto incompleto è un po’ l’emblema di tutta una carriera da “What If…” che non rende giustizia al primo vero “freak” del basket internazionale.

Photo credit YOAV LEMMER/AFP/Getty Images

 

4 giugno 2000

Los Angeles: Los Angeles Lakers-Portland Trail Blazers, gara 7 Finale Western Conference.

L’America l’ha voluto per un decennio, lui ha ceduto tardi alle sirene della Nba. Forse troppo, non lo sapremo mai con certezza. Prima la chiamata al draft 1985 degli Atlanta Hawks che viene invalidata per la violazione dell’età minima consentita, poi un anno dopo l’inizio della relazione con i Portland Trail Blazers, che lo scelgono con una coraggiosa numero 24 al draft 1986. I Blazers lo corteggiano, lo curano quando si infortunerà per la prima volta, ci rinunciano e alla fine lo ritrovano nel 1995, quando in Europa aveva completato la sua missione. Un rookie fuori tempo quello che arriva in America ormai 31enne. «Se fosse arrivato in NBA sano, avrebbe avuto un impatto sul gioco simile a quello di Jordan», sentenzia l’allora gm Bob Whitsitt, l’uomo che assemblò quei famigerati “Jail Blazers”, in una illuminante intervista di qualche anno fa a Grantland. Nonostante tutto, nonostante lo staff medico di Portland dopo averlo visitato la prima volta nel 1995 avesse sentenziato che «basandosi solo sulle radiografie, sarebbe pronto per ricevere un tagliando per il parcheggio per gli invalidi», a 36 anni e con davanti uno Shaq nel pieno del sua onnipotenza, Sabonis era arrivato a cinque minuti da una finale nella quale la strada verso l’anello era pressoché spianata. Di quella squadra così folle e così talentuosa, Sabonis era la chioccia nello spogliatoio e l’uomo di culto per i tifosi, ammaliati dalle sue giocate immaginifiche, dai suoi passaggi no-look, dalle sue danze in post basso abbinate ad un corpo divenuto ormai pachidermico:

La Sagrada Familia del basket. Una meravigliosa esplosione di forme e colori circondata da gru a tempo indeterminato. Mancherebbe l’anello a completare quel capolavoro e consegnare Arvydas all’immortalità. E ci era andato vicino Sabas, oh se ci era andato vicino. Sotto 3-1 in quella serie di finale contro i Lakers, i Blazers riemergono portando la serie alla decisiva gara 7. E non la affrontano tanto per. Con 10’ da giocare, i biancorossoneri vedono il traguardo di quella che sarebbe una delle più grandi imprese della storia della lega. I gialloviola non avevano mai perso più di due gare di fila in quella stagione e ora Shaq e Kobe si trovavano davanti al loro incubo peggiore. Shaq fu probabilmente l’unico giocatore contro cui Sabonis non riuscì mai davvero ad imporre la sua legge: lo strapotere fisico di O’Neal era troppo anche per la sua maestria. E anche in quella gara Arvydas non poté granché: solo 6 punti a referto, 6 falli spesi per limitare il 34 gialloviola e la conseguente impossibilità di aiutare i compagni ad arginare la furiosa rimonta losangelina. I Lakers la scampano con una rimonta che resta negli annali e volano alle Finals, dove piegheranno gli Indiana Pacers. I Blazers non riusciranno più a raggiungere quelle vette e la squadra si disgregherà pian piano tra le follie dei suoi ingestibili talenti. E per il Principe la corona di re resterà per sempre un’utopia.

 

17 novembre 1982

Richmond: Virginia Cavaliers-Urss, amichevole.

Quella straordinaria macchina da guerra l’America la conobbe da vicino nell’autunno di 18 anni prima. L’Unione Sovietica spedisce una sua selezione negli Stati Uniti per una serie di amichevoli contro diversi college. Due giorni prima del match contro i Cavaliers di Virginia, i sovietici avevano piegato Indiana con quel longilineo diciassettenne da Kaunas a timbrarne 25 dominando nell’area degli Hoosiers. Non si era mai visto un giocatore con la stazza e i centimetri di un pivot muoversi ed aprire il campo con la grazia di una guardia. Immaginate quel giovane Sabonis come un Porzingis con meno tiro da fuori ma una visione di gioco paradisiaca. «Potrebbe essere il miglior giocatore americano che abbiamo mai visto in campo», ammonisce il coach di Indiana, un tale di nome Bobby Knight alla vigilia del secondo match americano dell’Urss, che vedrà Sabas avere ben altro test per le sue capacità: quello contro Ralph Sampson, uno dei più forti giocatori universitari dell’epoca. Due torri di oltre 220 centimetri che stanno rivisitando la concezione del ruolo di centro una di fronte all’altra: Virginia vince il match, Sampson fa una buonissima impressione ma Sabonis, in diretta tv nazionale, fa bis e timbra un’altra gara da 25 punti, conditi da 8 rimbalzi e 3 stoppate. Curiosamente, i due non si affronteranno mai in NBA, ma lo faranno più tardi in Liga ACB: Sabonis con la maglia di Valladolid, Sampson con quella di Malaga.

Dopo quella sensazionale sfida, tutti i college di prima fascia provano a reclutare quello strepitoso talento e leggenda vuole che il coach di Lousiana State Dale Brown si sia spinto fino a scrivere a Gorbaciov e Reagan per suggerire un fantomatico programma di scambi culturali tesi a migliorare la relazioni diplomatiche col fine di “rapire” Sabas ai sovietici. Non se ne farà nulla, ma il mito di quell’Ivan Drago del basket è ormai delineato.

 

4 aprile 1986

Cibona-Zalgiris, finale di Coppa dei Campioni

Sabonis o Petrovic, chi il più grande? Una domanda lecita e ricorrente, un dualismo “postumo” visto che in vita, anche se i due erano coetanei (entrambi classe 1964), di fatto non si consumò mai una vera rivalità. Ruoli diversi, caratteri troppo distanti. Ad unirli lo straordinario talento dei quali la natura li aveva dotati, unito ad una voglia matta di emergere nel caso del Diavolo di Sebenico, baciato da un mix senza precedenti di tecnica e fisicità nel caso del Principe del Baltico. Diverse, però, furono le sfide che li videro uno di fronte all’altro. La finale olimpica di Seul, già ricordata sopra, fu la più rilevante per la posta in palio, ma la più emozionante fu senza dubbio la finale di Coppa dei Campioni 1986 tra il Cibona di Drazen e lo Zalgiris di Arvydas. Due squadre abbarbicate intorno al trono dei loro due giovani fenomeni, all’epoca entrambi non ancora ventiduenni.

Davanti ai 12.500 della Sportcsarnok Arena di Budapest, Sabonis è imprendibile per Arapovic e Nakic, che nonostante i continui raddoppi e il trash talking incessante fa il bello e il cattivo tempo spingendo avanti i lituani. Lo Zalgiris però non trova alternativa alle strapotere di Sabas (che chiude con 27 punti e 11/17 dal campo) e lentamente si spegne sotto i colpi di un Petrovic in versione diesel (22 punti alla fine). Il momento chiave non è però una giocata con la palla in mano. A 9’ dalla fine, col Cibona avanti 68-61, Krapikas colpisce intenzionalmente Nakic lanciato in contropiede solitario. Quando lo slavo si rialza, a sua volta mette le mani addosso al campione slavo. Ne nasce una baruffa, ma si seda in pochi secondi: la causa è il pugno a Nakic da parte di Sabonis, che ha corso tutto il campo apposta per colpirlo.

Genio e sregolatezza, dicevamo.

La decisione della coppia arbitrale punisce il fenomeno lituano con l’espulsione e lo Zalgiris esce mentalmente dalla partita: dopo i canestri pesanti di Cutura, il Cibona vola verso la sua seconda Coppa dei Campioni. Appuntamento rinviato per Sabonis, che però per il trofeo più ambito d’Europa dovrà aspettare ancora nove anni.

 

20 luglio 1986

Madrid: Mondiali

Un anno di sconfitte amare quel 1986, l’ultimo grande appuntamento per il Sabonis 1.0, l’epitaffio di quella fantastica creatura cestistica.

L’America del basket (e non solo) è tutta con gli occhi su di lui dopo che, smaltita la delusione per la nefasta finale di Budapest, al draft i Blazers hanno deciso di puntare su di lui. Ovvio che al Mondiale spagnolo di quell’estate tutti gli occhi siano puntati sulla possibile supersfida con gli Stati Uniti di un altro giovane portento nel ruolo di centro, un certo David Robinson. I sovietici, come da previsione, marciano spediti verso le medaglie, ma in semifinale c’è l’ostacolo Jugoslavia da superare. Una delle partite più pazzesche della storia, con gli slavi avanti addirittura di 9 con un minuto abbondante da giocare. Sabonis tiene in vita i suoi con una tripla dalla punta arrivando a rimorchio, Tikhonenko bissa poco e un doppio palleggio di Divac regala a Valters la tripla del pareggio a fil di sirena. All’overtime l’Urss chiude i conti e si regala la finale attesa da tutti contro gli USA, che a parte lo scivolone innocuo nei gironi contro l’Argentina hanno tirato dritto senza patemi.

Un duello rusticano quello tra Sabonis e Robinson nell’accesa gara per l’oro (20 punti, 7 rimbalzi e 4 stoppate per lo statunitense, 16 punti, 13 rimbalzi e 4 stoppate per Sabas), che vede i sovietici cedere senza riuscire a pareggiare, stavolta, a fil di sirena. Sabonis e Robinson finiscono nel miglior quintetto della competizione insieme a Petrovic, Galis e Oscar, sembra il preambolo di una rivalità destinata a traslarsi oltreoceano. E invece, costretto a restare prigioniero della gabbia dorata imposta dal regime di Mosca, il destino di Sabas si mostrerà del tutto diverso…

 

28 settembre 1988

Seul: Urss-Usa, semifinale Olimpiadi.

La trasformazione da guardia di 2,20 a pivot dalle mani di pianista inizia con un trauma che rischiava seriamente di toglierlo definitivamente dalle scene ancor prima di arrivare all’apice. Siamo nell’estate del 1987, l’Urss sta preparando gli Europei di Grecia e il tendine d’Achille della gamba destra di Sabonis salta. L’infortunio viene gestito in maniera pessima, visto che in Unione Sovietica nessuno ha mai affrontato un’operazione del genere su un atleta di quel calibro. Rispedito a Kaunas, va sotto i ferri con i chirurghi locali a ricevere istruzioni via telegrafo da dei luminari moscoviti. La riabilitazione, se possibile, va anche peggio, tanto che qualche mese dopo il tendine salta di nuovo (ufficialmente per una caduta dalle scale, i maligni ipotizzano qualche incidente legato ad una non inusuale notte brava). Serve una nuova operazione ma stavolta sono i Blazers, che l’avevano scelto al draft un anno prima, ad entrare in gioco. La franchigia NBA lo rimette in piedi e trova un accordo di massima per farlo sbarcare in America la stagione seguente, la ’88-’89. Ma ad una condizione: niente Olimpiadi, l’estate deve essere di assoluto riposo.

Coach Gomelski, però, lo vuole con il gruppo, se non in campo almeno come figura carismatica che lo aiuti a tirare fuori il meglio da una squadra che a Seul, senza il suo totem, rischia di finire fuori dai giochi per le medaglie. All’inizio del ritiro, Arvydas ha appena ricominciato a correre per cui si limita a lavori differenziati ed asciugamani sventolanti per l’amico Marciulionis e compagni. Ma dopo qualche settimana, la tentazione si materializza: Gomelski promette ai suoi ragazzi che in caso di oro si sarebbe adoperato personalmente per far sì che il Governo centrale consentisse loro di giocare all’estero. Ma il cigno di Kaunas, scendendo in campo, rischierebbe di mandare all’aria l’accordo con Portland. La voglia di tornare a incantare il mondo prevale e così il “nuovo” Sabonis appare per la prima volta sul parquet di Seul. La mobilità degli anni precedenti è fortemente compromessa, ma con quella stazza e quel talento sgorgante da tutti i pori i sovietici volano spediti fino alla semifinale, che li vede contrapposti alla giovane selezione di collegiali americani: Dan Majerle, Mitch Richmond e soprattutto David Robinson paiono abbastanza per piegare la resistenza sovietica. La sfida che tutti attendono è ovviamente la rivincita tra il Principe e l’Ammiraglio: i due, ognuno con le proprie armi, fondamentalmente si equivalgono, ma l’Urss stavolta fa l’impresa: gli Stati Uniti abdicano e, dopo quel ko, inizieranno a progettare il Dream Team che vedrà la luce tre anni dopo, mentre Sabonis va a prendersi l’oro cancellando Petrovic e Divac nella finalissima contro la Jugoslavia: 20 punti e 15 rimbalzi posson bastare.

 

30 maggio 1989

Valladolid: una nuova vita

Come prevedibile, Sabonis torna da Seul completamente a pezzi. Sfumata la possibilità di volare in NBA e soprattutto senza le adeguate coperture mediche che la lega pro americana poteva garantire, la stagione allo Zalgiris scivola via tra infortuni e scarse soddisfazioni. È ora di cambiare aria: a 25 anni gli anni buoni stanno per arrivare e il rischio è quello di finire fuori dal basket che conta dato già ora in pochi si fidano del suo fisico martoriato e appesantito. Le big tentennano e allora a infilarsi tra le pretendenti è il Forum de Valladolid. Il vulcanico presidente Gonzalo Gonzalo racimola poco più di un milione di euro cedendo i diritti di immagine della star lituana alla casa di profumi milanese Victor, che copre per intero l’operazione: 700 mila dollari vanno al giocatore, 300 alla federazione russa per dare il nulla osta, 75 mila al compagno di squadra Homicius, ingaggiato anche lui per facilitare l’inserimento nella nuova realtà. E il profumo? Fu lanciato sul serio: si chiamava “Triple de Sabonis”.

Il successo commerciale dell’operazione non è proprio scintillante, ma quel che conta (per quanto ci riguarda) è che Sabonis può prima di tutto aprirsi al basket occidentale e continuare a giocare a buon livello, ma soprattutto può rimettersi in sesto fisicamente grazie alle cure dello staff medico iberico. Nel 1990 si opera di nuovo al tendine d’Achille per rimuovere le numerose calcificazioni che attanagliano il tendine, ma soprattutto il suo fisico va assumendo sempre più i contorni di quello che sarà negli anni a venire. Il dinamismo di gioventù è ormai un ricordo sbiadito e i chili progressivamente aumentano: ma contemporaneamente le mani diventano quelle di un Van Gogh che usa la palla a spicchi al posto del pennello. Non arrivano trofei nel triennio a Valladolid, ma è un periodo cruciale per la sua carriera: quello in cui si plasma il Sabonis 2.0.

 

8 agosto 1992

Barcellona, Lituania-Csi, finale 3° posto

Il giogo sovietico è un ricordo che la Lituania sta cercando di archiviare nell’estate del 1992, quella delle prime Olimpiadi dopo la caduta del regime. La repubblica baltica è però una giovane nazione che non ha nemmeno i soldi per pagare la trasferta barcellonese ai suoi atleti. La storia è nota: Marciulionis contatta la rock band dei Grateful Dead e nasce una delle avventure sportive più improbabili di sempre. Il gruppo stacca un assegno da cinquemila dollari, altri soldi li mette il play allora agli Warriors di tasca sua e il resto arriva dai proventi di una t-shirt coi colori della nazione baltica che la band vende durante i suoi concerti. La squadra può così volare in Spagna per difendere per la prima volta i colori della propria nazione. Il talento non manca di certo e Sabonis, reduce dal triennio di “restauro” a Valladolid, è il faro della squadra. Esserci è giù moltissimo, ma la sconfitta nei gironi contro la Comunità degli Stati Indipendenti, la selezione che raggruppa le nazioni ancora fedeli a Mosca, brucia. La possibilità di vendetta arriva però pochi giorni dopo. La Lituania non può nulla in semifinale contro il Dream Team e il Csi si schianta contro la Croazia dell’ultimo Petrovic. Ciò significa che il bronzo sarà proprio un affare tra la potenza egemone post-sovietica e la rivoltosa repubblica sul Baltico. Il sacro fuoco che spinge i lituani va oltre la tecnica, oltre il basket. Sono Sabonis e Marciulionis a dare lo sprint decisivo nel finale e alla sirena le lacrime sgorgano come fiumi sulle guance dei nuovi eroi nazionali lituani.

Si scattano foto, la squadra indossa i completi psichedelici firmati dai Grateful Dead ed inizia la festa. Qualche ora dopo, una volta che gli Usa hanno completato le formalità spazzando via anche la Croazia nella finale per l’oro, bisogna salire sul podio per le premiazioni. Ci sono tutti. O quasi. Sabonis non si trova. Arvydas non viene premiato ufficialmente per quella impresa che lo ha consegnato alla storia del suo paese. Leggenda vuole che, inebriato dagli amati fumi dell’alcol, abbia fatto perdere le sue tracce per due giorni e che sia poi saltato fuori circondato da atlete ex-sovietiche con le quali stava condividendo il letto. Storia? Leggenda? Chi siamo noi per rovinare un racconto del genere?

 

13 aprile 1995

Saragozza: Real Madrid-Olympiacos, finale di Coppa dei Campioni.

Il Sabonis riprogrammato e aggiornato è pronto a tornare a battagliare ai massimi livelli con armi nuove e ugualmente letali. Il Real Madrid non sta vivendo anni dorati, ma decide di scommettere sulla nuova versione del Principe del Baltico per tornare sul trono di Spagna e d’Europa. Al primo colpo arrivano Liga e Coppa del Re, al secondo di nuovo il titolo spagnolo ma ora c’è bisogno di chiudere il cerchio e arrivare lassù, in cima all’Europa. Sulla carta, il Principe ed Arlauckas sotto canestro sono una delle coppie più devastanti che abbiano mai calcato i parquet europei.

Ma manca ancora qualcosa.

È un giovane coach di sicuro avvenire di nome Zeljko Obradovic a trovare la formula vincente nella stagione 1994-95.

Sabonis è ormai diventato un maestro assoluto del gioco in post basso, con il suo tipico stile di tenere il pallone con un palmo di mano e riuscire sempre a fare la cosa giusta: chiudere col semigancio, trovare l’assist per il taglio del compagno a canestro o travolgere il difensore di potenza. L’intesa con Arlauckas, uno scorer fenomenale fin troppo sottovalutato a posteriori, si affina strada facendo e il Real arriva fino alle Final Four di Saragozza. In semifinale, i blancos spazzano via il Limoges e Sabas ha vita facile, stampando 21 punti in faccia ai francesi in attesa del risultato del derby fratricida tra Oly e Pana. I Reds dell’ex compagno in maglia sovietica Sasha Volkov sono l’ultimo ostacolo verso la gloria: Arvydas lo spazza via con 23 punti in 25’ e il morbido lay-up che stoppa la rimonta finale del team del Pireo: anche l’ultimo tassello del puzzle è al suo posto, anche la vendetta della sconfitta di un decennio prima è ormai consumata.

 

12 marzo 2012

I Margot and the Nuclear So and So’s si formano a Indianapolis nel 2005, più o meno nei mesi nei quali Sabas sta salutando il basket giocato. Una delle migliaia di rock band che popolano il sottobosco musicale americano, dalle nostre parti sono praticamente sconosciuti. Ma nell’epoca di internet basta poco per farsi notare. Nel 2012, nel loro sesto album “Rot Gut, Domestic”, fa capolino una traccia dal titolo eloquente: Arvydas Sabonis. Eccovela qua:

Rock da battaglia con un testo che declama tutto l’amore per quel lituano che “volevo come amico”. Ho provato a scrivere alla pagina Facebook della band per capirci qualcosa di più e in pochi minuti Richard Edwards, frontman della band, era già in chat a digitare, quasi fremesse per raccontare il suo amore per il Principe del Baltico. «Sono un fan accanito della NBA sin da quando ero bambino, per me Arvydas è uno dei giocatori più interessanti nella sua era– scrive il cantante dei Margot – tenere nascosti i suoi talenti al pubblico americano fin quando non stava iniziando il suo declino sembrava da temerari. Continuare a vivere la vita che voleva. Il fatto che abbia voluto mostrare alla NBA soltanto l’ultima parte della sua carriera, quando ormai il suo fisico era debilitato, è qualcosa che definisce ancora di più la sua grandezza. Era il prototipo di “big man” che la lega avrebbe voluto nell’era delle spaziature e del ritmo. Quanto avrei voluto vederlo nella NBA di oggi».

“Torna indietro, ci manchi”, si chiude così il pezzo dei Margot. Ma da Indianapolis ultimamente non è raro vederlo passare per strada, d’altronde c’è un’altra generazione di Sabonis in città… ma questa sarebbe un’altra storia.