illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Daniele Vecchi

 

 

 

 

Una meccanica meravigliosamente fluida, un rilascio che sembrava velocizzato per una manciata di fotogrammi, in una armonia tecnica paradisiaca.

La quint’essenza della cinetica.

Off the blocks catch and shoot… BUM! 

Consequenzialità.

Arte.

Meraviglia.

“Nothing but the bottom of the net”.

Questa era la frase che solevano proferire i commentatori di Fox o Espn o di qualsiasi altra TV, parlando di un tiro di Predrag Stojakovic.

E purtroppo ad un certo punto arrivarono anche le lacrime sportive.

All’età di 24 anni e 358 giorni.

Proprio mentre era alla velocità massima sul trampolino di lancio, durante la ascesa finale di una carriera fino a quel momento travolgente.

Proprio nel momento più importante, all’apice.

Recriminazioni giustificazioni e buone ragioni. 

Ma quell’AIRBALL…

Chi scrive, come moltissimi altri, vide quella partita in diretta, e quando sul 99-98 in favore dei Los Angeles Lakers nella decisiva Gara 7 delle Western Conference Finals 2002 alla Arco Arena di Sacramento, con circa 20 secondi sul cronometro del quarto quarto, Stojakovic venne liberato da Hidayet Turkoglu nell’angolo, mentre Rick Fox colpevolmente optò per il raddoppio tardivo sul turco.

Il pensiero di tutti fu “Ok, andata, è il turno dei Kings ora”.

E invece furono tutti dei simbolici Kiss of Death, perché il tiro di Stojakovic uscì malissimo dalle sue mani, e terminò la sua corsa direttamente nelle mani di Shaquille O’Neal, senza mai incontrare né ferro, né tabellone, né tanto meno retina.

Nato nel 1977 nella Croazia rurale, a Pozega, sotto le montagne del Papuk in piena Slavonia, Predrag Stojakovic veniva da una famiglia a forte connotazione serba tradizionalista. Suo padre infatti si arruolò nelle forze armate Serbo-Kraijne per combattere per l’indipendenza della Kraijna, mentre la famiglia si trasferì a Belgrado. 

Stojakovic cominciò a giocare per la Stella Rossa, dove esordì in Yuba League (la Lega di Serbia e Montenegro) all’età di 15 anni nella stagione 1992/93, cominciando a muovere i primi passi in mezzo ai “grandi”, senza dimostrare nessun tipo di timore reverenziale.

KK-Crvena Zvezda 92/93

La sua intelligenza cestistica e l’eleganza delle sue movenze fecero subito invaghire parecchi scout europei. Nel 1993 Stojakovic si trasferì con la famiglia a Salonicco, chiamato dal PAOK, divenendone immediatamente il leader indiscusso già all’età di 18 anni, vincendo la Coppa di Grecia nel 1995 e trascinando i bianconeri alla finale di Saporta Cup, persa 88-81 contro il Taugres Vitoria di Marcelo Nicola e Ramon Rivas. 

Quella partita fu memorabile.

Nonostante l’ambiente ostile della Fernando Buesa Arena di Vitoria (il PAOK era comunque abituato a giocare in ambienti ostili, dato il “calore” dei palazzetti greci), dove il Taugres giocava in casa, Stojakovic a soli 19 anni non si fece intimidire e segnò 20 punti, seguendo il suo connazionale Bane Prelevic (che lo aveva preso sotto la sua ala protettrice) che ne segnò 34, in una versione ridottissima del PAOK (Bountouris, Prelevic, Stojakovic e Rentzias giocarono 40 minuti, “traditi” dalla serata no di Dean Garrett, fuori per 5 falli con 0 punti realizzati), che alla fine consegnò la vittoria nelle mani del Tau. 

Ma la buona notizia per il basket serbo, europeo e mondiale era che un giovane prospetto di primissimo livello ormai era formato.

Foto eurohoops.net

Senza paura di prendersi responsabilità offensive, esecutore micidiale e clutch shooter di qualità, Stojakovic fece rapidamente parlare di sé tutti gli scout NBA.

Al Draft del 1996 Peja venne chiamato dai Sacramento Kings con la quattordicesima chiamata assoluta grazie ad una “visione” di Geoff Petrie, GM dei Kings, dietro Kobe Bryant e prima di Steve Nash, in un Draft ricchissimo di talento, con Allen Iverson, Shareef Abdul Rahim, Stephon Marbury, Ray Allen, Antoine Walker, Jermaine O’Neal e altri.

Peja rimase a Salonicco per altre due stagioni, vincendo il titolo di MVP della Greek League nel 1998, con 23.9 punti e 4.9 rimbalzi di media a partita, e trascinando il PAOK alle Top 16 di Eurolegue (di cui fu anche il miglior marcatore), venendo eliminati 2-1 dall’Alba Berlino.

In quella sua ultima stagione memorabile fu Gara 5 di Semifinale della Greek League al Peace and Friendship Stadium del Pireo, dove il favoritissimo Olympiacos, già cinque volte di fila campione greco e Campione d’Europa in carica, già pregustava la finale contro gli storici rivali del Panathinaikos.

L’Olympiacos del tempo era una vera corazzata, con Johnny Rogers, Arturas Karnisovas, Dragan Tarlac e Dimitrios Papanikolaou, ma il PAOK del “casertano” Charles Shackleford e di Stojakovic non mollarono.

Shackleford pareggiò la partita a 55 con un semigancio sinistro con 49 secondi da giocare, dall’altra parte Karnisovas sbagliò il jump shot, e con 16 secondi da giocare e con la palla nelle sue mani, Stojakovic, diciannovenne, decise che avrebbe vinto lui la partita.

E così fece.

Tripla allo scadere proprio di fronte al Gate 7, vittoria PAOK e bianconeri che rientrarono festanti lungo il tunnel del Peace and Friendship, tra il consueto lancio di oggetti dei tifosi del Pireo.

Il PAOK perdette quella finale contro il Panathinaikos, ma una stella era definitivamente nata.

Predrag Stojakovic, il suo futuro era oltre oceano.

Foto di Andrew D Bernstein/NBAE/Getty Images

Con grandi aspettative Stojakovic arrivò nella capitale della California nella stagione 1998/99, quella del Lockout, e l’impatto per lui non fu dei più semplici.

Il nuovo coach Rick Adelman non concesse troppo spazio a Peja, poco più di 21 minuti per 8.4 punti di media a partita, ma soprattutto solo con il 32% di media da oltre l’arco dei tre punti.

Ma la cosa più importante fu che quella stagione segnò comunque un inizio importante, a prescindere dal record vincente (27-23, raggiungendo i Playoff, eliminati 3-2 dai finalisti della stagione precedente, gli Utah Jazz) ad invertire il trend dell’ultima stagione con coach Eddie Jordan alla guida.

In realtà l’ultima stagione vincente dei Kings risaliva addirittura al 1983, sedici stagioni prima, quando la franchigia era ancora a Kansas City, quando il coach era Cotton Fitzsimmons, quando il miglior realizzatore era Larry Drew, e quando le canotte azzurre dei Kings portavano il nome del giocatore sotto al numero invece che sopra.

Foto Nba

La città di Sacramento (da quando i Kings erano arrivati, nel 1985) infatti non aveva mai visto la propria squadra terminare la stagione con un record superiore a .500, quindi quella stagione fu vista comunque come una svolta.

E svolta fu.

Infatti non solo coach Rick Adelman era alla sua prima stagione ai Kings, ma a quel training camp nel tardo 1998 si ritrovarono assieme per la prima volta in maglia Kings Peja Stojakovic, Vlade Divac e Chris Webber, ovvero il cosiddetto hardcore del futuro.

Da quella stagione in poi fu una rapidissima ascesa, sia per Sacramento sia per Stojakovic, trascinati da una città impazzita che gremiva la Arco Arena facendola diventare la arena più calda e rumorosa della NBA.

Nella stagione successiva i Kings si confermarono come una ottima squadra, tra le migliori ad Ovest, terminando con un record di 44 vinte e 38 perse, uscendo al primo turno di playoff per mano dei Los Angeles Lakers, che qualche settimana più tardi andarono a vincere il Titolo NBA battendo in Finale gli Indiana Pacers.

Stojakovic migliorò i propri numeri pur mantenendo sempre lo stesso minutaggio concessogli da Coach Adelman, 11.9 punti a partita ma soprattutto con il 37.5% da oltre l’arco dei tre punti, un sensibile miglioramento anche e soprattutto nei meccanismi offensivi del Princeton Offense disegnato da Pete Carril, anche se ancora Adelman stava cercando il giusto assetto.

Nella stagione successiva arrivò l’esperto Doug Christie da Toronto, ottimo difensore e con ottima intelligenza cestistica, Bobby Jackson da Minnesota, altro ottimo difensore, e il rookie turco Hidayet Turkoglu, e i Kings migliorarono ancora, 55 vittorie in stagione regolare e una ambizione da contender nemmeno troppo velata.

Chris Webber e Vlade Divac giganteggiavano in area, dalla media e in post basso, Doug Christie riuscì a dare un apporto difensivo decisivo, mentre Peja Stojakovic visse la sua vera breakout season, partendo in quintetto base per tutte le 75 partite da lui giocate, e aumentando esponenzialmente il suo fatturato offensivo, con 20.4 punti di media a partita, con il 40% da tre punti, divenendo un vero e proprio punto di riferimento offensivo per Adelman.

Foto Espn

In concomitanza con questa grande stagione arrivò anche la prima serie di Playoff vinta dai Kings, 3-1 sui Phoenix Suns, andando ad incontrare i campioni in carica dei Los Angeles Lakers al secondo turno.

I Kings però vennero ancora una volta sconfitti, stavolta molto nettamente 4-0, da Los Angeles, che andarono a vincere il loro secondo Titolo consecutivo battendo in finale i Philadelphia 76ers.

Sacramento aveva preso una forma ben precisa, mancando solo in un ruolo, quello del playmaker.

La stagione del funambolico e spettacolarissimo Jason Williams era stata deficitaria, andando via via sempre più sottotono, fino ad arrivare alla Serie Playoff contro i Lakers, dove Williams praticamente non riuscì ad esprimersi, con 5.3 punti e 2.8 assist di media, rendendo definitivamente lampante l’esigenza dei Kings di portare a Sacramento un playmaker adatto al gioco di Adelman.

Nella estate 2001 arrivò in California Mike Bibby da Memphis in cambio di Jason Williams, che rinacque letteralmente in Tennessee (14.8 punti e 8 assist di media a partita per White Chocolate nella sua prima stagione in maglia Grizzlies), mentre il figlio di Henry fu il definitivo tassello per l’equilibrio offensivo dei Kings, che divennero lo specchio quasi integrale della perfetta esecuzione della Princeton Offense di Pete Carril.

Dopo il Bronzo all’Europeo 1999, vinto dall’Italia, per Stojakovic cominciò la stagione delle vittorie con la nazionale, con il trionfo nel Campionato europeo da parte della Yugoslavia all’Abdi Ipekci di Istanbul sulla Turchia nel settembre 2001. 

Il miglior giocatore di quell’Europeo fu proprio Stojakovic, nominato MVP del torneo anche grazie alla straordinaria performance in Semifinale contro la Spagna, dove Peja segnò 30 punti, guidando la Yugoslavia in Finale.

Prove tecniche di leadership, per Stojakovic, che nonostante la relativa giovane età giocava come un veterano, sicuro di sé e capace di incredibili performance al tiro.

Ad ottobre 2001 arrivò la stagione in cui i Kings sentivano davvero di poter fare il definitivo salto di qualità. Tutti salirono ancora una volta di livello, e Stojakovic divenne l’arma in più dell’attacco di Sacramento. Il movimento palla orchestrato da un centro esperto e con buone mani come Divac, unito ai giusti ritmi scanditi da Bibby e al devastante impatto in post basso e dalla media distanza di un Chris Webber al top della carriera, designarono Peja in un ruolo di mortifero rifinitore. 

Le sue uscite dai blocchi e il suo tiro erano uno spettacolo nello spettacolo.

Armonia vera.

21.2 punti di media a partita con il 41.6% da tre punti per Stojakovic, sempre più padrone del proprio ruolo e sempre più pronto a prendersi le proprie responsabilità realizzative, ottenendo anche oltreoceano i primi riconoscimenti unanimi per il suo grande talento, con la convocazione per l’All Star Game.

(dove vinse anche la gara del tiro da 3…)

I Kings guidarono la Pacific Division con 61 vinte e 21 perse, confermandosi corazzata vera, stavolta capace per davvero di insidiare i Lakers ad Ovest e anche nella NBA, vista la netta superiorità della Western Conference sulla Eastern nei primi anni duemila.

Ai Playoff Sacramento continuò ad essere la schiacciasassi che era in regular season, eliminando gli Utah Jazz 3-1 al primo turno e i Dallas Mavericks 4-1 al secondo, ecco arrivare l’appuntamento con il destino, le Finali della Western Conference contro i Campioni in carica dei Los Angeles Lakers.

Ma per Stojakovic il momento chiave di quella stagione e forse della sua intera carriera arrivò durante la serie contro Mavericks, in Gara 3, con 5.19 da giocare nel terzo quarto.

E non fu un momento esattamente entusiasmante.

Per toccare a rimbalzo dopo un tiro di Dirk Nowitzki, Stojakovic cadde male sulla caviglia destra e si procurò una distorsione abbastanza seria.

“Strega dai denti verdi in azione, per i Kings”, fu la metafora di Federico Buffa in diretta su Tele+, parlando della sfortuna dei Kings che avevano visto anche l’infortunio di Doug Christie in quella stessa partita.

Ma il basket è un gioco di squadra, e i Kings in questi momenti di sconforto trovarono ancora una volta la loro vera anima unitaria, e andarono a vincere quella partita 125-119, senza mai più fermarsi fino alla vittoria della serie, sempre senza Stojakovic.

Partirono inutili polemiche, anche sui media mainstream, sul fatto che Stojakovic nei playoff non stesse dando il solito apporto offensivo e che i Kings avrebbero potuto benissimo fare a meno di lui nella serie contro i Lakers.

Hidayet Turkoglu e Bobby Jackson stavano dando un contributo importantissimo a Sacramento, Jackson nella fondamentale Gara 4 all’American Airlines Center di Dallas, vinta 115-113 dai Kings dopo un supplementare, ne mise a segno 26, mentre nella Gara 5 che sancì la vittoria Kings nella serie, Turkoglu ne mise 20 catturando 13 rimbalzi partendo titolare, dimostrando che la grandezza di Sacramento non era solo nelle grandi superstar, ma anche nei giocatori dalla panchina, sempre pronti a salire di livello e a non fare rimpiangere i titolari.

Arrivarono le Western Conference Finals contro i Lakers, e Stojakovic era ancora fuori, ben lontano dal poter tornare in campo per poter dare un apporto significativo, la caviglia era sempre gonfia e livida, il serbo non riusciva nemmeno a camminare, e di certo il morale non era dei migliori.

In Gara 1 i Lakers espugnarono la Arco Arena 105-99, con Turkoglu stavolta in giornata no, zero punti con 0 su 8 dal campo, ed ecco che immediatamente che i media cominciarono ad esprimere nostalgia di Stojakovic, premendo su Adelman per un ritorno in campo di Peja.

Gara 2 ancora a Sacramento, vittoria Kings 96-90 con Kobe Bryant che lamentò una intossicazione alimentare in hotel la sera prima.

Pareggio nella serie, con Stojakovic ancora lontano dal ritorno in campo. Tutti sapevano che sarebbe stata una serie lunga ed estenuante, e tutti erano convinti che il momento di Peja sarebbe arrivato.

Si va a Los Angeles, rumors dicevano che Peja poteva essere “Questionable” per la partita, ma fu presente in panchina solo in abiti civili, camminando con prudenza.

I Kings ristabilirono l’equilibrio del fattore campo, avendo la meglio 103-90 allo Staples Center, portandosi in vantaggio 2-1 con un grande Mike Bibby.

Il 25 maggio, 16 giorni dopo l’infortunio di Dallas e alla vigilia di Gara 4, Stojakovic dichiarò al Los Angeles Times:

“Credo che questa sia più grave di una semplice distorsione, sto recuperando lentamente, ora riesco a fare un po’ di tiri da fermo e un po’ di jogging leggero. Non so ancora quando potrò ritornare in campo, lo saprò quando riuscirò a fare un allenamento intero a pieno regime con la squadra. Ora sto provando a fare degli scatti, ma è ancora difficile”.

Quindi anche in Gara 4 Peja fu in borghese, la sua caviglia destava non poche preoccupazioni tra tutti, a Sacramento.

La quarta partita fu il vero turning point della serie. Kings avanti di 2, 99-97 a 11 secondi dal termine, palla per i Lakers. Jump shot di Kobe Bryant in area contestato da Divac, errore, rimbalzo per Shaquille O’Neal altro errore, ancora due secondi sul cronometro, Divac smanacciò fuori la palla che arrivò a Robert Horry che non aveva lasciato la sua posizione in punta.

Big Shot Rob raccolse la palla, e non sbagliò. 

Sulla sirena l’uomo da Alabama mise la tripla della vittoria 100-99 per i Lakers, portando la serie in parità.

Poteva essere il 3-1 per Sacramento, e invece si ritornò a Sacramento sul 2-2. Fu una brutta botta per i Kings, che praticamente stavano giocando in sei (il solo Bobby Jackson saliva dalla panchina con minutaggi e impatti significativi), e cominciavano a sentire la stanchezza fisica e mentale di quella battaglia che sembrava ben lungi dal finire.

In Gara 5 Stojakovic finalmente tornò in campo, ma totalmente fuori condizione e senza ritmo. 2 punti in 18 minuti con 0 su 3 dal campo per Peja, nella vittoria Kings 92-91 alla Arco Arena, vittoria che valse ai Kings la prima opportunità per accedere alle NBA Finals.

Arrivò Gara 6 allo Staples Center, gara che venne poi da più parti etichettata come “Rigged” (truccata), a causa dei 27 tiri liberi concessi ai Lakers nel quarto quarto, a fronte dei 9 concessi ai Kings, con Vlade Divac e Scot Pollard fuori per sei falli e Chris Webber ancora in campo ma condizionato con 5.

Alla fine la vittoria andò ai Lakers 106-102, con Stojakovic che giocò 19 minuti realizzando 10 punti, dimostrando purtroppo per lui e per i Kings di essere al 30% delle proprie potenzialità.

Poi il momento arrivò.

I campanacci erano assordanti quella sera a “The Gas Station”.

Così era infatti soprannominata la Arco Arena (perché era nel mezzo del nulla, sulla strada nord verso l’aeroporto di Sacramento, e soprattutto perché Arco era ed è un brand di carburante).

Si giocava Gara 7, il 2 giugno 2002.

La più classica delle “No Tomorrow Game”.

Nonostante la partita fosse sempre sul filo di lana, per i Kings fu una serata disastrosa al tiro. 2 su 20 da oltre l’arco dei tre punti per i Kings. E Stojakovic fu tra i peggiori. 0 su 6 da tre punti. 3 su 12 in totale dal campo. 8 punti in tutto. E soprattutto un airball sanguinoso a 12 secondi dalla fine sotto di 1.

Si andò al supplementare.

I Los Angeles Lakers vinsero quella partita 112-106 e volarono in Finale NBA, dove asfaltarono 4-0 i New Jersey Nets.

Dopo quel tiro Stojakovic non mise più piede in campo, guardò dalla panchina i suoi compagni perdere l’overtime, e probabilmente l’unico treno disponibile per le Finali NBA.

Sia chiaro, non ci sono scuse e nemmeno Stojakovic ne ha mai cercate, per quell’airball, MA:

Venire da una distorsione alla caviglia molto seria, affrettando giocoforza i tempi di recupero sapendo che la squadra aveva bisogno di lui, in un momento di pressione così asfissiante, dopo aver più di una volta toccato con mano sia l’entusiasmo della vittoria sia lo sconforto della sconfitta, giocare sapendo di essere in una condizione di gran lunga inferiore a quella a cui era abituato, sapendo che le aspettative su di lui a prescindere dall’infortunio erano tantissime, non dev’essere stato facile.

I’m Only Human After All cantava Rag’N’Bone Man, Peja Stojakovic era ed è un essere umano come tutti, che fece grandissime cose e che commise anche degli errori. 

Come tutti.

Ricaricare le pile, dimenticare i problemi e le amarezze dei Playoff e concentrarsi sui Mondiali il settembre successivo. Questo era il diktat per Stojakovic durante l’estate 2002.

Arrivò il momento dei Mondiali, che si svolsero a Indianapolis, in una infausta e pretenziosa location, nella speranza di portare pubblico e entusiasmo al basket FIBA, cosa che non avvenne anche a causa della pochezza di Team USA e della atavica diffidenza statunitense verso tutto ciò che non è “made in USA” a riguardo di sport.

Team USA (che aveva tra le proprie fila Paul Pierce, Michael Finley, Baron Davis, Andre Miller, Jermaine O’Neal e il 37enne Reggie Miller, portato probabilmente solo per attirare più tifosi da Indianapolis) fu letteralmente ridicolizzato dall’Argentina nel Secondo Turno e dalla Yugoslavia nei Quarti di Finale, Yugoslavia che eliminò gli Stati Uniti 81-78 davanti ai 5362 spettatori (!!!) della Conseco Field House di Indianapolis.

Stojakovic fu il miglior marcatore di quella gara con 20 punti, mettendo la firma sulla disfatta americana dentro il proprio tempio.

Foto eurohoops.net

Dopo aver eliminato la Nuova Zelanda in semifinale, la Yugoslavia si giocò il Titolo contro l’altra migliore squadra di quel torneo, l’Argentina.

Fu una partita entusiasmante, vinta dai balcanici 84-77 dopo un tempo supplementare, partita che vide Dejan Bodiroga come miglior marcatore della gara con 27 punti, seguito da Predrag Stojakovic con 26, due grandissimi campioni che misero il proprio sigillo sul titolo mondiale jugoslavo.

Foto fiba.basketball

Le due vittorie del 2001 e del 2002 all’Europeo e al Mondiale furono soddisfazioni immense per Stojakovic, che lenirono un po’ le cocenti delusioni subito nel Playoff NBA.

Nelle tre stagioni successive Predrag Stojakovic continuò sui propri ritmi realizzativi di sempre, ma come preventivato dopo la sconfitta nel 2002, i Kings cominciarono a sfaldarsi pian piano. Vlade Divac se ne andò dopo la stagione 2003/2004, mentre nella stagione successiva se ne andò Chris Webber, quindi il prossimo sarebbe stato probabilmente Stojakovic.

E così fu.

Due discreti tiratori – Foto Nba

Peja fu ceduto agli Indiana Pacers dopo 31 partite della stagione 2005/2006, in una stagione anonima per entrambi, conclusasi con l’uscita al primo turno di Playoff Eastern per mano dei New Jersey Nets.

Nell’estate successiva Stojakovic trovò un accordo con i New Orleans Hornets allenati da coach Byron Scott, che fu suo avversario da giocatore nella Finale della Greek League 1998 persa dal Paok contro il Panathinaikos.

Byron e Peja

Nonostante i soli 29 anni Stojakovic aveva già un lungo chilometraggio e un pregresso di infortuni fastidiosi e di base di difficile risoluzione, come la fascite plantare e il mal di schiena.

La sua storia infatti parla di stagioni sempre incomplete per lui, mai 82 partite di regular season giocate in tutta la sua carriera, e sempre momenti di riposo forzati per recuperare da uno di questi due fondamentali problemi fisici.

A New Orleans rimase sempre e comunque il micidiale tiratore che è sempre stato, riuscendo a raggiungere le Semifinali della Western Conference, eliminati solo a Gara 7 dai San Antonio Spurs.

Quegli Hornets erano una ottima squadra, con Chris Paul, David West, Tyson Chandler e Mo Peterson assieme a Stojakovic, una mina vagante della Western Conference, che però aveva pochi margini di miglioramento.

Gli animatori della New Orleans Arena che ad ogni canestro di Stojakovic correvano lungo i 28 metri del bordocampo con la gigantografia di Peja allietarono il pubblico della Louisiana con questa pratica fino alla stagione 2010/2011, stagione chiave per Stojakovic e sua ultima stagione NBA.

Foto bleacherreport.net

All’età di 33 anni Peja soffriva di problemi alla schiena che continuavano a limitarne le apparizioni e la conseguente efficacia sul campo.

Il 20 novembre 2010, dopo sole 6 partite giocate, venne ceduto dagli Hornets ai Toronto Raptors, dove rimase, da infortunato fino al 20 Gennaio, giocando solo due partite, quando venne ceduto ai Dallas Mavericks, che aspettarono un suo miglioramento fisico perché credevano in lui in vista dei Playoff.

Il 7 febbraio infatti Stojakovic fece il suo esordio in maglia Mavs, suoi vecchi rivali di inizio millennio con i Kings.

Fino alla fine della stagione Stojakovic divenne una pedina importante per l’attacco di Rick Carlisle venendo dalla panchina, con apici di 22 punti in Regular Season, e di 21 (due volte, contro Portland e contro i Los Angeles Lakers) nei Playoff.

Dallas, guidata da Dirk Nowitzki, Jason Kidd, Shawn Marion e Jason Terry, cavalcò fino alla finale contro i Miami Heat dei Big Three LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh, che furono sorpresi e annichiliti dalla monumentale prestazione di Nowitzki e dei Mavs, che si dimostrarono più squadra vincendo meritatamente il Titolo.

Foto Espn

Non avendo più la stessa mobilità offensiva a causa degli infortuni latenti, le sue prestazioni erano molto più stanziali rispetto agli anni precedenti, non accadeva quasi mai che venisse mandato in lunetta (nei playoff accadde solo 9 volte), ma la sua intelligenza cestistica e personale (accettando di buon grado un ruolo da comprimario) lo fecero diventare uno dei giocatori più utili durante quella incredibile cavalcata texana verso il titolo NBA, a coronamento di una grande carriera.

Infatti dopo la vittoria del titolo Stojakovic si ritirò ufficialmente dal basket giocato, all’età di 34 anni.

Il 16 dicembre 2014 la sua maglia N.16 fu ritirata dai Sacramento Kings, mentre nell’estate 2015 Peja cominciò a lavorare per il front office dei Kings, prima come Director of Player Personnel, poi come GM della società affiliata Stockton Kings in G-League, e poi come Assistant General Manager di Vlade Divac.

Foto Rich Pedroncelli

Il suo cuore rimase quindi nella capitale della California.

Infatti quei Sacramento Kings fecero la storia della città. 

Quel gruppo, quello spogliatoio, quella squadra, quegli anni vissuti in totale coesione e simbiosi con la città rimasero una delle pietre miliari della città, che ancora oggi ricorda quei giorni con entusiasmo e nostalgia, nonostante non sia mai arrivato un Anello NBA e nemmeno una Finale.

Come ama raccontare Peja:

“Non ci rendevamo conto di quello che stavamo facendo e di quello che stavamo creando nella città. Vivevamo in totale simbiosi l’un l’altro, il nostro era un gruppo solidissimo e determinato, e la città ci era vicina. E ancora oggi siamo qua, io sono qua, Vlade ha in mano il futuro della squadra, Bobby Jackson fa parte del coaching staff, Doug Christie è il broadcaster ufficiale, spesso ci ritroviamo ancora a parlare di vent’anni fa, e diciamo ‘è passato tanto tempo e guardaci, siamo ancora qua!’. Tutto ciò è meraviglioso”.

Oltre alle vittorie con la maglia della nazionale jugoslava e ai premi individuali conquistati, e ovviamente all’Anello NBA vinto con i Mavericks, la “missione” più importante portata a termine da Stojakovic è stata l’aver contribuito, assieme ovviamente a tutti i suoi compagni di squadra, a far diventare Sacramento una vera e propria basket-city, a fare innamorare dei Kings intere generazioni, e ad aver regalato a milioni di appassionati del gioco quei fantastici primi anni 2000, dove la rivalità con i Lakers fu breve ma assolutamente intensa, e dove molti ancora pensano che quella versione dei Sacramento Kings del 2002 fosse stata migliore di quei Los Angeles Lakers, a dispetto del risultato finale.

Rimane comunque il fatto che Predrag Stojakovic è senza timore di smentita uno dei migliori tiratori puri nella storia del gioco, per stile, eleganza e meccanica di tiro, ed ovviamente per efficacia.

La sua personalità dentro e fuori dal campo, la sua etica del lavoro estremizzata nella cura dei particolari in ogni singolo movimento (prerogativa dei più grandi tiratori della storia, come Ray Allen o Reggie Miller), il suo essere uomo squadra silenzioso e sempre saggio fin dagli albori della carriera, sono stati il marchio di fabbrica di una grande carriera sempre al servizio della squadra, senza mai tirarsi indietro quando c’era da prendersi le responsabilità, anche scomode, e avendo la umiltà di fare un passo indietro quando le contingenze lo richiedevano, come è accaduto nella sua ultima stagione ai Mavericks.