illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Davide Giudici

 

 

 

Caserta 1991

Le prime luci dell’alba iniziano a colorare il cielo che sovrasta la Reggia. Il rosa e l’azzurro di fine maggio ne tingono la facciata, mischiandosi come tempere su una tavolozza al bianco del tufo di San Nicola La Strada, al travertino di Bellona, alla calce di San Leucio, al marmo grigio di Mondragone e a quello bianco di Carrara. Ormai la stanchezza inizia a bussare con insistenza, ma prima di buttarsi nel letto vuole godersi forse per l’ultima volta quello spettacolo sublime. Sa che dopo quella stagione da dominatore assoluto verrà richiamato in patria. Una seconda chance se l’è meritata, eccome. Il miracolo si è compiuto, la vendetta consumata. Il tricolore, per la prima volta nella storia, verrà cucito su una canotta del sud. E mentre cerca alla radio la canzone giusta per cristallizzare al meglio quel momento, si guarda nello specchietto retrovisore e sorride a sé stesso ondeggiando la testa a ritmo di musica. Sa di aver reso possibili un paio di cose che sembravano davvero impossibili. Far dimenticare Oscar ai casertani e battere Milano in una finale scudetto.

 

Bologna 1989

Al PalaDozza si gioca la finale di Coppa Italia tra le due squadre bianconere più famose dell’Italbasket. Virtus Bologna contro Juve Caserta, le sfide nella sfida non si contano. L’estro di Sugar contro la concretezza di Oscar, l’esperienza di Brunamonti contro la “cazzimma” di Gentile, la grinta di Bonamico contro quella di Dell’Agnello. Non bastano i 40’ per decretare il vincitore e la gara viene decisa all’overtime da un canestro ad alto coefficiente di difficoltà di Clemon Johnson, che dal post basso segna in faccia a Glouchkov fissando il punteggio finale sul 96-93. Quando Renato Villalta alza la Coppa, scatenando la festa virtussina, il presidente Gianfranco Maggiò è in preda allo sconforto. Alla sesta finale persa, anche un irriducibile ottimista come lui inizia a vacillare. La rabbia e la delusione sembrano ormai tatuate sul volto dei casertani. Coppa Italia 1984, Coppa Korac 1986, Finali Scudetto 1986 e 1987. E un mese prima quella ferita, ancora sanguinante, rimediata ad Atene, quando Dražen Petrović suona una sinfonia leggendaria e con 63 punti segnati strappa ai supplementari il secondo trofeo continentale dalle mani di Oscar e Gentile. La Coppa delle Coppe era lì, a un passo…

E poco importa se nel palmarès qualcosina c’è, quella Coppa Italia conquistata l’anno precedente sempre al PalaDozza contro Varese, il primo titolo dopo 37 anni di storia bianconera.
La maledizione delle finali perse si era finalmente interrotta, ma subito dopo l’incantesimo aveva ripreso come se niente fosse il proprio inesorabile corso.

Digerita quella doppia delusione, in estate si opta per continuare a dare fiducia allo stesso gruppo, ma le velleità di vincere qualcosa s’infrangono, e anche presto, su tutti e tre i fronti. Maggiò capisce che serve una svolta e richiama Giancarlo Sarti, il GM che contribuì a creare il vivaio e che bruciando le tappe aveva fissato la cittadina campana sulla mappa del basket europeo. Il dirigente toscano saluta Trieste e Tanjevic per provare a centrare quel successo sfuggitogli nella precedente parentesi bianconera. I gioielli di casa Esposito e Gentile non si toccano, Dell’Agnello ormai è un top player italiano, il nuovo corso dovrà quindi mettere al centro il blocco italiano. E allora come si può intervenire?

La prima decisione per provare a cambiare il corso della storia è da pazzi: via Oscar. Il suo peso specifico è fin eccessivo, rischia di limitare la consacrazione definitiva dei giovani. Dopo otto stagioni, di cui cinque da capocannoniere, la Mão Santa non viene riconfermata. Con il brasiliano fa le valigie anche il bulgaro Glouchkov, non proprio uno qualunque, bensì il primo giocatore del blocco sovietico a sbarcare in NBA. Ci voleva del gran fegato a tagliare due così…

Per sostituirli ci si adegua alla moda, basta esotismo, meglio puntare sul caro vecchio Zio Sam. Così Sarti e coach Marcelletti, che già da qualche anno aveva iniziato a frequentare le Summer League americane, volano oltreoceano e trovano subito l’accordo con Tellis Frank, un’ala grande reduce da tre oneste stagioni in NBA. E uno.

Ora serve il centro titolare, uno che faccia reparto da solo perchè dalla panchina salgono Rizzo e Tufano, due giovani volenterosi ma non esattamente le torri gemelle. Una mattina di luglio il GM casertano viene contattato dal procuratore Di Fazio che gli propone un lungo di 208 cm. Ha giocato due stagioni appena sufficienti con i New Jersey Nets e si chiama Charles, Charles Edward Shackleford, ma tutti lo chiamano Shack. Sarti e Marcelletti ovviamente si pongono la fatidica domanda: come mai l’NBA si lascia sfuggire un centro così giovane e promettente?

Shackleford ai tempi del College con la maglia di North Carolina State University.

La risposta sta nella reputazione, che non è delle migliori: proviene da un quartiere malfamato, frequenta esclusivamente gentaglia e gira voce che ai tempi del college a North Carolina State University si sia venduto una partita in cambio di una discreto gruzzolo. E tutti dicono che sia pigro e svogliato, oltre che un gradasso. Al termine di una gara, intervistato dalla ESPN, afferma: “Tirare di destro? Tirare di sinistro? Non fa differenza, sono anfibio…”. Ma è stato allenato da Jim Valvano, un guru della NCAA, e a Marcelletti questo già basterebbe. In più lo conosce, lo aveva già impressionato durante una sua precedente tournée estiva. Quel ragazzone, oltre che un gioco sorprendentemente verticale per quegli anni, ha un tocco morbidissimo sia di destro che di sinistro, una discreta mano dalla media e un’ottima propensione per il rimbalzo. E così il coach casertano dà il via libera all’ingaggio. E due. La squadra è chiusa, con sette casertani purosangue, più uno d’adozione come Sandro Dell’Agnello, e i due americani.

Shackleford alla prima stagione in NBA marcato da Bill Cartwright – foto ESPN

Dopo qualche settimana, il ventiquattrenne Shackleford lascia gli States per la prima volta in vita sua e, come tutti gli americani dell’epoca, non ha la minima idea di cosa lo attenda al di là dell’Oceano.

Quando l’Airbus sul quale viaggia inizia la discesa verso Capodichino, volteggiando sopra al Golfo di Napoli, dal finestrino inizia a contare le isole, entusiasta come un bambino. Non sa che quelle più lontane compongono l’Arcipelago Ponziano e che le altre tre sono Procida, Ischia e Capri.
Come non sa che c’è… “What the fuck, it’s a volcano!”

“Ma che cazz…, è un bandito!” Esclama Maggiò quando Sarti gli presenta il nuovo acquisto.
Il look da gangster del Bronx lascia perplesso il Presidente che lo squadra da capo a piedi: capelli rasati ai lati per esaltare una sorta di ciuffo elettrico, il cosiddetto “flat top”, jeans larghissimi, orecchini a entrambi i lobi, camicia sempre aperta per mettere in mostra la canotta bianca d’ordinanza e soprattutto mezzo chilo d’oro. E questo soggetto sarebbe quello che ci deve far dimenticare Oscar?

In discoteca un interessatissimo Shack ascolta consigli sul look da coach Marcelletti.

Quando Enzo Esposito lo vede per la prima volta non crede ai propri occhi. Lui, che già sognava l’America, dopo anni di slavi, bulgari e brasiliani, finalmente si trova in squadra un americano con tutti i crismi, a partire da quel taglio di capelli alla Dominique Wilkins. Sembra uscito direttamente da Do The Right Thing di Spike Lee o da un videoclip dei Public Enemy. Enzino per prima cosa vola dal barbiere. Ora che hanno anche lo stesso look, i due stringono amicizia e il talento casertano capisce subito che quel ragazzo dall’aspetto un po’ inquietante in realtà è un pezzo di pane, un gigante generosissimo specie con i giovani della squadra, a cui non manca mai di offrire cena e bevute quando si esce in compagnia. In breve tempo, fin dal ritiro estivo, diventa il bersaglio preferito degli scherzi dei due gioielli casertani. Gavettoni, petardi e la trappola del secchio d’acqua appoggiato sopra alla porta socchiusa dello spogliatoio, che puntualmente finisce per lavarlo mentre lui urla: “Bastards!”. Quando chiede a chi deve fare riferimento per avere scarpe, calze e i rotoli di nastro per fasciarsi, i compagni gli indicano il magazziniere della squadra, esclamando: “A lui!” Shack, che non conosce le generalità di Franco Gabriele, fraintende e pensa che “Lui” sia in realtà il nome “Louie”, diminutivo anglosassone di “Louis”. Quando i “Bastards” se ne accorgono si sfregano le mani perché per il resto della stagione gli rideranno in faccia ogni volta che chiamerà il mitico Franco… “Louie”!

Ok, finora tutto bello, ma in campo il nuovo americano sembra svogliato e qualche dubbio su quell’acquisto azzardato inizia a serpeggiare. Ad alimentare le perplessità ci pensa la Benetton Treviso, che alla prima di campionato asfalta la Phonola. Caserta si rialza e vince quattro partite consecutive, prima di subire una dura lezione in casa del grande ex Tanjevic, che con la sua Stefanel umilia i bianconeri con un +34. È la partita della svolta, la squadra di Marcelletti non digerisce la brutta figura e inizia a fare sul serio. Nel frattempo, la premiata ditta Gentile-Esposito ha imparato a conoscere il proprio lungo titolare. Per ottenere il suo massimo impegno va punzecchiato di continuo, mettendolo in competizione con il lungo avversario di turno. E Shack inizia a ingranare, le sue performance iniziano a impressionare anche i tanti nostalgici di Oscar. Le sue schiacciate a due mani diventano un marchio di fabbrica e i barbieri vengono presi d’assalto, tutti vogliono il taglio “flat top”: a Caserta ora è davvero Shack-Mania.

Con la Phonola una stagione strepitosa chiusa con 19.7 punti e 15.8 rimbalzi a partita.

La sinergia tra il blocco italiano e gli americani funziona, la squadra si compatta giorno dopo giorno creando l’atmosfera giusta per ottenere i risultati sperati. Dentro allo spogliatoio Tellis Frank è il classico professionista impeccabile ma piuttosto freddo e distaccato, tutto casa e chiesa, mentre Shack fa il gradasso ma ormai è lo zimbello, i compagni lo massacrano anche perché lui ci casca sempre. Dopo l’ennesima trappola del secchio prova a vendicarsi, ma i compagni se ne accorgono e lui, che li aspetta dietro alla porta, finisce lavato da capo a piedi ancora una volta, vittima del suo stesso scherzo. A fine allenamento, dopo essersi sfilato scarpe e calze, ha l’abitudine di infilarsi le ciabatte prima di togliere le fasciature dalle caviglie. Passa qualche minuto e arriva il momento di prendere le forbici per tagliare via il nastro. I compagni fanno finta di nulla ma iniziano a guardarlo con la coda dell’occhio. Pregano perchè succeda ancora: Shack inizia a tagliare e distrattamente, ancora una volta, oltre alla fasciatura taglia via anche un pezzo di ciabatta. E tra le risate inizia a ripetere la sua litania: “Fuck, damn, shit!” prima di alzarsi e avviarsi mestamente verso il cestino per gettare l’ennesimo paio.

Da inizio anno si vanta con i compagni di essere un grandissimo lanciatore nel baseball, sport che praticava da piccolo. Ovviamente i compagni non gli credono e lo deridono. Prima di un partita di Coppa Italia, a Rieti, i giocatori iniziano a prendersi a pallate di neve. Anche Stefano Ianniello, mitico massaggiatore bianconero, partecipa alla guerra ma commette l’errore di colpire, violentemente seppure involontariamente, le parti basse di Shack. In men che non si dica le sue mani gigantesche raccolgono un cumulo di neve che dopo qualche istante compatta a tal punto da trasformarlo in una pallina perfetta. Il massaggiatore, che nel frattempo tenta goffamente la fuga sulla neve, viene colpito in piena nuca da una fucilata scagliata da Big Charles, finendo steso e privo di sensi.

“Hey Bastards, do you believe now?”

Altra trasferta, altro aneddoto. Prima di una gara a Reggio Emilia, con i bianconeri in testa alla classifica, si avvera l’incubo di ogni Team Manager. Dopo aver aperto la borsa, Shackleford estrae e indossa la sua divisa numero 14. Poi s’infila i calzini e infine arriva il turno delle scarpe.

“Left and… oh fuck, damn, shit… left!”.

I compagni scoppiano a ridere. Il gigante di Kinston ha portato due scarpe sinistre, dimenticando nell’appartamento di Caserta la destra. È domenica pomeriggio, nella cittadina emiliana i negozi non sono chiusi, di più. E tra gli avversari nessuno porta il 52 di piede. Probabilmente nessuno in tutta Reggio Emilia porta il 52.

Esposito e Gentile si scambiano un’occhiata: “Ehi Shack, gioca con quelle!” e tutti giù a ridere.
In effetti non ci sono molte alternative se non provare a giocare con le sneakers basse con cui ha viaggiato. Grazie alle fasciature di Ianniello Charles scende in campo regolarmente. E altrettanto regolarmente segna 23 punti e cattura 19 rimbalzi, contribuendo a espugnare il PalaBigi con un sonoro +24 sempre tra gli sfottò dei compagni. Qualche tempo dopo, al termine di un allenamento, finalmente si vendica. Va a far la doccia per primo, poi corre a casa chiudendo tutti nello spogliatoio, portando con sé la chiave, obbligando i compagni a buttar giù la porta per poter uscire. Ancora non sa che quei momenti di sano divertimento, circondato da tanti bravi guaglioni di provincia, lontano dal contesto difficile in cui è cresciuto, saranno i più spensierati della sua vita.

Il campionato procede a gonfie vele, al giro di boa la Phonola è seconda in classifica e viaggia alla volta della capitale per sfidare il Messaggero.

Il pullman passa di fianco al Colosseo e Shack, serio, chiede: “Hey buddies, are the gladiators still fighting there?”

Big Charles viene da un paio di gare sottotono ed ecco che Gentile attacca: ”Ehi Shack, oggi c’è Dino Radja…”

A cui fa seguito El Diablo: “Eh già, il lungo più forte d’Europa… lui si che in NBA combinerà qualcosa di buono…”

E ancora Gentile: “Non come te…”

Al termine di quella partita incredibile, risolta da Maurizio Ragazzi con un tiro della disperazione da 20 metri, Shack chiuse con 42 punti, con 16/21 da 2 e 10/11 ai liberi.

Ormai si è creato un ambiente magico e la Shack-Mania continua a incantare Caserta, che si inchina al suo gigante dalle mani da pianista. Viaggia a una media di 19.7 punti e 15.8 rimbalzi, la stagione regolare termina alla grande con la Juve alle spalle della sola Milano. Alla guida dell’Olimpia c’è Mike D’Antoni, che dopo aver allenato per anni in pantaloncini e canotta ha deciso di indossare giacca e cravatta per iniziare a fare davvero sul serio come coach. La seconda piazza permette alla Phonola di saltare gli ottavi e accedere direttamente ai quarti. E c’è subito da sudare.

I bianconeri si ritrovano davanti i campioni in carica di Pesaro, con cui sono usciti in semifinale l’anno precedente. I giovani casertani sanno di avere un baluardo insuperabile a guardia del pitturato, ora non hanno più paura degli avversari esperti, e vincono Gara 1. La Scavolini impatta la serie tra le mura amiche ma al PalaMaggiò, complice un Gentile in stato di grazia, si chiudono i conti: 107-91. È di nuovo semifinale e l’inerzia inizia a muoversi nella giusta direzione perché il primo spauracchio è stato eliminato. Nemmeno il tempo di riposare e a Caserta arriva la Knorr Bologna di Sugar, che due anni prima aveva eliminato la Juve nei quarti. Gara 1 è da brividi ma sorride ai padroni di casa con uno Schakleford stratosferico: 24 punti e 25 rimbalzi. Anche in questo caso, Gara 2 non è fortunata e la Virtus vince di 2. Per la bella si torna in Campania, mentre nel frattempo Milano ha eliminato Roma in due gare e aspetta di conoscere la sfidante. La squadra di Marcelletti sente la spinta di un’intera città e vince 91-76, volando in finale. Che per la terza volta sarà Milano contro Caserta.

Shack contro Dino Meneghin.

Si comincia al Forum di Assago (fonte di molte informazioni qui), dove in quella stagione le scarpette rosse non hanno ancora perso una partita. Milano parte forte e vince 99-90, con l’ex-compagno di Shack dei tempi di NCSU, Cozel McQueen, che fa la voce grossa. Tre giorni dopo al PalaMaggiò la Juve fa capire che la serie non sarà una passeggiata, finisce 94-80 con 24 punti a testa di Gentile ed Esposito. In Gara 3 Shackleford le prova tutte ma salgono in cattedra i bombardieri meneghini, che firmano il nuovo vantaggio nella serie e il primo match point. Si torna a Caserta, dove gli spettatori si siedono fin sui cornicioni del palasport per non lasciare soli i bianconeri, e Dell’Agnello con 29 punti trascina la Phonola alla vittoria.

Il 21 maggio da Caserta partono con ogni mezzo per raggiungere il Forum. I tifosi bianconeri sanno che il miracolo è possibile, e lo sa anche la squadra, perché le bocche da fuoco non mancano ma soprattutto stavolta non manca chi fa ombra sotto al canestro: Big Charles è pronto. Lo sarebbe già di suo, ma la premiata ditta Gentile-Esposito per non correre rischi rispolvera il solito vecchio trucco.

“Hey Shack, mi sa che oggi il tuo amico McQueen ti distrugge” parte Enzino.

 “Eh già, come al College!” prosegue Nando.

 “Shack, guarda che lo sanno tutti che coach Valvano ti faceva scaldare la panca mentre Cozel faceva i numeri” sentenzia El Diablo.

Nel pre-gara D’Antoni parla chiaro: Shackleford va raddoppiato, rischiando sul tiro da fuori di Dell’Agnello. Quella scelta, che si rivelerà a dir poco suicida, mette in luce ancora una volta tutta la classe di Big Charles. Da fantastico passatore qual’è riesce sempre a servire perfettamente Sandrokan, uno che la pressione se la mangia con il pane e burro a colazione e dopo i 29 punti di Gara 4 ne infilerà 30 in Gara 5, con ben 5 triple a referto.

Il resto è scolpito nella storia del basket italiano. Caserta parte forte ma la Philips resta in scia fino all’intervallo. Appena rientrati in campo Esposito, fino a quel momento indomabile, cade male e le sue urla di dolore e rabbia per il ginocchio distrutto riecheggiano nel Forum ammutolito. Caserta trema, ma il cuore e l’orgoglio del giovane capitano sono troppo grandi per assistere a un’altra delusione. Gentile si carica la squadra sulle spalle e segna canestri di una difficoltà immane, mentre Milano inizia ad avere paura. E Schackleford? Annienta l’ex-compagno di College con il solito 20 + 20. Caserta scappa, Milano non ce la fa più, Gentile insacca i liberi della sicurezza, finisce 88-97. La Juve è campione d’Italia, lo scudetto del basket per la prima volta scende al Sud. E il Presidente Maggiò in lacrime non può che benedire il giorno in cui Giancarlo Sarti ha messo gli occhi su quel bandito dal cuore d’oro, probabilmente il lungo più dominante mai visto in Italia fino a quel momento.

Caserta è Campione d’Italia

 

Philadelphia, 1991

Dopo quell’incredibile scudetto, Shackleford torna di moda e firma con i 76ers un biennale più opzione sul terzo da 1.3 milioni di dollari a stagione. Oltre al contratto, un bel contratto, probabilmente firma la sua prima condanna. Le sue performance allo Spectrum non sono esaltanti e tutti quei soldi risvegliano in lui antichi fantasmi. Onorato il contratto, i Sixers non esercitano l’opzione per prolungare e lo lasciano libero. Caserta lo richiama. Sono passati appena due anni ma sembra una vita. Quando torna è un’altra persona. Il suo conto in banca è cresciuto a dismisura, ma con esso anche i problemi, mentre i sorrisi che dispensava sono dimezzati. Anche la Juve è diversa, molto diversa. La diaspora si è già consumata: Gentile ha raggiunto Tanjevic a Trieste, Esposito è il nuovo idolo della Fortitudo, la grinta di Sandrokan si è trasferita a Roma. Lui inizia alla grande, ma un infortunio al ginocchio lo ferma per undici gare e al rientro fatica parecchio. I bianconeri annaspano nei bassifondi, incappando in una drammatica retrocessione giunta al termine dello spareggio contro Montecatini. Shack lotta fino alla fine ma le sue ginocchia non lo sorreggono e finisce per soccombere sotto i colpi di Rob Lock. In estate recupera dagli infortuni e strappa un contratto annuale in NBA, firmando per i Minnesota con cui gioca la stagione che precede l’arrivo di Garnett. Dopo un’altra stagione mediocre viene scaricato e finisce all’Ülkerspor Istanbul, con cui raggiunge la finale del campionato turco ma si arrende allo strapotere dell’Efes Pilsen di Naumoski e Turkan.

Big Charles cattura un rimbalzo con la maglia di Philadelphia.

Shack e Mario Boni compagni all’Aris Salonicco.

L’anno successivo firma per l’Aris Salonicco con cui vince il suo secondo titolo, alzando la Coppa Korac. In quegli anni inizia a perdere il controllo di sé stesso, spesso fa abuso di alcol e se a Caserta non creò alcun problema comportandosi sempre da professionista, qui ne combina di tutti i colori. Mentre moglie e figli vivono con lui nelle abitazioni messe a disposizione dalle società, lui paga le suite dei migliori hotel alle amanti di turno. In discoteca spesso esagera ma i buttafuori non hanno il coraggio di avvicinarlo, chi se la sente di andare a riprendere un 2.08 mt con la faccia da killer? Quando si presenta a casa dei compagni nel cuore della notte, visibilmente alterato e in preda ai fumi dell’alcol, chiede ospitalità e sviene sul divano, risvegliandosi un paio d’ore abbondanti dopo la fine dell’allenamento mattutino. A Salonicco resta un altro anno cambiando maglia e passando al PAOK con cui disputa appena 10 partite. Ormai il declino è inarrestabile, fa qualche comparsata nella CBA con gli Idaho Stampede prima di chiudere con un ultimo, insperato contratto annuale in NBA, firmato con gli Hornets.

L’ultima stagione in NBA con gli Hornets.

Dopo il ritiro iniziano i problemi, i soldi guadagnati in carriera finiscono rapidamente tra vizi e investimenti sbagliati. I falsi amici lo abbandonano e inizia a collezionare diversi guai con la giustizia. Nel 2006 viene infatti arrestato per detenzione di armi e droga, si dichiara colpevole di traffico d’armi per non essere accusato di spaccio, evitando il carcere. Nello stesso anno viene coinvolto in uno strano caso di scambio di persona con un suo ex-compagno ai tempi di Philadelphia, Jayson Williams, a sua volta condannato per omicidio. Nel 2010, sei mesi dopo un altro piccolo guaio con la giustizia, viene nuovamente fermato nella sua città natale con l’accusa di aver venduto 150 pillole di Lortab, un oppiaceo piuttosto diffuso negli USA, a un agente sotto copertura. La cauzione fissata è di 30.000 dollari ma Shack, che non ha nemmeno i soldi per pagarsi un avvocato, finisce dentro. Quando esce è poco più di un homeless e come tale vivrà fino a quel 27 Gennaio 2017, il giorno in cui viene trovato morto a soli 50 anni nella sua abitazione di Kinston, stroncato da un attacco di cuore.

Shack durante un’udienza nel 2006.

Una delle ultime immagini di Charles Shackleford in compagnia della figlia.

 

Aeroporto di Napoli – Capodichino 1991

Mentre le luci della città illuminano il Golfo, il volo charter proveniente da Linate atterra a notte fonda. I Campioni d’Italia scendono uno ad uno dalla scaletta dell’aereo e man mano che si allontanano dal rombo dei motori, iniziano a sentire i rumori della festa che li attende all’uscita dell’aeroporto. Gentile e compagni non credono ai propri occhi: metà Caserta è lì. Centinaia di auto accompagnano il pullman lungo i 25 km di autostrada fino al centro città. Fumogeni, clacson e cori li accolgono in pieno centro. La festa è appena iniziata ma sono le due di notte. Si rischia di esagerare, bisogna contenere quell’entusiasmo straripante. Ma come? Il Presidente Maggiò ha un’idea, aprire il Palazzetto. I giocatori entrano in campo osannati dai proprio tifosi, stipati sugli spalti all’inverosimile. Shack si guarda intorno, per un attimo ripensa al quartiere malfamato in cui è cresciuto, dove la felicità è più rara di una meteorite. Saluta il suo pubblico, conta decine di ragazzini con i capelli rasati ai lati e il “flat top” di mezza spanna. In cuor suo sa già che la Shack-Mania sta per finire. Ed è un vero peccato. Ormai esausto, abbraccia i compagni e s’incammina verso l’uscita. Ma prima del meritato riposo c’è uno spettacolo meraviglioso da godersi per l’ultima volta.

Shack festeggia lo Scudetto con Cristiano Fazzi sulle spalle – foto sportcasertano.it