Possiamo ancora vincere l’oro.

Ma sono imbarazzato per aver fatto parte delle prima squadra ad essere sconfitta.

Paul Pierce

 

Ci sono momenti in cui la storia, anziché fluire come normalmente la percepiamo, in linea retta a velocità costante, curva in maniera netta ed inaspettata. Spesso non ci accorgiamo che la curva è proprio davanti ai nostri occhi, se non quando la virata è già alle spalle e non ci resta che scorgerla dallo specchietto retrovisore.

La storia del basket si è trovata all’improvviso dentro il raggio di una di queste curve il 4 settembre 2002, il giorno nel quale la (non ancora Generacion Dorada della) Argentina manda in frantumi l’Invencible Armada americana, infliggendogli la prima sconfitta da quanto la Nazionale a stelle e strisce aveva deciso di ricorrere alle prestazioni dei giocatori professionisti. Una striscia di 58 vittorie consecutive, dalla calata del Dream Team di Barcellona ’92 alla passeggiata di salute contro la Nuova Zelanda del giorno precedente l’imponderabile debacle, mandata in frantumi insieme all’aurea di imbattibilità delle stelle NBA.

L’inizio della discesa nel Maelstrom.

 

 

Riscaldamento

Col senno di poi, molti bollano come quella selezione americana come costruita male e povera di talento. È vero, non ci sono gli infortunati Shaquille O’Neal, Ray Allen e Jason Kidd e Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett hanno declinato l’invito per passare l’estate sulle spiagge di Malibù. Ma non c’è dubbio sul fatto che la qualità dei singoli americani fosse in ogni caso di gran lunga superiore a quella di tutte le avversarie. E non è un caso che, pur chiudendo al 6° posto quel Mondiale da incubo, Team USA finisca 1° per punti, rimbalzi e assist di squadra. Il roster americano può contare su una stella di primaria grandezza come Paul Pierce (che nel 2001/2002 aveva viaggiato a 26 di media in una versione dei Celtics che si era fermata ad un passo dalle Finals) al quale copre le spalle Shawn Marion, su due point guard complementari come Andre Miller e Baron Davis, su un esterno atletico come Michael Finley ed un tiratore mortifero (pur se in là con gli anni) come Reggie Miller e sotto canestro, pur senza pivot di ruolo, ci sarebbero i talentuosi Jermaine O’Neal ed Elton Brand vicino agli “operai” Antonio Davis e Ben Wallace. L’onesto Raef LaFrentz e il povero Jay Williams (fresco numero 2 al draft direzione Bulls) completano il team nel ruolo di portaborracce, ma insomma, sembra abbastanza per cavarsela, magari con qualche patema in più di un decennio prima, ma insomma…

E infatti gli americani non rischiano nulla né nel primo turno (asfaltando l’Algeria e regolando senza problemi la Germania di Nowitzki e la Cina di Yao), né nelle prime due partite del secondo (ventelleggiando contro la Russia e abbattendosi perentoriamente sulla Nuova Zelanda).

Scarto medio: 31,6 punti.

Non c’è nulla, insomma, che lasci presagire il disastro in quella serata di fine estate in una Conseco (oggi Bankers Life) Fieldhouse che, di fatti, non si scalda troppo per i propri portacolori. Accorrono in poco più di 5 mila per la sfida contro l’Argentina, la quale comunque a sua volta giunge alla sfida che vale il primo posto nel girone con percorso netto: 5 vittorie, nessuna sconfitta, scarto medio 22,4 punti e un unanime riconoscimento di squadra che esprime il miglior basket del torneo.

L’albiceleste, all’epoca, non aveva nessun giocatore in NBA. Solo Pepe Sanchez e Ruben Wolkowyski avevano precedenti esperienze tra i pro americani. E che esperienze: 29 partite in due stagioni tra Philadelphia e Atlanta per il play da Bahia Blanca, 34 in una stagione a Seattle per il pivot di origini polacche. La vera arma in più del gruppo argentino era la conoscenza reciproca. La truppa di Ruben Magnano era cresciuta praticamente in simbiosi sin dalle Nazionali giovanili ma non solo. Ben 6 dei 12 che il selezionatore porta a Indianapolis vengono da una trionfale stagione in maglia Baskonia, centrando l’accoppiata Liga-Copa del Rey: parliamo di Luis Scola, Fabricio Oberto, Hugo Sconochini, Leandro Palladino, Gabriel Fernandez e Andres Nocioni.

Ma questa sarebbe un’altra storia (cit.)

 

 

Palla a due

Ci conosciamo l’un l’altro.

Sappiamo dove saranno i blocchi.

Sappiamo quando tagliare per offrire una linea di passaggio.

Apparentemente, loro no.

Emanuel Ginobili

Le mani fatate di Andre Miller contro quel computer di Pepe Sanchez, l’esplosività di Michael Finley contro l’esuberanza di Manu Ginobili, la classe felina di Paul Pierce contro i muscoli di Hugo Sconochini, lo strapotere atletico dell’idolo di casa Jermaine O’Neal contro la classe di Ruben Wolkowyski, la qualità di Elton Brand contro la durezza di Fabricio Oberto. Si schierano così i due quintetti agli ordini di George Karl e Ruben Magnano alla palla a due della partita che designa la squadra prima classificata nel girone F della seconda fase del Campionato del mondo 2002.

Accoppiamenti difensivi senza particolari sorprese. Sconochini ha l’arduo compito di mettere la museruola ad un Pierce che viaggia a 22 di media nella competizione, contando magari sul fatto che Sanchez può permettersi qualche passo di aiuto per concedere il tiro pesante a Miller, non certo l’arma preferita dell’allora play dei Clippers. In area, Oberto e Wolkowyski hanno centimetri e stazza per arginare Brand e O’Neal nel pitturato e fare da “ombrelloni” contro la penetrazioni di Finley. Difesa a zona, solitamente indigesta agli americani? No, si va man to man. Ma non è dietro che l’Argentina incanala subito la partita. Ma in attacco. E lo fa senza particolari alzate di ingegno, ma usando un sistema che gli americani avevano inventato trent’anni prima: il flex offense.

Il flex offense è un sistema offensivo nato negli anni ’70 ed usato soprattutto a livello collegiale. È negli anni ’90 che trova vasta diffusione anche fuori dai confini americani e caso vuole (o forse no?) che proprio nel 2002, sei mesi prima del Mondiale americano, i Terrapins di Maryland, guidati in panca da Gary Williams e con in campo Steve Blake, Drew Nicholas, Chris Wilcox, Lonny Baxter e Juan Dixon, vincano l’unico titolo Ncaa dell’ateneo impostando su questa struttura gran parte dei loro set offensivi. Raramente ha trovato applicazioni integraliste a livello senior perché fondamentalmente annulla la divisione tradizione dei ruoli, “obbligando” (verbo che è quanto di più lontano dall’attacco flex, ma rende l’idea) ogni giocatore ad un continuo movimento che finisce per portarli ad occupare ogni posizione sul parquet. Un qualcosa di più semplice da attuare a livello giovanile, dove infatti ha trovato parecchia fortuna anche dalle nostre parti (almeno dalle mie!). Il principio cardine è quello del “bloccare il bloccante” e ciò può finire per portare un lungo sulla linea da 3 punti e un piccolo in post basso. Ma anche creare continui mismatch in caso la difesa opti per il cambio sistematico e quindi chiare opportunità con le giuste letture. Molto passa dall’intelligenza cestistica degli interpreti, insomma.

E se parliamo di intelligenza cestistica degli interpreti, i Sanchez, i Ginobili, gli Oberto e via via tutti gli altri non hanno molti eguali sul globo terracqueo. La scommessa tecnica di Magnano funziona. Ma funziona essenzialmente per un motivo: “Avevamo la convinzione che non potevamo perdere la battaglia prima di combatterla”, dice il ct argentino a fine partita. Questa è la convinzione con la quale Ginobili indica la via, sfruttando la difesa soft degli USA:

Il canestro di potenza di Pierce sul ribaltamento di fronte porta al 2-2, che rappresenterà l’unico momento della partita in cui gli americani non si troveranno sotto nel punteggio. Ma da lì in avanti l’Argentina trova il canestro in otto delle nove azioni successive. Alcuni sono canestri di pregevole fattura, tutti però nascono da ritardi o lacune della difesa americana, azzannati dalla garra argentina. Questa azione è emblematica dell’atteggiamento difensivo spavaldamente lassista degli americani nel primo tempo, capaci di commettere tre errori uno peggiore dell’altro nello spazio di pochi secondi:

Analizziamoli uno per uno. Primo: il blocco centrale che libera Ginobili per il tiro da 3 punti. La scelta che fa il suo difensore (Michael Finley) è quella di passare sotto, concedendo il tiro da dietro il blocco. Manu ha tutto il tempo di palleggiare per sistemare i piedi, prendere e sparare. Evidentemente pensando che un atleta come “El Narigon” non abbia mano da fuori. Ma Ginobili, nell’estate 2002, è reduce da una stagione al 38% da 3 in serie A e al 35% in Eurolega in canotta Virtus Bologna. Finley è fortunato, la tripla si spegne sul primo ferro. Ma…

Secondo: il mancato tagliafuori su Wolkowyski da parte di O’Neal. Jermaine, all’epoca, era atleta della madonna (miglior stoppatore della NBA nel 2001), ma nella situazione si fida un po’ troppo delle sue capacità. Anche perché Wolkowyski è tutt’altro che una pertica, anzi. Non è un caso essere stati il primo argentino a sbarcare in NBA, no? Comunque, al momento del tiro di Ginobili, O’Neal si gira, volta la schiena al lungo argentino che, quatto quatto, parte dalla lunetta seguendo la traiettoria del tiro e salta in testa a Germano strappandogli la palla dalle mani.

Terzo: con la palla in post basso, Pepe Sanchez fa un semplice taglio a canestro dietro la schiena di Andre Miller che Wolkowyski vede e premia con l’assist. Il play argentino è finito vicino a canestro portando una delle classiche soluzioni di bloccare il bloccante che si innescano nel flex offense ed è rimasto nei paraggi in caccia del rimbalzo offensivo. Miller, che non è certo noto per essere il più scaltro dei difensori, fa un errore simile a quello di O’Neal su Wolkowyski: dà le spalle al suo uomo, che appena vede aprirsi l’area liberata dal volo a rimbalzo del lungo americano si fionda nel pitturato. Solo soletto, deve solo aspettare che gli arrivi la palla dal suo di lungo. Due facili, 13-7 Argentina.

È solo un esempio, ma se ne trovano a bizzeffe durante il match, specie nel primo tempo, quello nel quale l’Argentini usa massivamente soluzioni del genere che gli USA leggono sempre con un secondo di ritardo. È la cattiveria agonistica per farlo che manca loro, quella che invece porta l’Argentina a confezionare un primo quarto esagerato, addirittura con 34 punti realizzati.

Dentro questi 34 punti c’è di tutto: letture, giochi a due, giocate dei singoli, triple. E percentuali altissime, che male non fanno. Ovvio che per fare il colpo l’albiceleste debba confidare, oltre che in una partita quasi perfetta, anche in una serataccia degli avversari. E i fantasmi per coach Karl iniziano a materializzarsi con il 2° fallo di Paul Pierce dopo neanche 5’ di partita. Viste le assenze di tutte le star della Lega e con un Reggie Miller in chiaro declino, “The Truth” si era preso sul campo i galloni di leader della squadra. Nel non-gioco americano, fatto di tanti, troppi isolamenti (fronte o spalle a canestro) e qualche pick’n’roll, è lui ad avere le maggiori qualità per inventare dal palleggio. Con PP in panca, l’efficacia offensiva crolla (5’ senza segnare dal campo per gli USA) e l’Argentina scappa via, decidendo di intasare l’area per limitare Brand e O’Neal e concedere qualcosa al tiro a tutti gli esterni che non si abbiano scritto Reggie sulla carta d’identità.

Per un quarto così ci vuole anche una giocata simbolo, una cartolina da mettere negli annali. Basta chiedere, Scola è disponibile.

La passeggiata di O’Neal sulla schiena di Luisito dopo la stoppata subita non è il segno del risveglio americano, anzi. I padroni di casa devono precipitare fino al -20 di fine secondo quarto prima di iniziare a metterci almeno un po’ di orgoglio.

 

 

Sussulto americano

Ci guardavamo coi ragazzi e dicevamo:

Siamo avanti di 10 e non reagiscono

Andiamo a +15 poi vediamo.

Quando reagiscono questi qua?

Andres Nocioni

 

Spesso gli americani avevano gigioneggiato nei primi tempi delle precedenti cinque partite di quel Mondiale. +1 a metà gara con la Germania di Dirk Nowitzki, addirittura -12 a fine 1° quarto contro la Cina di Yao Ming, -3 dopo 10’ contro la sorprendente Nuova Zelanda giusto 24 ore prima del match contro l’Argentina. Di solito, la strigliata di coach Karl al rientro negli spogliatoi bastava e avanzava, insomma. Tanto che in cinque partite fin lì disputate gli USA avevano realizzato 135 punti (27,0 a partita) subendone appena 73 (14,6 a gara) nei terzi quarti. Una statistica che la regia internazionale manda in onda sulla palla a due di inizio terzo periodo, come a voler dire: “Ok, finora abbiamo scherzato, ora si inizia a fare sul serio”.

Di entrare nella storia dalla parte sbagliata non ha voglia nessuno dei 12 con la canotta blu. Men che meno a casa propria e allora l’atteggiamento degli americani cambia. Vedi un Andre Miller giù sulle gambe a pressare Sanchez a tutto campo e un Finley che non concede più la ricezione facile a Ginobili, ma è in attacco che gli USA mostrano i muscoli. Bene, non si fa canestro da fuori? Andiamo dentro. Andiamo da O’Neal, liberato sul quarto di campo col blocco zipper che porta via l’esterno:

O andiamo spalle a canestro di prima intenzione con un piccolo: a Pierce e Finley non mancano certo telai e movimenti per giocarsela:

La diga sudamericana mostra qualche crepa difensiva nel pieno del terzo quarto, crepe mascherate solo da un paio di jolly in attacco di Scola e Wolkowyski. Sanchez cerca di tenere le briglie della partita, ma nella seconda metà del terzo quarto gli USA sono tornati vicini: quando Andre Miller e Pierce finalmente sprigionano tutto il loro talento in una fiammata che riporta gli americani a -6 sul 64-58 1’ dalla fine del quarto, il destino argentino sembra segnato.

Quando eravamo avanti di 18 o 16 punti ci dicevamo costantemente “ora ci riprendono, ora ci riprendono” – ricorda Ginobili – e allora tra di noi dicevamo “sul loro prossimo attacco dobbiamo difendere bene perché se da -14 tornano a -12 si fa complicata. Giocammo con questa tensione ed adrenalina per tutta la partita”.

Figuriamoci quando Manu & co. si ritrovano con soli 8 punti di vantaggio ad approcciare gli ultimi 10’, con gli USA in rimonta furiosa fermata provvidenzialmente dalla sirena del terzo quarto. È quella tensione costante che li tiene sulla corda anche quando Reggie Miller scalda la Conseco con l’unica tripla della sua serata per il nuovo -7 americano sul 70-63 a 8’. Un canestro che nessuno immagina possa invece essere l’ultimo vero brivido sulla schiena di una squadra che sta iscrivendo il suo nome nella leggenda.

Assist di Sconochini per Oberto liberissimo con la testa sotto la retina, magia nel traffico di Ginobili, ancora Hugo stavolta in veste di finalizzatore volando al ferro dopo aver lasciato un Reggie Miller versione Telepass a prendergli la targa: è 76-63 Argentina a 6’ dalla sirena, ora ci si crede davvero.

Ci sono venuti vicini, ma ogni volta che loro cercavano di avvicinarsi con giocate individuali, noi rispondevamo di squadra. Non guardavamo il cronometro, non volevamo rilassarci”, ricorda Fabricio Oberto. Ed è quello che fanno gli argentini anche quando il Barone scippa Ginobili a metà campo per il nuovo -9 (80-71) con 2’30” da giocare.

Troppo tardi ormai. Gli USA non trovano più il canestro se non a babbo morto, i tiri liberi blindano l’impresa argentina.

 

 

Clausura

Ricordo che quella notte in hotel non dormii.

Il giorno dopo dovevamo giocare contro il Brasile per i quarti di finale.

Ma riuscivo solo a pensare che avevamo battuto gli Stati Uniti.

Fabricio Oberto

 

Siamo stati messi sotto di squadra.

Ma non ci giocavamo l’oro

Torneremo per vincere l’oro

Baron Davis

Reggie ci ha radunato e ci ha ricordato una cosa.

Il mondo è contro di noi.

Il mondo, i tifosi, gli arbitri, tutti sono contro di noi.

La sola cosa che possiamo fare è andare in campo e giocare duro il resto delle partite.

E prenderci la medaglia d’oro

Paul Pierce

 

Un terremoto così non poteva non riverberare la sua energia distruttiva nei giorni a venire. Gli USA non solo non vinceranno mai quell’oro, ma 24 ore dopo subiranno un’altra dura lezione dalla Jugoslavia e chiuderanno mestamente bastonati anche dalla Spagna nella finalina per il 5° posto.

L’impresa del secolo non basta neanche all’Argentina per consegnargli la medaglia più preziosa. L’albiceleste si ferma all’argento, ma due anni più tardi bisserà l’impresa ad Atene mettendoselo sì, stavolta, l’oro al collo.

E’ sorto il sole sulla Generacion Dorada, cala la notte sul Dream Team.