“L’onore è un dono prezioso che l’uomo fa a sé stesso.” Un aforisma attribuito sul grande schermo all’eroe di Scozia “Rob Roy” MacGregor, qui interpretato da Liam Neeson in una produzione cinematografica del 1995.

Parimenti, anche l’atto di imbrogliare può considerarsi una sorta di regalo con cui l’essere umano decide arbitrariamente di premiarsi, sostituendosi in tal caso a una natura troppo avara nel dosare i talenti. Almeno secondo la linea di pensiero di Montgomery Burns, in un memorabile episodio de I Simpson datato 1997.

Quando si decide di mirare alle stelle e per raggiungerle si è disposti anche a guadagnare quei centimetri extra necessari saltando sulla propria dignità a mò di trampolino, allora i risultati che ne scaturiscono possono essere tragicomici, come nel caso su cui poniamo oggi la lente d’ingrandimento.

Roma 1960 nel mondo dello sport non significa solo Abebe Bikila, Cassius Clay e Wilma Rudolph. A una settimana dalla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi capitoline, difatti, si svolgono per 8 giorni i primi giochi paralimpici, un evento (evoluzione delle competizioni per atleti su sedia a rotella nate nel 1948) che con il passare degli anni non ha fatto altro che vedere aumentare la popolarità.

400 pionieri si cimentano nell’edizione d’esordio, un numero di partecipanti più che decuplicato a Rio De Janeiro nel 2016.

Destinate ad atleti con handicap fisici più o meno gravi, le Paralimpiadi si arricchiscono della presenza di disabili mentali a partire da Atlanta 1996, per volere del Comitato Paralimpico Internazionale (ICP).

La scelta nasce con propositi lodevoli, in funzione di ampliare ulteriormente l’innegabile influenza esercitata da questo genere di giochi che, al netto del concreto fattore agonistico (molto più marcato rispetto ai Giochi Olimpici Speciali), contribuiscono in svariati modi all’integrazione nel tessuto sociale di persone troppo spesso costrette in condizioni di emarginazione.

C’è da tenere conto però che, contrariamente ad altri tipi di handicap riscontrabili in maniera elementare, i 3 criteri chiave adottati per essere considerati sportivi intellettualmente disabili sono: un quoziente intellettivo inferiore a 70, la persistenza di tale condizione da prima del compimento del diciottesimo anno e l’effettiva dimostrazione che tale circostanza abbia ripercussioni tangibili sullo stile di vita dell’individuo. Tutti requisiti così tremendamente oppugnabili e, soprattutto, falsificabili.

Per l’uomo mediamente dotato può essere difficile fingersi un genio, in compenso il millantare una qualche forma di ritardo mentale in casi come questi richiederebbe “solo” un gomitolo sufficientemente consistente di pelo sullo stomaco, un minimo di capacità recitativa e il benestare delle istituzioni addette ai controlli.

Vabbeh, ma chi si abbasserebbe a tanto pur di poter dire di aver conquistato una medaglia d’oro?

Se avete risposto “la quasi totalità della nazionale di basket spagnola a cavallo tra il 1998 e il 2000” senza andare a vedere le soluzioni a pagina 46, beh, bingo.

Ecco la cronaca di un atto capace di imbarazzare in remoto anche chi lo vive da semplice lettore, smussata con la consueta leggerezza nell’approccio, visto che l’argomento è come un gambo ricco di spine.

Come ci insegna l’adorabile banda di furfantelli a 4 zampe in Oliver & Company, “The only rule is thou shalt not get caught. Get what you can and then get away”.

Quale migliore colonna sonora per questi ladri di 1.000 Pesetas?

 

BALON-CHEAT-STO

Una calda serata dell’estate 1998, si sta consumando l’ennesimo duello tra Spagna e Portogallo (che sta ospitando la sfida): stavolta scendono in campo i cestisti con deficit intellettivi, in palio c’è l’Iberian Cup.

In questo scontro, valido test prima degli imminenti mondiali di categoria in Brasile, gli spagnoli, forti di una tradizione a loro favorevole, sono fiduciosi di imporsi una volta di più sui loro vicini. Tra i lusitani però stavolta gioca un totem di 2.06 sotto canestro, che aiuta i suoi a imporsi sui rivali storici con una quindicina di punti di scarto alla sirena.

Introduciamo ora il naturale “cattivo” di questa storia balorda: Fernando Martin Vicente, ai tempi presidente della Federazione Sportiva per i Disabili Mentali spagnola (la FEDDI) e membro dell’ICP.

Martin Vicente siede anche sulla poltrona più importante dell’ANDE, altra associazione nazionale per atleti speciali, che lui stesso fonda un quarto di secolo prima.

Si tratta di un personaggio controverso, con le mani ben impastate e un capitale personale a sei zeri, frutto, si dice, dei suoi ruoli all’interno di enti collegati allo sport per portatori di handicap. Non è un caso che già qualche anno prima fosse finito nell’occhio del ciclone con l’accusa di aver intascato contributi governativi destinati a finanziare gli enti in cui riveste dei ruoli, uscendone tuttavia pulito.

Gatto bianco da villain rimosso digitalmente.

Dopo aver maldigerito la sconfitta con il team portoghese ecco che il nostro ascolta il diavolo miniaturizzato sulla sua spalla sinistra e, coadiuvato dal vicepresidente FEDDI Jesus Martinez, si macchia dell’infamia di reclutare misconosciuti giocatori semiprofessionisti provenienti da tutta la nazione, convincendoli a impersonare cestisti con disabilità mentali, arrivando fino a cacciare in toto i volenterosi ragazzi con handicap che fino a quel momento onoravano la loro nazione.

Tra le varie “pick” indebite viene scelto l’altro protagonista di oggi, un allora ventiquattrenne alto un paio di metri, Carlos Ribagorda, di cui viene ignorato colpevolmente il suo presente da giornalista per il giornale a tema finanziario Capital.

Carlos si strofina le mani, è finito al posto giusto nel momento giusto per quello che sembra proprio lo scoop della vita.

Un succulento assaggio del potenziale offerto da questa truffa Ribagorda lo riceve durante il suo primo allenamento con la selezione: non c’è assolutamente nessun tipo di controllo per testare l’effettiva presenza o meno di handicap mentali. La capacità di affrontare una manciata di flessioni, una pressione sanguigna regolare e una certa intelligenza cestistica sono gli unici requisiti di cui ci si preoccupa per poter rimanere nel team.

Carlos rimane sempre più sbigottito. Bastano un paio di medici sportivi consenzienti, disposti a rilasciare le necessarie certificazioni, ed ecco che il raggiro è servito.

Arrivano così i mondiali brasiliani del ’98, gli spagnoli portano in squadra 4 cestisti normodotati, ed è subito oro.

L’anno seguente nei campionati europei disputati in Polonia, con 9 manigoldi in squadra, la Spagna trionfa ancora. Nel torneo continentale questa Invincibile Armata in pantaloncini incontra nuovamente i portoghesi, ma stavolta li annichilisce sotto un -50.

Convinto che questa mandrakata sia a prova di bomba, Martin Vicente (peraltro lui stesso padre di un figlio disabile) ci prende gusto e punta la medaglia d’oro nelle prime Olimpiadi australiane, durante l’autunno del 2000.

La squadra olimpica si compone di una decina di cestisti privi di handicap, anzi, diversi sono addirittura laureati: non mancano ingegneri, avvocati e impiegati in centri per l’impiego.

Oltre a loro vengono scelti gli unici 2 atleti con effettivo diritto di cittadinanza nel torneo, Juan Pareja e Ramon Torres; questi ultimi vengono integrati nel gruppo proprio in extremis e lasciati all’oscuro del malefico piano.

Si vola a Sidney, in compagnia di altri 3.800 atleti; la squadra viene portata in albergo, e qui iniziano le comiche.

Forza ragazzi, compilate alla svelta quei moduli per registrarvi che non c’è tempo da perd-no, non così veloce, dannazione! Volete farvi scoprire? Tontos!”

Nella partita d’esordio gli spagnoli reincrociano le lame con il Portogallo: nel derby iberico stavolta le Furie Rosse partono a cannone e si ritrovano avanti di una trentina di punti dopo la prima metà di gioco.

All’intervallo va in scena un altro significativo atto di questa grottesca sceneggiata: nello spogliatoio il coach della Spagna è furente e rimprovera ai suoi di stare giocando troppo bene!

“Ragazzi, rallentate o qui inizieranno a farsi delle domande. Lasciateli segnare”.

Nella ripresa spagnoli gestiscono e dilapidano volontariamente metà del vantaggio accumulato.

Riguardo il torneo in sé c’è poco su cui soffermarsi: i nostri eroi(?) arrivano in carrozza fino all’ultimo atto, sbarazzandosi nel girone anche del Brasile con un 94-48 e del Giappone (nipponici strapazzati in verità anche dalle altre squadre “legittime”) per 87-20.

Il percorso netto prosegue con un trentello ai polacchi in semifinale; solo la Russia ora si può frapporre tra la Roja e il sogno dell’oro.

Intanto nell’organico sono diversi i giocatori colpiti dal remore, proprio prima di portare fino in fondo questo piano.

Martin Vicente li assicura, la convocazione di falsi invalidi è una pratica comune in questo genere di competizioni, la nazione più pulita ha la rogna. Le perplessità vengono così momentaneamente messe a tacere e ci si può riconcentrare sulla medaglia del metallo più prezioso.

In una finale più combattuta di quanto non dica il risultato la Spagna trionfa per 87-63. Celebrati di persona anche da Elena di Borbone-Spagna (figlia maggiore di re Juan Carlos) e dal ministro dello sport Angulo, i nostri sono pronti a un trionfale ritorno a casa.

Per tutto questo tempo Ribagorda ha continuato a scambiarsi mail con la sua testata, salendo sul gradino più alto del podio con le idee ben chiare sulle sue azioni future.

 

SPAIN OLYMPIC

Madrid, 31 Ottobre 2000, aeroporto di Barajas. Alla pari di spie internazionali, i cestisti scendono le scale dell’aereo che li riporta in patria bardati di tutto punto, nel tentativo di camuffare i propri connotati: cappelli, occhiali da sole e barbe lasciate crescere, lasciando intentati solo espedienti come i baffi finti e i quotidiani del giorno prima opportunamente ritagliati all’altezza degli occhi.

Quando il quotidiano Marca decide di dare visibilità a questa impresa lo fa in totale buonafede: la testata festeggia l’impresa dei connazionali con una foto dei neocampioni ancora nel terminal.

Qui però accade il patatrac.

Lo status di semiprofessionista può garantire il giusto anonimato in campo internazionale, ma la possibilità che qualcuno riconosca da un video o una foto quel giocatore contro il quale aveva magari fatto a sportellate solo qualche mese prima è reale.

Pur nascosti dietro ad accessori e peluria, i volti degli atleti sono ancora sufficientemente familiari agli occhi di alcuni appassionati sportivi: la certezza per alcuni di questi è tale da spingerli ad affermazioni coraggiose, senza timore di smentita o sgradevole gaffe.

  • “Io quello lo conosco, mica ha degli handicap”.
  • “Dì un po’, ma quello mica è Angel Prieto, quello che allena la squadra femminile di Alcalá de Henares?“
  • “Lui lavora all’Aeroquip con un mio amico, si chiama Fernando Arias”

(aggiungete qualche s a vostra discrezione per una maggiore aderenza con i dialoghi in lingua originale)

Basta questo alito di vento a far vacillare il castello di menzogne: internet ai tempi è ancora acerbo, utilizzato perlopiù per scaricare Bonzi Buddy, cercare informazioni sugli attori di The Blair Witch Project o fotomontaggi osè con il volto di Britney Spears sovrapposto a quello di chissà chi altro, tuttavia è più che efficiente nel rendere edotto tutto il globo di questo scandalo.

L’entourage del team spagnolo riesce solo momentaneamente a mettere a tacere queste voci, avvalendosi degli opportuni certificati per dimostrare la liceità dei suoi giocatori.

Intervistato riguardo il fatto che nessuno sembrasse essere a conoscenza dei presunti handicap di alcuni giocatori, la risposta di Martin Vicente è lapidaria quanto sconcertante: “Se voi aveste delle disabilità non andreste a pubblicizzarlo troppo, no?”.

L’inizio della fine: la bagnarola della FEDDI inizia a prendere troppa acqua e l’affondo è solo questione di tempo.

In quei giorni arriva un pacchetto inaspettato a Bonn, sede del quartier generale dell’IPC: il contenuto è una medaglia d’oro, 150 sterline e una casacca proprio di quella nazionale spagnola finita nell’occhio del ciclone.

Mittente: Carlos Ribagorda.

Il giornalista decide infatti che i tempi si sono fatti maturi e sgancia la sua bomba H, sotto forma di un dettagliato diario di bordo di quanto avvenuto a Sidney.

Carlos parla della mancanza di test veri e propri, dell’omertà di cui si sono macchiate svariate organizzazioni, della chirurgica e cosciente convocazione di alcuni tra i migliori giocatori semiamatoriali del Paese (di cui, si scopre in seguito, uno addirittura con un breve passaggio nel professionismo).

Senza indugiare oltre, il Comitato Paralimpico Spagnolo costituisce una commissione d’inchiesta per fare luce su questi pesanti j’accuse. Anche la giustizia ordinaria inizia un processo parallelo.

Martin Vicente, con la grazia della mandria di pachidermi nella cristalleria, sulle prime si difende cercando di screditare le dichiarazioni di Ribagorda, appellandole letteralmente come “bugie provenienti da un handicappato che dev’essere impazzito”, compiendo un rovinoso scivolone di faccia in un pantano di cattivo gusto (lasciando intendere pesanti illazioni sui disabili con difficoltà nell’apprendimento), tale da fare impallidire anche l’infrazione dei 5 tabù televisivi di luttazziana memoria.

Questa infelice uscita non si rivela neppure utile a distogliere i sospetti di una frode ignobile, anche perché alle testimonianze di Ribagorda fanno eco quelle di Jordi Clares, allenatore della squadra fino ai mondiali brasiliani del 1998, che lascia cadere sul tavolo un altro carico da 11, specificando come anche per la nazionale femminile di pallacanestro fosse stato replicato il giochetto dei falsi invalidi.

Contestualmente all’intervista all’ex coach, Martin Vicente si dimette dalla presidenza del FEDDI, alzando bandiera bianca e implicitamente ammettendo le proprie responsabilità.

Ribagorda intanto è un fiume in piena: dichiara che oltre ai 9 mascalzoni intrufolatisi con lui nella selezione cestistica, almeno altri 5 atleti della spedizione paralimpica spagnola fossero in realtà normodotati. Si sospettano un paio di nuotatori e di tennisti da tavolo.

“Poi ci sarebbe quella cosa sulle ragazzine del softball..:”

Carlos esprime ulteriori perplessità rievocando la finale olimpica, quando nelle fila della Russia erano presenti almeno un trio di cestisti fin troppo preparati, mettendo una pulce nell’orecchio su eventuali irregolarità compiute dalla altre federazioni.

Gli stessi dubbi li aveva peraltro già nutriti il coach della compagine australiana, che con una sottile ironia sottolineava come alcuni dei cestisti tra le squadre che si sono giocate l’oro troverebbero spazio nei campionati di massima categoria della terra dei canguri.

 

DEI DELITTI E DELLE PAELLE

Un’incudine da 16 tonnellate di responsabilità grava ora sul capocollo della FEDDI.

Il movente per queste azioni illecite appare palese: più si vince, più medaglie si accumulano, più appetibili si diventa agli occhi degli sponsor, più contributi e premi si portano in saccoccia.

Dove non può il prestigio, infatti, può l’inodore denaro: ONCE, BBVA, Telefonica, tutti pronti a sborsare Euro sonanti per valorizzare una squadra capace di ottenere grandi risultati; non ci saranno i volumi di liquidità che orbitano attorno all’NBA ma le cifre possono comunque diventare interessanti.

Passando agli autori materiali del fattaccio, si può da un lato comprendere, senza necessariamente approvare (anzi), come i cestisti semiprofessionisti abbiano deciso di collaborare a questa messinscena: la prospettiva di ottenere soldi facili, con una borsa da spartirsi era attorno ai 200.000 €, cui si aggiunge un altrimenti costoso viaggio, vitto e alloggio pagato in terra australiana. Oltre a ciò, la possibilità di rappresentare la propria nazione, portando a casa una medaglia (poi restituita) come souvenir, che la maglia di Aloisi era finita.

Oltre a questo, un altro stimolo per questa condotta deprecabile si nasconde in una delle pieghe della natura umana, quella che porta soddisfazione per ogni qualvolta si riesce a primeggiare in una qualsiasi competizione, a prescindere dal contesto in cui la vittoria si verifica.

A 13 anni di distanza, passate altre 3 paralimpiadi e in ritardo persino rispetto alla pubblicazione di Chinese Democracy e Duke Nukem Forever, finalmente vengono emesse le sentenze.

Durante il processo Martin Vicente decide di dichiararsi come unico colpevole, di fatto garantendo l’assoluzione agli altri 18 imputati, divisi tra componenti di squadra e staff medico-tecnico. Rischiando inizialmente una condanna a un paio d’anni in gattabuia, se la cava con un vantaggioso patteggiamento, concluso con il commutamento in una multa di poco più di 5.000 €, oltre ovviamente all’obbligo di rendere indietro i sussidi ricevuti dal governo per un totale di 142.000 e rotti €.

Così il villain di questa vicenda esce di scena con il minimo sindacale di danno, sfrecciando letteralmente via dal tribunale a bordo di una macchina di lusso guidata da un autista, probabilmente con in mente già la prossima filibusteria, sia essa il furto di tutto l’oro di Fort Knox o l’abbattimento di un parco giochi per costruirci sopra un centro commerciale.

Scendendo sempre più all’interno della cloaca che è stata scoperchiata, impossibile dimenticare che a Sidney si registrano anche 11 casi di doping accertati tra gli atleti paralimpici, purtroppo un record.

Tenendo conto di ciò e dell’affaire Ribagorda, un giro di vite si rende necessario anche a livello sportivo.

Con il peso di una tale carico di vergogna sulle spalle, l’ICP esclude già da Febbraio 2003 il basket per disabili intellettivi dal programma paralimpico, e con esso tutte le altre discipline destinate ad atleti con il medesimo deficit.

Una scelta radicale, cui si è giunti dopo l’emersione di altre nefandezze durante le indagini, come il fatto che 70% delle nazioni che non aveva un sistema chiaro per selezionare gli atleti, mentre altre arrivavano a considerare la sola dislessia come condizione sufficientemente invalidante.

Nel 2012 vengono reintrodotte 7 discipline a loro dedicate, ma della pallacanestro neppure l’ombra.

Intanto la stessa Spagna, che alle Paralimpiadi di Sidney racimola più di 100 medaglie, nell’edizione londinese dei giochi non va oltre le 42 e scende ulteriormente a 31 a Rio nel 2016.

Gli scandali paralimpici, anche volendo ignorare gli atleti positivi all’antidoping, non accennano ad estinguersi: a Pechino 2008, per esempio, più voci si alzano in protesta contro la squadra russa di calcio per affetti da paralisi cerebrale (che peraltro chiude “solo” con un argento) in seguito a fin troppo roboanti vittorie.

C’è chi teorizza che tali giocatori fossero in realtà di livello professionistico, sottoposti a massacranti allenamenti prepartita per apparire più credibili nel loro incedere vagamente irregolare per il campo.

Dove sono invece oggi gli attori principali di questo articolo?

Ribagorda continua la sua carriera da giornalista, tornando a parlare di economia, anche se nessuno dimentica questa clamorosa inchiesta cestistica. Lo si trova anche su Twitter.

Ha evitato di finire in un pilone di cemento, tuttavia per qualche ragione non riceve inviti per una serata di poker clandestino da 17 anni.

Vicente, come detto, è stato allontanato definitivamente dalla FEDDI ma, visto che una seconda possibilità non la si nega a nessuno, ha preferito rimanere a capo della ANDE, dove non v’è motivo di dubitare stia sfruttando l’occasione per redimersi dalle precedenti malefatte.

Olè!

“…E mi dica signora, come se la cava con l’arresto e tiro e la simulazione di handicap?”