illustrazioni grafiche di Paolo Mainini

 

 

“Tre cose sono necessarie per un buon pianista: la testa, il cuore e le dita.”

Wolfgang Amadeus Mozart

 

 

Sibenik, 1970

Un giovane gabbiano sfreccia veloce lambendo la cupola ottagonale della Cattedrale di San Giacomo. Il sole sta calando e la nazionale Jugoslava ha appena conquistato il primo Oro della propria storia, vincendo il Mondiale che ha ospitato. Nella prima periferia di Sibenik, o Sebenico, conosciuta come “la Perla della Dalmazia”, Aleksandar, detto Aco o Aza, ha 11 anni e se già ama il basket alla follia, quella vittoria lo strega definitivamente. Ha talento e forza fisica, si allena seriamente e la strada verso una brillante carriera professionistica sembra assicurata. Esulta davanti alla televisione mentre Ćosić e compagni ricevono le medaglie. Mentre sogna di indossare quella canotta che ha lo stesso colore dell’Adriatico, la porta della cameretta si socchiude lentamente. Due occhi grandi brillano nella penombra e osservano tutto quello che succede in sala, mentre il buio cala sui palazzi di Sibenik.

Il mattino seguente due bambini escono correndo con la palla in mano. Affacciati alla finestra ci sono Jovan, un poliziotto serbo di religione ortodossa, e Biserka, custode della biblioteca e cattolica osservante. La brezza del mare gonfia i panni stesi alle finestre dei condomini, sembrano le vele colorate di una flotta d’altri tempi.

“Aco, aspettami!”

Jovan e Biserka si guardano per un attimo e sorridono, non se lo dicono ma entrambi pensano: “Peccato per la musica, ma in fondo il basket va benissimo”. Avrebbero dovuto disdire i corsi di clarinetto e chitarra già prenotati. Ancora non possono sapere che il più piccolo dei due, quello che li preoccupa tanto per i problemi alla schiena e alle anche, quello che se ne sta sempre un po’ per conto suo senza socializzare con i coetanei, comporrà le più incredibili sinfonie del basket europeo.

“Datti una mossa Dražen!”

La città di Sibenik (Sebenico) nei primi anni ’70.

La Nazionale jugoslava che vinse l’Oro ai Mondiali del 1970.

 

Ovunque, 2020

Questo indirizzo Ul. Petra Preradovica 3, Sibenik, Croazia inserito su Google Maps e Street View ci catapulta davanti all’ingresso di un palazzone di periferia piuttosto maltenuto.

Sopra la porta d’ingresso del condominio c’è un numero civico: il 3.

Siamo troppo vicini al palazzo, con uno “zoom out” ci allontaniamo e iniziamo a guardarci intorno. Iniziamo a ruotare l’inquadratura. Ruotando a destra o a sinistra, il contesto non cambia. Palazzoni e auto utilitarie parcheggiate. E un piccolo canestro, sopra a una parete dipinta di bianco, su cui qualcuno ha disegnato qualcosa.

Proviamo ad avvicinarci a quella parete, riusciamo a posizionarci esattamente di fronte. È un murales piuttosto casereccio, ma dalla posizione assolutamente unica.
Una frase: “Jednom, i za sva vremena”, che letteralmente significa “una volta sola e per l’eternità”.
Vedrai alcuni stemmi che probabilmente conosci e altri che sicuramente non conosci.

Sono le squadre in cui ha giocato un bambino cresciuto in quel palazzo maltenuto.
Prima le difficili: GKK Sibenik, Cibona Zagabria.
E poi Real Madrid, Portland Trail Blazers, New Jersey Nets.

Un bambino che ogni giorno correva fuori da quel civico 3, trotterellando goffamente dietro al fratello maggiore stringendo la palla tra le mani per fare la cosa più bella del mondo: giocare a basket.

C’è anche una targa: “Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”.
Il disegno non è un capolavoro e l’immagine del viso è sfocata.
Ma davanti a una casacca della Croazia con una medaglia al collo, da quelle parti, non ci possono essere dubbi.

È quel bambino, il bambino prodigio del basket.

Sibenik, 1979

9 anni e centinaia di migliaia di tiri dopo, dopo tanto nuoto ed esercizi a casa per curare i difetti alle anche e alla schiena, quel bambino prodigio è il quindicenne Dražen Petrović, che inizia la carriera professionistica nella YUBA, la Serie A jugoslava. Suo fratello Aco non ha deluso le aspettative ed è già un campione, a soli 20 anni gioca da veterano nel Cibona Zagabria, che lo ha acquistato tre anni prima. Nel GKK Sibenik, Dražen è la riserva di Zoran Slavnic, detto Moka per la quantità sconsiderata di caffè che trangugia di continuo. Il giovane gioiello di casa, che ha talento da vendere e soprattuto si allena come nessun altro, ha vinto le sue prime medaglie con le nazionali giovanili. Già da qualche anno si alza prima delle cinque e grazie alla copia della chiavi della palestra scolastica si sottopone a sessioni da 500 tiri, prima di raggiungere i compagni in classe. È un ragazzo schivo e la sensazione di essere nato con uno scopo ben preciso inizia a serpeggiare in lui, così il campo da basket diventa presto il suo rifugio e la voglia di migliorarsi, e vincere, la sua ragione di vita. Chi lo ha visto allenarsi in quegli anni ha parlato di una sorta di isolamento dal mondo, caratterizzato da un’ossessione per il successo sul campo, che nel tempo si è spesso trasformata nella convinzione assoluta nei propri mezzi.

In quegli anni frequenta la Gimnasia Clasica: materie umanistiche, latino e greco, ma a Dražen piace la matematica.
La passione per numeri lo ha portato a cambiare spesso numero di maglia, in base a calcoli e superstizioni.

Quel civico 3 inizia a dirti qualcosa?

Foto Espn

Dopo altre centinaia di migliaia di tiri e un paio di stagioni, quel ragazzino dagli occhi spiritati è diventato talmente forte da trascinare la squadra della sua piccola città alla Finale di Coppa Korac. Di fronte ci sono i francesi del Limoges, troppo esperti per lasciarsi sorprendere dai ragazzini slavi, specie sul campo neutro di Padova, dunque ben lontani dal catino rovente del Baldekin di Sibenik. Passa un anno e ci risiamo: finale di Coppa Korac tra Sibenik e Limoges. Niente da fare. A Berlino Ovest stavolta finisce in rissa, con i francesi a rimettere la Coppa in valigia.

Siamo nel 1983, l’anno in cui Petrović vincerà lo scudetto con la squadra della sua città. Ma allora perchè sfogliando l’Albo d’Oro non c’è traccia del Sibenik campione? In finale contro il forte Bosna Sarajevo, dopo un fallo subito, segna i due liberi decisivi a pochi istanti dalla sirena e al Baldekin si scatena la festa. Tutti festeggiano tranne lui. Viene circondato dai tifosi in festa ma non smette di guardarsi intorno perchè ha già capito che qualcosa non va. Passano alcuni giorni e sia l’arbitro che gli ufficiali di campo dichiarano che il fallo su Petrović non era da sanzionare. Sarajevo ospiterà a breve le Olimpiadi Invernali 1984 e il Bosna ha vinto due degli ultimi tre campionati, il peso politico della squadra bosniaca è eccessivo e diventa aberrazione. La partita viene giudicata non valida e va rigiocata in campo neutro, a Novi Sad. Il Sibenik è un piccolo club ma non ci sta, si sente giustamente campione, non accetta quella sentenza assurda e decide di non presentarsi. La Federazione forza la mano e alla finale si presentano tutti tranne il Sibenik. Palla a due nel nulla, la sfera rimbalza rimbombando nel palazzetto vuoto, gli arbitri non possono che decretare il 20-0 a tavolino e il Bosna Sarajevo è campione. Il giovane Dražen la prende talmente male che decide di partire per il militare. Una scelta impulsiva e apparentemente assurda? Io dico di no…

Durante l’anno di leva, Dražen sfrutta al meglio la possibilità di allenarsi da solo sapendo che tutti i grandi club jugoslavi lo vogliono. Impara a vivere lontano da casa, senza la cucina di mamma perde peso, diventa più atleta e lavora moltissimo sul tiro. Nella caserma di Pola i suoi commilitoni, tra cui Perasović, sanno giocare a basket e gli permettono di non perdere confidenza con l’agonismo. Dopo la delusione dello scudetto “scippato”, mentalmente ricarica la batterie e il suo ritorno in campo è sulla bocca di tutti. Ma per spiccare definitivamente il volo serve un nuovo palcoscenico… E così, Dražen non indosserà più la canotta del suo Sibenik. Il Cibona Zagabria lo preleva vincendo la concorrenza su Spalato e Zara. Coach Mirko Novosel lo convince a raggiungere il fratello Aco nel team campione in carica.  È la squadra dei sogni e dei miracoli, ci sono i lunghi Knego e Arapovic, Cutura e i due Nakic, che hanno licenza di tirare da tre senza freni, sovvertendo l’ordine del basket europeo. In quest’orchestra quasi perfetta manca solo il primo violino: nessuno si sarebbe aspettato che a ricoprire quel ruolo in maniera sublime sarebbe stato un ragazzino dalla folta chioma e il sorriso irriverente.

 

Zagabria, 1984

Nel Cibona, l’impatto del ventenne Dražen è devastante. Chiude la stagione con oltre 43 punti a partita, trascinando la squadra al titolo. Alla Coppa di Jugoslavia. E alla Coppa dei Campioni, conquistata a spese del Real Madrid con 36 punti senza triple. Impressionante. Fino ad allora, i playmaker europei si occupavano prevalentemente di portare palla passeggiando, organizzare il gioco, difendere bene, lanciare il contropiede e mettere un canestro ogni tanto, meglio se quando contava. Il giovane genio di Sibenik aveva stravolto le care vecchie abitudini, portando il gioco qualche piano più in alto. Non si era mai visto un play di 196 cm, veloce come un gatto e con un controllo palla impareggiabile, che negli anni ha sistemato, eccome, quello che all’inizio sembrava un difetto: il tiro. A questo bagaglio perfetto si aggiunge la voglia di stupire, inventando passaggi e canestri impossibili, ma soprattutto vincendo tutto, sempre con quella smorfia a bocca aperta. L’anno successivo la Simac Milano torna da Zagabria con 111 punti subiti, di cui 47 suonati da Petrović. Enrico Campana, prima firma della Gazzetta dello Sport, affascinato da quel genio sportivo condito da un’inguaribile irriverenza, s’inventa un soprannome meravigliosamente azzeccato: Mozart. Il Mozart dei Canestri.

Bagno di folla per Dražen all’arrivo in aeroporto del Cibona dopo la Coppa Campioni conquistata al Pireo contro il Real Madrid.

Petrovic con Enrico Campana, l’inventore del soprannome “Mozart” che lo ha accompagnato per tutta la carriera.

Il 6 ottobre del 1985, il Cibona affronta in campionato l’Olimpija Lubiana. L’incontro finisce 158-77, i punti a referto del numero 10 sono 112. Come i nobili austriaci litigavano per assicurarsi le performance musicali del giovane compositore di Salisburgo, le squadre più blasonate d’Europa iniziano a contendersi le gesta sportive dell’enfant prodige di Sibenik. Il Real Madrid, sempre sconfitto dal Cibona in quegli anni, vuole Dražen a tutti i costi. La rescissione del contratto non è una questione di prezzo, il vero ostacolo è la Federazione Jugoslava, che vieta ai propri giocatori di giocare all’estero prima di aver compiuto 28 anni. Ma per Petrović si fa un’eccezione, permettendogli di sottoscrivere un pre-contratto con gli spagnoli già nel 1986, obbligandolo a restare al Cibona fino al 1988, quando avrà 24 anni.

Al termine di quella pazza, seconda stagione succede di tutto. Perso il campionato in una finale epica contro lo Zara di Stojko Vranković, il Cibona si rifà con gli interessi vincendo la seconda Coppa Campioni. Nell’aprile del 1986 a Budapest, contro lo Zaligiris di Sabonis, tutti si aspettano le magie dei due fenomeni del basket. E invece la partita sarà una continua bagarre con provocazioni e risse per tutto l’arco dell’incontro. Poco importa, a Dražen piace vincere. In estate, ai Mondiali in Spagna, la Jugoslavia getta al vento una semifinale già vinta regalando la partita ai sovietici. Il coach slavo Ćosić rinuncia più volte a tirare i liberi, preferendo la rimessa come prevedeva il regolamento di quegli anni. Petrović vorrebbe tirare sempre, invece vedrà palloni persi e una pioggia di triple nei minuti finali che lo costringeranno ad accontentarsi del bronzo. L’appuntamento con gli americani, che vinceranno l’Oro, è solo rimandato. Durante la spedizione spagnola, alcuni membri della nazionale, tra cui i fratelli Petrović, vengono accusati di violenza da un’addetta all’organizzazione del Mondiale. Lui supera tutto e continua ad allenarsi. E a vincere. E chi vince sempre è poco simpatico, soprattutto se condisce i successi con esultanze plateali e proteste memorabili. Dražen: insopportabile e vincente.

Inizia la sua terza stagione a Zagabria e la formula di quegli anni parla chiaro: perso lo scudetto, persa la possibilità di difendere la Coppa Campioni. Poco male, forte della Coppa di Jugoslavia vinta l’anno precedente, il Cibona stravince la Coppa Coppe senza perdere un incontro, compresa la finale dominata contro la Scavolini Pesaro, con Petrović che ne scrive 28. Ma lo scudetto sfugge ancora. Al termine del quarto e ultimo anno la sola vittoria della terza Coppa di Jugoslavia non gli basta più, inizia a capire che per continuare a crescere e a vincere deve lasciare il proprio paese.

Sarà quel contratto epocale, un triennale alla cifra record di 4 milioni di dollari a stagione, a far pendere la bilancia verso il cuore della Castiglia.

Il mondo è ai piedi di Dražen.

 

Aeroporto di Madrid-Barajas, 1988

Il portellone si apre, Dražen scende dall’aereo sorridendo. Il Real Madrid si è garantito le performance di Mozart, che anche in Spagna incanta e anche in Spagna alzerà la Coppa delle Coppe, nella finale vinta all’overtime contro Caserta, quando Oscar “fa il suo” con 48 punti ma il ragazzo di Sibenik ne mette 62, di cui 11 nel supplementare. 62 punti in una Finale: i numeri non mentono, ormai per l’Europa Petrović è troppo forte. E l’Europa gli va stretta.

Al suo ritorno a Zagabria da avversario con la maglia del Real, una lunga standing ovation lo accoglie. Ma nel finale punto a punto, Dražen è in lunetta con due liberi decisivi. Per il Real sarebbe una vittoria ininfluente, mentre per il Cibona è fondamentale. Suo fratello maggiore Aco lo guarda con uno sguardo inequivocabile: “Non fare cazzate, sbaglia ‘sti due tiri”.
Dražen sorride e fa 2/2.

Con i Blancos vince anche la Coppa del Re ma soprattutto ha l’opportunità di sfidare l’NBA. E la sorte vuole che dopo i Denver Nuggets e i Milwaukee Bucks, al terzo McDonald’s Open ci siano nientemeno che i Boston Celtics. Ammirando la classe e la grinta di Larry Bird capisce che quella americana sarà la sua prossima sfida.

Un’unica ma grande stagione di successi anche con la maglia del Real Madrid.

La stretta di mano tra Drazen e Oscar prima della finale di Coppa delle Coppe 1989.

Al McDonald’s Open, le magie di Petrovic incantano anche i Celtics di Larry Bird.

Ha solo 25 anni e in Europa ha già vinto tutto. Perché non ci sono solo le squadre di club. C’è anche la Nazionale. Con cui proprio nell’estate in cui esce dal contratto principesco con il Real vince il suo primo Oro agli Europei, a cui aggiungerà quello Mondiale l’anno successivo. In cassaforte ha già parecchia argenteria, che arricchirà con l’ultima medaglia, l’unica conquistata con la nuova maglia della Croazia: l’Argento Olimpico di Barcellona dopo la finale senza storia persa contro il Dream Team.

Nel 1989, in quella che passerà alla storia come l’estate in cui gli americani aprirono definitivamente le porte ai primi campioni europei, rinuncia a uno stipendio faraonico e alla certezza di continuare a vincere tutto. Lui è il Mozart dei canestri e vuole esibirsi sui migliori palcoscenici del pianeta. Saluta il Vecchio Continente con queste parole: “In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Dražen, odiosamente invincibile.

Dražen rinuncia ai successi e ai contratti europei per misurarsi con la NBA.

 

Portland, 1989

E così la West Coast lo accoglie, approda ai Portland Trail Blazers dove lo ribattezzano Petro. In NBA sbarcano anche il suo amico fraterno Vlade Divac, che avrà l’ingrato compito di sostituire Kareem ai Lakers, Sarunas Marciulonis, che inizia a perforare il canestro per conto dei Golden State Warriors e Žarko Paspalj, una meteora nei San Antonio Spurs.

Portland non si rivela certo la franchigia migliore dove iniziare la nuova carriera. I due esterni titolari sono Clyde Drexler e Terry Porter, le due colonne portanti del club dell’Oregon da diverse stagioni. Chi è quel ragazzino europeo di cui tutti parlano? Inoltre, si era messo in testa che per reggere fisicamente la NBA avrebbe dovuto lavorare tantissimo sui muscoli, un’idea che poi si sarebbe rivelata sbagliata, facendogli perdere quella rapidità che era la sua vera forza. Fatto sta che coach Rick Adelman non vede di buon occhio la pressoché inesistente attitudine difensiva della stella di Sibenik. E infatti Petro gioca poco, pochissimo, lui che in Europa era abituato a stare in campo 40’ e ad avere sempre la palla in mano. Al debutto, il 3 novembre contro i Sacramento Kings, gioca appena 10’ segnando la miseria di 7 punti. Lentamente, nonostante lo scarso utilizzo, inizia a farsi apprezzare e anche grazie al suo piccolo contributo Portland raggiunge le seconde Finals della propria storia. Contro i Pistons, manco a dirlo, il livello fisco si alza ulteriormente e anche se Joe Dumars, non certo l’ultimo arrivato, fatica a contenerne le iniziative, Dražen viene poco coinvolto nel gioco. Non solo: ogni volta che vi è la possibilità di cambiarlo prima di un’azione difensiva, coach Adelman lo richiama in panchina. La sua prima stagione si chiude con 7.6 punti di media in poco più di 12’ ad allacciata di scarpe e la netta sensazione che l’NBA non lo abbia minimamente apprezzato.

Mentre il vento dell’indipendenza inizia a soffiare sui Balcani, in estate arriva l’occasione perfetta per vendicarsi. La giovane nazionale Jugoslava è tra le favorite ai Mondiali argentini, forte di un roster da mettere i brividi: oltre a Dražen ci sono Kukoć, Divac, Paspalj, Savić, Perasović, Zdovc, Komazec, Obradovic, ČuturaĆurčić e Jovanović. Serbi, Croati, Sloveni, Montenegrini: le tensioni in patria non disuniscono il gruppo che dopo un percorso quasi perfetto, in semifinale trova gli Stati Uniti di Christian Laettner e Alonzo Mourning. Petrović sente il profumo della rivalsa e gioca una partita sontuosa, umiliando gli americani, tra cui il suo futuro compagno di squadra Kenny Anderson, con 31 punti. 99-91 per gli slavi e finale sul velluto contro i sovietici, calpestati 92-75. Pochi istanti dopo la sirena che consegna il terzo Oro mondiale alla Jugoslavia, un tifoso entra in campo per festeggiare con la bandiera croata. Il grande amico di Dražen, Vlade Divac, lo vede e gliela strappa di mano con rabbia. Non vuole che in quel giorno di festa sportiva ci sia spazio per la politica. Poi però spunta anche una bandiera della Jugoslavia unita, su cui i giocatori, soprattutto i serbi, festeggiano. Petrović interpreta l’accaduto nel modo peggiore possibile. La stampa usa l’episodio e alimenta le tensioni, Dražen diventa un simbolo dell’indipendenza croata.

 

“Non sono jugoslavo, sono croato”
Dražen Petrović

 

“Ci vuole una vita per costruire un’amicizia, ma basta un secondo per distruggerla”
Vlade Divac

 

Il resto della storia purtroppo lo conosciamo.
I due grandi amici, i ragazzini compagni di mille battaglie in nazionale, gli “Once Brothers”, non si parleranno mai più.

All’inizio della stagione successiva, Portland si rinforza con un’altra guardia, il veterano Danny Ainge. Un chiaro segnale a Petro, che finisce il fondo alle rotazioni e chiede di essere ceduto: il 23 gennaio del 1991 cambia costa e diventa un giocatore dei New Jersey Nets.

“Abbiamo appena lasciato andar via un All Star”
Clyde Drexler

Foto Espn

Dražen si presenta con 14 punti in 20 minuti contro i Lakers di Divac e chiuderà con grande fiducia la seconda parte di stagione con 12.6 punti a partita. Nell’estate successiva in Croazia è ormai guerra vera e Petrović lascia definitivamente la nazionale jugoslava. Le prova tutte per convincere la sua famiglia a scappare dai bombardamenti raggiungendolo negli Stati Uniti, ma nessuno vuole abbandonare la nuova nazione, suo fratello Aco è anche diventato coach del Cibona e in patria c’è bisogno di eroi e normalità. Dražen si concentra sugli allenamenti, vuole crescere in difesa e lavorare sul proprio fisico, perdendo tutta quella inutile massa muscolare acquisita a Portland. Mozart, dopo un periodo di ambientamento, è finalmente pronto per il tour americano, quello della consacrazione mondiale. I numeri, ancora loro, parlano chiaro: 20.6 punti di media, il 44% da 3 punti e 14 vittorie in più dell’anno precedente, che tradotto significa playoff. Al primo turno c’è Cleveland che è tanta roba e nonostante i 40 punti di Petro in Gara 1 i suoi Nets escono 3-1.

Ai Nets, ripensando al periodo di Portland, uscì ancora tutta la sua incrollabile fiducia nei propri mezzi, racchiusa in questa frase:

“Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.”

Allora Musica Maestro!

 

Barcellona, 1992

La nazionale Jugoslava non esiste più. La Jugoslavia non esiste più. Dražen guida la neonata Croazia con il sogno di affrontare il Dream Team, che si avvererà ben due volte. In entrambe le occasioni lo scarto supera i 30 punti per la Squadra dei Sogni, compresa la finale, in cui è l’unico a strappare applausi. Segna 24 punti, 2 in più di His Airness. La piccola Croazia vince l’Argento, la prima medaglia possibile dopo i marziani. Toni Kukoc non ha dubbi: “Se giochi con lui, rischi di perderti qualcosa del suo repertorio. Meglio stare fuori a godersi lo spettacolo…”

Foto Getty Images

Inizia la stagione 1992/1993 e Petrović, confermatissimo ai Nets, spicca definitivamente il volo. Dopo una “standing ovation” ricevuta a Portland, chiude l’anno con oltre 22 punti a partita, 11° miglior realizzatore NBA e con il 52% è 1° assoluto nella percentuale al tiro tra le guardie, superando anche Jordan. Segna 44 punti in 41 minuti contro Houston in faccia a Vernon Maxwell, che nel pre-gara aveva dichiarato: “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo”. 

Il pubblico lo acclama, Mozart ce l’ha fatta.
Quel bambino che deambulava goffamente e correva contro la Bora tra i palazzoni di Sibenik viene inserito nel terzo quintetto dell’anno: dietro solo a MJ e Joe Dumars.

Viene invitato alla Gara da 3 punti all’All Star Game ma non si presenta, in segno di protesta per non essere stato convocato alla Partita delle Stelle.

Raggiunge ancora i Playoff, dove viene eliminato al primo turno sempre dai Cavs, stavolta a Gara-5. Al termine di una stagione così convincente si prospetta di tutto.
Una squadra da titolo in NBA, la conferma come uomo-franchigia dei Nets, un clamoroso ritorno in Europa dove le grandi aristocrazie europee del tempo avrebbero fatto follie per averlo.

Finita la stagione americana, c’è la Croazia da trascinare. A Trieste, prima delle gare ufficiali, gioca un’amichevole contro l’Italia. Dražen sbaglia tutto, non segna mai, nessuno se ne capacita. Ma lui non si scoraggia e continua a tirare. Finchè si accorge, durante un time-out, che il ferro è storto di qualche centimetro. Avvisa gli arbitri che misurano e fanno raddrizzare il canestro. Da quel momento non sbaglierà più un tiro. Poco tempo dopo la Croazia scende in campo in Polonia. Il 7 giugno 1993 Petrovic sta rientrando a casa dalla Polonia, dove a Wroclaw ha condotto la Croazia alla qualificazione agli Europei. All’aeroporto di Francoforte, la squadra ha atteso a lungo prima che Dražen decidesse come proseguire il viaggio verso Zagabria: con il resto della squadra in aereo oppure in auto con la fidanzata. È indeciso fino all’ultimo, poi decide di non imbarcarsi in aereo con i compagni. La fidanzata si mette alla guida e insieme a una terza passeggera si mettono in viaggio. Dražen si addormenta nel posto del passeggero. La pioggia. Il tir che sbanda e invade la corsia in cui viaggia la Golf. Le due donne si salvano.

Ma la musica si ferma.

Radja, Vrankovic e Kukoc al funerale del loro capitano.

Sibenik, 2020

Finalmente è estate e la Bora si è placata. Un giovane gabbiano si leva in volo, non certo spaventato dalla palla da basket che gli rimbalza vicino. Vuole solo cambiare visuale. Sorvola spesso da quelle parti, gli piacciono tutte quelle briciole che piovono dalle tovaglie scosse fuori dalle finestre che si affacciano su quel campetto. Il gabbiano volteggia, quegli strani movimenti per buttare la palla dentro al cesto lo attraggono più dei pescherecci del porto. E dopo aver battuto le ali per un bell’assist dietro la schiena, punta a Ovest, verso l’Europa e chissà, l’America.