illustrazioni grafiche di Paolo Mainini
articolo di Marco Munno

 

 

Data di inizio inusuale, nella seconda metà di dicembre, per quanto riguarda la stagione NBA. Con le tempistiche rivoluzionate dalla pandemia, è però fra cinque giorni che la prima palla a due si alzerà ufficialmente, riprendendo così dal punto in cui ci eravamo lasciati nella bolla di Disney World.

Mese di dicembre + Disney: un’accoppiata che si è palesata molte volte negli ultimi anni, ma legato a tutt’altro argomento. Difatti, dal 2015 al 2019 (escludendo il solo 2018), è stata sinonimo dell’uscita di un nuovo film di una delle migliori saghe della storia del cinema, quella di Star Wars.

Il mondo della National Basketball Association e quello di Star Wars, tra l’altro, sono più volte venuti in contatto. Ad esempio, quando il recentemente scomparso Mark McNamara, ex di Sixers, Spurs e Magic passato anche per l’Italia, recitò come controfigura di Peter Mayhew nella parte di Chewbacca ne “L’Impero colpisce ancora” e ne “Il ritorno dello Jedi” (sebbene le sue scene furono poi tagliate dalla versione definitiva dei due film). Oppure nelle diverse “Star Wars Nights”, in cui il gioiello della Lucasfilm ha fatto da tema per le gare di alcune nottate NBA. Passando per il nickname del turco Osman dei Cavaliers, il cui nome Cedi è rapidamente stato convertito nel soprannome Jedi (anche grazie all’interpretazione, con la collaborazione di “Darth Vader” Furkan Korkmaz, nella gara delle schiacciate all’All-Star Game turco di 4 anni fa.

A ben vedere, con la saga sul grande schermo terminata – mentre proliferano le serie degli spin-off – c’è un altro parallelismo possibile fra i due iconici mondi (già individuato da più di qualcuno): quello fra uno dei protagonisti dell’ultimo decennio della NBA, il Kevin Durant tanto atteso al ritorno dopo il lungo stop, e uno dei personaggi più importanti dell’intero Universo di Star Wars, Anakin Skywalker.

“Passato attraverso le fiamme”… appunto. – foto nypost.com

La storia parte tanto tempo fa, quando nella NBA si era affacciato LeBron James, ovvero colui che avrebbe sbilanciato i rapporti di forza della Lega nei venti anni successivi. L’obiettivo di ogni general manager era quindi quello di trovarne l’antidoto, di riuscire a scovare un Prescelto in grado di riportare l’equilibrio all’interno della National Basketball Association.

Così come lo Jedi Qui-Gon Jinn credette nelle qualità di quel ragazzino abitante del pianeta Tatooine, Sam Presti al Draft del 2007 puntó le proprie fiches su Durant. Cresciuto dalla sola madre, con un fisico non certo imponente ma un talento cristallino: così come Anakin, il figlio di Shmi, Kevin, figlio di Wanda, mostrava meraviglie quando messo alla prova.

Veloce come lo sguscio di Anakin, nella corsa che gli valse la libertà, correva il tassametro relativo ai punti segnati da KD, coi vari primati ad arrivare in serie: più giovane di sempre ad essere il miglior marcatore di una stagione NBA, più giovane di sempre ad entrare nel club del 50-40-90 e una lunga serie di primati legati alla sua prolificità offensiva.

Lo scetticismo iniziale sulle qualità del ragazzo, da parte del Consiglio Jedi riguardo ad Anakin e da parte del gm dei Blazers Kevin Pritchard (che con la prima scelta dei Blazers nel draft 2007 in mano preferì scegliere Greg Oden) riguardo a Kevin, fu presto spazzato via.

Foto Fernando Medina/NBAE via Getty Images

Come Skywalker nel corso della Guerra dei Cloni, Durant costruì stagione dopo stagione la sua reputazione nella NBA quale uno dei migliori in assoluto. Guidò i suoi Thunder sino all’ultimo atto della stagione 2011/2012; arrivò in quella occasione il primo scontro nelle Finals contro la Miami di LeBron James. Giova ricordare come, all’epoca, quegli Heat furono costruiti come un superteam di quelli odiati, tipici rappresentanti del Lato Oscuro rispetto alla competitività generale della Lega.

Insieme ai suoi compagni Durant venne sconfitto, ma per James fu chiaro come i successivi incontri avrebbero potuto concludersi con un risultato diverso, alla guisa di quelli tra Anakin (col compagno Obi-Wan) e il Conte Dooku.

L’ascesa di Kevin comunque non si arrestò: così come Skywalker dopo il primo scontro con Dooku coronò il suo sogno di sposare l’amata Padmé, Durant due stagioni dopo le sue prime Finals conquistò il titolo di MVP della Lega.

(Così come Shmi per Anakin, anche Wanda è restata incessantemente nei pensieri di Kevin)

Pian piano però iniziò a farsi strada il sentimento negativo della paura. Quella di perdere l’amore della propria vita per Anakin, quella di perdere un’occasione dopo l’altra per mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy per Kevin. Tormentati dagli incubi, incrociarono sul loro cammino la figura che gli offriva l’alternativa che tanto bramavano: Darth Sidious per Skywalker, Draymond Green per Durant.

foto starwarsblog.starwars.com

La vita eterna, per la propria amata o per la propria legacy sportiva: questa la promessa che fece vacillare i due alfieri del Lato Chiaro. Insinuandosi nelle crepe della fiducia nelle proprie possibilità (quelle di essere in grado di difendere Padmé per Anakin, quelle di arrivare al titolo coi Thunder per Kevin), in un rapporto sviluppatosi negli anni e solidificatosi nel tempo, li portarono ad abbandonare lo schieramento delle truppe amiche per unirsi a quelle avversarie e abbracciare il Lato Oscuro.

La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza. Ah… io sento in te molta paura.”

No, il Maestro Yoda non sbagliava affatto. Il passaggio nell’altro fronte diventò realtà.

In un contesto già forte e organizzato, i due diventarono i migliori del proprio schieramento. Nella Death Lineup (nome sicuramente evocativo in questo parallelismo), Kevin Durant fu la punta di diamante. Nello scacchiere dei Sith, l’Anakin Skywalker diventato Darth Vader fu l’essere più dotato. L’odio che li circondava diventò il propellente che li spinse a dominare. Ogni giorno si incattivirono maggiormente, svelando una personalità sempre meno conciliante e sempre più fomentata dal risentimento verso i sodali di una volta. I vecchi alleati divennero gli acerrimi nemici da schiacciare, dimenticando i legami precedenti in nome del raggiungimento dello scopo a tutti i costi. Non poterono che arrivare vittorie in serie per il Lato Oscuro, con l’apporto fondamentale del nuovo alfiere: puntualmente egli si dimostrava la carta vincente nel momento del bisogno, durante il quale diventava semplicemente il migliore.

Imbattibile

Nell’Ordine dei Signori dei Sith vigeva un precetto fondamentale: si trattava della Regola del Due. Essa stabiliva che potessero esserci solamente due Sith, un maestro e un apprendista; e, quando quest’ultimo sarebbe diventato abbastanza potente, avrebbe fatto fuori il proprio maestro così da prenderne il posto.

Tuttavia Darth Sidious, introducendo la propria dottrina, la rimpiazzò con la cosiddetta Regola dell’Uno. Quell’Uno sarebbe stato lui stesso, circondato da diversi servi che tuttavia non lo avrebbero mai detronizzato dalla posizione di potere. La tensione con un Vader che invece, in ossequio alla Regola del Due, risentito da ciò che era diventato covava il desiderio di diventare il leader assoluto attendendo solo il giusto momento per lo scontro, era inevitabile.

La meccanica che si instaurò ai Warriors tra Green e Durant fu simile. Kevin dichiarerà in futuro di aver pian piano realizzato di non poter mai diventare del tutto parte del gruppo dei ragazzi cresciuti nella Baia, come invece lo era il leader emotivo di quel gruppo, Draymond stesso.

Il contrasto fra i due cestisti arrivò il 12 novembre del 2018, nel match contro i Los Angeles Clippers: nell’ultima azione dei tempi regolamentari, con il punteggio in parità, Green non lasciò l’ultimo tiro a Durant ma si intestardì nel procedere in solitaria, perdendo il pallone.

La massima responsabilità non venne condivisa né lasciata a qualcun altro, che non poteva accettarlo: da quel momento l’asse che con il proprio potere dominava cominciò a non essere più così solido.

La stagione comunque andò avanti, la potenza di quei Warriors era tale da non essere sopraffatta dagli avversari finchè tutti fossero rimasti uniti. Chi ci aveva provato, come i Clippers nel primo turno di playoff, trovarono proprio Durant a spazzarli via. Si mise di traverso il fato: in gara 5 delle semifinali di Conference, KD subì uno stiramento al polpaccio. Una nuova speranza per coloro intenzionati a porre fine all’egemonia dei Warriors: non erano attrezzati a sufficienza né i Rockets né i Blazers, discorso diverso per quanto riguardava i Raptors.

Durant saltò le prime quattro partite, fra le speculazioni che lo circondavano come partente a prescindere a fine stagione, e quindi magari neanche intenzionato a scendere in campo viste le condizioni fisiche precarie in cui versava.
Invece, Kevin decise di mettersi comunque in gioco invece di preferire la preservazione del suo stesso fisico. Seppur limitato dall’infortunio, andò comunque sul parquet mostrando per l’ennesima volta il suo assoluto valore; le sue condizioni si aggravarono con la rottura del tendine d’Achille, che ne sancì definitivamente l’uscita di scena. Proprio come il Vader che, con l’estremo sacrificio del suo corpo, dopo aver nuovamente dato prova delle sue capacità ritornò al Lato Chiaro, così gli sforzi di Kevin furono riconosciuti permettendogli di riguadagnare l’affetto e l’ode alle sue qualità da un pubblico non più avverso.

 

 

E ora, a distanza di un anno e mezzo, quale futuro per Durant? Fantasma (di Forza), ormai non più solido fisicamente? Rinascita in un nuovo corpo, così come il leader dei Sith?

Il prossimo capitolo della sua storia sarà uno dei più attesi della stagione adesso al via.

E, per viverlo dal punto di vista puramente estetico, non poteva scegliere un vestito dall’accoppiamento cromatico migliore: bianco come il Lato Chiaro, nero come il Lato Oscuro.

A Brooklyn troverà in panchina Steve Nash, uno dei più brillanti interpreti del gioco mai visti sui campi, nuovo padawan del maestro Mike D’Antoni.

Sul parquet, oltre alle nuove leve (Caris LeVert in primis) a cui trasmettere tutti i propri segreti, per la missione dei Nets di conquista dei piani alti della Lega, Kevin potrà contare su un alleato come Kyrie Irving. Quell’Irving già legato a doppio filo al destino di Durant, visto che fu il suo tiro a causare la sconfitta che spinse i Warriors ad assoldare Kevin, creando nella Baia un’armata dalla potenza mai vista, ispiratrice dell’evoluzione dell’intero universo del gioco.

Il tutto con la speranza che l’infortunio non impatti in maniera irrimediabile sul talento di uno dei più grandi mai apparsi nella galassia della NBA, un fenomeno assoluto con una combinazione di qualità quasi irripetibile: da questo punto di vista, non possiamo che augurare a Kevin che la Forza sia con lui.

foto Espn