illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Marco Pagliariccio

 

 

 

Non dimenticherò mai il passato da giocatore.

Provo nostalgia per quelli che furono miei amici e compagni.

Ma niente al mondo cancellerà mai quello che Milosevic e gli altri serbi ci hanno fatto.

Mirza Delibasic incontrando i giornalisti all’Hotel Moric Inn di Sarajevo a fine guerra

 

 

Sarajevo, 1972.

È una placida mattina di fine settembre, di quelle in cui l’aria non ha più l’alito stanco dell’estate opprimente in riva alla Miljacka. Un giovanotto di un paio di metri scarsi, chioma fluente al vento, un libro di Celine in una mano, la borsa con la scritta Bosna poggiata sulla spalla opposta, scivola ciondolante lungo Mis Irbina. L’allenamento è alle 10 alla Skenderjia, ma l’orologio ticchetta a malapena oltre le 9. Tanto vale prendersela comoda. Una kava per svegliare i cavalli, una sigaretta per quietarne il rombo, un cicchetto di rakija per anestetizzarli. Mirza ha la testa china su quel libro che lo ha tanto turbato e che ha ricominciato daccapo. Qualcosa non gli torna.

«Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…».

«Non ci pensare troppo. E posa quel bicchiere che devi allenarti».

Il consiglio cade nel vuoto, ma non il volto baffuto dal quale è arrivato. Mirza lo riconosce subito, lo ha visto esibirsi con la sua band qualche sera prima alla Dom Mladih, il locale a due passi dal centro sportivo. D’altronde gli Indexi sono sulla bocca di tutti in Bosnia, solo l’esplosione dei Bijelo Dugme di Goran Bregovic qualche anno dopo toglierà loro lo scettro di Beatles dei Dinari. Davorin Popovic aveva scelto il rock pur avendo le carte per essere un cestista di discreto livello. Nel piccolo stagno della pallacanestro bosniaca dei primi anni Sessanta lo descrivevano come “il migliore che la città di Sarajevo avesse mai visto”. Scala le squadre giovanili dello Zeljezničar, la seconda squadra per importanza a Sarajevo, e approda fino alla prima squadra, con la quale gioca più di 500 partite. Il futuro sembra radioso, ma a 22 anni decide che ne ha abbastanza: la sua vera passione è la musica e ci si butta a capofitto, con discreto successo. Perché è vero che il comunismo non guarda di buon occhio agli scimmiottamenti della cultura americana. Ma gli Indexi sono la via socialista al rock progressivo, tanto che in Bosnia, negli anni Ottanta, leggenda voleva che Freddie Mercury avesse copiato l’idea dei folti baffoni neri dopo aver visto un concerto di Popovic e soci a Londra.

Il basket per Davorin è una fiamma mai sopita. Conosce il coach del Bosna, con il quale aveva giocato insieme qualche anno nelle giovanili dello Zeljezničar, e ha letto grandi cose sui giornali locali di questo Mirza Delibasic appena arrivato in città dalle saline di Tuzla. E con lui si trova sulla stessa lunghezza d’onda: il basket, la musica, l’arte, la rakjia, in ordine sparso ma costante durante ogni singola giornata della loro vita. Diventano inseparabili.

Delibasic a Sarajevo è arrivato da qualche settimana. È appena maggiorenne, ma con la maglia dello Sloboda Tuzla, la squadra della sua città, in seconda divisione jugoslava ne mette 40 a sera con una leggiadria e una eleganza che si sono raramente viste ai quei tempi. Talento innato certo, coltivato però prima con le lezioni di danza cui la madre lo aveva spinto in gioventù e poi con la racchetta da tennis in mano scoperta allo spuntare dei primi peli. E proprio il tennis sembra il destino del giovane Mirza, che tra i ragazzi della sua generazione si laurea più volte campione bosniaco. Un giorno, però, il suo allenatore dell’epoca preferisce portare ad un torneo nazionale suo figlio piuttosto che Mirza, che risultati alla mano lo meriterebbe certamente di più. Per lui, che per formazione riconosce nella correttezza e nell’onestà dei cardini imprescindibili, qualcosa si incrina quel giorno nel suo rapporto col tennis. L’amarezza lo spinge così a coltivare i doni che Madre Natura gli ha conferito per il gioco del basket. Allo Sloboda, principale squadra cittadina, non pare vero: bastano pochi allenamenti per capire che si tratta di un fenomeno di quelli che passano raramente da quelle parti.

Le voci riguardanti le prodezze di tale Delibasic corrono veloci e arrivano le prime chiamate nelle Nazionali giovanili. Agli Europei Cadetti di Gorizia del 1971 si svela al mondo come braccio destro del già noto Dragan Kicanovic, ma è all’Europeo Under 18 di Zara di un anno dopo che fa letteralmente impazzire tutta la Jugoslavia. Ma lo staff tecnico slavo resta in attonito silenzio non tanto (o meglio non solo) per i suoi prodigi in campo, ma quando scopre che ogni mattina, prima di colazione, il giovanotto si scola un bicchierino di rakjia. «A casa mia funziona così», la candida risposta di Mirza. Ed è solo per questo che in cima ai taccuini delle grandi del paese non sia ancora al primo posto, pur essendolo già su quello di Sergio Tavcar, aedo del basket balcanico dalle frequenze di Telecapodistria.

«Di quella partita [siamo appunto a Gorizia ’71, ndr] il mio ricordo più vivo risale però ad un momento da piazzarsi verso il decimo del primo tempo, momento che è stato per me la cosa più vicina al colpo di fulmine cestistico che mai mi sia capitato di vivere. Dalla panchina si levò uno dei più lunghi che erano rimasti, per cui pensai fosse un pivot e mi dissi che non poteva avere grande futuro visto che era magro come uno stoccafisso, al limite dell’emaciato. A mia grande sorpresa, il neo entrato si posizionò addirittura nella posizione di play ed in una delle prime azioni ubriacò con un paio di palleggi fra le gambe il difensore italiano (penso fosse un biondo abruzzese di nome Anconetani o un milanese che si chiamava Benatti, o qualcosa del genere), si arrestò poco oltre la metà campo e scoccò un tiro con una tecnica di stordente bellezza che su infilò con un trionfale schiocco a canestro. Poco dopo, sempre da metà campo, partì in palleggio una terribile fiondata di solo polso che trovò un compagno liberissimo sotto canestro. Ed ancora poco dopo, rubata una palla in difesa, scattò in contropiede e, sul recupero di Villalta, gli schiacciò in testa. In un secondo lo elessi a mio beniamino assoluto e decisi che avevo visto all’opera un campionissimo».

Grappa e fumo non fanno paura al Partizan, che piomba di forza su di lui. L’appeal dei campionissimi è forte, sembra tutto fatto, al punto che in una sera di mezza estate Mirza è a casa ad attendere solo che lo vengano a prendere per portarlo nella capitale, come già i bianconeri avevano fatto l’anno prima con un altro discreto ragazzo dalla periferia bosniaca di nome Drazen Dalipagic.

Ma i Grobari non hanno fatto i conti con l’intraprendenza del giovane allenatore del Bosna, l’amico di Popovic, che dopo aver vinto la finalissima per la promozione in Yuba Liga nel derby con lo Zeljezničar davanti ai 7 mila tifosi della Skenderjia ha tutta l’intenzione di portare quel ragazzino alla sua corte. Bogdan Tanjevic (che per l’occasione della finale aveva persino rimesso canotta e scarpette giocando 20’) si è fiondato nel cuore della notte fino a Tuzla per convincere la famiglia Delibasic che è meglio che il figlio resti in Bosnia, che il Bosna vuole diventare una sorta di Nazionale bosniaca e che Mirza, nella sua idea, sarà il fulcro di questo progetto. Sarà che lo ha seguito praticamente durante tutta la stagione, sarà che ha solo 7 anni più di lui, ma la tattica funziona (chiedere conferma a Dejan Bodiroga e Gregor Fucka, che riceveranno lo stesso trattamento qualche anno dopo) e così Boscia carica in auto nella notte lo sbarbato Delibasic e lo porta con sé a Sarajevo prima che arrivino gli emissari del Partizan con le medesime intenzioni.

Anche l’Italia scopre Delibasic insieme al resto della Jugoslavia. Con l’inizio della stagione, infatti, Telecapodistria appare sui televisori di mezza Italia e la diretta di una partita del campionato jugoslavo al sabato pomeriggio diventa momento di culto per tantissimi appassionati, che scoprono l’esotismo dei Balcani prima che un altro bosniaco, Emir Kusturica, lo disveli al mondo intero. Un mondo che dalle onde elettromagnetiche trasmesse da Koper ci arriva colorato e pittoresco, rude e caloroso. Un mondo del quale Delibasic è il Prisencolineinsinainciusol, l’ode senza forma all’amore per il gioco, la scia di arcobaleno tambureggiante che riempie di colori lo sport in bianco e nero dei primi anni Settanta, quelli che proprio nei giorni in cui Mirza approda a Sarajevo conosce il suo momento più cupo, quello dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco.

In pochi mesi, le due sponde dell’Adriatico trovano il loro Pete Maravich in quel ragazzino dinoccolato che quando si arresta per il jumper salta come un nero, fa canestro quando vuole e inventa dei passaggi schiacciando la palla a terra che mai nessuno si era immaginato alle nostre latitudini. E pazienza se i bicchierini di rakjia e le Marlboro rosse crescono («di questo, l’unica cosa vera è che fumo un po’ troppo», ammetteva da smaliziato 19enne…) se in parallelo lo fanno anche numeri e successi del Bosna. Tanjevic mette in piedi una squadra tosta fisicamente e organizzata con disciplina quasi militaresca, con un playmaker tutto fosforo di nome Svetislav Pesic (sì, QUEL Pesic) come sua nemesi in campo, due giovani intriganti in rampa di lancio di nome Ratko Radovanovic e Zarko Varajic e un Rodman ante litteram di nome Zdravko Cecur a fare il lavoro sporco sotto canestro. In tale sistema, teoricamente uno come Delibasic non dovrebbe avere posto. Ma per Boscia, il tennista di Tuzla è il glitch, colui che inventa fuori dagli schemi, colui che porta colore nel grigio asettico di una macchina senza sbavature.

Tutto scritto? Neanche per sogno. Il processo di crescita di una squadra così giovane ha i suoi tempi, oggi impensabili neanche col senno di poi. Nonostante le magie di Mirza, la prima stagione del Bosna in massima serie finisce con una salvezza risicata: 10° posto su 12 squadre. «Il polverone sollevato dal mio trasferimento al Bosna non era necessaria e non ha giovato a nessuno– ammette Delibasic stesso in una intervista dell’epoca– la cosa mi ha danneggiato perché in seguito, gravato da quella cosa, ho giocato molto peggio di quanto potessi». Un’obiettività da far invidia. Le cose però migliorano già la stagione successiva, quando il 4° posto frutta anche il primo, storico accesso alla Coppa Korac. Eppure non è ancora tempo per Delibasic, che ai Mondiali del ’74 a Portorico viene portato da coach Mirko Novosel solo come 13° uomo nonostante una stagione da stropicciarsi gli occhi in patria, chiusa a oltre 24 punti di media. «Mi fece male, ma col senno di poi mi servì per crescere come persona e come giocatore»: ciò che non ti uccide ti rende più forte.

Fila in alto: Cosic, Solman, Marovic, Jelovac, Kapicic, Dalipagic, Knezevic, Jerkov. Fila in basso: coach Novosel, Kicanovic, Tvrdis, Delibasic, Plecas, Slavnic. Illegali, più dei pantaloni a zampa d’elefante

Il paradosso è che la prima volta coi grandi, all’Europeo casalingo del 1975, arriva dopo una stagione che per Delibasic è un mezzo passo indietro tanto a livello personale (21,3 i punti di media) quanto per la squadra, che senza la guida di Tanjevic, costretto a lasciare al suo vice per rispondere presente al servizio militare, finisce 6° in campionato e fuori nei quarti in Korac, pagando a caro prezzo due inopinate sconfitte contro Antibes dopo aver battuto due volte su due la poi finalista Barcellona. Sarà anche che tra alcol, sigarette e concerti degli Indexi si faceva sempre più assidua anche la frequentazione bella e dannata con la sventola serba Branka, modella di Belgrado che poco dopo diventerà anche l’invidiatissima signora Delibasic.

Ma una volta messa la canotta della Nazionale, l’uomo di Tuzla di fatto non la toglie più, diventando pezzo imprescindibile della generazione con la quale la Jugoslavia diventa definitivamente una potenza mondiale, insieme a gente tipo Cosic e Dalipagic, Kikanovic e Slavnic. Ma se le medaglie, con una squadra così, non possono che arrivare a raffica tra Europei, Giochi del Mediterraneo, Mondiali e Olimpiadi (ben 10 nell’arco di soli 7 anni), con il Bosna la musica è diversa. La squadra è cresciuta vertiginosamente anno dopo anno, anche grazie all’esplosione di Radovanovic, ma sembra sempre mancare qualcosa. La beffa più atroce è quella del 1977, quando Bosna e Jugoplastika Spalato chiudono il campionato a pari punti in classifica e si giocano il titolo in uno spareggio in gara secca sul campo neutro del Pionir di Belgrado. Delibasic è magistrale, i bosniaci sono a +8 con 3’ da giocare e sembrano avere finalmente l’agognato primo titolo della loro storia in mano. Ma la rimonta dei gialli è furiosa, Mirza sembra arginarla con i due liberi che a una manciata di secondi dalla sirena lo portano a quota 29 e il Bosna ad impattare dopo essere finito sotto di 2. Il guizzo finale, però, lo trova a fil di sirena Damir Solman, che realizza il canestro col quale la Jugoplastika sigilla il triplete campionato-coppa di Jugoslavia-coppa Korac, lasciando il Bosna di nuovo con un pugno di mosche. L’incubo sembra diventare senza fine quando, un anno più tardi, il 21 marzo 1978, è il Partizan a dire no in finale di Korac (con un Dalipagic maestoso a quota 48 punti) a Delibasic (fermatosi a “soli” 32 punti) e soci. Allora ancora non sanno che quello in realtà è solo l’ultimo rospo da ingoiare prima di spiccare il volo.

Pesic si fa le manicure, Delibasic adocchia qualche sbarbina in tribuna, Tanjevic insulta Bosiocic e Cecur

Pochi giorni dopo la beffa di Banja Luka, il Bosna è infatti atteso al Pionir per un nuovo scontro diretto con i bianconeri, lo spareggio virtualmente decisivo per le sorti del campionato jugoslavo. Anche stavolta la sfida è scoppiettante, ma Delibasic (26 punti d’ordinanza) stavolta trova sostegno nei 28 punti di Varajic e nei 20 del sorprendente Dogic, zittendo Belgrado e portando il primo titolo della storia fuori dal triangolo Serbia-Croazia-Slovenia.

Sarajevo aveva scoperto il basket, uno sport che un decennio prima praticamente non conosceva, e aveva trovato il suo re: nei giorni del trionfo Mirza Delibasic diventa “Kinde”, (pronunciato “Chingie”), vocativo dell’inglese “king”. Perché proprio Kinde? Perché era il naturale contraltare del “Pape”, il papa, ovvero il calciatore Safet Susic, all’epoca uno dei talenti più splendenti del calcio europeo.

Innalzato al rango di semidio al fianco dei già venerati Kicanovic e Dalipagic, Delibasic mette la sua firma di fuoco nella finale dei Mondiali del ’78 griffando il canestro decisivo nell’overtime della sfida infinita contro l’Unione Sovietica, ma il vero obiettivo è già puntato oltre: la Coppa dei Campioni 1979. Kinde aveva già iniziato a fare i conti con la spondiliosi congenita alla schiena nel corso dell’estate trascorsa in Nazionale (racconta Sergio Tavcar che «dopo aver dovuto dormire per terra per giorni prima, alla fine lo staff jugoslavo riuscì a pescare un chiropratico cinese che a colpi di agopuntura riuscì in qualche modo a metterlo in sesto per la finale [del Mondiale, ndr]») e i problemi, complice la vita non proprio da atleta modello, perdurano anche nella prima parte della stagione 1978/79, spingendo presto il Bosna fuori dalla lotta per la riconferma del titolo jugoslavo. La truppa di Tanjevic, però, in coppa avanza passo dopo passo e nel girone finale a sei chiude in vetta appaiata alla Emerson Varese, impresa nella quale, nei conti finali, pesa come un macigno la vittoria al supplementare alla Skenderija contro i campioni in carica del Real Madrid, firmata, manco a dirlo, dai 33 punti di Delibasic.

Il Bosna vola quindi a Grenoble per giocarsi tutto in una notte contro Varese, alla decima finale europea consecutiva e grande favorita della sfida anche virtualmente senza Dino Meneghin, in panchina praticamente ingessato per una frattura all’avambraccio. La Cenerentola che, sorprendendo tutti, è arrivata fino alla finale contro la corazzata che aveva dominato il basket europeo degli anni Settanta. «Quella sera Mirza segnò 75 punti: i suoi 30 e i 45 di Varajic», sentenziò qualche anno dopo Tanjevic. Un’esagerazione, perché il cecchino montenegrino fu molto più che un mero esecutore materiale. Ma il controllo esercitato da Delibasic su quella partita, il senso che inevitabilmente sarebbe stata sua in qualche modo, è evidente anche riguardando il match oltre quarant’anni dopo.

Kinde si scalda subito e i suoi canestri fanno collassare su di lui la difesa della Emerson, mostrando il fianco all’eccezionale serata di Varajic. Il Bosna è a lungo avanti, ma non riesce mai a prendere il largo, non trovando antidoti alla furia di Morse e Yelverton. Ma è nel secondo tempo che Delibasic prende il controllo cerebrale del match. Tanjevic gli affida stabilmente la cabina di regia e la sua danza tra le linee della zona varesina è ipnotica. Canestro, assist per Varajic, canestro, assist per Radovanovic, il suo è l’assolo che rende indimenticabile lo spartito, la pennellata che impreziosisce il dipinto. E quando nel finale Dodo Rusconi si gioca pure la carta Meneghin per tentare il tutto per tutto, il Bosna regge l’urto e scava un piccolo solco, con Mirza a sigillare l’opera con un sinuoso arresto e tiro dal mezzo angolo con l’appoggio a tabellone. È tardi per la rimonta varesina, i tifosi bosniaci in tribuna alternano il loro tormentone, “Sta ce nama Kicia-sta ce nama Praja-tu je nama Kindetu je i Varajia” (“Non ci importa di Kicia[Kicanovic], non ci importa di Praja [Dalipagic] quando giocano Kinde e Varajic”) a un “Jugoslavia, Jugoslavia” che riascoltato oggi fa venire i brividi: non possono immaginare cosa succederà un decennio più tardi.

«Non mangio dolci, avrò mangiato 2 o 3 volte in tutto una fetta di torta Havana e per di più con la forza – rammentava Mirza in una intervista datata 1987ma c’è stata una volta in cui quella torta mi è piaciuta tantissimo. Era a Grenoble, alla cena dopo aver vinto la Coppa dei Campioni, La torta era stata fatta per noi da una donna jugoslava che viveva in città da tanti anni. Con le lacrime agli occhi ci disse che non aveva mai fatto un dolce con tanto amore, anche se era il suo lavoro. E per me quella fu la cosa più dolce del mondo in quel momento».

La parabola del Bosna è al suo culmine, Delibasic è maestoso anche nella stagione successiva, che vale il secondo titolo jugoslavo in tre anni ma anche una bruciante eliminazione nel gironcino finale a sei in Coppa dei Campioni (un’incredibile sconfitta esterna sul campo dei non proprio irresistibili olandesi del Den Bosch nella penultima giornata nega la seconda finale consecutiva alla truppa di Tanjevic), ma per completare una carriera fantascientifica manca il sigillo olimpico. Mosca ’80 è l’edizione del boicottaggio americano e quindi l’occasione di dare la caccia all’oro mancante è ghiottissima per la generazione di fenomeni slava. Le insidie sul cammino non mancano, ma la Jugoslavia arriva da imbattuta all’ultima gara della fase a gironi, quella contro il Brasile, e con una ghiotta occasione: quella di potersi “scegliere” l’avversaria in finale. Vincendo, la squadra del duo Zeravica-Novosel avrebbe trovato nella sfida per l’oro l’Italia, perdendo se la sarebbe dovuta vedere contro i padroni di casa dell’Unione Sovietica. La partita è tiratissima, un giovane di nome Oscar Schmidt (lo ritroveremo più avanti…) trascina di peso i verdeoro con 33 punti e i sudamericani si affacciano all’ultima azione avanti di 1. Delibasic gestisce il possesso, tira per il sorpasso e subisce il fallo. Kinde va in lunetta, Slavnic gli si avvicina all’orecchio per sussurrargli qualcosa, Mirza annuisce poi infila i due liberi che valgono il successo per 96-95 e una finale certamente più comoda contro gli Azzurri. Ma più che per la vittoria a fine gara i giornalisti assediano Slavnic per sapere cosa avesse bisbigliato all’orecchio del compagno di squadra. «Niente di che, ho solo scommesso 100 dollari con lui che avrebbe sbagliato uno dei primi due liberi [all’epoca, se si sbagliava un tiro libero si aveva l’occasione di tirarne un terzo, ndr]. Lui ha accettato, per cui glieli ho dovuti dare». In finale l’Italia regge come può aggrappandosi a uno strepitoso Villalta, ma non ce n’è.

Con l’oro olimpico al collo, Delibasic ha raccolto tutto ciò che si poteva raccogliere sui parquet europei: ora può appendere (momentaneamente) le scarpette al chiodo e partire per il servizio militare, che lo terrà per tutta la stagione successiva lontano dai parquet. Non sa ancora che la canotta del Bosna, però, non la rimetterà mai più. Il ritorno di Delibasic coincide con l’Europeo di Cecoslovacchia del 1981, che porta alla bacheca del Re di Bosnia un altro argento (stavolta dietro i nemici sovietici), ma quella estate è soprattutto quella dell’espatrio per Mirza, che accetta la corte di quel Real che tante volte aveva bastonato durante le stagioni precedenti.

Foto alacontra.es

È il Real di Brabender e Martin, di Romay e Iturriaga. Ma soprattutto di Juan Antonio Corbalan, che di Delibasic era coetaneo e con il quale instaurò un fortissimo legame di amicizia. Proprio l’aiuto del leggendario playmaker spagnolo è determinante nell’ambientamento madrileno di Mirza, che affronta un periodo molto difficile in seguito alla rottura con Branka (dal quale ha avuto un figlio, Dario, sul quale si potrebbe scrivere un film: googlare per credere) attaccandosi sempre più di frequente alla bottiglia. «Faccio fatica a ricordare delle sue brutte partite e nonostante tutto subito accuse infamanti– lo ricorda Corbalan, che sull’amico Mirza ha scritto anche un libro, purtroppo non uscito in Italia, dal titolo “Conversaciones con Mirza” – gli arbitri non lo rispettavano come facevano con gli americani, ma lui non se la prendeva. Relativizzava tutto. Era come se avesse un filosofo dentro. Era speciale per il cuore che aveva. Pur essendo giovane, sembra già così saggio, aveva sempre un insegnamento da trarre da ogni situazione o un consiglio da offrirti. Sembrava avesse le chiavi per aiutare la gente ad essere felice. Era di una umanità senza artifici».

Delibasic è pesantemente criticato per la sua vita sregolata fuori dal parquet ma finché gioca ad alti livelli, come nella sua prima stagione spagnola, quella che vede il Real trionfare nella Liga e vincere la Coppa Intercontinentale, c’era poco da dire. Anche perché alle sue magie il pubblico madridista si affeziona in fretta. L’apogeo di quell’amore, mai dimenticato dal pubblico madridista (il 16 ottobre 2000 viene invitato a presenziare alla prima gara dell’Eurolega moderna, Real-Olympiacos, ed è accolto in tripudio al Pabellon Ramundo Saporta), è la finale della Liga 1981/82, nella quale le merengues si vanno a prendere il titolo al Palau Blaugrana. Non c’erano ancora i playoff, vinceva il titolo chi arrivava primo alla fine della regular season. Il calendario, quell’anno, proponeva all’ultima giornata un Barcellona-Real che, di fatto, era una finale in gara secca, visto che le due squadre arrivavano al match appaiate in testa dopo un’annata strepitosa, nella quale avevano subito una sola sconfitta per parte.

I catalani hanno il vantaggio di potersela giocare davanti al loro pubblico, hanno vinto la gara d’andata a Madrid e il Real viene dalla rocambolesca sconfitta ai supplementari in finale di Coppa delle Coppe contro il Cibona. «”Tranquillo, tranquillo che questa la vinciamo” mi diceva prima della partita – rammenta Corbalan – e quando l’abbiamo vinta non ci potevo credere. “Mi hanno portato in Spagna per vincere queste partite”. E lo fece sul serio». Delibasic si tenne la miglior partita della sua esperienza spagnola per la serata di gala: 40’ filati sul parquet, 28 punti con 11/17 dal campo (seppur con un insolito 2/6 ai liberi) e i blancos infilzano gli odiati rivali prendendosi il titolo a casa loro.

Purtroppo, nella seconda stagione spagnola le cose precipitano. Il rendimento di Mirza scende, il Real, che si permette il lusso di avere Dalipagic come straniero di coppa, finisce la stagione senza trofei e la società decide di tagliarlo, pur ribadendogli la volontà di onorare il contratto triennale siglato due anni prima fino in fondo dandogli tutti i soldi che gli doveva. «Rifiutò la proposta rinunciando ai soldi, uscì da un ufficio ed entrò in un altro per sottoscrivere la sua tessera di socio del Real Madrid– aggiunge ancora Corbalan – fu un gesto che ci fece capire che se ne stava andando uno di noi. Ma sarebbe stato nostro amico per sempre».

Da sinistra a destra: Brabender, Delibasic e Corbalan in una reunion di fine anni Novanta – foto elpais.com

Sembrava avesse già vissuto sette vite, eppure quando nell’estate del 1983 Delibasic lascia la Spagna ha solo 29 anni. Ma spinto sempre più a fondo in una spirale di sregolatezze e depressione, ha bisogno di un appiglio a cui aggrapparsi. Glielo offre il suo grande maestro Boscia. Il coach dei tempi del Bosna ha sposato il progetto della Juve Caserta e ha bisogno proprio di uno come lui da mettere al fianco di quell’Oscar che ha già fatto innamorare tutta la città. Il presidente Maggiò è convinto, ma Tanjevic pone a Mirza le sue condizioni: niente alcol, niente sigarette, solo duro allenamento per rimettersi in pista e farsi trovare pronto a un campionato tosto come quello italiano.

Foto 1.bp.blogspot.com

L’ambientamento sembra procedere bene, nel ritiro di squadra a Bormio fa vedere lampi del suo straordinario talento, l’esordio in campionato si avvicina, ma accade l’impensabile.

Durante uno degli ultimi allenamenti prima dell’inizio del campionato, un vaso sanguigno all’interno della calotta cranica di Mirza esplode. Accasciato a terra privo di sensi, Oscar si fionda sul compagno e lo raccoglie esanime, mentre scatta la corsa contro il tempo per far arrivare i sanitari. «Ho visto un omone piangere come un bambino portando tra le braccia un altro uomo», ricorda Tanjevic di quegli attimi infiniti. Mirza viene salvato dai medici campani e poi trasferito d’urgenza con un volo militare all’ospedale di Belgrado (non l’avrebbero fatto per ogni comune mortale…), in qualche modo si evita il peggio, ma è ovvio che la sua avventura casertana sia già finita. L’ischemia che è riuscito a superare ha rischiato seriamente di portarselo via. Dopo qualche mese di ospedale è di nuovo ristabilito, ma quel che è certo è che, a soli 30 anni, la sua carriera di giocatore è al capolinea. I vizi di una vita troppo spesso sopra le righe hanno presentato il conto molto prima del tempo. «Con Mirza e Oscar avremmo vinto tre scudetti», aggiunge Tanjevic. Non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Debilitato nel fisico e nella mente, ma ritrovata un minimo di stabilità anche grazie a un nuovo amore, quello con la cestista Slavica Suka, Mirza torna nella ormai “sua” Sarajevo, trovando rifugio in un appartamento nel quartiere popolare di Ciglane. Lui si riavvicina al basket nelle vesti di direttore sportivo del Bosna, lei continua la sua carriera di stella della sezione femminile dello Zeljeznicar, i due si sposano nel 1987 subito dopo la nascita del figlio Danko e tutto sembra quantomeno aver ritrovato un minimo di equilibrio. Un idillio perfetto, se non fosse che i venti di guerra iniziano a soffiare forte, sempre più forte anche su Sarajevo.

La situazione precipita a marzo del 1992, quando il conflitto diventa guerra vera e propria. Mirza e Slavica decidono di restare in città, così spediscono il piccolo Danko a casa di Boscia Tanjevic a Trieste, lasciano la loro casa a Ciglane e si asserragliano in un appartamento dell’Hotel Moric Inn. Brabender e Corbalan, i due ex madridisti con i quali aveva instaurato un solido rapporto di amicizia, gli offrono rifugio in Spagna, ma lui rifiuta: vuole lottare e se necessario morire insieme alla città che lo ha incoronato Re. Le granate dei cecchini serbi che presidiano le montagne sopra la vallata sono una neve di morte per il simbolo della coesistenza civile di tre popoli e altrettante religioni, cupe vampe sbriciolano quello che resta della Sarajevo che fu, ma Mirza da quella città che lo accolse come un figlio ancora poco più bambino non può separarsi. «Quando esisteva la Jugoslavia, io mi sentivo jugoslavo. Quando esplose la guerra iniziai a sentirmi bosniaco». E così lui, che di quella entità ancora informe era il “Kinde”, doveva fare qualcosa da Re.

I vertici dello sport bosniaci stanno organizzato qualcosa che deve somigliare a un Comitato olimpico e Delibasic si propone di fare la sua parte per un progetto che pare totalmente folle: allestire una squadra da mandare alle qualificazione per gli Europei del 1993. Europei? Con gran parte dei giocatori bosniaci impegnati come soldati?

Mirza però ci crede fortemente. Stila una lunga lista di papabili, ma quelli di etnia croata e serba (tra i bosniaci di nascita ci sarebbe un certo Predrag Danilovic…) si sfilano subito e altri si fanno da parte per evitare problemi. Nelle mani di Delibasic e Ibrahim Krehic, che accetta il ruolo di allenatore, restano dieci nomi: Samir Seleskovic, 23enne play dello Zeljeznicar; Gordan Firic, 23enne guardia dalla mano torrida in forza al Bosna; Adis Beciragic, 23enne play dello Zenica Metalno; Senad Begovic, 24enne ala dello Zeljeznicar; Iljas Masnic, 36enne in forza allo Zeljeznicar; la coppia di ali dell’Alba Berlino composta da Mario Primorac (32 anni) ed Emir Mutapcic (33 anni, già giovanissimo compagno di squadra di Mirza ai tempi della Coppa dei Campioni dl Bosna); Samir Avdic, 26enne ala forte del Bosna (membro, qualche anno prima, della Nazionale jugoslava Under 19 che fece l’impresa a Bormio); Emir Halimic, 23enne guardia del Bosna; e infine la “stella” Dino Bilalovic, 33enne pivot emigrato in Israele all’Ironi Nahariya. Non la miglior squadra in assoluto, ma la migliore possibile date le circostanze.

Per i tre “stranieri” non ci sono particolari problemi, ma per portare il resto della delegazione fuori dalla Sarajevo assediata c’è solo un modo (il “Tunnel della vita” non è ancora stato scavato): correre di notte, il più velocemente possibile, sulla pista dell’aeroporto cittadino, evitando tanto i controlli dell’Onu (che lo tiene sotto la sua giurisdizione come canale umanitario per la cittadinanza) quanto il fuoco serbo che arriva dalle colline. La notte prescelta per la fuga è quella tra il 3 e il 4 aprile 1993: con Mirza alla testa, il gruppo, con addosso solo qualche maglietta e tutti i soldi che ha tenuto da parte, supera la prova più difficile, avventurandosi nottetempo tra caccia e aerei cargo. A bordo di un vecchio furgone, l’ancora informe Nazionale bosniaca, sfinita dopo giorni di viaggio, supera posto di blocco dopo posto di blocco e riesce ad arrivare a Zagabria, dove ad attendere c’è l’ospitalità di Cibona e Federazione cestistica croata. Al resto pensano Dino Radja e Toni Kukoc, che pagano di tasca loro il materiale tecnico necessario al gruppo, anche grazie allo zampino dell’azienda marchigiana Dribbling (della quale all’epoca Kukoc è testimonial). «Arrivati in centro a Zagabria sembravamo dei selvaggi», dice Seleskovic nel documentario tratto da questa folle storia dal titolo “The Long Shot”.

Salvata la pelle, ora però c’è da rimettere in sesto un gruppo di giocatori che nell’ultimo anno più che al basket ha pensato a sopravvivere, a uccidere il nemico, a seppellire fratelli e amici trafitti lungo il Viale dei Cecchini. Sfiancata nel fisico ma non nell’animo, la prima nazionale bosniaca della storia si sposta a Trieste, ospite dell’amico Tanjevic, e poi fa il suo debutto in amichevole a Bologna, dove espone uno striscione che all’epoca era tutt’altro che banale:

Foto as.com

Tornare a Eurobasket 12 anni dopo la sua ultima volta è il sogno di Delibasic. Ma già essere al torneo di qualificazione in Polonia sembra un risultato eccezionale. Nel primo turno, i bosniaci fanno il loro battendo con pochi problemi Inghilterra e Slovacchia e cedendo solo alla solida Ucraina: un secondo posto dietro agli ex-sovietici basta per accedere alla cervellotica fase finale: le qualificate si dividono in due gironi da quattro squadre, le prime di ognuno volano agli Europei, seconda e terza si incrociano con tre posti in palio. La Bosnia fa di nuovo due su tre, perdendo dalla Slovenia e battendo sia Estonia che Polonia. Il primo match point per volare in Germania vede la squadra di Mirza ritrovare quell’Ucraina che l’aveva sconfitta una settimana prima. Ma stavolta la musica è diversa: 74-66 il finale in favore della Bosnia, che con quattro soldati denutriti e due giocatori in meno delle altre formazioni vola incredibilmente agli Europei teutonici.

Il primo miracolo si è compiuto, la Bosnia è la Cenerentola di un torneo dove le tensioni della guerra scombussolano gli equilibri. Nessuno si aspetta granché dalla truppa di Delibasic, addirittura l’organizzazione ha paura che la squadra non si presenti e piazza tutte le loro partite alle 9 di mattina per non creare caos nel calendario in caso di cancellazioni. E un girone con le forti Russia e Spagna e l’outsider Svezia non aiuta. L’inizio va, purtroppo, come immaginabile: il -22 dai russi e la sconfitta di misura contro gli iberici mettono già spalle al muro i ragazzi di Krehic, tanto più che la Svezia ha firmato un’improbabile impresa battendo la Russia all’overtime. Solo vincendo di almeno 15 punti la fine dell’avventura più allontanarsi ancora un po’. E come davanti a una trincea, la Bosnia sfodera una partita da urlo contro gli scandinavi, schiantati dai 27 punti di Primorac e costretti alla resa per 89-69: è qualificazione per la seconda fase, dove il copione sembra ripetersi alla medesima maniera. Galakteros sbriciola la resistenza degli slavi alla prima prova, mentre invece l’Italia ha bisogno di due liberi a fil di sirena di Nando Gentile (che Delibasic, ancora adolescente, lo vide piombare al suolo senza vita un decennio prima…) per sbarazzarsi della paura. Insomma, con la Lettonia è di nuovo dentro o fuori, ma stavolta in palio ci sono i quarti di finale, un risultato che qualche mese prima, sotto i bombardamenti nemici a Sarajevo, non si poteva nemmeno contemplare. Ma non basta: serve anche che la Russia, già qualificata, batta di 20 o più punti un’Italia che invece deve ancora staccare il pass.

Fantascienza.

E invece… Bilalovic (capocannoniere del torneo) sbatte 36 punti in faccia ai baltici, l’Italia fa harakiri contro la Russia e contro ogni pronostico la Bosnia è nelle prime otto d’Europa, tutt’oggi il miglior risultato mai ottenuto dalla Nazionale. «Il nostro unico sogno prima di arrivare in Germania era appendere alla parete del palazzetto la bandiera bosniaca», dice un raggiante Delibasic.

Delibasic e Bilalovic nel post-gara contro la Lettonia. Sinistro destino quello che ha unito i due: Bilalovic morì d’infarto a soli 43 anni mentre era al mare a Makarska, località balneare croata. Successe neanche un anno e mezzo dopo la dipartita di Kinde – Foto: The Long Shot Documentary

La qualificazione della Bosnia era ritenuta talmente improbabile che l’organizzazione, che deve appendere alla parete dell’Olympiahalle di Monaco le bandiere delle otto qualificate ai quarti di finale, non ne ha neanche una della Bosnia. È Mirza a “immolare” la sua. È quattro volte più piccola delle altre, ma per l’occasione se la fanno andare bene tutti quanti: ora la missione ora è davvero compiuta. Buttare fuori nei quarti di finale quella Croazia che tanto aveva fatto per la delegazione bosniaca per essere arrivata fin lì sarebbe stato addirittura scortese. Radja, benefattore qualche mese prima, stavolta non ha pietà: ne mette 28 facendo il padrone nel pitturato e rimanda a casa con un secco -20 gli amici bosniaci, che però di certo non hanno nulla da rimproverarsi. Anzi.

Da Monaco inizia la diaspora, che porta tutto il gruppo lontano da casa per anni, spargendo il messaggio di pace bosniaco ai quattro angoli del continente europeo. Nessuno rientra a Sarajevo nell’immediato. Nessuno tranne uno: Mirza. Il Re non lascia il suo trono, non importa se sotto le bombe o in una giornata limpida nel cuore di Bascarsija. Kinde è Sarajevo e Sarajevo è Kinde. Ma la sua salute peggiora giorno dopo giorno.

«La guerra l’ha distrutto più delle sigarette e del tumore», assicura Corbalan.

E infatti quando le truppe serbe si ritirano e dalle macerie si può cominciare almeno ad immaginare la Sarajevo che verrà le sue condizioni precipitano. L’8 dicembre 2001, all’ospedale cittadino, anche la sua guerra finisce una volta per tutte. «Mirza visse due vite: metà di giorno, metà di notte», così lo ricordò un suo amico parlando alla folla oceanica che si radunò tre giorni dopo per il suo funerale.

La sua tomba è all’interno del cimitero di Bare a Sarajevo, nell’ala riservata alle personalità di maggiore rilievo della storia bosniaca – foto sportssport.ba

Una delle abitudini che Mirza non aveva mai perso negli anni era quella delle chiacchiere e dei bicchierini con l’amicissimo Davorin. Anche se la propaganda serba aveva provato ad additarlo come un traditore (effettivamente aveva avuto dei colloqui con Zeljko Raznatovic, meglio noto come Arkan, che aveva avvertito lui e Sukic dell’imminente inizio dell’assedio per dargli la possibilità di fuggire), Mirza aveva sempre creduto nella lealtà del vecchio amico. E avevano continuato a frequentarsi anche durante i giorni tremendi in cui l’unico obiettivo era arrivare vivi all’alba successiva. Neanche l’infida propaganda serba, che lo aveva martoriato dipingendolo come il sinistro domatore di leoni dello zoo di Sarajevo che dava i serbi in pasto alle sue bestie, aveva spezzato il loro legame. D’altro canto, in quelle accuse infamanti non c’era nulla di più lontano dall’animo mite di Davorin, che però di tutto quel male si riempì fino a spegnersi il 18 giugno 2001, quando ormai anche la vita dell’inseparabile Mirza volgeva al capolinea. «

C’è chi giura che lungo Mis Irbina, nel parchetto dedicato a quella strana coppia, ogni tanto si senta il rumore squillante dei bicchierini di rakija che tintinnano. Brindano alla nuova Sarajevo, ferita ma non piegata. Brindano come una volta, brindano per sempre.

 

 

Molte delle foto pubblicate nel pezzo sono state pubblicate nel corso degli anni dalla pagina Facebook “Kosarka ex Yugoslavia”. Se amate quel mondo quanto il sottoscritto, seguitela.