articolo di Paolo Virdi e Giuseppe Rancati
immagine di copertina di Emanuele Venturoli

 

 

Nell’Agosto di 31 anni fa andò in scena una delle manifestazioni più atroci e spettacolari allo stesso tempo. Siamo a Bormio, dov’era in programma il Mondiale Under 19, in quello che oggi viene chiamato comunemente il Pentagono, per la sua forma a cinque lati, ognuno dedicato ad una luogo della Magnifica Terra, definizione della Valtellina coniata da Leonardo da Vinci alla fine del ‘400.

L’impianto bormino è un palazzetto mitologico, incastonato in una valle che in quel punto forma un meraviglioso incrocio tra le strade dello Stelvio, la Valfurva e la Valdidentro, che porta alla ricca Livigno, il tutto incoronato dalle aguzze creste della Reit, che domina Bormio fin dalla notte dei tempi. Il parquet del Pentagono è stato calcato da intere generazioni di campioni. E quella che vi giocò nell’estate del 1987, forse, fu la migliore.

Purtroppo il torneo si svolse parallelamente ad un’immane tragedia. In Valtellina da settimane pioveva copiosamente, come ben ricorda Riccardo Pittis, il più giovane nel roster di quella Nazionale “Ero in camera con Niccolai – racconta Acchiughino, allora ancora diciannovenne – e ci chiedevamo quando avrebbe smesso. Eravamo a Caspoggio, dove giocammo qualche amichevole e l’acqua scendeva all’infinito, picchiettando interminabilmente sul nostro tetto. Continuava a piovere ininterrottamente e per raggiungere Bormio dovemmo fare un giro folle, attraversando anche la Svizzera”. Nel frattempo il torrente Frodolfo, gonfio come non mai, finì per ingrossare anche l’Adda, fiume che in quel punto ha solo pochi chilometri di vita e le sembianze di un torrente: l’esondazione era inevitabile e avvenne più a sud, in bassa Valtellina. Ma la gente, in alta Valle era ugualmente preoccupata e il turismo, ovviamente non decollava. Anzi, tutto crollò definitivamente alle 07.23 del 28 Luglio, quando quaranta milioni di metri cubi di montagna franarono a 390 chilometri orari sul paese di San Antonio Morignone e sulle frazioni limitrofe, cancellandoli per sempre. I morti furono 53, migliaia gli sfollati. La frana era talmente estesa che formò una diga all’imbocco della Conca di Bormio, formando un lago, il cui svuotamento causò alte tensioni, anche politiche.

Una eloquente e drammatica immagine del disastro

Poco più a nord, negli hotel di Bormio, aleggiava tanta preoccupazione anche per un altro contesto. Enrico Vinci, allora presidente Fip, prese una decisione che andò in contrasto anche con il Prefetto di Sondrio “Abbiam annullato le manifestazioni collaterali al Mondiale. Ma ci sono 300 atleti che vengono da 12 paesi del mondo, non possiamo rimandarli a casa con tante scuse”. The show must go on.

Ovviamente iniziare e giocare fino in fondo un Campionato del Mondo in una simile manifestazione, significava dare un segnale forte. Nella zona regnavano tristezza, morte e distruzione, con interi paesi abbattuti, hotel rasi al suolo e famiglie sfollate, alcune senza più una casa. Vista a distanza di anni, giocare quella manifestazione appare una scelta semplice. In realtà fu una decisione assai complessa. E i ragazzi, i veri protagonisti del torneo, la onorarono fino in fondo, responsabilizzati da una situazione socialmente difficile.

Giocare significava anche garantire la sicurezza degli atleti, fornire risposte concrete ai dubbi delle federazioni partecipanti e placare ogni critica proveniente da un palcoscenico internazionale alquanto turbato.

Lo spettacolo cestistico poté così iniziare, grazie anche alla tutela di un nutrito contingente della Polizia di Stato, che inviò gli Agenti del III Reparto Mobile di Milano, la maggior parte Agenti Ausiliari, ragazzi che svolgevano la naia come poliziotti, pressappoco coetanei degli atleti che, invece, sognavano la conquista del titolo Iridato giovanile e una carriera da cestisti professionisti.



Il torneo iniziò il 29 Luglio, con quattro giorni di ritardo rispetto all’inizio prefissato. Le partecipanti erano divise in due gironi da 6 squadre l’una. Nel gruppo A erano confluite Stati Uniti e Jugoslavia, le logiche favorite della vigilia. E se gli USA apparivano come i soliti “mostri intoccabili”, gli slavi giungevano in Italia con un poker d’assi reduce dalla medaglia di bronzo conquistata in Grecia con la nazionale maggiore, quella di Drazen Petrovic, tanto per capirci. Dino Radja, Sasha Djordjevic, Vlade Divac e Toni Kukoc si presentavano in Valtellina con le credenziali di potenziali fenomeni da NBA. Le altre squadre erano relegate dal terzo posto in giù e per Cina, Australia, Portorico e Nigeria, unica rappresentante del continente africano, le possibilità di accedere alle semifinali erano pari allo zero.

La Jugoslavia Under 19 (1987): 4 Zoran Kalpić, 5 Luka Pavićević, 6 Nebojša Ilić, 7 Toni Kukoč, 8 Miroslav Pecarski, 9 Teoman Alibegović, 10 Aleksandar Đorđević, 11 Samir Avdić, 12 Vlade Divac, 13 Radenko Dobraš, 14 Dino Rađa, 15 Slaviša Koprivica. Coach Svetislav Pešić

Con americani e slavi impegnati nell’altro girone, l’Italia poteva dormire sogni tranquilli. In primis perché Germania, URSS, Canada, Brasile e Taipei non potevano rappresentare un pericolo reale per la qualificazione al turno successivo. Poi perché gli Azzurri possedevano un roster di livello assoluto, fatto di qualità e dinamismo, intelligenza in regia e chili ben distribuiti sotto canestro. Nando Gentile, che a 20 anni era già il capitano di Caserta, divide il ruolo di play con Andrea Niccolai e Brusamarello, uno che a Venezia veniva impiegato 31 minuti a gara. Stefano Rusconi, Davide Pessina, che a Torino giocava già 17’ di media, Massimiliano Aldi, decisivo per la salvezza della Allibert Livorno e acquistato dalla Tracer Milano per 800 milioni di vecchie lire, formavano il “pacchetto lunghi”. Poi Riccardo Pittis, il più giovane della compagnia, ma già intriso di insegnamenti da “Arsenio Lupin”, alias Mike D’Antoni. Gus Tolotti, oltre a Palmieri, Ballestra, Savio e Zeno, all’epoca top player, che in quell’estate era passato per cifre folli da Pavia a Firenze.

L’Italia parte benissimo, prima asfalta Taipei, mandando tutti a segno, poi rifila un ventello ai tedeschi, con 17 punti di Niccolai – l’unico Azzurro a militare in serie B, ma amato da Bianchini -, 13 di Brusamarello e 12 di Tolotti, uno in meno per Gentile, che scarica assist a destra e manca. Contro il Brasile si supera quota 100 grazie al contributo dei lunghi: in una pallacanestro universale, dove le conclusioni da tre punti non raggiungono i 6% dei tiri a partita, il lavoro sotto canestro è fondamentale. Così Max Aldi ne mette 21, Rusconi 13, Pessina 12, con Ricky Pittis che raggiunge i 18 punti. C’è da leccarsi i baffi.

Ovviamente arriva anche la giornata-no e ad abbassare la cresta agli Azzurri ci pensa il canadese John-David William Jackson, che chiude con 19 punti nel ko inflitto nel finale per 83-82. Ma dello stop dell’Italbasket Junior non si è accorto proprio nessuno.

Alla fine di una serata calda e finalmente senza pioggia, a tutti i presenti era rimasto impresso negli occhi e nella mente un ragazzo lungo, magro e carino. Il numero 7 sul dorsale di una canotta che porta stampato sul petto Jugoslavija.

“You talking to me?”

È il 1° Agosto e gli Slavi hanno appena dilaniato gli USA di Larry Brown, vincendo per 110-95. MVP assoluto un immarcabile Toni Kukoc, che a referto chiude con 37 pazzeschi punti e un incredibile 11/12 da oltre l’arco dei 6 metri e 25. Il “maestro” Aldo Giordani quella sera, nella passeggiata di ritorno verso l’hotel, affermò un concetto che fece leggenda “Abbiamo assistito alla morte della pallacanestro”. Un segreto rivelato al mondo dal bravissimo Luca Chiabotti, giornalista che vive di basket, asserendo che “Anche il Gran Maestro, per una volta, si sbagliò”. In realtà quella squadra produceva un concetto moderno del Gioco. Sasha Djordjevic e Vlade Divac, Dino Radja, e Toni Kukoc, tiratori puri come Ilic e onesti lavoratori come Teo Alibegovic e Dobras, perfettamente diretti da un mago come Svetislav Pesic, regalarono spettacolo.

Gli USA, a dire il vero con una moderata dose di talento, prendono sotto gamba il match. Il roster era formato da Stacey Augmon, Robert Brickey, Ron Huery, Larry Johnson, Gary Payton, Kevin Pritchard, Dwayne Schintzius, Lionel Simmons, LaBradford Smith, Stephen Thompson, Brian Williams e Scott Williams. Partono forte, con una spettacolare schiacciata in solitaria. Benissimo per due minuti, poi Kukoc spara da tre il primo scarico di Divac. Parità. Nell’azione successiva penetra, si arresta e dalla lunetta piazza un jumper di rara bellezza. Sarà praticamente l’unico canestro da due. A quel punto inizia uno show balistico, vede il canestro grande come una vasca da bagno e inizia ad impallinare gli americani da ogni angolo: segna indifferentemente in palleggio arresto e tiro o su scarico. E senza mai toccare il ferro. Spettacolo puro. Finirà con 11 tiri da 3 punti realizzati su 12 tentativi, qualcosa di mai visto, soprattutto in un torneo Junior.

Quel giorno Toni Kukoc si presentò così, in tutta la sua bellezza, al mondo intero.

In quella fine di Luglio 1987, un giovane poliziotto con la grande passione per il basket, partiva per una particolare avventura in Valtellina, iniziata con mille timori e conclusa diventando “amico” del futuro illustre Toni Kukoc.

Siamo nell’estate dell’anno 1987 – esordisce Giuseppe – e in quel periodo svolgevo l’anno di leva militare a Milano, come Agente ausiliario della Polizia di Stato. Una calda serata di fine luglio, appena terminato il mio turno di servizio, giunse l’ordine di un’immediata partenza verso Sondrio. La Valtellina era un mare di fango e acqua e serviva un forte aiuto alla popolazione. Dopo qualche giorno fummo dirottati verso Bormio, passando attraverso la Svizzera dal Passo Forcola, dove ad attendere la colonna della Polizia di Stato c’erano i gendarmi elvetici, che ci scortarono fino al Passo Umbrail. Poi, giù, per l’ultima parte dello Stelvio, fino alla conca bormina, dove a discapito delle molte preoccupazioni e con alcuni giorni di ritardo, stavano iniziando i Mondiali under 19. Per me, che amo il basket, era un’occasione colossale”.

La Polizia doveva garantire la sicurezza ai giovani atleti e alle delegazioni delle nazioni presenti. Jugoslavia, Australia, ma soprattutto Stati Uniti e Cina ci stavamo addosso. In Valtellina hanno i loro migliori giovani cestisti. Non si trattava solamente di pallacanestro e di un disastro ambientale con 53 morti. A Bormio nell’estate dell’87 c’erano in ballo anche i rapporti diplomatici con le più grandi potenze mondiali.

Giuseppe racconta, con enfasi, quei giorni “Con molta sorpresa, vista l’ emergenza, alloggiammo in un hotel insieme ad alcune nazionali, tra cui la formidabile Jugoslavia. Fin dalla colazione ero libero di passeggiare al fianco di giocatori diventati poi mostri sacri. Ogni mattina bevevo caffè con Divac, Diordjevic, Radja e, soprattutto, Toni Kukoc. Erano giovani, ma chi amava il basket sapeva già che sarebbero diventati delle star. D’altronde quei quattro avevano già vinto un bronzo agli Europei senior in compagnia di un Mito come Petrovic. In un paio di occasioni, al termine dei pranzi, ci siamo pure cimentati in sfide al calcio balilla: turno eliminatorio Polizia di Stato Vs Taipei, con gli Slavi in fila per giocare contro la vincente. Almeno a biliardino, vincevamo sempre noi”.

Ovviamente assai più riservato e poco incline a mischiarsi con gli altri atleti era il team U.S.A., che vantava nel roster un certo Larry Johnson. “Seguivo questi ragazzi da vicino, sia in hotel che sul parquet e, durante alcune partite, visto che in divisa spesso stazionavamo nei pressi delle panchine, mi è capitato di ricevere in cambio un “Come On” o un “Go!! ” e addirittura un “Five”.

I problemi con la lingua erano evidenti “Quanto ho maledetto il non aver studiato inglese! Una difficoltà oggettiva, che non mi ha impedito di interagire, utilizzando una buffa gestualità, con un cestista che all’inizio della manifestazione giocava pochissimo ed entrava in campo a partita ormai decisa. Era alto, magro, con la faccia da bravo ragazzo. E la canotta recitava sul dorsale il numero sette”.

E venne la sera di Jugoslavija Vs United States, un giorno che Giuseppe non dimenticherà mai. “Il Team USA era favoritissimo, ma Toni Kukoc quel giorno decise di farsi conoscere al mondo intero, sfoderando dal cilindro una prestazione pazzesca. Il numero 7 iniziò a bombardare gli americani, massacrandoli dall’arco, dove chiuderà con un leggendario 11/12 da 3 punti. Era semplicemente immarcabile, segnava da ogni angolo. Sempre. A fine gara Bormio gli attribuì un’infinita standing ovation. Un gesto che, a distanza di 30 anni, mi è rimasto ben impresso nella memoria. Per me, invece, il bello doveva ancora venire”.

Nella vita ci sono attami che durano in eterno, perché continuano a vivere nelle nostre memorie. Per sempre. Quell’attimo il poliziotto cremonese lo ha ancora ben impresso “Mezz’ora dopo la fine dell’incontro, mentre ero sul parquet ad attendere le squadre per scortarle negli alberghi, all’improvviso mi compare alle spalle Kukoc. Toni con un gesto fulmineo mi toglie dalla testa il basco e, dopo averlo indossato, mi dice “Photo?” rivolgendosi ai cronisti, fermi in attesa di intervistare colui che aveva appena annientato gli U.S.A. e, mentre mi abbraccia, mormora un caloroso “My Friend”. Poi sorride felicemente e, insieme ad un divertito Vlade Divac, se ne va”.

Il Mondiale di Bormio non poteva non finire con un successo della Jugoslavia. Quella squadra aveva un talento straordinario.

Dopo la vittoria sugli Stati Uniti gli slavi asfaltarono Portorico, sfiorando i 140 punti. Si sentivano semidei: curiosamente a segnare meno di tutti fu Kukoc, che ne mise solamente 4, insieme a Teo Alibegovic, autore di un solo canestro. Poi Koprivica 6 e tutti gli altri componenti in doppia cifra. Ci si divertiva tutti alla giostra di Pesic. O almeno così era in campo, perché fuori era nota la sua fama di sergente di ferro.

E l’Italia? Gli Azzurri ripresero il loro cammino battendo nettamente l’Unione Sovietica 80-70, con Niccolai autore di 24 punti e Rusconi 19. Chiuso il girone in testa, nella semifinale toccarono gli USA, che giocarono al massimo con un solo obiettivo: ritrovare in finale la Jugoslavia per provare a giocarsi la rivincita. L’Italia tenne il campo benissimo, Tolotti ne fece ancora 21 con un 9/9 al tiro. Nando Gentile infilò un paio di bombe importanti, mettendo a segno 19 punti, due in più di Rusconi. Ma fu tutto inutile, perché gli americani vinsero 89-84, grazie ai 25 punti del prodotto di Syracuse Stephen Thompson (che in NBA ebbe una fugace apparizione con i Sacramento Kings e gli Orlando Magic), ai 15 di Ron Huery, uno che dopo la parentesi di Arkansas non costruì una carriera da cestista e ai 14 di Lionel Simmons, ala piccola che dal 1990 al ’97 con la canotta dei Sacramento Kings metterà insieme 454 presenze e oltre 5.800 punti.

Nell’altra semifinale i tedeschi nulla poterono contro la potenza slava. Pronti, via e grazie all’asse Kukoc – Divac si tocca il + 10. Il primo tempo vede un +18 Jugo e il finale è un tranquillo 89-64. Praticamente 25 punti di scarto ottenuti passeggiando.

Il migliore dei tedeschi fu Henning Harnisch, capace di chiudere con 13 punti a referto, lasciando una buona impressione agli addetti ai lavori. Harnisch non lascerà mai il confine germanico, vincendo consecutivamente il campionato dal 1990 al ’99, prima con il Bayer Leverkuesen, poi con la casacca gialloblu dell’Alba Berlino.

Henning Harnisch

Ma il successo più grande lo otterrà nel 1993, curiosamente proprio con Svetislav Pesic in panchina, quando il santone di Pirot condusse la Germania ad un incredibile successo agli Europei. La vita, a volte, ti mette di fronte a bizzarri incroci.

L’Italia ottiene comunque un bronzo, battendo i tedeschi più agevolmente di quanto non reciti il 77-66 finale. Pessina 16, Gentile 15, Niccolai 13, Rusconi 10 punti. Tutti fecero il loro dovere e il Pentagono attribuì agli Azzurrini il dovuto applauso.

Nando Gentile sul podio assieme a Sasha Djordjevic

Arrivò anche il 5 Agosto, giorno della Jugoslavia. Il più in apprensione era ovviamente Larry Brown, conscio di aver di fronte una squadra dal grande talento. Per vincerla, questa volta, avrebbe dovuto sensibilizzare al massimo la difesa e, a dire il vero, per tre quarti di gara ci riuscì. Le chiavi dell’attacco furono affidate al play Kevin Pritchard, uno capace di vincere il titolo NCAA la stagione successiva, prima di vestire le maglie di Golden State, Boston Celtics e, dopo annate non soddisfacenti, trasferirsi alla Viola Reggio Calabria trovando al fianco, proprio riguardo agli strani intrecci, il nostro Tolotti.

Ma il talento degli slavi è incontenibile. Djordjevic disegna magie e manda a canestro Divac con semplicità. Dino Radja è devastante e riesce al meglio a sfruttare varchi creati dal raddoppio sistematico su Toni Kukoc, la cui prestazione nella sfida del girone eliminatorio aveva ingarbugliato tutti i programmi di Coach Brown. A chiudere la festa ci pensa Nebojsa Ilic, che a discapito dei compagni non varcherà mai i confini europei, giocando una onesta carriera, soprattutto con la Stella Rossa. Eppure Ilic tirava bene, molto bene, tanto da chiudere con 15.3 di media in una squadra di campioni che a Bormio, in quel triste Agosto di 31 anni fa, seppe consacrarsi definitivamente al mondo intero.

Da allora son passati quasi 31 anni, durante i quali Giuseppe non ha mai smesso di seguirlo. “Dopo Bormio ho sempre gioito per le sue vittorie – racconta il poliziotto cremonese – perché Kukoc ha saputo interpretare tutto lo spirito e la bellezza della pallacanestro. Dalle Coppe dei Campioni con la mitica Jugoplastika, allo scudetto di Treviso, che seguii anche con qualche trasferta, oppure a Milano, nei servizi di ordine pubblico. Non mi stupirono i successi in NBA, dove è stato il valido scudiero di Michael Jordan, per me il più grande di sempre”. Qualche volta ha cercato, invano, di incrociarlo “Per un saluto o un abbraccio. E chi lo sa, magari Toni mi avrebbe rubato ancora una volta il basco, dicendomi, come sempre sorridendo, ‘My Friend!’ “.

Toni Kukoc 11 anni e 3 titoli NBA dopo…