illustrazione in copertina di Paolo Mainini
grafici di Francesco Olivo
articolo di Marco Munno

 

 

 

“Ho detto nello spogliatoio che nell’ultimo quarto i nostri attacchi, soprattutto per quanto riguarda Micić, si sono limitati allo sparacchiare step back da 8 metri. E’ inaccettabile, è un basket indisciplinato, e gliel’ho detto anche faccia a faccia”.

 

Sono state queste le parole di coach Ataman dopo la quarta sconfitta consecutiva dell’Efes, nel corso della peggior partenza di sempre per una campionessa di Eurolega in carica: ha voluto sottolineare la brutta prestazione di squadra, specificatamente quella di Vasilije. Senza farsi problemi nell’attaccare esplicitamente l’MVP in carica della manifestazione, nonché miglior giocatore delle Final Four di qualche mese prima, quelle che avevano visto l’Efes coronare l’inseguimento durato tre stagioni al massimo alloro continentale.

Un modo non solo per criticare, ma anche per provocare una reazione nell’uomo cardine delle sue truppe, metronomo tecnico e umorale del gruppo: per provare a chiudere nuovamente il torneo continentale a braccia alzate, Ataman sapeva perfettamente di dover puntare ancora sulla dedizione e sull’ambizione di chi queste due qualità le aveva incarnate per tutta la sua carriera.

foto Euroleague

Dedizione e ambizione Vasa le aveva mostrate sin da bambino, quando con il papà Dragan, la mamma Vesela e la sorella Nina viveva a Kopaonik. In lande selvagge dove respirare libertà e per sei mesi all’anno vivere circondati dalla neve, e dove diventa conseguenza naturale cimentarsi con gli sci: i piccoli Vasilije e Nina non fecero eccezione. La primogenita optò successivamente per lo snowboard, fino ad arrivare alla partecipazione alle Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014 come prima snowboarder serba di sempre (nonostante un bruttissimo incidente in cui aveva rischiato la vita solo due mesi prima); il secondogenito collezionò successi in serie nello slalom e lo slalom gigante, diventando 4 volte campione serbo e 2 volte campione dei Balcani, adottando uno stile particolarmente spericolato.

Nella stessa Kopaonik, il piccolo Vasa ebbe l’opportunità anche di un primo contatto con la pallacanestro, con lo YUBAC Basketball Camp a fare tappa in città; il rapporto con il basket venne approfondito solo quando nel 2003 si trasferì con la famiglia a Belgrado, per poter proseguire le scuole che a Kopaonik si fermavano alle prime classi delle elementari. Con le montagne lontane dalla città, venne convinto a provare un allenamento nel suo istituto: rimase folgorato e si unì alla squadra locale dell’OKK Belgrado. Qui  iparò a trovare un equilibrio fra l’istinto e la libertà sperimentate fra i monti e il rispetto delle regole, senza sacrificare il suo spirito di competizione. Mescolava una struttura fisica in evoluzione (con l’altezza che continuava a salire) alla sua capacità di cambiare direzione e velocità negli attacchi a canestro (retaggio degli anni spesi sugli sci), e anche alla sua applicazione nel lavoro individuale: venne così fuori un mix che portò Miško Ražnatović, numero 1 fra i procuratori serbi, a inserirlo nella propria scuderia appena lo vide all’opera, a 15 anni, spedendolo poi al Mega Vizura.

Ražnatović ebbe subito un confronto con il coach della prima squadra: “Questo ragazzo sarà il playmaker della tua squadra senior. E se perderai delle partite, potrai addossare a me tutte le colpe”. Sebbene il basket slavo si sia sempre contraddistinto per il lancio di giovani talenti, spesso per l’ingresso in rotazione in prima squadra “bisognava” avere 18 anni; per Vasa l’occasione di competere con gli adulti arrivò prima, e al suo primo contrattempo fisico, dopo sole 7 partite, il coach già aveva le mani nei capelli perchè non riusciva a farne a meno sul parquet…

Nonostante vari infortuni ad accumularsi pian piano nel suo percorso (fra cui quello di rilievo a 17 anni), di fianco al Boban Marjanović MVP a fine stagione della Serbian League nel 2012/13, portò il Mega alla prima qualificazione alla Lega Adriatica della sua storia. Vasa chiuse quindi la sua esperienza in patria dopo la stagione successiva guadagnandosi (anche grazie ad un Eurocamp di Treviso in cui risultò il migliore insieme a Jaylen Brown) la chiamata al secondo giro nel draft 2014 della NBA, insieme ad altri due promettenti compagni di squadra: Nemanja Dangubić e quel Nikola Jokić

In foto 2 titoli di MVP NBA, 1 di MVP di Eurolega e 2 MVP di Final Four

Alle sue gesta non restò indifferente un santone della pallacanestro balcanica come Svetislav Pešić, che volle Micić al Bayern Monaco, dove si esibì per la prima volta sul palcoscenico dell’Eurolega. Una nuova serie di stop per infortuni non gli fece trovare continuità; la società tedesca, con un’opzione in mano per il prolungamento di contratto dopo il triennale in essere, provò la carta del prestito alla Stella Rossa nel 2015, che ugualmente non vide Vasa brillare, con conseguente mancata estensione. Nonostante ciò, da quest’ultima esperienza trasse un’indicazione positiva: quella di dover cercare una sistemazione che lo mettesse al centro del progetto, permettendogli di sbagliare con i suoi tempi. Gli servì molto la lezione ricevuta al tempo della selezione nella Nazionale Under 20 serba: dopo alcuni errori nel corso una gara, dopo il timeout chiamato da coach Milan Mansaric, non si rialzò dalla panchina per tornare in campo convinto di dover essere automaticamente punito per i suoi sbagli. Rimesso invece subito sul parquet, comprese l’importanza della fiducia dell’ambiente intorno a lui nelle sue qualità, per dargli la tranquillità giusta nel provare quei colpi ad effetto che lo contraddistingueranno negli anni a venire.

Quindi, così come mise temporaneamente nel cassetto le aspirazioni di NBA all’epoca della scelta della Stella Rossa, fece lo stesso con quelle di Eurolega preferendo il Tofaş Bursa, neopromossa nella massima, e la possibilità fornitagli dalla compagine turca di assumersi tante responsabilità. In Serbia (della quale tra l’altro Micić aveva già vestito la maglia della Nazionale senior nel 2013, prima di rinunciare al Mondiale 2014 per infortunio ed essere escluso dal roster finale per Eurobasket 2015) una delle convinzioni in ambito cestistico è quella che se l’esplosione di un talento non arriva prima dei 20 anni, difficilmente si verificherà in seguito. Invece Vasa non si sentiva poi così vecchio con le sue 22 primavere sulle spalle ed ebbe la fortuna di trovare nel suo percorso coach Orhun Ene. Il tecnico del Tofaş aiutò infatti Micić a sviluppare il suo stile di pallacanestro, dandogli l’opportunità di essere maggiormente sé stesso sul parquet e spingendolo a cercare maggiormente le conclusioni personali, stringendo inoltre con lui un legame anche fuori dal campo. Dal punto di vista tecnico una situazione inizialmente casuale gli permise di fare un ulteriore step in avanti: durante la preparazione personale estiva, svolta durante le vacanze a Kopaonik insieme al preparatore Marko Cosic, il suo allenatore di tiro non si presentò. Iniziò perció il suo lavoro con lo stesso Cosic, il quale si accorse di un problema di stabilità nella postura prima del caricamento del tiro di Vasa: da allora, buona parte del lavoro individuale con Cosic si è basato sul miglioramento dell’appoggio del pollice del piede a terra, con i risultati chiaramente sotto gli occhi di tutti.

Nell’estate del 2017 tornano a farsi sentire le sirene dell’Eurolega, e Micić decide di ascoltare quelle provenienti da Kaunas, con coach Šarūnas Jasikevičius che riesce così ad averlo nel roster del suo Žalgiris. C’era curiosità intorno al team lituano dopo le buone prestazioni fatte vedere dopo l’arrivo in corsa di Saras nel mezzo della stagione precedente, tenendo bene a mente come il budget risultasse comunque uno dei più bassi della competizione: i verdi vanno oltre ogni aspettativa, chiudendo grazie ad un gioco scintillante e tanta applicazione come sesti nella stagione regolare e conquistando addirittura l’accesso alle Final Four.

foto www.zalgiris.it

Sono state tante le soddisfazioni per Vasilije: si è ritrovato ad essere una parte importante della rotazione, e la presenza di Jasikevicius, uno dei più grandi playmaker europei di sempre, l’ha forgiato permettendogli di perfezionare il suo gioco grazie ai consigli di Saras. Come detto da Micić stesso, quella in Lituania è stata “una stagione che è valsa come cinque o sei anni giocati in Eurolega”. Tuttavia, in un sistema in cui la stella polare era un altro playmaker (Kevin Pangos), Vasa ha sentito di non avere tutto lo spazio che credeva di meritare: viene ammaliato perciò (oltre che da un cospicuo aumento dell’ingaggio) dalle parole di coach Ataman, che aveva in mente un ambizioso piano di rilancio per l’Efes, ultima nella precedente stagione di Eurolega. Un piano in cui Micić avrebbe avuto maggiori possibilità di esprimere la sua creatività, pur partendo anche nella rotazione dei birrai alle spalle del duo designato di guardie titolari: Shane Larkin e Rodrigue Beaubois.

Sin dall’inizio dell’avventura turca peró Vasa ha sentito le vibrazioni giuste: mentre pian piano la squadra si affermava quale sorpresa del torneo, Micić si è messo sempre più in luce, ad esempio guidando il team nel filotto di cinque vittorie consecutive che hanno piazzato l’Efes nelle zone alte della graduatoria e che personalmente gli sono valse il titolo di MVP del mese di novembre. Per poter sognare davvero in grande mancava però il contributo del ragazzo deputato ad essere il principale riferimento del team, quel Larkin che scivolava sempre più indietro nella considerazione di coach Ataman. Fino al match dell’8 di marzo, in cui l’Efes ha incrociato la squadra che l’appaiava al quarto posto in classifica, il Barcellona. Subentrato come da prassi dalla panchina, Shane ha iniziato a crivellare la retina senza più fermarsi: in una sconfitta senza appello per 92-70, i blaugrana hanno visto ribaltata anche la differenza canestri dell’andata di +15, incapaci di trovare contromisure ad uno straordinario Larkin da 37 punti personali.

E’ stato quello il momento in cui per la squadra è maturata la consapevolezza di potersela giocare fino in fondo, e Ataman si è convinto che Micić e Larkin invece di alternarsi avrebbero potuto splendidamente convivere nel backcourt. La coppia è stata il propellente che ha spinto i turchi fino alla finale, dove si sono arresi all’armata del CSKA, e al primato in solitaria nella classifica nella regular season successiva, fino allo stop della competizione a causa della pandemia.

Nell’estate a cavallo fra le due stagioni, per Vasilije c’è stato il Mondiale: a coronamento della sua migliore annata in carriera, era arrivata la sua occasione di brillare anche con la divisa della nazionale. La squadra slava infatti si presentava alla competizione con la sola assenza pesante di Teodosić, del quale Micić avrebbe preso il posto in quintetto, ma con tutti gli altri campioni a disposizione, affiancata e non dietro agli Stati Uniti nel novero dei favoriti per la vittoria finale. Dall’inizio della preparazione però ha dovuto convivere con la grave malattia della cara madre, saltando diversi allenamenti per poterle stare vicino. Nel corso del torneo, dove le sue performance ovviamente non erano le stesse degli ultimi tempi, è giunta la terribile notizia: la signora dalla quale Vasa aveva ripreso il carattere solare, non ce l’ha fatta.

Tenuta fino a quel momento nascosta, la storia viene a galla; nonostante le ipotesi di precoce abbandono della competizione, Micić ha però deciso di restare con i compagni in vista del momento più caldo del torneo, con il quarto di finale contro l’Argentina alle porte. Gli slavi si sono fatti però sorprendere, con Campazzo e compagni a piazzare l’upset e a chiudere le speranze di gloria per Micić e soci.

Speranze di gloria che Vasa coltivava nella sua terza stagione all’Efes, con un nucleo di squadra rimasto identico ad eccezione di qualche alternanza nel settore dei lunghi. I meccanismi di squadra dei birrai ormai erano ben oliati, e Micić in quel sistema ci sguazzava: sempre più in alto nelle gerarchie della pallacanestro europea, conquista il titolo di MVP della stagione regolare di Eurolega. La consegna è un momento di liberazione per lui: in una cerimonia a sorpresa, le parole di Nina e del padre lo fanno sciogliere in un pianto liberatorio nel pensare alla mamma.

Mancava però ancora un pezzo, quello più importante: il titolo di campioni d’Europa a fine stagione. Superato il Real Madrid nei quarti, in una serie in cui l’Efes sfiora lo psicodramma prima dell’eroica tripla decisiva nell’ultimo minuto di gara 5 firmata da Kruno Simon, nelle Final Four il primo match vede andare in scena la rivincita della finale del 2019 contro il CSKA. Quando Clyburn spedisce sul ferro la tripla nel finale, la vendetta è completa e davanti c’è solo un ultimo ostacolo: la favorita, il Barcellona di Mirotic, Calathes, Higgins e Davies (insieme al cavallo di ritorno Pau Gasol). L’armata blaugrana prova la fuga a inizio gara, ma i turchi sono pronti con l’appuntamento con il destino: con un controparziale agganciano gli spagnoli e piazzano poi il sorpasso, non venendo più ripresi in una gara che resta splendida. Miglior marcatore con 25 punti, oltre a 3 rimbalzi e 5 assist: Vasilije si prende il palcoscenico nell’atto più importante e, come solo Diamantidis, Spanoulīs, De Colo e Doncic nella storia dell’Eurolega, piazza la doppietta da MVP della regular season e MVP delle finali nella stessa stagione.

foto Euroleague

Dopo il flop estivo delle qualificazioni alle Olimpiadi con la nazionale serba, nel match di Belgrado che tanto bene ricordiamo in Italia, si arriva all’annata sportiva corrente. Dove il sospetto è che i birrai abbiano la pancia piena, che le conferme di tutti i pezzi grossi siano arrivate anche per mancanza di credibili alternative per le loro carriere individuali (con l’offerta dei Thunder indecisi sul suo ruolo in squadra rispedita al mittente da Vasilije) e che, dopo aver raggiunto il suo culmine, l’Efes sia destinato ad iniziare il suo declino. La partenza è shockante, la ripresa non è immediata e le sconfitte si alternano a vittorie che arrivano principalmente per lo strabordante talento individuale dei ragazzi dei roster. Fra i quali, ancora di più a spiccare è Vasa, a testimonianza di una crescita in maglia turca costante nel tempo (anche paragonata a quella dell’altra star, Larkin) e che è proseguita anche nel torneo 2021/22, come mostrano i dati nell’elaborazione di Francesco Olivo. Innanzitutto dal punto di vista realizzativo, con un Micić da 18.2 punti a gara a conquistare a fine stagione l’Alphonso Ford Trophy, ovvero il premio di miglior marcatore dell’intera Eurolega. 

Una maggiore prolificità che non ha tolto spazio ai compagni, tanto da constatare come anche il dato dei punti generati (ovvero quello che ai punti segnati somma quelli fatti realizzare ai compagni dopo un proprio assist) abbia continuato nella sua ascesa:

A proposito dei destinatari: in un roster che come partenza pesante, rispetto alla stagione precedente, ha registrato solo quella del lungo Sertaç Şanlı, si nota come sia rimasto importante l’uso dei pick’n’roll, con gli altri due centri Pleiss e Dunston primo e terzo maggior ricevitore di passaggi smarcanti da Vasa.

 

Nell’ultima parte di stagione regolare, l’Efes torna ad essere convincente, con un punto di svolta arrivato in una sconfitta al 21esimo round, nel re-match della scorsa finale contro l’Eurolega, con coach Ataman espulso (con annesso siparietto). Quella sconfitta ha dato alla squadra la convinzione di poter ancora dire assolutamente la propria al massimo livello, gettando benzina sul fuoco delle motivazioni con il desiderio di ribellione a chi li aveva dati per finiti troppo presto.

Arrivati ai quarti di finale, l’ostacolo a separare i turchi dalla terza Final Four consecutiva è rappresentato da una Olimpia Milano a tratti splendida nel corso della regular season, arrivata però con diverse indisponibilità al momento decisivo. Vasa e compagni non perdonano: in una serie che lascia spesso la sensazione di “vorrei ma non posso” da parte delle truppe di coach Messina, i turchi la spuntano per andarsi a giocare la doppietta di titoli consecutivi.

In semifinale contro c’è l’Olympiacos, sorpresa del torneo che a tratti ha proposto il miglior basket della stagione. Come già accaduto nell’ultimo confronto fra le due squadre, il 10 di febbraio, nessuna delle due riesce a prevalere nettamente sull’altra e il risultato resta in bilico fino al termine. Tre mesi fa il canestro che ha portato il match al supplementare è stato di Vasilije, ma allo scadere dell’overtime è stato poi Sloukas con una tripla sulla sirena a dare la vittoria alla squadra di coach Bartzokas. Stavolta le cose cambiano: nel finale Sloukas serve il suo sesto assist personale, e Martin da sotto agguanta il pareggio a quota 74, a 19.5 secondi dalla sirena conclusiva. Nel timeout chiamato da Ataman, nonostante il frastuono creato dai tifosi dell’Olympiacos in visibilio, risuona chiaramente nei microfoni dell’operatore tv il nome della persona a cui sarebbe toccato gestire l’ultimo pallone: “Micić!”.

Con 8.2 secondi sul cronometro, c’è blocco per un pick’n’roll centrale di Moerman, Micić si dirige prima dalla parte opposta e poi cambia direzione, valutando così la scelta difensiva di Walkup che lo marca e quella di Vezenkov, impegnato sul francese, nella collaborazione. Arriva il cambio e il bulgaro cerca di mandare a sinistra Vasilije, cercando poi di contenere non avendo lo stesso passo: a Vasa basta lo spazio creato dall’ultimo movimento all’indietro di Vezenkov per alzarsi qualche millimetro prima dell’arco e tentare la tripla a 2 decimi dalla fine del match.

La finale, che vede l’Efes contrapposto al Real Madrid, giocata sul filo della tensione è tutt’altro che una bella partita. Anche in questo caso, così come per le due semifinali, l’equilibrio è tanto, con l’impressione che a trionfare non sarà chi farà meglio, ma chi farà meno peggio. E sul 50-51 per i turchi a 3:24 dalla fine, nuovamente Vasilije decide di salire in cattedra: prima l’assist per la schiacciatona di Pleiss (ricordate il grafico sopra?) e poco più di un minuto dopo la tripla che rimette un possesso pieno di distanza fra le due squadre, portando l’Efes avanti di tre (53-56) indirizzando pesantemente l’inerzia degli ultimi concitati momenti di gioco. Il Real Madrid resta in scia ma non riesce più a mettere la testa avanti.

Ataman mantiene le promesse: il back-to-back dell’Efes è realtà.

E ha impresso a lettere cubitali il nome di chi, sin da piccolo sulle vette innevate di Kopaonik, ha imparato a slalomeggiare fra gli ostacoli trovando il proprio speciale percorso per arrivare per primo al traguardo.

Micic ha così eguagliato gente come Toni KukočDejan Bodiroga e Vasilīs Spanoulīs fra gli unici a risultare per due volte di seguito MVP delle Final Four di Eurolega.

Sulla vetta più alta della pallacanestro europea, oggi c’è Vasilije Micić.

foto Euroleague