illustrazione grafica di Paolo Mainini

 

 

 

Fisico di due metri e spicci, origine e formazione slava, tecnica e intelligenza cestistica per giocare in quattro ruoli pur senza un atletismo eccezionale, paragone per archetipo di giocatore con Magic Johnson, da strappare all’Europa, via draft, dai Sacramento Kings.

Il pensiero facilmente correrà a Luka Doncic, ma il profilo tratteggiato non è quello del ragazzo col sorriso da un milione di dollari che si affacciò al draft del 2018. La figura è quella invece un pò più austera, almeno fino alle esultanze dopo un and-one, che nella sliding door dell’accesso agli Stati Uniti decise di non varcare l’Oceano. Lo status di icona dell’eccellenza cestistica, a cavallo fra la fine del ventesimo e inizio del ventunesimo secolo, il cugino di secondo grado di Drazen Petrović (i rispettivi nonni erano fratelli) se lo costruí quindi sui campi più caldi del Vecchio Continente, cristallizzandolo con la maglia della nazionale in giro per il mondo.

Quando allora nell’estate del 2017 arrivò la rinuncia dei diritti sulle sue prestazioni nella NBA acquisiti nel draft del 1995, la sensazione fu quella della fine di un ciclo, prima dell’inizio del successivo. Fece sorridere non solo il fatto che nel frattempo il ragazzo si fosse ritirato da 10 anni (si parla pur sempre dei Kings…), ma che il front office che sbrigò la formalità fosse capeggiato da Vlade Divac, compagno di squadra in mille battaglie cestistiche del ragazzo soprannominato “White Magic”: Dejan Bodiroga.

foto static.mondo.rs

Non c’è appassionato del gioco che non sia stato rapito dal suo campionario di finte e controfinte, dalla maestria nel punire le pecche di qualsiasi tipo di difensore, dalla puntualità nel presentarsi nei momenti caldi, dall’intelligenza nel leggere prima degli altri le situazioni in campo, dalla genialità nel trovare linee di passaggio invisibili ai più, dalla perfezione nell’applicazione del fondamentale giusto al momento giusto.

Con quell’andatura quasi trascinata, quel movimento di tiro un pò sgraziato, quello sguardo un pò spento, a suon di giocate decisive Bodi Bond ha trafitto il cuore di coloro che hanno avuto il privilegio di assistere alle sue performance.

Al di là della canotta indossata, ha lasciato un marchio indelebile a tutto tondo nei diversi luoghi in cui è sceso in campo, e nelle varie situazioni in cui si è ritrovato in carriera.

  

Le origini

Nell’ottobre del 1989, il primo numero della nuova rivista “Kos”, dedicata al basket slavo, pubblicava i roster delle squadre partecipanti al campionato nazonale. Nello Zadar la stella era Arijan Komazec; fra gli altri, non lasciavano indifferenti i nomi di Petar Popovic (eroe del titolo della squadra nel 1986 nonchè padre di Marko, ritiratosi nella scorsa stagione) e dell’attuale coach di Slovenia Aleksandar Trifunović. Oltre ai giocatori coi numeri di maglia già assegnati, nella colonnina dei “nuovi arrivi” campeggiava un “Dejan Bodiroga”, accompagnato solo da“(16, 197)”, indicazione di età e altezza, e dalla provenienza, “Servo Mihalj” di “Zrenjanin”. Quest’ultima rappresentava un’anomalia: era quantomeno particolare che da Zrenjanin, distante una settantina di chilometri da Belgrado, fosse finito in Croazia. Ce lo portò Krešimir Ćosić, nell’unico anno a Zadar fra i due periodi alla guida dell’AEK Atene. La leggenda del basket slavo fu colpita da ciò che vide durante un torneo cadetti, in cui Dejan col suo Servo Mihalj rifilò 32 punti allo Zadar. Lo portò per una settimana di camp in Croazia; si diresse quindi a Klek, cittadina di circa 3000 anime vicino a Zrenjanin (nota per la produzione di atleti di livello, come i fratelli Grbić, ori olimpici nella pallavolo a Sidney 2000), dove la famiglia Bodiroga viveva, per convincerli a far trasferire il figlio.

Forte della sua reputazione e delle buone maniere, riuscì ad accaparrarsi quel ragazzo che, pur avendo iniziato tardi a giocare, a 13 anni, sotto le cure di Rade Pruvlov, era spiccato in altezza due anni dopo, finendo direttamente nella prima squadra guidata da Miodrag Nikolić, altro ex nazionale jugoslavo negli anni ‘60.

Il pre contratto firmato col Vojvodina non gli permise di essere disponibile da subito per la prima squadra dello Zadar; Bodi Bond passò quindi la prima stagione ad allenarsi nelle giovanili sotto la guida di coach Pino Grdović. Dalle 7 alle 10 di mattina, dalle 20 alla mezzanotte la sera: in una palestra spesso senza luce, era possibile trovare Dejan ad affinare le sue qualità.

foto pinimg.com

In un Europeo Juniores dove per la prima volta fece parte di una selezione nazionale jugoslava, i frutti del lavoro non vennero subito alla luce; a Groningen, mentre l’Italia di Mario Blasone conquistò la medaglia d’oro, si fermò a 6.2 punti di media, non certo impressionanti (pur partecipando due anni sotto età). Con il passaggio nella stagione successiva alla prima squadra, guidata da coach Slavko Trninić (sostituto di Ćosić, andato via per dissapori con la società), vide presto i suoi primi minuti in campo fra gli adulti.

Lo status di jugoslavo (di origini tra l’altro bosniache) in terra croata era però tutt’altro che semplice per il ragazzo. Con l’aumentare dei contrasti fra le varie etnie, non ebbe scelta che allontanarsi dalla Jugoslavia per continuare a coltivare i suoi talenti.

(Pure perchè in gioventù aveva già mostrato una certa confidenza coi tiri nei momenti topici…)

I provini con AEK e Olympiakos furono superati, ma le trattative per l’ingaggio si arenarono davanti al rifiuto di Bodiroga di naturalizzarsi come greco, pratica molto diffusa per gli slavi del campionato ellenico in quel periodo per lasciare libero nel roster uno slot destinato agli stranieri.

Le voci sull’ottimo Mondiale Juniores giocato in estate con la Jugoslavia, assieme a gente come Rebrača, Mršić e Lončar, in cui fu nominato MVP, cominciarono comunque a circolare. Su una cronaca dell’evento, Boscia Tanjevic, all’epoca coach a Trieste, lesse un paragone su Dejan definito il “Magic Johnson bianco”; lo ritenne azzardato, ma lo incuriosì a tal punto da spingerlo ad andare a dare un’occhiata al torneo di preseason che lo Zadar giocava vicino alla città giuliana.

Gli fu facile accorgersi delle capacità del ragazzo; scegliere di metterlo sotto contratto, però, non era altrettanto semplice. Innanzitutto, i posti riservati in ogni squadra italiana ai giocatori stranieri erano soltanto due; puntualmente venivano occupati da due americani, e rinunciare ad uno per un ragazzo appena diciottenne sarebbe stato un grosso azzardo. Inoltre, lo Zadar non l’avrebbe liberato subito: per una stagione quindi sarebbe dovuto rimanere fermo, relegato ai soli allenamenti.

Per fugare i dubbi di Boscia, si recò a Trieste una delegazione composta dal fratello maggiore Zeljko, da Nedeljko Ostarčević (ex giocatore dello Zadar, spostatosi a vivere negli Stati Uniti) e ovviamente dal mentore del ragazzo Ćosić. Fu proprio quest’ultimo a dissipare le ultime perplessità dell’amico Tanjevic: “Non essere un testone bosniaco. Firmalo e non te ne pentirai”.

  

Dejan e l’Italia

Bodiroga arrivò quindi nel Bel Paese, allenandosi per un’annata in attesa di entrare in squadra. A Trieste andò a comporre insieme a Gregor Fučka, Sandro De Pol, Claudio Pilutti e Davide Cantarello, il gruppo di talenti in erba che Tanjevic aveva imposto quale nucleo della squadra, con un americano di spessore e ad una guida dal grande ascendente da affiancare. Nella sua prima stagione queste due caselle furono occupate da AJ English e un Dino Meneghin nella parte finale di carriera. Come detto dallo stesso Boscia, furono sufficienti un paio di allenamenti per capire con che fenomeno si avesse a che fare: i 51 punti messi a segno (insieme a 11 rimbalzi, con un irreale 63 di valutazione totale) da Bodiroga il 28 febbraio contro Reggio Calabria furono il fiore all’occhiello di una stagione nella quale tutta Italia si accorse del suo talento. Risultò capocannoniere della squadra con 21.2 punti con quasi il 60% da due, sebbene nei primi minuti dei match, come raccontò Tanjevic, era solito prendere pochissime iniziative al tiro, così da capire prima come stesse giocando la squadra.

Dopo l’ottimo quarto posto (con conseguente qualificazione in Coppa Korać), la rapida estromissione dai playoffs per opera della Cantù di un Pace Mannion ancora senza Nico nei pensieri, gridava vendetta nell’annata successiva. La Stefanel puntava al titolo, come testimoniavano gli arrivi di Nando Gentile, dopo una vita a Caserta, quale leader carismatico, e del lungagnone Lemone Lampley, già visto per più annate in Italia, quale nuovo americano.

Il terzo posto ottenuto in campionato (nonostante la sconfitta a sorpresa contro il fanalino di coda di Venezia nell’ultima giornata, a costare la vetta della classifica) sembrava rispecchiare le ambizioni triestine. Esse erano inoltre corroborate da un percorso di coppa che portò la Stefanel fino alla finale, dove tuttavia fu sconfitta per mano del PAOK di Walter Berry, Zoran Savić e Bane Prelević.

In semifinale la corsa verso il titolo si fermò nuovamente. A stopparla fu Pesaro, in una delle serie più belle mai giocate in Italia, con tutte e 3 le partite finite ai tempi supplementari. A guidare la Scavolini c’era un certo Carlton Myers che con Bodiroga ingaggiò una sfida personale a suon di canestri: il primo la chiuse a 30.3 punti in media (e il buzzer beater della vittoria decisiva in gara 3), il secondo a 18.3.

(I tempi regolamentari di gara 2 finirono con il faccia a faccia: Carlton con lo sfondamento su Dejan)

Non sará che il primo capitolo del confronto fra i due, che si riaccenderá nell’atto finale di due campionati dopo. Le canotte indossate non saranno però le stesse. Carlton era passato alla Fortitudo Bologna, Dejan era passato insieme a tutti i migliori giocatori e al coach della compagine giuliana a Milano, acquistata dal medesimo patron Stefanel.

I trionfi sfumeranno il primo anno giocato all’ombra del Duomo; come nella stagione precedente, la truppa di Bodiroga vide infrangere i sogni di gloria scudettata in semifinale, stavolta contro la Virtus Bologna guidata dal connazionale Sasha Danilović. Ugualmente, rimediò una sconfitta nella finale di Coppa Korać, contro l’Alba Berlino di un coach Pešić che diverrà poi una figura di rilievo nel prosieguo della carriera di Dejan.

Fu nel secondo anno all’Olimpia che si materializzarono, almeno relativamente alle competizioni in territorio italiano, i primi riscatti di Bodi Bond. Se la Korać rimaneva stregata, con un’altra finale persa (stavolta contro l’Efes Pilsen), sul fronte nazionale la conquista della Coppa Italia fece da propulsore per le prestazioni nei playoffs dove Dejan si presentò da miglior realizzatore dell’Olimpia, quinta in stagione regolare, con 23.3 punti a gara.

foto realolimpiamilano.com

In semifinale, fu la Virtus Bologna a perdere il remake della serie dell’annata precedente; perso Danilović, le V Nere, testa di serie dei playoffs, non riuscirono a contrapporsi ad una Milano che con l’aggiunta del fondamentale Rolando Blackman aveva dato stabilità al ruolo di secondo straniero, dopo la stagione precedente in cui senza successo si erano alternati Stokes, Kessler e Palmer. 

In finale, arrivò il faccia a faccia con l’altra bolognese, la Teamsystem di Myers, seconda in campionato, alla sua prima finale scudetto.

L’Aquila aprì con un successo in casa, con Milano che impattò al Forum (ça va sans dire: Carlton e Dejan furono i migliori marcatori per le rispettive squadre in entrambe le sfide). In virtù del miglior piazzamento nella stagione regolare, un andamento in parità della serie avrebbe favorito la Fortitudo, che avrebbe disputato la bella fra le mura amiche: per diventare campione d’Italia, la Stefanel avrebbe quindi dovuto piazzare (almeno) un successo in trasferta. Per gara 3 si tornò a Bologna: a 17 secondi dalla fine del match, Milano si ritrovò sul 68 pari, con in mano il possesso.

Sulla marcatura a uomo bolognese, il piano fu semplicissimo: palla da affidare alle poetiche mani di Bodiroga.

Boscia si sbracciò a bordocampo: chiese a tutti di allontanarsi per non interferire con l’uno contro uno. Al tentativo di furto del pallone, Dejan non fece una piega, anzi, metodicamente sfruttò la situazione a suo vantaggio. Nel momento esatto in cui l’avversario, per ristabilire l’equilibrio, si rialzò sulle gambe, lo contrattaccò così da costringerlo ad un recupero che si rivelò inutile: dopo l’arresto e il tiro, il canestro fu automatico.

Coi due secondi scarsi rimasti sul cronometro la Fortitudo non potè che lanciare una preghiera che non trovò ascolto dagli dei del basket. Il difensore abbassò già le braccia, neanche ci provò: sapeva già che il trionfo sarebbe andato agli ex compagni, e chissà se in quel momento Claudio Pilutti si pentì di aver preferito la Fortitudo a Milano…

Da allora, per tornare a vincere uno scudetto l’Olimpia ha dovuto attendere che il capitano della squadra diventasse Alessandro, il figlio del Nando protagonista di allora.

Tanjevic, De Pol, Fučka, Myers, Italia, impresa: tutti questi elementi si ritroveranno contemporaneamente nello stesso contesto di Dejan qualche anno dopo. Dovettero tutti allinearsi nello schieramento opposto per batterlo, con la sua nazionale bicampione europea e campione mondiale in carica, in quel di Parigi il 2 luglio del 1999: ma questa è un’altra (bellissima) storia e ve l’abbiamo già raccontata qui.

 

Dejan e la Spagna

Il primo approccio con la terra iberica per Bodiroga si sarebbe dovuto concretizzare nel 1992. Nonostante la stagione di stop forzato in quel di Trieste, fu incluso nella lista dei preconvocati per l’Olimpiade di Barcellona da coach Dušan Ivković. Con grande probabilità sarebbe stato parte della squadra, che però ai Giochi non partecipò, sanzionata con l’esclusione in conseguenza delle guerre jugoslave.

Proprio a Barcellona recuperò, con gli interessi, 5 anni dopo: lì vinse nel 1997 l’Europeo, bissando il successo dell’edizione precedente, con una selezione in cui cominciava a scalare le gerarchie, complici gli abbandoni più o meno intermittenti di Paspalj e Divac.

Sui vari campi spagnoli si esibiva comunque già da un anno: dopo le Olimpiadi di Atlanta, se lo portò al Real Madrid il coach della nazionale Željko Obradović, che dichiarerà come, fra tutti i grandi campioni allenati, Dejan sia stato quello ad averlo meglio compreso sul parquet.

A finire di convincerlo, poi, pensarono i cordoni della borsa aperti dai madrileni.

Si recò dalla Serie A alla Liga ACB con un piccolo interrogativo. Nel Bel Paese aveva collezionato uno scudetto e una Coppa Italia, ma anche tre finali consecutivamente perse di Coppa Korac. Le prime medaglie a livello internazionale erano arrivate ma con la canotta di una nazionale dal talento complessivo strabordante. L’interrogativo era uno: Dejan sarebbe stato in grado di condurre da primo violino un top club nelle competizioni continentali? La risposta arrivò presto, e furono le annate in Spagna ad aprire e chiudere il suo palmarès a livello di club.

Il primo trofeo in bacheca arrivò nella stagione d’esordio a Madrid: la FIBA European Cup conquistata a Nicosia, contro la Mash Verona, con l’ultimo libero del match segnato da Dejan.

Fu l’unica soddisfazione di una squadra che, nonostante la contemporanea presenza di Alberto Herreros, Joe Arlauckas e Mikhail Mikhailov, non riuscì mai a prevalere in campionato, fermandosi prima in finale contro il Barcellona di Djordjevic e Karnišovas, poi, nell’annata seguente, contro il Manresa in semifinale.

Individualmente, a Bodiroga rimase il titolo di MVP nella stagione 1997/98.

Tornerà nella Liga ACB col Barcellona, nel 2002, richiesto da coach Svetislav Pešić con il quale aveva appena vinto il Mondiale in nazionale. Sarebbe dovuto essere la pietra miliare del progetto di rincorsa al sogno di colorare l’Eurolega di blaugrana, interrompendo la maledizione delle 5 finali europee perse negli ultimi 19 anni. Andò ad affiancare Šarūnas Jasikevičius, Juan Carlos Navarro e si riunì con quel Gregor Fučka che come lui di strada ne aveva fatta parecchia da Trieste.

Quel Barça non vinse: stradominò.

Ma non fu di certo semplicissimo. Le finali di Eurolega (il vero grande obiettivo catalano) si sarebbero tenute in città, al Palau Sant Jordi: il fattore campo, però, incideva anche nel mettere pressione ulteriore ai padroni di casa.

La folla dei 16,670 spettatori rappresentava un’arma a doppio taglio. Superato il CSKA, a frapporsi fra la truppa di Pešić e la prima Eurolega nella storia del club si ritrovò solo l’ultimo ostacolo, la Benetton Treviso di Ettore Messina. Il coach e Bodi Bond erano già stati avversari nella scorsa finale, che vide il successo della squadra ospite contro la finalista, anche quella volta padrona di casa. Il precedente lo ricordavano tutti i presenti, la paura che si ripetesse rese tesa la formazione catalana.

Fučka piazzò la prima spallata al match nel secondo quarto, con Bodiroga che fece tutto quello che servì alla squadra, con la solita partita totale: 20 punti con 3 soli errori dal campo e 8 rimbalzi in 38 minuti, in pratica senza mai riposarsi in panchina.

Venne nominato MVP delle Final Four per la seconda volta consecutiva, come solo Kukoč e Spanoulis nella storia: ma Dejan sarà l’unico di sempre ad esserlo con due canotte differenti.

Alla Coppa del Re il Barcellona aggiunse anche il campionato, perfezionando il triplete per la seconda volta in assoluto per una squadra spagnola.

Il titolo spagnolo venne difeso nella stagione successiva con Bodiroga MVP delle finali; fu il suo canto del cigno a quei livelli, con la Supercoppa dell’annata successiva a chiudere la lunga serie di trofei vinti in carriera.

 

El Latigo

Lo Skyhook di Kareem Abdul-Jabbar, il fadeaway su una gamba di Dirk Nowitzki, il tiro di tabella di Tim Duncan, il Dream Shake di Hakeem Olajuwon, il killer crossover di Tim Hardaway, il fadeaway di Michael Jordan, la chasedown di LeBron James.

Nella carriera di tanti campioni ha trovato posto un movimento distintivo, diventato icona del giocatore stesso, condividendone l’essenza di assoluta eccellenza.

Lo stesso accadde per Dejan con El latigo, traducibile approssimativamente con “la frusta”.

Foto N.Parausic

C’è stata però una differenza. Per tutti i sopracitati, la movenza caratteristica è stata favorita dalle caratteristiche fisiche: l’altezza, la lunghezza degli arti, l’atletismo.

Relativamente a Bodiroga, un giocatore dal baricentro alto e dalla velocità non eccezionale, un cambio di mano in teoria sarebbe un movimento poco adatto. Ma questi presupposti non valsero per White Magic: pallone buttato avanti, peso del corpo che passa dal piede esterno a quello interno, mano opposta che va a riprendere il pallone per effettuare il cambio di direzione, con il difensore impossibilitato a recuperare, tagliato fuori dal passo incrociato e dalla spalla tenuta abbassata a protezione.

Ripreso dall’ex nazionale croato, il cosiddetto “killer del perimetro” Danko Cvjetićanin, da Bodiroga il movimento è stato reso un’opera d’arte.

Negli Stati Uniti, qualche anno dopo, una stellina dei playground newyorkesi tentò di rendere famoso ai piani alti al di là dell’Oceano lo stesso movimento. Ma l’impatto di God Shammgod e del suo cambio di mano sul gioco non furono assolutamente paragonabili a quello di Bodi Bond.

Nemmeno un Dio riuscì a superare Dejan. 

 

Dejan e la Grecia

Se si stilasse una classifica (di quelle che lasciano il tempo che trovano) sulla nazione che maggiormente ha impattato la carriera di Dejan, con ogni probabilità la capolista sarebbe la Grecia.

Lì Bodiroga fece il suo esordio con la nazionale maggiore jugoslava, agli Europei di Atene del 1995 conclusi con la medaglia d’oro e 12 punti (terzo miglior marcatore dei suoi) + 5 rimbalzi di media.

Contro la squadra ellenica giocherà 4 volte in 4 anni nei tornei internazionali. Dopo il match nell’Europeo del ‘95, la riaffronterà nella semifinale dell’Europeo successivo: con 22 punti, 6 rimbalzi e 5 assist guidò la squadra slava verso l’ultimo atto della competizione.

Per chiudere, il teatro degli ultimi due incontri sarà il Mondiale del 1998, giocato proprio ad Atene: il primo durante la seconda fase, con 19 punti messi a referto; il secondo, ben più importante, nella semifinale del torneo.

Dejan abbraccerà pienamente il ruolo di leader della compagine slava: con Danilović aggiuntosi a Divac fra gli assenti e Djordjević a mezzo servizio per i problemi al ginocchio, contro i padroni di casa è Bodiroga a trascinare i suoi verso la finale con la Russia che varrà il titolo. 31 punti, con 9/13 dal campo e 13/16 dalla lunetta, oltre a 5 rimbalzi e 4 assist, senza alcun pallone perso: i 25 punti di Oikonomou e i 19 di Korōnios non bastarono ai greci, che dovettero arrendersi al supplementare al cospetto della prova che più di tutte valse a Bodi Bond il titolo di MVP dell’intera manifestazione.

Pochi giorni dopo e la curva dell’OAKA, sotto la quale andò a salutare i tifosi slavi, divenne quella che lo avrebbe osannato per quattro superbe stagioni.

Dopo gli approcci non finalizzati ad inizio carriera con le altre squadre di alto livello greche, fu scelto dai fratelli Giannakopoulos per essere l’ultimo tassello del mosaico costruito per conquistare l’Europa: firmò con il Panathinaikos.

La prima annata non fu quella buona per l’Eurolega: ritrovatosi in squadra con Dino Radja, Kock, Burke, Alvertis e di nuovo con Nando Gentile portò al bis del titolo nazionale nazionale vinto la stagione precedente, ma anche ad una prematura uscita dall’Europa.

Complice la difesa di coach Subotić dalle critiche subite da Dīmītrīs Giannakopoulos (senza sapere che si trattasse del figlio del presidente Pavlov), così come il suo allenatore, l’anno successivo Dino Radja lasciò il club.

Come loro rimpiazzi arrivarono due personaggi molto legati a Dejan: sotto canestro dalla Benetton Treviso arrivò Zeljko Rebrača, in panchina si ricompose il sodalizio con Obradović. La squadra verrà modellata intorno alle qualità di Bodi Bond: i risultati mostrarono come non ci potesse essere scelta migliore.

foto gigantes.com

Insieme inaugurarono un’epoca d’oro per il Panathinaikos. Per i verdi arrivarono altri due titoli nazionali, con la probabile terza affermazione saltata per l’incidente nella semifinale di ritorno con l’Olympiacos: in quella che fu probabilmente l’unica occasione in cui perse le staffe, Bodiroga venne espulso dopo la reazione al codardo pugno subito da Milan Tomić che girò l’inerzia, e quindi risultato del match, consentendo all’Oly di avanzare in finale.

I trionfi più importanti però furono quelli conquistati in Europa, con tre finali di coppa consecutive. Se nel 2001, l’anno delle “due Euroleghe”, i 27 punti di Bodiroga non bastarono ad evitare la sconfitta contro il Maccabi in Suproleague, la storia andò diversamente negli altri due anni.

Per iniziare, nel 2000, con 22 punti in semifinale contro l’Efes, Dejan portò il Pana a giocarsi l’ultimo atto di Eurolega contro lo stesso Maccabi. A Salonicco il primo round contro i gialli andrà ai ragazzi di Obradović: Rebrača con 20 punti e Kattash con 17 dopo quattro anni riportano il trofeo ad Atene, con Dejan al suo primo successo nella competizione.

Bodiroga non fu scintillante in quella occasione, ma recupererà con gli interessi nel 2002. Il Pana stavolta in finale si ritrovò contrapposta la Kinder Bologna di Jaric, Griffith, Rigaudeau, Smodis, Andersen, Becirovic e soprattutto di quel Ginóbili che gli contendeva lo scettro di miglior giocatore nel Vecchio Continente.

In semifinale venne chiuso il trittico col Maccabi, con il “solito” Dejan da 26 punti e 9 rimbalzi; l’ostacolo virtussino però era ben più duro, considerato anche che la finale si giocava al PalaMalaguti, nella tana della compagine di coach Messina.

La Virtus andò al riposo sul +8, con Smodis e Ginóbili (che chiuderà il match da miglior realizzatore, con 27 punti personali) sugli scudi: nella seconda metà arrivò la risposta del campione. Bodi Bond era lì per quello. Guidò la rimonta, segnando e premiando İbrahim Kutluay quando la difesa collassava su di lui.
Con una prestazione da 21 punti, 7 rimbalzi e 4 assist fu il protagonista del successo del Panathinaikos, da MVP delle Final Four.

Il doppio trionfo, sommato alle glorie in Catalogna, fu decisivo per l’inclusione nei 50 Greatest Euroleague Contributors e nel 2001-2010 nel All Decade Team di Eurolega.

  

Dejan e gli Stati Uniti

Nonostante il rifiuto di passare regolarmente a giocare oltreoceano, la traiettoria della carriera di Dejan incrociò comunque gli Stati Uniti.

Lì si esibirà per l’Olimpiade del 1996, arrivando fino alla finale ad Atlanta, dove di fronte si trovò la terza versione del Dream Team. Nonostante il tentativo di resistenza, gli slavi dovettero cedere l’onore delle armi, non risultando però di certo arrendevoli, restando vicini nel punteggio per 30 minuti e non mollando di certo nell’atteggiamento. Dopo un jumper sbagliato da Olajuwon, Karl Malone e Vlade Divac si beccarono sotto canestro; nel parapiglia successivo Reggie Miller andò faccia a faccia con coach Obradović, e a respingerlo fu proprio Bodiroga.

Dejan provò a rifarsi da subito in campo: quando ad inizio di secondo tempo su un cambio difensivo si ritrovò accoppiato al Postino, l’isolamento fu inevitabile. A Malone non restò altro che raccogliere il pallone dal fondo della retina, chiudendo successivamente il duello con un contatto duro per far male a Bodiroga e conseguenti insulti reciproci.

Dopo quel torneo olimpico, 6 anni più tardi, nel 2002, ci furono i Mondiali, sempre negli Stati Uniti. L’elenco di nomi di Team USA era il meno roboante dall’introduzione nella selezione dei professionisti NBA, e addirittura nella prima fase, contro l’Argentina, era arrivata la prima sconfitta per una squadra composta da soli giocatori della Lega. Non c’erano però dubbi sul fatto che, nel momento cruciale, sarebbe emersa la solita superiorità schiacciante a stelle e strisce. Il “momento che conta” però era diventato il palco in cui Bodi Bond dava il meglio di sé.

foto ekipa.svet24.si

Nella fase ad eliminazione, l’incrocio fra slavi e statunitensi arrivò subito nei quarti di finale. Anche stavolta Team USA non prese il largo, ma la situazione di vicinanza nello score si trascinò fino agli ultimi 2 minuti. Marko Jaric, che aveva impattato con una tripla nell’attacco precedente il punteggio a 71, ricendo palla da Gurovic, non ci pensò due volte: per l’azione che poteva valere il sorpasso, lasciò il pallone all’uno contro uno dalla punta di Dejan. Ben Wallace, bruciato sulla partenza, potè fermarlo solo con un fallo; Bodiroga realizzò un solo tiro libero. Ma quando gli slavi metterono il naso avanti, gli Stati Uniti non li sorpassarono più.

La tripla di Andre Miller per il pareggio trovò solo il ferro; il rimbalzo fu arpionato dalle mani di Dejan, che al suono della sirena baciò il pallone in una corsa liberatoria.

Vendetta sportiva servita, con tanti saluti all’unico nella squadra statunitense presente anche ad Atlanta, Reggie Miller…

 

Ma la missione non era stata ancora completata. C’era un oro da andarsi a prendere, contro l’Argentina all’inizio della Generacion Dorada.

La sorte diede agli slavi una bella mano, con Ginóbili azzoppato da una brutta distorsione alla caviglia. Nocioni, Scola, Oberto, Sconochini, Pepe Sánchez restavano comunque ostacoli non certo facili da superare; anzi, tennero in scacco una Jugoslavia che Stojakovic a parte, faticava a trovare ritmo in attacco, con un +8 a 2 minuti e mezzo dal termine che pareva spalancare all’Albiceleste le porte del trionfo.

Non era stato messo in conto però il fattore Bodiroga.

Ricezione in punta. Palleggio di sinistro, cambio di mano fra le gambe, pallone spinto avanti con la mano destra. Arresto e tiro sulla testa di Palladino. Pallone che ballonzola sul ferro per poi essere inghiottito: -6.

Errore argentino.

Con Palladino in anticipo per impedire la ricezione nello stesso punto, Bodiroga dovette allontanarsi per ricevere palla. Spostamento sornione in palleggio verso il lato destro. Esplosione improvvisa sull’arco dei 3 punti: -3.

Time-out.

Errore argentino.

Pallone fornito a Divac nel medesimo punto della tripla precedente di Dejan. Bodiroga andò a prendersi la palla, con l’Argentina che cambiò in difesa per non lasciare lo stesso tiro e Oberto che finì in marcatura su di lui. Bodi Bond si allontanò in palleggio per esplorare il mismatch, mentre Divac portò via il suo difensore spostandosi vicino canestro. Con Vlade allontanatosi, Bodiroga partì in palleggio. Arresto e tiro con appoggio sul tabellone: -1.

Lo stesso Oberto subì fallo, convertì solo il secondo dei due liberi per riportare avanti di 2 l’Argentina a 29 secondi dal termine.

Solita ricezione centrale per Bodiroga. Penetrazione per forzare al fallo la difesa argentina. Venne fischiato a Sconochini. Il primo libero si arrampicò sul primo ferro prima di entrare, il secondo fu più preciso. Parità.

9 punti consecutivi per il campione slavo, che da solo riaprì una partita che pareva chiusa.

Sulla pressione della Jugoslavia nell’ultimo possesso, pasticcio argentino; nel parapiglia per recuperare il pallone (con annesso tuffo di Dejan sulla palla), il fischio molto dubbio a favore di Divac non portò alla beffarda conversione dei liberi, così come non ebbe successo l’ultimo tentativo disperato di Sconochini, con un contatto di Jaric non sanzionato in modo altrettanto dubbio.

La fiammata di Bodiroga però aveva totalmente girato l’inerzia, e nel supplementare il risultato non fu mai in discussione.

Dopo il successo del 1998, la nazionale jugoslava tornò sul tetto del mondo.

Stojakovic fu il miglior marcatore dei suoi, Nowitzki fu nominato MVP della manifestazione, ma il marchio di Bodiroga su quel Mondiale rimase indelebile.

(A fine partita, il tabellino di Dejan reciterà: 27 punti + 6 rimbalzi + 3 assist)

Quando in un’amichevole di preparazione all’Olimpiade di Atene 2004, (quelle dell’argento azzurro…), Team USA e Serbia si reincontrarono, il risultato fu nettamente a favore della nazionale a stelle e strisce. Dejan giocò infortunato, ma non volle perdersi il match giocato a Belgrado; nonostante le sue condizioni e il roster USA rinnovato, comunque, mostrò di avere ancora qualcosa da spiegare ai giovani virgulti statunitensi….

(Bye bye, Melo)

  

La chiusura della carriera

I due fiaschi consecutivi con la nazionale (undicesimo posto nelle Olimpiadi ateniesi del 2004 ed eliminazione al primo turno dell’Europeo casalingo del 2005), uniti al calo delle prestazioni in maglia blaugrana, mostrarono a Dejan come i giorni migliori sul parquet fossero ormai alle spalle. Per l’ultima esperienza della carriera tornò in Italia, in una metaforica chiusura del cerchio. Firmò per la Virtus Roma, riunendosi con coach Pešić (fattore sicuramente influente nella scelta). 

Nonostante l’eliminazione agli ottavi dalla ULEB Cup, la stagione dei capitolini fu positiva: in Coppa Italia, insieme a David Hawkins (MVP della manifestazione), Bodiroga trascinò Roma alla finale persa solo al supplementare contro Napoli; nei playoffs di Serie A venne poi confezionata la sorpresa.

Roma incrociò subito i campioni d’Italia in carica di Siena, in una serie dal pronostico chiuso, confermato dall’esito di Gara 1 conclusasi in favore dei toscani. Bodiroga salì allora in cattedra: segnando 24, 17, e 24 punti nelle tre gare successive, chiuse da miglior marcatore della squadra, condusse la Virtus alle tre vittorie consecutive che valsero il passaggio del turno e la qualificazione all’Eurolega della stagione successiva.

Anche nella Capitale, Dejan aveva tirato fuori colpi d’autore. 

L’annata successiva, con Repeša al timone dopo il turbolento addio a Pešić, permise a Dejan un’ultima passerella nel territorio per anni dominato, quello dell’Eurolega dove la Virtus raggiunse le Top 16. Inoltre, gli fece mettere lo zampino nel record societario di nove successi consecutivi, che valsero il quarto posto in campionato e, con una serie agevolmente conquistata ai quarti, videro la squadra nuovamente nella semifinale dei playoffs.

Non senza qualche polemica, Siena si prese la rivincita della scorsa annata, fermando nuovamente le ambizioni di successo virtussine. Ambizioni che non erano tanto elevate quanto quelle delle precedenti squadre in cui Dejan aveva militato.

Va ammesso: Roma non è una città molto abituata ai successi. E’ però quasi impareggiabile nel tributare romantico affetto alle bandiere sportive (e non). Bodiroga non era una bandiera del basket romano, ma di quello dell’intera Europa (se non del mondo).

Quando allora in gara 4 pochi minuti separavano i capitolini dall’eliminazione, al momento del cambio di Dejan le polemiche per il pregresso e la delusione per il risultato sparirono, per lasciar spazio solamente all’emozionante standing ovation di tributo.

Il teatro per la sua uscita di scena dal basket giocato fu perfetto.

Le lacrime con cui Bodi Bond lasciò il campo sono le stesse che metaforicamente versarono i fan del gioco.

Bodiroga non era necessariamente un idolo di tutti gli appassionati, che magari gli preferivano campioni più adrenalinici nelle giocate e nei modi; ma per coloro che sognavano di essere decisivi sui parquet di tutto il mondo, era forse il riferimento percepito come più vicino, per un fisico non così fuori dalla norma a giustificarne (almeno parzialmente) l’eccellenza in campo.

Nell’atavica discussione su quale fosse la pallacanestro migliore tra quella europea e quella americana, era il perno intorno al quale costruire qualsiasi risposta. Per gli estremisti del basket giocato nel Vecchio Continente, era il vessillo da esporre in risposta allo straripante atletismo che permeava sempre di più il gioco delle più grandi stelle NBA; per quelli dell’altro versante, un’eccezione alla regola di cui era impossibile non tener conto. Per i più moderati, semplicemente si è trattato di uno dei migliori al mondo.
Qualsiasi fosse lo schieramento, non si poteva che concordare sul fatto che Dejan fosse quel giocatore che tutti avrebbero adorato avere nella propria squadra.

Come dirà il gruppo dei Prljavi Inspektor Blaza i Kljunovi nella celebre canzone a lui dedicata, Seks, droga, Bodiroga, per ogni innamorato della palla a spicchi il pensiero fu lo stesso: “Non abbiamo bisogno di pane ma delle giocate di Bodiroga. Abbiamo il nostro Dio e il suo nome è Bodiroga”.