Le Due Torri e i portici, piazza Maggiore e il Nettuno, i colli, il rosso e il blu che tingono ogni maledetta domenica. Le stesse maledette domeniche che iniziano alle tre del pomeriggio con il Bologna, e che finiscono poi per dividere la città in due direzioni: Casalecchio e Piazza Azzarita, Virtus e Fortitudo. Tra gli elementi citati all’inizio ne mancava uno. Basket-City, l’amore incondizionato per un sport visceralmente legato a questà città: la pallacanestro.
E’ esistito un tempo in cui quelle famigerate maledette domeniche, rese celebri da uno stoico Al Pacino, sono state un pò meno “maledette”, qui a Bologna. Un tempo di successi e di imprese incredibili firmate Virtus Bologna. Non una qualsiasi: quella che tutti ricordano come la Virtus del grande Slam.

E’ il 7 settembre del 2000, la Virtus batte la Bipop Reggio Emilia nella prima uscita ufficiale della stagione. E’ la squadra di Manu Ginobili, di Antoine Rigaudeau e Rashard Griffith, di Marko Jaric e dei giovanissimi David Andersen e Matjaz Smodis. Ci sono anche Picchio Abbio, nuovo capitano della ciurma, Davide Bonora e Alessandro Frosini, fidi destrieri di coach Ettore Messina, personaggio indimenticabile. Ci sarebbe stato pure Hugo Sconochini, mica uno a caso, beniamino del pubblico virtussino, coinvolto però in un’amara vicenda di doping.

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Squadra totale che inizia però nel peggiore dei modi, con la Supercoppa persa in finale contro Roma. Poi la prima vittoria in campionato seguita dalla prima sconfitta in Eurolega contro l’AEK, altre due vittorie e la batosta alla terza di campionato contro la Snaidero Udine. Una sconfitta che si trasformò in una svolta cruciale, preludio di un corso di rara onnipotenza. A quella partita persa a Udine la Virtus rispose con trentatrè vittorie consecutive tra campionato e coppa: dall’eloquente +37  nel derby con la Fortitudo, a cui seguì la storica maglietta “quanti motivi ho per non tifare Fortitudo? Almeno 37”, alla doppia vittoria con il TAU Vitoria in Eurolega, squadra di cui si risentirà parlare parecchio. Una serie di partite, meglio vittorie, che porta la Virtus in testa al campionato, con scarto notevole sulle inseguitrici, e tra le otto squadre più forti d’Europa.
Agli ottavi di Eurolega l’accoppiamento con l’Olimpia Lubiana guidata dal talento di Beno Udrih e di Sani Becirovic, personaggio che farà parlare parecchio di sè qualche mese più tardi, proprio a Bologna. Non un avversario semplice, legittima mina vagante dopo aver eliminato il PAOK Salonicco contro ogni pronostico. La Virtus però pare non sia più capace di perdere, anche quando le cose sembrano andare peggio, ed in tre gare archivia la questione quarti di finale. La semifinale di Eurolega sarà il palco di un altro, l’ennesimo, memorabile derby tra Virtus e Fortitudo.
Un nucleo trascinato da protagonisti sempre diversi ma mai occasionali. Rigaudeau è un professore, Jaric un killer, Griffith immarcabile. E la Bologna un po’ nostalgica che ricorda i tempi di Sasha Danilovic è tornata ufficialmente a innamorarsi, stavolta di un argentino che risponde al nome di Manu Ginobili.
Sarà Trieste a fermare la cavalcata incredibile della Virtus, che comunque non accuserà il colpo, nonostante la seconda sconfitta consecutiva contro la Varese di Gianmarco Pozzecco: i meccanismi creati da Messina girano come orologi svizzeri, ed il margine in campionato permette di concentrarsi con serenità alle semifinali di Eurolega, contro la Fortitudo. Stracittadina che va in scena anche in campionato, al PalaDozza: stavolta vincono i biancoblu di Carlton Myers e, per quanto insignificante in termini di classifica, un derby è sempre un derby. A maggior ragione prima di un confronto decisivo e importante come quello di Eurolega.

L’ambiente che si crea intorno alle due squadre è carico di tensione, pane per i quotidiani locali che fomentano una rivalità già rovente tra le due squadre. La Virtus rompe il ghiaccio in gara-1 con un ventello che accende il fuoco delle contestazioni dei tifosi Fortitudo, che tra cori e mugugni abbandonano il PalaMalaguti in anticipo. Raddoppio bianconero in gara-2 poi la terza, al Paladozza. Gara-3 sembra già della Fortitudo, sopra di 18 alla fine del terzo quarto. I bianconeri ci provano, ci credono e ai biancoblu tremano le gambe. Frosini completa l’incredibile rimonta e impatta la gara, Bonora serve Griffith che firma il vantaggio. Sbaglia la Fortitudo, segna la Virtus che vola in finale. Ad attenderla il TAU Vitoria. E, una volta tanto, a cantare al PalaDozza è solo lo spicchio tinto di bianco e di nero.

basket - Virtus Kinder Bologna 2000/2001 - Emanuel Ginobili

Il primo posto in campionato è ormai cosa fatta, il chiodo fisso è la finale di Eurolega. Il 17 aprile va in scena la prima partita di una serie delicatissima: il TAU è una corazzata con gli attributi grandi come tutta la Spagna, alla Virtus manca Griffith e alla prima al PalaMalaguti i baschi degli argentini Scola e Oberto, strappano una vittoria fondamentale, ribaltando il fattore campo. Appena due giorni dopo, sempre a Bologna, gara-2: il ritorno di Griffith, un Rigaudeau da antologia e il cuore di capitan Abbio impattano la serie, si va a Vitoria.
Prima però, un appuntamento fondamentale, un pezzo del puzzle indispensabile, senza il quale non si sarebbe potuto chiudere il cerchio di questa storia, le Final Eight di Coppa Italia: Biella, Roma e poi la passerella con Pesaro in finale, primo titolo stagionale per la Virtus.
Tre giorni più tardi, gara-3 in casa del TAU. E’ la partita di Emanuel Ginobili, definito da Flavio Tranquillo, voce di quella partita, “Houdini sul parquet”: 27 punti che sotterrano gli spagnoli a -20 e che restituiscono il fattore campo alla Kinder. Si può chiudere in gara-4, ma la reazione del TAU è esemplare: +17 che rispedisce la coppa a Bologna, al PalaMalaguti. E stavolta le possibilità sono finite: vincere significa diventare campioni d’Europa.
Passano sei lunghi giorni prima di quella finale. Quel momento deve arrivare, il momento della palladue, da dove tutto comincia e da cui non si può più tornare indietro. Il palazzo è un pandemonio, le due squadre si conoscono ormai a memoria, si gioca solo sui nervi. Problemi di falli per Griffith ma Ginobili è incontenibile, Bennett tiene vivo il TAU che viene ricacciato indietro da due canestri di Smodis. Poi, trascinata dai quattro senatori (Rigaudeau, Ginobili, Jaric, Griffith) la Virtus chiude i conti. Campioni d’Europa.

La festa però, per qualcuno è già finita poche ore dopo l’impresa: “ci dobbiamo guardare negli occhi e capire se siamo già in ciabatte o se vogliamo tentare di vincere lo scudetto” dice Messina. E’ fatto così Ettore, uomo dall’impagabile desiderio di vittoria che sa meglio di tutti quanto sia concreto quel grande sogno, a cui manca il tocco finale. Sul tetto d’Europa però, sembra tutto un pò più bello.

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Prima dell’El Dorado quindi, l’ultimo gradino per raggiungere la gloria eterna: i playoff scudetto.
Formalità la serie con Roseto al primo turno, chiusa in tre gare, poi la Benetton in semifinale. Basteranno anche questa volta tre partite alla Virtus per strappare il biglietto della finale: le prime due però sono gare al cardiopalma vinte dal cinismo e dalla freddezza dei bolognesi.
Dall’altra parte, Fortitudo batte Scavolini: altra finale tutta bolognese, Basket-City, se mai l’aveste dimenticato.
E’ giugno, iniziano i caldi torridi e sta per iniziare l’ultimo atto di una stagione eterna. Era probabilmente destino che il suo epilogo passasse proprio da Bologna, con le eterne rivali ancora una volta faccia a faccia.
Il 14 giugno si gioca gara-1 a casa Virtus: la Fortitudo è posseduta, rimane incollata tutta la partita senza mai riuscire però ad infilare l’affondo decisivo: Ginobili ne scrive 24, vince la  Kinder. Al PalaDozza sarà un inferno, lo è sempre stato. A deciderla è un episodio del destino: Ginobili si inventa una stoppata abominevole su Myers in contropiede, ribaltamento Virtus che serve Rigaudeau da tre, cotone, 2-0. La sera del 19 giugno, cinque giorni dopo gara-1, la Virtus è campione d’Italia. Esce tra gli applausi Myers, Recalcati chiama timeout a giochi fatti per ringraziare i suoi.

Durante il timeout partono le note di I Love You Baby di Gloria Gaynor, ballata da tutto il palazzo, teatro di un evento memorabile. Tutti a bordocampo pronti ad invadere il campo, suona la sirena, pandemonio. Nove vinte e zero perse ai playoff, percorso netto. Abitudini bianconere.

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Ecco il grande Slam. Da quel 19 giugno 2001 nessuno ci è più riuscito in Italia, nemmeno la stessa Virtus della stagione successiva, con tutte le storie che le andranno dietro.
Lo ammetto, ma si sarà capito, tifo Virtus: non me ne vogliate, ognuno nasce fatto a modo suo. E chissà, se siete arrivati fino qua magari è perchè le imprese di quella Kinder Bologna tanto odiata sono così uniche che magari vale pure la pena ricordarle, ogni tanto.
Nel 2001 avevo soltanto sette anni, guardavo le partite insieme a mio padre e le registravamo sulle videocassette, che hanno un difetto, si consumano. I nastri però non sono ricordi: i secondi rimangono vivi. Come quello di gara-3 scudetto: niente videocassetta stavolta, eravamo davanti ad una radio che oggi non esiste più ma che si sarebbe dovuta conservare solo per quello che ci aveva fatto vivere. Si sente in sottofondo lo storico Gigi Terrieri che prega i tifosi di rimanere fuori dal campo, aspettano tutti la sirena finale per iniziare la festa. Mio padre sbatte la mano sul tavolo, io lo abbraccio con la maglia di Danilovic. Non avevo idea di cosa volesse dire grande Slam. Sapevo soltanto che avevamo vinto tutto.

 

(disegno di copertina a cura di http://fanciullodelghetto.blogspot.it/)