di Moris Gasparri

 

 

Bellezza, memoria, gratitudine. L’addio al basket giocato di un campione come Manu Ginobili non è solo un fatto sportivo, bensì anche un fatto culturale, che merita qualche riflessione proprio a partire da questi tre concetti.

Uno studioso tedesco che insegna letteratura comparata a Stanford, Hans Ulrich Gumbrecht, ha scritto in un aureo libretto che seguiamo così tanto lo sport dal vivo e in televisione non solo perché ci piace tifare e prendere parte alla contesa, identificandoci  nei contendenti. Lo facciamo anche perché quello che vediamo produce in noi delle emozioni estetiche. Lo sport contemporaneo nelle sue forme espressive più alte produce bellezza, e il basket, con maggiore intensità rispetto ad altre discipline, sembra possedervi una relazione speciale. Non tutto è bello, ovviamente, e non tutti gli atleti sanno esprimerne lo stesso gradiente. È bella la giocata che produce un risultato, specie se premia un lavoro di ripetizione corale ed armonico, come da tradizione degli Spurs di Popovich di cui Manu è stata una delle colonne. È bella la giocata che riesce ad assolvere al principio d’efficacia sperimentando nuove soluzioni, vedi alla voce alfabetizzazione universale all’eurostep avviata da Manu anche sull’altra sponda dell’Oceano, gesto così bello ed ipnotico che ci ricorda come il corpo umano in movimento sia una miniera di inconsapevole creatività artistica.

Sono belle le giocate che sembrano provenire dall’abisso dell’impossibilità fisica, vedi la celeberrima stoppata a Carlton Myers o l’altrettanto celeberrima discesa al ferro contro Miami in gara 5 delle Finals 2014, che quasi sempre ci spingono a reagire con la forma elementare del linguaggio umano, il grido, aspetto non incidentale che segnala quanto sia profondo l’impatto generato dalle performance dei grandi campioni. Con una distinzione. La bellezza della performance sportiva non può mai fissarsi in forme. È puro accadimento, puro evento. Ogni giocata muore appena eseguita, non ritornerà uguale e nessuno potrà riprodurla. Potrà sembrare un paragone azzardato ma, con meno formalismo e molta più adrenalina, lo sport contemporaneo condivide alcuni aspetti della sua estetica con le forme del rito collettivo attraverso le quali i giapponesi da millenni attendono ed assistono alle fioriture dei ciliegi. “I fiori di primavera hanno vita breve, ma per questo sono amati più di ogni cosa”: così sta scritto nel Genji Monogatari, il principale romanzo della cultura nipponica. Anche le giocate dei grandi campioni sono come i fiori. Certo i protagonisti che le eseguono durano molto di più, ma nessun campione sportivo può essere “para siempre”, anche se la formidabile longevità sportiva di Manu ci ha spesso dato l’illusione di poter sovvertire questa legge di natura. Qui sta la grandezza malinconica dello sport, magnificamente espressa dalla frase che uno dei due commentatori di Espn utilizzò per commentare la memorabile discesa al ferro contro Miami sopra richiamata: “Manu Ginobili turned back the hands of time”. Tremenda legge quella del tempo: ogni campione “fiorisce” solo per coloro che possono assistere, vedere e partecipare in tempo reale alle sue battaglie. La “fioritura”, ed il relativo senso di bellezza, non possono tramandarsi alle generazioni successive.

Esiste rimedio a questa forma di malinconia sportiva, così forte ed acuta nel momento dei grandi addii? Qui entra in gioco quel particolare “muscolo” chiamato memoria. Quello che le tecnologie video oggi ci offrono in più rispetto al passato è la possibilità di poter rammemorare questa bellezza “sfiorita”, di poterla costantemente rivedere, pur nell’assenza delle emozioni della compartecipazione in diretta. L’hashtag #GraciasManu è stato da questo punto di vista una sorta di “elettrostimolatore” che ci ha permesso di passare in rassegna tutte le sue giocate migliori, grazie alla collaborazione di tutti quelli che hanno postato video su video. Confesso una dipendenza particolare. Su Youtube c’è un “Manu Ginobili alla Virtus parte prima”, caricato nel 2007: immagini sgranate, pura archeologia del web, ma tanta tanta tanta bellezza nei sensi sopra elencati, amplificata dalla colonna sonora punk, e l’eterna sensazione di non credere, pur se già viste cento volte, che quelle giocate strabilianti possano essere così tante e così variegate. Giunga eterna lode a chi lo ha montato e caricato: per me ha lo stesso valore degli amanuensi che nel Basso Medioevo salvavano i testi antichi ricopiandoli.

Infine la gratitudine. Attenzione, non si è trattato nel caso dell’addio di Manu di una celebrazione idolatrica amante tanto della grandezza sportiva quanto della celebrità, perché Manu non è mai stato un’icona del marketing. Mai la sua canotta è arrivata nella “Top Ten” delle più vendute. Si è trattato piuttosto di una forma composta e rispettosa di ringraziamento, che credo abbia anche due motivazioni aggiuntive rispetto a quanto sopra detto sulla bellezza atletica (senza dimenticare quelle particolari “comunità del ringraziamento” chiamate Reggio Calabria, Bologna sponda Virtus e San Antonio, dove conta ovviamente anche il senso delle vittorie conquistate e della relativa gioia procurata): la prima è che Manu incarna in maniera molto forte il “fondamento spirituale” degli sport di squadra, ovvero la capacità, pur se si è più bravi, si catturano più attenzioni e si guadagna di più rispetto ai propri compagni, di sapersi sempre percepire come parte di una totalità, e mai singolarmente come il tutto, anche in un contesto come quello NBA che spesso spinge in questa seconda direzione. L’altra è la capacità di sentirsi collegati alla società anche facendo parte della sua minoranza più ricca e privilegiata.

Che effetti produce questa gratitudine? Nessuno, perché lo sport è una meravigliosa ed essenziale inutilità. Anzi, a pensarci bene uno si. Tutti i “grazie Manu” piovuti sui social da ogni parte del mondo non saranno stati visti solo dalla comunità di appassionati del basket, saranno giocoforza comparsi sulle bacheche di tantissime altre persone, mostrando come ambienti digitali in cui le energie sono abitualmente indirizzate a bersagliare qualcuno/qualcosa possano trasformarsi in uno spazio in cui poter esprimere apprezzamento senza bisogno di odiare altri. Non si tratta di un fatto ordinario, perché nella loro forma strutturale i nuovi strumenti della comunicazione digitale si stanno sempre più erigendo sull’insulto sistematico, la polemica, la divisione e l’odio verbale, aspetti che minano alla radice l’idea e il concetto stesso di democrazia. Il fatto che un atleta come Manu Ginobili non abbia “haters” è davvero qualcosa che ha un valore non banale. Morale della favola: il basket a volte è molto di più di quello che abitualmente pensiamo che sia. È, appunto, un grande fatto di civiltà. Grazie Manu per averci aiutato a pensarlo.