Nel paesino dove vivo, Sant’Elpidio a Mare, 17 mila anime sui colli marchigiani a un tiro di Teletovic di distanza dalla più cestisticamente nota Montegranaro, l’unica cosa che ricordi il basket è un campetto di periferia dove sono stati tolti i canestri perché ritenuti pericolosi per i bambini che vogliono giocare a calcio. Peripezie che non sto qui a raccontare mi portarono comunque alla palla a spicchi e vista la calciofilia dilagante in città speravo un giorno di diventare almeno il più grande giocatore della storia della mia città.

I miei sogni si infransero su una delle guide alla serie A di Superbasket, che negli anni ’90, con connessioni internet più rare dei capelli sulla testa di Cantarello, erano la bibbia di noi giovani assatanati. C’era una giocatore in serie A che era nato a Sant’Elpidio a Mare: Rodolfo Rombaldoni.

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Fast forward.

Estate 1999. Da tradizione consolidata negli anni, si va in vacanza con i miei a Madonna di Campiglio. Il numero unico agostano di Superbasket mi dà una notizia fantasmagorica: in ritiro a due passi dal mio albergo c’è la Muller Verona e la Benetton Treviso di Tyus Edney, Marcelo Nicola e Ricky Pittis farà un’amichevole contro il Panionios (devo avere un video che feci all’epoca nascosto sotto i Vhs porno con le etichette fasulle per confondere le idee in caso di flagranza).

Un pomeriggio, vado in centro a fare due passi con papà e chi ti incontro? Romba. È appena ritornato a vestire i colori gialloblu con i quali era cresciuto, chiamato a sostituire un playmaker che aveva lasciato un piccolo segno negli anni precedenti: Mike Iuzzolino.

“Pà, quello è Rombaldoni”, dico sottovoce.

“Chi???”, risponde perplesso.

“Quello che ti dicevo che è nato a Sant’Elpidio. Fermalo, dai”. Mi cagavo sotto dall’emozione, manco avessi avuto davanti Cicciolina nuda.

Mio padre lo blocca, io gli chiedo se è vero che è nato nella mia città e lui, un po’ sorpreso ma gentilissimo, mi spiega che a Sant’Elpidio a Mare era nato sì ma ci aveva vissuto solo per qualche anno, seguendo suo padre carabiniere. Due parole, un autografo ed avevo un nuovo idolo. E una squadra che iniziai a seguire con simpatia: la Scaligera.

Qualche soldo in meno rispetto al passato e quella che si affacciava alla stagione 1999/2000, quella che andavo a spiare alla palestrina vicino all’albergo, era una Verona in tono minore rispetto ai fasti degli anni precedenti che l’avevano portata ad essere una delle big italiane, subito alle spalle delle bolognesi, di Treviso, di Milano. Ricordo di un americano che, durante un allenamento, schiacciò talmente forte da tirar giù canestro e tabellone, una roba che non pensavo concepibile umanamente da un essere diverso da Shaq. Non ne sono convinto al 100%, sono passati 16 anni e ne è passata di birra sotto i ponti, ma doveva essere un personaggino di quelli da far impallidire Robert Swift: Victor Page. L’elevazione c’era eccome, controllare al minuto 2:05:

Peccato che, al di là dell’indubbio talento (5° per media punti di tutti i tempi a Georgetown, Ewing e Mourning hanno fatto molto peggio di lui, per dire), Page fosse uno che faceva sembrare Allen Iverson, suo compagno agli Hoyas, un chierichetto. Quando arrivò a Verona, aveva già avuto i suoi problemi con la giustizia: un arresto per possesso di cocaina e di armi illegali. E dopo il taglio, avvenuto nel dicembre ’99, le cose non migliorarono di certo: perse un occhio in una sparatoria a Washington nel 2003 e due anni fa, dopo aver commesso 33 crimini diversi in 40 mesi, è stato condannato a 10 anni di carcere per aver ridotto un uomo in fin di vita. Non benissimo, insomma.

Fu uno dei pochi flop nel decennio glorioso della Scaligera, quello compreso tra il 1991 e il 2002. Anche quel 1999/2000, che sembrava dovesse essere un anno da dimenticare dopo gli ingaggi di Page e Artis Griffin, si raddrizzò in corsa con la “pesca miracolosa” del deus ex machina Andrea Fadini. Ci pensarono Misha Beric e “Sweet Lou” Bullock, arrivati a sostituire il duo colored, a portare la Muller fino alle semifinali scudetto, abdicando solo al cospetto di una Fortitudo in missione.

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Nonostante la prima (e unica) storica qualificazione per l’Eurolega, era già il crepuscolo del ciclo veronese. Un ciclo che era iniziato sul finire degli anni ’80 con la Scaligera targata Glaxo stabilmente ai piani alti della serie A2. Il primo acuto nella stagione 1990/1991. In plancia di comando c’è Alberto Bucci, a suoi ordini i giovanissimi Ricky Morandotti e Paolo Moretti, ma anche due Usa come Tim Kempton e Russ Schoene. Un dream team per la A2 dell’epoca e infatti la promozione in A1, finalmente, arriva. Ma non basta. All’epoca, alla Coppa Italia partecipavano le squadre di entrambi i campionati con sfide andata-ritorno. La Glaxo passa a fatica nei sedicesimi contro Napoli ma dà lì in avanti è una cavalcata trionfale. Gentile ed Esposito, Shackleford e Richardson, Fantozzi e Riva, tutti ai piedi della Bucci’s band. Russ Schoene, tornato dalla Nba per aiutare Verona a volare in alto, inchioda la schiacciata sulla sirena che mette il chiodo finale sulla bara della sua ex squadra, l’Olimpia Milano, nella finalissima di piazza Azzarita. È delirio Glaxo: per la prima e unica volta nella storia, la Coppa Italia la vince una squadra di serie A2:

Da neopromossa, Verona lascia andare Bucci in direzione Pesaro e si affida all’esperienza di Mario Blasone, confermando in gran parte la squadra dei miracoli ed inserendo l’esperienza di Vittorio Gallinari ed il fosforo di un giovincello di nome Davide “Pandoro” Bonora. In Coppa Europa la Glaxo è un rullo. I gialloblu, trascinati dai moderni Romeo e Giulietta Kempton e Schoene (non voglio sapere chi dei due fosse Giulietta), arrivano fino in semifinale al cospetto del Real Madrid. La Scaligera, davanti a un PalaOlimpia in festa, tiene testa alle merengues, ma capitola nel finale per 71-79. Serve l’impresa per volare alla finale di Nantes: espugnare Madrid con 9 punti di scarto. L’insegnamento della Coppa Italia dell’anno prima dice che niente è impossibile e la Glaxo ci vuole credere. Il ventello di un eroico Paolo Moretti spinge Verona a sognare l’impossibile quando, al 26’, il tabellone elettronico dice 44-56. Ma le triple di Mark Simpson svegliano i veneti dal sogno europeo. Finisce 74-72 ed è anche l’inizio della fine di una stagione con finale amaro: la retrocessione.

Solo un anno di purgatorio e la Scaligera è di nuovo in A1, stavolta per restarci a lungo. Ci sono solo Bonora e Savio della vecchia guardia all’inizio della stagione 1993-1994. Da lì in avanti è un susseguirsi di nomi diventati leggenda del basket italiano: Henry “Hi-Fly” Williams, Sylvester “Sly” Gray, Giacomo “Jack” Galanda, Rudolph “Randy” Keys, Louis “Sweet Lou” Bullock, Mike “Rainbow” Iuzzolino, Marty Conlon. Scova l’intruso:

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L’altro filo che mi lega alla Scaligera è “Sly”. Gray era arrivato in Italia nel 1990, a Trieste, dopo una discreta stagione da rookie nei neonati Miami Heat (8,0 punti e 5,2 rimbalzi di media, mica male). Un’ala forte sottodimensionata, un Barkley dei poveri, giocatore generoso che pensa prima alla squadra che alle sue cifre. Con una passione per il gioco (e le belle donne, ma come dargli torto?) senza confini. A fine carriera, si è stabilito dalle mie parti, finendo per girare C2 e D della bassa Marchigiana. L’ho affrontato decine di volte e anche ben oltre i 40 anni e facendo un campo ogni quattro domina(va) senza batter ciglio.

Un mio amico, per scherzare, una volta gli fa: “Sly, per fortuna che giochi con me quest’anno”.

Gray lo guarda con sufficienza, prende il portafoglio e tira fuori una foto di lui in maglia Heat che difende su un ricciolone bianco con la casacca verde. “Io giocavo contro Larry Bird, adesso mi tocca stare qua con te!”

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Gray non era l’uomo copertina di quella Glaxo, c’era Williams per le prime pagine dei giornali. Ma senza di lui, “Hi-Fly”, che oggi lotta contro uno scompenso ai reni che lo ha ridotto quasi in fin di vita, non sarebbe volato lontano. Insieme riportarono Verona in A1, insieme la trasformarono in una squadra che per tre anni consecutivi approdò sempre tra le prime otto della classe. Un miracolo, sia chiaro, ma dopo qualche anno sembrava mancare qualcosa per essere davvero vincenti. Via Gray, che inizia a girare l’Italia, via Williams, che va a riscuotere successi a Treviso, per staccare qualche trofeo servono la maturazione di Galanda e gli arcobaleni di Iuzzolino:

Nel destino veronese ricorrono Milano e Madrid. Nel 1996, la Stefanel si prende la rivincita della Coppa Italia ’91 distruggendo in finale la Mash Jeans, trascinata dalle magie di Rolando Blackman e dalla leadership di Nando Gentile e Dejan Bodiroga. L’Olimpia ha vinto anche lo scudetto, così a settembre la Supercoppa è di fatto un atto terzo della sfida lungo l’A4. C’è coach Phil Melillo in panca, con Iuzzolino, Galanda e la vecchia guardia ci sono anche Randy Keys e Joachim Jerichow. Parte male la Mash, che sembra travolta nel primo tempo dall’impeto di Flavio Portaluppi. Nella ripresa scatta qualcosa. Galanda la mette da ogni dove e gira l’inerzia del match. I suoi 21 punti e 9 rimbalzi significano vittoria, oltre allo scontato titolo di Mvp. È il secondo trofeo della storia veronese, l’unico per Jack. In maglia Scaligera, ovviamente.

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Madrid, dicevamo. La vera maledizione gialloblu. Dopo l’eliminazione nella semifinale di Coppa Europa di 5 anni prima, stavolta la Mash Jeans si è spinta fino alla finale di Nicosia. C’è di nuovo il Real tra Verona e il paradiso europeo. Ma il tabù resta tale. Herreros, Arlauckas e Bodiroga sono troppa roba anche per Iuzzolino e Galanda, cancellati in finale dalla classe dei madrileni.

La semifinale-scudetto finita con l’eliminazione per mano della Benetton Treviso del grande ex Henry Williams porta comunque in dote la qualificazione alla Coppa Korac 1997/1998. Al solito, il trofeo è terra di conquista per le nostre. Verona, guidata dal giovanissimo Andrea Mazzon, arriva a giocarsi l’accesso in finale contro Roma. La Mash Jeans vince facile in casa e anche nella capitale amministra senza patemi. È finale, ma la partita di ritorno resta negli annali per la rissa furibonda scatenata dall’ex di turno Bill Edwards e da Hansi Gnad:

Sulla strada per il piccolo trono d’Europa non c’è il Real stavolta, ma la Stella Rossa. Andata da giocare a Verona, ritorno nella selva di Belgrado. In casa, la Mash è solo Iuzzolino e Keys e alla lunga non può bastare. I serbi, con un giovanissimo Igor Rakocevic a far male, sbanca il PalaOlimpia: 68-74. Ergo: per sollevare la coppa bisogna andare al Pionir, in una Belgrado ancora sconvolta dai postumi della guerra e vincere almeno di 7. Non ci avrebbe puntato un euro nemmeno Buffon.

Il palazzo di Belgrado è una bolgia: le 7 mila belve biancorosse in tribuna sembrano una marea pronta ad abbattersi sul quintetto gialloblu e sullo sparuto gruppo di kamikaze veneti giunti in Serbia a costo della propria incolumità. I tifosi serbi sventolano al cielo il tre con le dita (il gesto dell’orgoglio serbo), ma lo fanno anche i veronesi, perché c’è Dalla Vecchia in serata di grazia a crivellare la retina serba con 4 triple tutte nella ripresa. Verona scappa nel secondo tempo sulle ali del suo capitano, ma tenere 7 punti indietro la Stella Rossa a casa propria non è semplice.

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I minuti decisivi hanno dell’epico: la Mash è a +8 con una decina di secondi da giocare, ma la palla ce l’hanno i serbi. Una tripla gelerebbe sul traguardo l’impresa gialloblu. La palla la gestisce Rakocevic. Il futuro senese accelera per la penetrazione a sinistra, ma rientra sui suoi passi, chiuso dalla difesa di Iuzzolino. Si volta e trova Vojkan Bencic appostato sull’arco con 7” da giocare. Il tiro non è dei più puliti, Bullara fa buona guardia. Ma di tempo la Stella Rossa non ne ha. La palla vibra nel aria, il Pionir tira il fiato per un secondo, ma il rumore del ferro è una pugnalata alle speranze belgradesi. Il rimbalzo lo disarciona Alessandro Boni, che subisce il fallo immediato dei serbi mentre Randy Keys alza già le braccia al cielo e viene aggredito da un cavallo pazzo che fa invasione di campo. Sandro mette il primo e sbaglia il secondo, ma Verona fa subito fallo per evitare il rischio di una tripla. Il pubblico non sente il fischio dell’arbitro e così sul canestro da 10 metri di Rakocevic a gioco fermo saltano tutti sui seggiolini. Sarebbe il canestro che vale partita e coppa. Ovviamente il canestro non è valido, la tifoseria si rende conto che è finita e fa scoppiare il pandemonio. Volano monetine e seggiolini, esplodono persino dei razzi in curva. I poliziotti evacuano il palazzo mentre gli arbitri hanno sospeso la partita con 3” da giocare e le squadre già negli spogliatoi. Verona trema perché la Coppa tecnicamente non ce l’ha ancora in mano, la partita non sarebbe ancora finita. Mezz’ora di attesa ma poi tutto va come deve andare: per gli arbitri è abbastanza, la Mash, scortata dai poliziotti, torna in campo in un clima surreale, con le tribune vuote a parte il centinaio di indomiti supporter gialloblu, ed alza al cielo la Coppa Korac. È il punto più alto della storia della Scaligera:

Solo 4 anni dopo, la società chiude i battenti, stretta dalla morsa dei problemi finanziari. Nel 2007 ha ricominciato una faticosa risalita che, quest’anno, sta vedendo la squadra targata Tezenis duellare per le prime posizioni nel campionato di A2 Gold. De Nicolao, Boscagin e Monroe i nuovi Bonora, Williams e Gray? All’ombra dell’Arena ci credono. Con qualche buona ragione.

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