“Oh Mahmoud, a fine campionato ti sfido all’Arena. Ci stai?”

“Yeah, of course!”

 

Venerdì 22 ottobre 2004, Roseto degli Abruzzi. La Sedima di coach Neven Spahija annaspa in coda alla classifica dopo 6 giornate e mancano 48 ore al derby contro la Navigo.it Teramo. L’amore viscerale per il basket e per gli arrosticini accomuna le due città, ma la sfida in programma per il matinée di Sky Sport, al solito, è di quelle fratricide. Al Lido delle Rose però c’è entusiasmo, è sbarcato uno dei più grandi giocatori ad aver mai messo piede su un parquet italico: Mahmoud Abdul-Rauf.

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Play, guardia, semplicemente un talento irreale reso una macchina da guerra dalla cura maniacale con la qualche cercava di fuggire dalla sindrome di Tourette, la malattia che lo divora sin da bambino e lo rende “strano” agli occhi degli altri. Una stranezza gentile, mai fuori posto, sempre tenace, mai arrogante. Quando approda sulle coste dell’Adriatico ha 35 anni e sulle spalle una carriera luminosa, anche se non quanto avrebbe potuto essere. Sempre che avere Shaquille O’Neal come portaborracce al college di LSU, giocare in Nba per 9 anni a 14,6 punti di media con un titolo di Most Improved Player nel 1993 (quando sfiorò i 20 a partita) e far venire gli incubi a John Stockton si possano definire cose da niente:

Ma il curriculum quando vai in campo conta zero. Conta cosa riesci a fare con la palla in mano. Mahmoud da bambino si chiama Chris Jackson e vive sulle rive del Mississippi. Tic, scatti involontari e urla isteriche causati dalla malattia lo fanno soffrire tremendamente e allora inizia a pregare molto. Nel ’91 sceglie la religione islamica e prende il nome con il quale tutti lo conosciamo. La questione non è di poco conto. Perché il derby contro Teramo si gioca alle 12 e giocare con l’aria nello stomaco, mezzo allenamento sulle gambe e il jet lag in testa non è che sia proprio il massimo. Insomma, nessuno si aspetta granché, nemmeno Spahija che, comprensibilmente, lo lascia fuori dallo starting five. E invece…

E invece Abdul-Rauf entra sul finire del 1° quarto e veste subito i panni del direttore d’orchestra della Sedima. La tripla da 8 metri con la quale si presenta al PalaMaggetti è la prima nota della sinfonia rosetana in un derby che diventa una festa per gli Sharks. Abdul-Rauf chiude con 15 punti in 28’, ma quel che conta è che è già diventato il padrone di casa. È nato il “Califfo del Lido delle Rose”.

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Gioca praticamente su una gamba sola e la sindrome, pur se alleviatasi con gli anni, gli conferisce espressioni facciali tal volta incomprensibili. Ma la classe è cristallina e per le vie della città non nega mai un saluto, un sorriso, un autografo. La città lo adora, la curva nord lo osanna al grido “Uf, Uf, Abdul Rauf”, lui ricambia trasformando la Sedima in quella che ancora oggi al palas ricordano come “La Roseto più forte di sempre”. Dopo 6 giornate, ovvero prima dell’arrivo del Califfo, gli Sharks hanno 2 punti in classifica e segnano 60 punti di media con 55 di valutazione. A fine stagione la media realizzativa (complice anche l’arrivo a gennaio di Ansu Sesay) sarà di 78,9 con 86,1 di valutazione di squadra.

Roseto viaggia come un treno verso un traguardo, quello dei playoff, che sembrava utopico a inizio stagione. Abdul-Rauf è il messia che indica la via ai vari Sesay e Woodward, Di Giuliomaria e Arigbabu, Morri e Nikagbatse e al Lido è Sharks-mania. In 600 sbarcano al PalaDozza il 13 febbraio 2005 per la sfida alla Fortitudo targata Climamio che sembra la più classica delle Davide contro Golia. Sembra.

Il #5 suona la carica nel 4° quarto firmato 14 dei suoi 18 finali, Sesay la porta al supplementare dove il sigillo lo mette Woodward. La Sedima sbanca Bologna, quella Bologna che qualche mese dopo si tingerà di tricolore per la seconda volta nella sua storia. E che nei quarti di finale si ritrova davanti ancora una volta gli abruzzesi, che hanno completato una regular season da favola finendo settimi. In gara 1 c’è poco da fare, il Califfo scrive 22 ma la Effe è un rullo e va sull’1-0.

Per gara 2 il PalaMaggetti si veste a festa. Sono quasi in 5 mila ma sembrano il triplo a spingere gli Sharks contro l’armata biancoblu. La Sedima sembra paralizzata dalla paura e finisce subito a -10. E l’ora del Califfo. Abdul-Rauf prende le redini del gioco, arma la lucida follia di Woodward (17 punti nei primi 18’) e Roseto all’intervallo è addirittura avanti di 12 al cospetto di una Climamio divorata dalla foga dei padroni di casa. Al rientro dagli spogliatoi le triple di Basile e Smodis riavvicinano la Fortitudo, ma con il Califfo saldo al timone gli Sharks non hanno paura di niente. L’amara beffa arriva alla metà del terzo quarto: distorsione alla caviglia, Mahmoud si accomoda in panca da dove non si alzerà più.

fonte www.roseto.com

fonte www.roseto.com

La Sedima moltiplica gli sforzi per tenersi in vita, aggrappandosi a Sesay e ritrovando pure il vantaggio a 1’ dalla sirena col canestro di Di Giuliomaria. 70-68. 1’ ancora per firmare la più clamorosa delle imprese della centenaria storia cestistica rosetana. Ma senza il Califfo il sogna non si può avverare. La Climamio restituisce lo smacco subito in campionato e si porta sul 2-0 nella serie. A gara 3, a piazza Azzarita, la Sedima ci prova con il cuore in mano ma nulla può, uscendo tra gli applausi della Fossa dei Leoni, gemellata con la curva degli squali. Cala il sipario sulla “Roseto Madness”.

Le valige sono pronte, l’aereo per gli Usa prenotato, la caviglia è impacchettata a dovere. Ma il Califfo ha un debito da onorare. Lo deve a quel tifoso che per primo lo ha fatto sentire uno della città. Zoppicante ma felice, regala un ultimo sorriso ai suoi adepti. Un 2vs2 all’Arena 4 Palme, dove il basket è arrivato prima che nascesse la Nba. Un canestro per salutare un luogo che, ora, può chiamare casa.

campetto

Dieci anni sono passati da quell’ultimo cesto sul playground più antico d’Italia. Dieci anni nei quali Roseto ha visto bruciare e risorgere più volte il vessillo del basket cittadino. Ma l’amore per il suo Dio terreno, quello no, non può bruciare. E anche Mahmoud, trovati approdi momentanei in Grecia, in Arabia, in Giappone e poi di nuovo negli Stati Uniti, ha sempre un posto nel suo cuore bizzarro per quella gente che lo ha apprezzato al di là delle qualità tecniche, al di là del colore della pelle, al di là della religione. Quella gente che lo ha sommerso col suo calore pure quando, lo scorso anno, scoprì che suo figlio Ammar era malato di cancro, dal quale ora, per fortuna, sembra essere guarito.

Puoi girare il mondo, ma alla fine torni sempre a casa. Mahmoud l’ha fatto ieri.