Sasha decise di smettere con il basket il dieci ottobre del 2000, dopo un solo allenamento del nuovo anno con la Virtus Bologna. Il primo della stagione, per lui l’ultimo. Non aveva più voglia di soffrire. Disse. Era stanco. Dichiarò. Prese la cornetta e chiamò coach Ettore Messina, e subito dopo «l’amico di una vita, l’unico vero capitano della Virtus», Roberto Brunamonti. Ai tifosi decise di dirlo durante la festa di presentazione della nuova squadra, con Lucio Dalla sul palco.

Solo cinque anni prima esordiva in Nba con Miami: precisamente il 4 novembre 1995. Sono passati vent’anni. tondi. Danilovic Predrag, detto Sasha, parte nello starting-five degli Heat contro Cleveland ed è subito il miglior realizzatore con 16 punti. Trova anche il tempo di “presentarsi” a Chris Mills. Finiscono entrambi espulsi, con un occhio nero l’americano e uno squarcio da 12 punti (di sutura) sullo zigomo del serbo. Lo zar ha sempre avuto qualcosa che se lo mangiava dentro: una fame insaziabile di competere e vincere, la vittoria come unica soddisfazione della competizione. Una fame atavica che però si spense presto e gli bastò un telefono per dirlo.

Con quelle telefonate, Predrag Danilovic da Sarajevo, chiudeva una piccola era del basket europeo: il decennio Novanta dominato dalla Virtus di cui è stato l’ icona vincente, amatissima dai suoi fedeli, odiatissima da tutti gli altri. Poneva fine ad una carriera irripetibile per il numero e la densità di trionfi. Cinque titoli nazionali (1 in Jugoslavia col Partizan Belgrado e 4 con la Virtus), 3 coppe nazionali (2+1), due Coppe dei Campioni equamente divise e una Korac a Belgrado. Inoltre quattro titoli europei con la Jugo nel 1989, 1991, 1995 e 1997 (nel 1993 Sasha non aveva una nazionale con la quale partecipare) e un argento olimpico ad Atlanta ’96. Sette vittorie in campo internazionale su otto finali, l’unica sconfitta proprio quella col Dream Team II. E poi una Coppa Italia persa nel 1998 contro i cugini della Fortitudo, nell’anno dell’accoppiata scudetto – Eurolega. D’altronde, come diceva spesso, «che senso ha fare tutta questa fatica e arrivare secondi?»

Danilovic ha smesso col basket a 30 anni appena compiuti.

 

Vincere è l’unica cosa che conta

Predrag Danilovic, per gli amici Sasha, ma anche Zar e Ragno, o se preferite il vintage Nikita e Rondine con i jeans (questa la coniò Lucio Dalla vedendolo arrivare nel 1992), ha due luoghi dell’anima: Belgrado e Bologna. Danilovic non ha mai strizzato l’occhio ai tifosi, anzi se ne è tenuto molto spesso alla larga. Troppo sincero, troppo feroce, troppo esigente con sé stesso per poter vedere qualcun altro. Il suo unico pensiero è stato vincere e trovare la via per farlo. Forse anche per questo motivo i suoi tifosi lo hanno amato alla follia, come nessun altro mai.  Per Sasha contava solo segnare e vincere a raffica: il suo mestiere, la sua ossessione. «Cosa vi importa del mio carattere? Devo giocare, non esservi amico», queste le parole della sua prima intervista sotto le Due Torri. A Bologna ha vinto tanto, quasi tutto ciò che si poteva vincere ed è maturato, come atleta e come uomo.

Foto Eurosport

 

«Quando torno a Bologna è come se tornassi a casa, non c’è nessuna differenza con Belgrado». Lo ha detto il 4 marzo 2014 a Casalecchio di Reno, nell’ultimo palazzetto che lo ha visto giocare da professionista e che da quel giorno espone con fierezza la sua maglia numero 5. Quella indossata per un’intera carriera tra Partizan e Vu Nere, con un rapido passaggio a Miami e Dallas, ma anche in Nazionale. Quel 5 enorme oggi sta in mezzo al 10 del presidente delle ultime due dimesse stagioni, Renato Villalta, e al 4 di Roberto Brunamonti: l’amico, il capitano. Settemila e quattrocento cuori in gola, tutti in piedi ad applaudire l’eroe tornato a casa, anche solo per un giorno, e ricordare i tempi in cui si era giovani e forti. Quando Lucio Dalla era l’aedo in canotta bianca e nera, quello che disse: «Danilovic ogni domenica dava l’idea di imparare qualcosa, magari non proprio di basket, ma di quel linguaggio misterioso che lega un padre a un figlio o un dio ai suoi figli o un figlio del popolo al suo popolo lontano». L’ultima volta che si videro Sasha e Lucio fu proprio nel giorno in cui lo Zar annunciava al suo popolo: scusate, ma non ce la faccio più. Dalla era lì per cantare l’entusiasmo di una nuova stagione di vittorie che andava ad iniziare e invece gli dedicò una malinconica “Ciao”.

 

Un passo indietro

Ma torniamo al 1992. Il nuovo presidente è Alfredo Cazzola, il padre del Motorshow e di diversi altri carrozzoni da intrattenimento, che decide di mettere mano al portafogli per riportare le Vu nere ai massimi livelli. Sulla panchina siede un trentaduenne di belle speranze, ha imparato il mestiere da gente come Sandro Gamba (il primo a farci campioni d’Europa nel 1983) e Alberto Bucci. Da un paio d’anni il ragazzo è capo allenatore e al primo colpo si è portato a casa la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe 1990. Per Bologna era la prima vittoria in Europa. Anche per lui, che si chiama Ettore Messina e diventerà l’allenatore italiano più vincente della storia della pallacanestro.

La Virtus non vince lo scudetto da quasi dieci anni, così alla vecchia guardia dei Brunamonti, Binelli, Wennington e Morandotti, viene aggiunto un ragazzo di ventidue anni, con l’acne tardiva come molti della sua età e lo sguardo di chi ne ha viste tante. Non ride mai Predrag Danilovic. Non è simpatico, ma è già campione d’Europa in carica con il Partizan Belgrado (che sul suo cammino ha eliminato proprio la Virtus), la città in cui si è trasferito appena quindicenne. Predrag infatti è nato a Sarajevo il 26 febbraio 1970, in un periodo in cui era semplicemente jugoslavo. Presto scoprirà cosa voglia dire essere serbi nati in Bosnia, avere una famiglia divisa nel bel mezzo di una guerra civile sanguinosa. E gli verrà ricordato in una sera di fine ottobre del 1992 nel palazzetto di Zagabria. La Knorr verrà travolta 82-66 dal Cibona all’esordio in Coppa Campioni e lui subissato di fischi dall’inizio alla fine perché serbo in terra croata. Nelle interviste della vigilia Sasha aveva mostrato la solita faccia tosta, «parliamo di basket» aveva detto. Ma due giorni in terra straniera, da nemico di un intero popolo, con le guardie del corpo sempre alle spalle, avevano fiaccato anche il suo ego spropositato.

(presentazione Rai di Sasha Danilovic)

Ma chi è Sasha Danilovic? Chi è veramente non lo scopriremo mai, perché come di tutti quelli troppo sinceri, conosciamo solo ciò che ci ha voluto dire. Di lui sappiamo questo: via da casa a 15 anni, da Sarajevo a Belgrado. Squalificato per due anni, perché non si poteva. A 16 si trasferisce in America. «Un anno schifoso, a Nashville. High school, famiglia, studio, basket. Però utile».

A 17 in prima squadra col Partizan e in Nazionale. Nel frattempo la sua famiglia è in guerra: metà a Sarajevo, metà a Belgrado. «Un mese prima che scoppiasse tutto, e si capiva che arrivava il finimondo, portai i miei genitori con me, a Belgrado. Ma mia madre aveva lasciato un fratello a Sarajevo, serbo di Bosnia nel quartiere musulmano, la casa a pezzi. Volle tornarci, ospitarlo a casa, stargli vicino. Sono stati 7 mesi terribili».

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Sasha & Sasha

Arriva sotto le Due Torri con la fama di antipatico ma pure di killer generoso. Istinto omicida quando c’è di mezzo un canestro ma anche una dedizione totale al lavoro. Coach Alberto Bucci, che nella stagione ’93/‘94 prende il posto di Messina, nel frattempo approdato sulla panchina della Nazionale, racconterà a Werther Pedrazzi nel libro “3 volte Virtus” un aneddoto paradigmatico. «Il 7 novembre ’93 la Buckler perde a Pesaro (76-68), Danilovic quel giorno col pallone non avrebbe preso in una vasca da bagno. Sul pullman del ritorno chiede al custode le chiavi del Palazzo e appena arriva in Piazzale Azzarita, che erano le dieci, entra e non esce finché non ha segnato trecento tiri. Senza cenare. Autopunizione».

Tutti amano Sasha perché fa canestro sempre, «ha il lampo nelle mani» coach Bucci dixit, nei primi tre anni con la Virtus viaggia oltre i 26 punti di media. La mette con facilità anche da otto metri e quindi è un vero problema per le difese avversarie che lo devono sempre rincorrere e temere. L’istinto del killer porta Danilovic a prendere tutti i tiri decisivi, tiri fuori tempo e fuori logica, con il benestare di Bucci. «Avrei potuto prendere Sasha e dirgli: tiri solo quando sei libero. Lo avrei costretto a pensare. E pensando avrebbe perso tutta la cattiveria, l’istinto del killer, la rabbia di ammazzare la partita». Non ha paura di nessuno e meglio di tante parole questo concetto è spiegato da un’azione dell’Europeo 1995. Jugoslavia-Lituania, Danilovic si fa tutto il campo di corsa e va a schiacciare in testa ad Arvydas Sabonis, fuoriclasse baltico incastonato in 220 centimetri di altezza per 130 chili di peso.

 

Tre anni d’oro

Al primo tentativo è subito scudetto. La Virtus si rivela una vera e propria macchina da punti grazie ad una pattuglia di esterni di primissimo livello: Paolo Moretti, Claudio Coldebella, Roberto Brunamonti e Danilovic ovviamente. Ma pure la miglior difesa della Serie A con Ricky Morandotti, Flavio Carera, Gus Binelli e il canadese Bill Wennington (vincerà tre titoli Nba con i Chicago Bulls) tra i lunghi. Le Vu nere vincono la regular season con uno score di 24-6 che diventa 7-0 nei playoff. Percorso netto e Pistoia, Cantù e Treviso, campione in carica, spazzate via. Soprattutto in finale la differenza si mostra incolmabile per gli uomini di Petar Skansi, capaci comunque di vincere la coppa Italia e raggiungere la finale di coppa Campioni: -17 in gara-1, -21 al Palaverde in gara-2 e addirittura -34 nella decisiva terza partita. La Bologna bianconera festeggia l’undicesimo titolo della sua storia.

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Foto IguanaPress

L’anno successivo sarà tutto più difficile, infatti Danilovic si troverà di fronte il rivale più scorbutico cioè Carlton Myers. I due si erano già incontrati l’anno prima in una epica gara di Euroclub, in cui il serbo aveva fatto la conoscenza di questo italiano nato a Londra, più giovane di lui e con la sola esperienza della A-2 a Rimini, ma che prendeva i tiri quanto lui e con percentuali molto simili alle sue. In più riusciva a batterlo. Bologna dovrà sudare fino a gara-5 per battere la Scavolini Pesaro e conquistare il secondo titolo consecutivo. Predrag e Carlton si affronteranno di nuovo, in una impressionante serie di sfide tra finali scudetto e quarti di Eurolega nel 1998, quando saranno sulle due sponde del Reno. Sasha tornato a casa Virtus e Myers capitano della Fortitudo. Andrà così:

La stagione 1994/95 è quella del three-peat virtussino. Myers gioca di nuovo in A-2, rientrato a Rimini a causa di un pasticcio sulle comproprietà non risolto a proprio favore da Pesaro. Questa mossa costa alla Scavo l’addio anticipato alla lotta per il titolo. Nuovi e vecchi avversari contendono lo scudetto a Sasha e ai suoi: innanzitutto i cugini della Filodoro Fortitudo, che al secondo anno nella massima serie arrivano secondi in regular season, sconfitti soltanto in semifinale dalla ben più esperta Benetton Treviso. Appunto in biancoverdi, nuovamente contro le Vu nere in finale e ancora spazzati via in tre partite. Gli uomini di coach Bucci però se l’erano vista brutta nel turno precedente con la Stefanel Milano del trio Gentile (Nando) – Bodiroga – Fucka. Quest’ultimo è un tipo piuttosto indigesto per Sasha e tornerà, come Myers, da cugino terribile nel 1998 e soprattutto nella semifinale dell’Europeo di Francia 1999.

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Foto Virtuspedia

Se in Italia la Virtus è imbattibile, in Europa la musica è molto diversa. Tre volte eliminata ai quarti di finale, che diventano quattro se contiamo anche la stagione 1991/1992, quella in cui Sasha veste la canotta del Partizan portandolo sul gradino più alto del podio. Una formazione straordinaria che vede tra le proprie fila il meglio del basket jugoslavo di quegli anni: Danilovic, Djordjevic, NIko Loncar, Rebraca, l’esperto Ivo Nakic e altri campioni, futuri dragatori di titoli e coppe. La squadra di Belgrado fa fuori proprio Bologna in tre partite nei quarti, dove i virtussini riescono ad aggiudicarsi solo la gara casalinga. Gli slavi si ripetono nella final four di Istanbul, dove in semifinale a venir battuta per 82-75 è l’Olimpia Milano.

Come detto la musica non cambia con l’innesto di Danilovic: fuori contro il Real Madrid nel 92/93 in due partite nonostante il fattore campo favorevole, fuori con l’Olympiacos l’anno dopo, sconfitti di tre in casa alla bella e poi il naufragio del 1995 con il famigerato -43 di gara-3 subito dal Panathinaikos a Piazza Azzarita. Una debacle forse decisiva nella scelta di Danilovic di salutare e provare il salto in Nba, rimandata per diversi anni.

 

Un amore mai nato

Sasha ha una lunga storia con gli Stati Uniti, iniziata, come scritto precedentemente, quando ha appena 16 anni e ci trascorre ben dodici mesi. Quell’esperienza, definita schifosa ma utile, ha un seguito piuttosto simile dieci anni dopo, quando sbarca nella lega professionistica americana. Finisce a Miami, tra le mani di Pat Riley, un duro ma anche un maestro che ha vinto tanto a Los Angeles ed è all’inizio di un progetto ambizioso con gli Heat (avrà ragione lui). Danilovic a 25 anni si sente finalmente pronto per il campionato professionistico americano che aveva rifiutato nel 1992, quando a chiamarlo era stata l’altra costa. Niente Golden State che pure aveva investito su di lui la 43esima scelta del Draft. Sentiva di non essere pronto fisicamente, non abbastanza grosso per il gioco molto fisico della Nba, all’epoca piuttosto refrattaria ai giocatori europei.

Foto ESPN

 

Danilovic è un 2.01, buona altezza per il ruolo di guardia ma viaggia sotto i 90 kg e questo non va bene, le sue gambe e le sue braccia sono troppo magre per affrontare i pari ruolo. Ha bisogno di mettere su molti muscoli. Ci riuscirà nei successivi due anni, arrivando ad un peso forma di 97 chili. Cosa che gli consentirà, una volta tornato di nuovo alla casa bianconera, di essere una macchina inarrestabile, capace di coprire quattro ruoli. Però i primi tempi nella Nba non sono per niente facili e una partita del novembre 1996 è la dimostrazione di tutte le contraddizioni vissute da Sasha in Usa. A Miami viene a far visita Michael Jordan, l’alieno, ma pur sempre la guardia dei Chicago Bulls. Danilovic non lo vede mai e Michael ne mette dentro 50. Pure Sasha si difende coi suoi 15 punti a referto ma quella sera forse comprende che negli Stati Uniti il suo ruolo può essere “soltanto” quello di specialista del tiro dall’arco.

Uno specialista deluxe se è vero che il 3 dicembre 1996 fa 7/7 da tre punti sul parquet del Madison Square Garden, lasciando a bocca aperta Spike Lee, il più fanatico dei tifosi dei Knicks. Ma questo non può bastare ad un animale da competizione come Predrag Danilovic. In più la vita americana non gli piace, certo l’organizzazione sportiva è il massimo ma per il resto sta chiuso in casa e questo non fa per lui. In più nella stagione 1996/97 ha dovuto lasciare il mare di Key Biscane per andare a Dallas, dove gioca e segna di più (16.6 punti di media, 40% nel tiro da tre). Però la squadra non è competitiva. Rimane fuori dalla post-season e Danilovic, che vuole lottare per vincere ed essere al centro di un progetto, non riesce ad accettarlo. Arriva la chiamata della Virtus: torna. I soldi sono tanti è vero, ma pure quelli americani. Però a Bologna ci sono le sfide: i cugini della Fortitudo, diventati fortissimi, da battere e un’Eurolega da vincere. Una squadra da prendere in mano e in cui essere leader assoluto, capitano no, capitano mai Sasha. In più ci sono i bar sotto i Portici, il calore della gente che prima sembrava così fastidiosa ma che poi ha rivalutato, una volta saggiata la freddezza delle metropoli a stelle e strisce.

 

Riportando tutto a casa

A Bologna Sasha trova una squadra piena di campioni: Antoine Rigaudeau, Rascio Nesterovic, il compagno di Nazionale Zoran Savic, Hugo Sconoschini, e poi i vecchi amici Gus Binelli e Ricky Morandotti. Il rapporto con l’ala milanese merita un approfondimento: Morandotti ha sempre sofferto la presenza di Danilovic, il suo bisogno di essere sempre decisivo. Lo aveva rivelato un paio d’anni prima Alberto Bucci nel libro di Pedrazzi già citato: «Ricky non si sentiva partecipe, non si sentiva coinvolto dalla squadra. Da lui ho accettato cose che da altri non avrei mai accettato. Non per debolezza, ma perché conosco lui e la sua storia. E so che certi sfoghi portano via le tensioni interne. Sapevo con certezza che per la squadra Ricky avrebbe dato un braccio, e l’ultimo suo passaggio per la vittoria sarebbe stato per Sasha, senza esitazioni». Così era e così sarà, ma stavolta sarà diverso anche Danilovic: sempre feroce, sempre affamato ma non più cannibale. Le sue medie punti scendono ma scendono anche i tiri forzati, Sasha ha imparato a giocare di squadra proprio negli anni in cui giocava poco e veniva usato quasi esclusivamente per il tiro da fuori. Essere ai margini gli ha insegnato come si diventa leader e nella nuova avventura sotto la guida di coach Messina (tornato anche lui) Danilovic gioca in tutti i ruoli, tranne come centro.

 

La regular season sarebbe dominata se non ci fossero i cugini della Teamsystem. La Virtus perde tre partite su 26 e lascia agli avversari una media di 69 punti segnati. Dall’altra parte la Fortitudo ne perde appena cinque ed è seconda. Lo scontro però è su tutti i campi e Bologna diventa il centro del mondo del basket prendendo il nome, oggi piuttosto appannato, di Basket City. Si comincia il primo febbraio 1998 con la semifinale di Coppa Italia vinta 73-64 dalla Fortitudo sul parquet di Casalecchio. Myers e soci porteranno a casa trofeo e titolo di miglior giocatore. La rivincita arriva a febbraio con i quarti di Eurolega. Due sfide infernali che la Virtus vince sul filo, punteggi bassi e tanta tensione, fino all’inevitabile rissa conclusiva. Alle final four di Barcellona sarà dominio bianconero prima in semifinale contro il Partizan Belgrado e poi in finale con l’AEK.

«Sono vuoto, mi fa bene solo pensare che è finita e sono felice perché, più invecchi, più apprezzi certe conquiste, sapendo che potresti non averne più». Sono queste le parole che Walter Fuochi raccoglie per Repubblica sul volo di ritorno Barcellona-Bologna. A pronunciarle il nuovo Sasha, saggio e riflessivo nonostante i suoi 28 anni. «Avevo vinto questa coppa nel ‘92, col Partizan, la squadra di casa mia. Avevo 22 anni, quasi non me ne accorsi. Eravamo ragazzi, fu soprattutto un gioco. Ma non una sorpresa. Non eravamo favoriti allora, ma quando giochi una finale giochi sempre per vincerla. Certo, stavolta c’era più pressione, cinquemila splendidi tifosi che ci chiedevano questa Coppa ed è stato bello vincerla per loro. Ma è stata una gioia soprattutto per me: quando invecchi, apprezzi di più». Due riferimenti al tempo che passa inesorabile, lo spettro della vecchiaia incombente. Mancano solo due anni al ritiro di Danilovic ma nessuno lo realizza in una serata ubriaca di gioia. Ma forse lui sì.

Foto IguanaPress

Da quel momento lo Zar è al suo massimo splendore e si concentra sul prossimo obiettivo: lo scudetto. Segna 47 punti in gara-4 dei quarti di finale a Roma. Numeri impressionanti 8/13 da tre, 8/10 da due, che fanno il 70% dal campo, 7 su 7 ai libero più 7 rimbalzi e 3 assist. Talmente superiore e irridente da far impazzire di rabbia Attilio Caja e un giovane tifoso avversario che prova ad aggredirlo tra insulti e sputi di un pubblico inferocito. Proprio nell’anno in cui abbassa le sue medie, Sasha piazza il suo massimo all time probabilmente spinto da un pubblico tanto scorretto che lo insulta e gli riserva anche uno striscione con su scritto: zingaro. Una partita vinta quasi da solo, senza Savic infortunato e Rigaudeau non pervenuto, come ai vecchi tempi ma meglio dei vecchi tempi. Solo il gusto per la provocazione è rimasta la stessa. In semifinale la Kinder batte l’astro nascente del basket italiano, la Pallacanestro Varese di coach Recalcati, Jack Galanda, Andrea Meneghin, Sandro De Pol e Gianmarco Pozzecco. L’anno successivo le parti si invertiranno.

 

Il tiro da 4

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Gara-5 della finale scudetto, Kinder sotto di quattro a 26 secondi dalla fine. La Virtus è stata ad un passo dalla sconfitta già in gara-4, vinta in rimonta 59-57, con i nervi ma anche con difficoltà, c’è stanchezza tra gli uomini di Messina che hanno giocato tantissimo e sempre al massimo. Fucka è sulla lunetta ma sbaglia il secondo tiro libero. Danilovic ha giocato malissimo in gara-3, in gara-4 e fin qui ha messo dentro 7 punti con un misero 3/10 al tiro, 0/5 da tre. L’ultimo tiro è comunque il suo. Così Sasha da Sarajevo, con una caviglia ormai fuori uso passa in una frazione di secondo dal palleggio al tiro, sono quasi otto metri, quello è il suo posto. Dominique Wilkins (non in serata di grazia) lo controlla da vicino e commette un grave errore, lo tocca. La palla va dentro e Danilovic avrà un tiro libero supplementare. Pareggio e supplementare. Non c’è più storia perché la Teamsystem evapora e Myers rimane con lo sguardo nel vuoto a vedere l’ennesimo trofeo che sfuma. Per Danilovic è invece l’ennesima finale vinta, grazie a lui che in una sera di fine maggio ha inventato il tiro da 4.

 

 

La Kinder realizza una doppietta che al basket italiano mancava dal 1987: campionato e Coppa dei Campioni. «Ma sì, sono un leader o lo sono quando occorre. Ma senza squadra, tutta, non saremmo mai arrivati qui. Della Fortitudo non ho nulla da dire, parlo solo di Wilkins: sento brutte cose intorno a lui, portategli rispetto, lui è un mito, certe cose dovrebbero essere proibite». Proprio nel momento di massima adrenalina, dopo una vittoria così e contro un avversario così il leader cerca le parole per difendere il mito, del quale aveva raccontato di avere un poster avuto nella stanzetta a Belgrado, da ragazzo: Wilkins aveva giocato malissimo ma era pur sempre un hall of famer da 27mila punti in Nba. Giù le mani. Danilovic viene premiato come miglior giocatore del campionato e va a stringere la mano a Carlton Myers, dimenticando la rissa di marzo e i colpi in campo.

Ci sarà tempo per affrontarsi di nuovo nella final four dell’Eurolega 1999 e sarà ancora una volta la Virtus a vincere. Ma si dovrà inchinare allo strapotere dello Zalgiris Kaunas di Stombergas e Tyus Edney. In campionato invece due eliminazioni in semifinale con Varese e Treviso nel 2000, l’anno dello scudetto Fortitudo. In mezzo per Danilovic il terzo posto agli Europei ’99 e il sesto alle Olimpiadi australiane. Troppo poco per continuare a soffrire. C’è una frase che Sasha pronuncia nel giorno del ritiro della sua maglia numero cinque e che racchiude tutta la sua essenza di killer generoso. «Debbo tutto questo a un allenatore, Dusko Vujosevic. Mi prese al Partizan, mi mandò in America, mi impose a Belgrado, dove ho vinto tutto: scudetto, Euroclub, Korac, Europei con la Nazionale. Si viveva insieme, tutti i giocatori. E si guadagnava bene, per là. Ma quasi nulla rispetto a qui. Si vinceva e vincere resta il massimo. Dopo vengono i soldi. Molto dopo».