25 agosto 1985.

Non c’è bora a spazzare l’ultimo lembo d’Italia, quello che si protrae verso i Balcani ma coi piedi ben saldi nello Stivale. La bonaccia estiva ristagna placida su una Trieste che, di questi tempi, sonnecchia tra piazza Unità d’Italia e il Castello di Miramare.

Non questa sera, però.

Su Chiarbola sta per abbattersi uno tsunami. No, all’epoca ancora non c’era la moda di dare nomi alle perturbazioni. Ma quella aveva un nome che già conosciamo bene: Michael Jordan. Sì, Sua Ariosità in persona. Vestirà per una sera la casacca neroarancio griffata Stefanel per un’amichevole contro la Mobilgirgi Caserta per la prima tappa di un mini tour in Italia organizzato dalla Nike, che pare abbia un’idea un po’ bizzarra: lanciare il brand personale targato MJ.

Jordan a Trieste

L’accordo prevede che l’allora giovanissima guardia dei Bulls giochi un tempo per parte, d’altro canto si tratta solo di un’esibizione. Ma sapete com’è fatto il 23: non c’è spazio per il divertimento. Jordan decide d’imperio che quella sarà giocherà tutti i 40’ con la Stefanel. Leggenda vuole che alle origini della decisione ci sia una certa curiosità nella sfida con un brasiliano che la mette dentro con una certa facilità ma che in NBA non si è fatto vedere: Oscar Schmidt. Jordan ne mette 30, Tanjevic, all’epoca ancora coach della Juve, addirittura si schiera a zona per frenare la furia di His Airness. Che esplode con violenza quando stampa una schiacciata che tira letteralmente giù il ferro. Con i vetri a recidere un tendine al povero “Tato” Lopez e a ferire in maniera meno grave Pietro Generali. Altra leggenda vuole che Sandro Dell’Agnello, per tutta risposta, gli abbia rifilato una discreta stoppata. In assenza di prove storiche al riguardo, però, mi permetto di dubitare.

Non fu quella la notte in cui Trieste si innamorò del basket, vista la lunga e a tratti gloriosa tradizione (i cinque scudetti sotto l’egida della Società Ginnastica Triestina a cavallo tra gli anni ’30 e ‘40 parlano chiaro). Ma fu la notte in cui Bepi Stefanel fece toccare con mano un sogno: portare la Pallacanestro Trieste nel basket che conta.

 

TRIESTE IS FASHION!

Bepi Stefanel, seconda generazione di una delle aziende dell’abbigliamento che va per la maggiore di quei tempi, aveva rilevato la società un anno prima, finita l’era targata Hurlingham che l’aveva vista tornare in A1. Il basket negli anni ’80 è fashion, come direbbero a Cantù. Benetton, da Ponzano Veneto, è sbarcato da un paio d’anni a Treviso. La Stefanel è nata pochi chilometri più in là, a Ponte sul Piave. Ma non c’è spazio per entrambi i colossi dell’abbigliamento della Marca. E allora patron Bepi, che in gioventù era stato giocatore e allenatore a Oderzo in serie D e che la domenica a bordo del furgone aziendale portava la squadra a vedere le partite della Snaidero Udine, fa rotta verso est.

Bepi Stefanel

La prima stagione è di assestamento, la seconda, iniziata con Jordan e con Santi Puglisi in panchina, finisce in A2. C’è bisogno di un svolta per mantenere le promesse.

Il patron si ricorda di colui che provò a fermare Jordan con la zona in un’afosa serata di un anno prima. O forse lo aveva visto mettere la piccola Caserta sulla mappa del basket internazionale. Boscia Tanjevic accetta la sfida per dare l’assalto alla A1 prima e allo scudetto poi.

Non va proprio così.

Mentre l’amico-nemico Benetton cavalca verso il ritorno in A1, Stefanel patisce le pene dell’inferno e vede chiudere i suoi in terzultima posizione alla pari degli odiati cugini della Segafredo Gorizia. La permanenza in A2 passa dallo spareggio in campo neutro in gara secca a Bologna. Sono in quattromila equamente divisi sugli spalti di piazza Azzarita e da Mestre alla tangenziale felsinea ogni autogrill è buono per darsele di santa ragione. La partita è tesissima, ma i 26 punti di Steve Mitchell, playmakerino che due anni prima era stato argento alle Universiadi di Kobe (la città) con la casacca degli Stati Uniti, condannano Trieste alla B1.

Un fallimento clamoroso per Boscia, ma anche per Bepi che così tanto l’aveva voluto. Stefanel dice no alle dimissioni del montenegrino: tu resti e continui a fare quello in cui credi. Il coach si lascia convincere, ma ad una condizione: si fa a modo suo, ovvero con una squadra di giovani sul modello di quel Bosna Sarajevo che aveva portato contro ogni pronostico sul tetto d’Europa neanche un decennio prima.

Affare fatto.

C’è scetticismo, però, intorno a quel santone sceso tra gli umani: non può farcela con un branco di ragazzini a vincere un campionato ruvido e tosto come la B d’Eccellenza dell’epoca. E la prima stagione, pur positiva, sembra dare ragione ai detrattori: Trieste chiude quarta, fallendo la promozione.

Le critiche si sprecano, ma Boscia non sente ragioni: o si fa così o me ne torno a casa. L’imprenditore trevigiano crede in lui e gli dà carta bianca. Da Mestre sbarca uno sbarbatello che all’esordio in serie A si è preso la briga di schiacciare in testa a Joe Bryant: si chiama Claudio Pilutti. Con lui un pivottone non così raffinato tecnicamente ma con un cuore grande come la Venezia Giulia: Davide Cantarello. Al loro fianco Marco Lokar, di cui parlano un gran bene e che un paio d’anni dopo sbarcherà alla corte di PJ Carlesimo a Seton Hall. Insomma, di talento ce n’è pure troppo. E stavolta i frutti vengono: Sassari e Siena danno filo da torcere ma restano dietro, la Stefanel torna in A2.

Stefanel vede concretizzarsi ciò in cui ha creduto. Tanjevic lo sta plasmando sotto i suoi occhi. La strada è tracciata: reclutare, reclutare, reclutare. Ma anche azzeccare gli stranieri giusti per fare da chiocce ai giovani di casa propria. Dalla cantera si affaccia in prima squadra un certo Alessandro De Pol, ma il capolavoro stavolta la società lo fa anche con gli americani. Da Dallas sbarca Terry Tyler, un decennio a buon livello in NBA, primo quintetto rookie nel ’79. Dal Pireo, invece, arriva Larry Middleton. E qua non servono troppe spiegazioni. La Stefanel chiude alle spalle della sola Torino e centra la promozione in serie A1. Il doppio salto è completo, gli anni Novanta rivedono Trieste tra le grandi.

 

GENERAZIONE DI FENOMENI

Mentre la squadra galoppa verso l’A1, Tanjevic sta lavorando già per il futuro. A Lubiana, un’ora o poco più da Trieste, c’è un fuscello di 2,13 nato a Kranj che domina giocando in qualsiasi ruolo. L’Ask, la società per la quale è tesserato, è disposta a venderlo al miglior offerente. Olimpia Lubiana e Stefanel Trieste sono le due maggiori candidate. Tanjevic lo corteggia per quattro mesi e batte sul tempo Rado Lorbek, papà di Erazem e ds dell’Olimpia. Gregor Fucka, allora 19enne, valica il confine e prende la cittadinanza italiana. Un bene per lui, un bene per la Stefanel, un bene per la nostra Nazionale.

Fucka 2

Per essere subito competitivi, però, serve anche sostanza. Middleton resta, ma Tyler opta per i soldi di Cremona al piano di sotto. E allora per l’ala piccola si pesca ancora in NBA. La scelta numero 35 del draft 1988 ha fatto il suo nella stagione da rookie della franchigia rookie dei Miami Heat (8 punti e 5 rimbalzi a partita) ma ha voglia di giocare di più. “Sly” Gray abbandona il sogno della NBA (anche se nel portafogli porta sempre con sé una foto in cui marca Larry Bird) per consacrarsi in Europa. A fare da balia ai ragazzi terribili di Boscia arriva un pretoriano d’eccezione: Dino Meneghin. Alla soglia dei 40 anni, la sua esperienza è l’ideale al fianco dell’esuberanza giovanile di Cantarello, Fucka e Gray. È tornato pure Lokar, che intanto si è fatto cacciare da Seton Hall per aver rifiutato di appuntare una bandiera americana sul petto durante i giorni dello scoppio della Guerra del Golfo. Il mix, insomma, è intrigante. E funziona bene, tanto da riuscire a portare a gara 3 la Philips Milano nei playoff di quel 1991.

Bepi ha avuto ragione: ora Trieste è pronta per il grande salto e competere con le big della serie A. La città è carica, il palazzetto di Chiarbola inizia a stare stretto alle esigenze della piazza. Ma il Comune promette che presto arriverà una nuova struttura, una nuova casa adeguata alle ambizioni del patron trevigiano.

Stefanel ci crede e insieme a Tanjevic continua a costruire il suo miracolo tassello dopo tassello. In estate arriva addirittura ad acquistare Scottie Pippen.

Non è vero, ovviamente, si tratta solo di un’esibizione estiva cui partecipano il braccio destro di MJ e Charles Barkley, con il primo in casacca biancorossa e il secondo con quella della Glaxo Verona.

La Stefanel, in realtà, resta pressoché invariata nel ’91-’92 e torna ai playoff partendo dal 7° posto. Nei quarti, il derby della moda contro la “sua” Treviso di marca Benetton, con i vari Kukoc e Del Negro a farla da padroni, si chiude con una secca eliminazione per 0-2.

Bisogna cambiare qualcosa. O anche un po’ di più di qualcosa.

Via Middleton, in posizione di guardia arriva AJ English, mentre per sostituire Gray Tanjevic ha già l’asso nella manica da un anno. Nell’estate precedente, Boscia era infatti sbarcato a Zadar per visionare un 18enne serbo che si era preso il titolo di miglior giocatore ai Mondiali Juniores di Edmonton e che i ben informati additavano come il “Magic Johnson bianco”. Due metri abbondanti, leadership naturale, talento e QI fuori dal normale, ma sulla costa croata si occupa principalmente di armare la mano (in senso figurato, eh) di Arijan Komazec. Ancora non avete capito di chi parliamo?

Bodiroga (2)

Dejan Bodiroga, of course. Ce lo aveva portato Kresimir Cosic da quelle parti, visto che in patria lo ritenevano buono ma non un fenomeno di prima grandezza. Con la polveriera balcanica pronta a scoppiare, nell’estate del ’91 i tempi per un serbo in Croazia si stavano facendo pericolosi. Tanjevic tentenna sul fatto di occupare uno dei due spot per gli stranieri con uno sbarbatello serbo. Alla fine, però, benché Zadar non lo liberi, la Stefanel lo firma e ed così costretta a poter solo farlo allenare per un anno intero. “Ma ci misi due allenamenti per capire che diamante avessi per le mani”, precisa Tanjevic. Gray, quindi, dopo essere restato per un anno a preparare il terreno all’astro di Zrenyanin, viene lasciato andare a Verona. È giunta l’ora di Dejan.

“Non si prendeva mai un tiro prima del 7° minuto della partita perché voleva capire come stava giocando la squadra”, racconta il coach montenegrino, al quale fa vedere cose inumane. Come i 51 che stampa a Reggio Calabria in faccia a un Michael Young tramortito da cotanto genio.

 

COSI’ LONTANO, COSI’ VICINO

Condotta dall’abbacinante meraviglia cestistica di Bodiroga, la Stefanel, pur martoriata dagli infortuni, un passo in avanti lo fa: il 4° posto significa prima, unica, storica qualificazione alla Coppa Korac, ma la corsa nei playoff si ferma di nuovo troppo presto, ancora nei quarti, stavolta per mano di Cantù.

Serve un ulteriore sforzo da parte del patron, che mette mano al portafogli per fare il salto definitivo. Da Siena arriva il pivottone Lemone Lampley, già espertissimo delle latitudini italiche e che ha già vinto la Korac a Badalona qualche anno prima. Un deciso upgrade rispetto a un Meneghin ormai giunto al capolinea. Ma la pesca grossa la suggerisce di nuovo Tanjevic, che alza la cornetta e chiama Caserta, PalaMaggiò per la precisione. Il ciclo dorato che aveva contribuito a lanciare in Campania si è ormai esaurito, per cui non ci vuole troppo a convincere Nando Gentile a vestire il biancorosso alabardato.

O meglio, bastano 8 miliardi.

Gentile-Bodiroga-Fucka-Lampley-Cantarello, con Pilutti-De Pol-Pol Bodetto e i giovanissimi Calavita, Cattabiani e Budin alle spalle. Quintetto enorme che all’occorrenza si abbassa con l’inserimento di Pilutti o De Pol e lo spostamento di Fucka e Lampley più vicini a canestro. Due esterni come Gentile e Bodiroga che possono alternarsi a portare palla e finalizzare il gioco. Insomma, il materiale è di primissimo livello. E Stefanel non si nasconde: “Non voglio più sentire discorsi di squadra giovane e promettente. Quest’anno voglio vincere, non importa dove ma è il momento del salto di qualità, siamo seduti a tavola per mangiare anche noi”, dice a Superbasket in un torrido agosto al microfono di Gianni Decleva. Ma con un monito. “Non si possono fare investimenti se non ci sono spazi per giocare. Ho parlato con Milano e Roma, ma sono troppo legato a Trieste, voglio vincere qui, non ci saranno tradimenti da parte mia, spero non ce ne siano da parte di altri”.

Bodiroga-Tanjevic-Gentile

La squadra, da parte sua, pare trovare subito l’alchimia: Trieste infila 20 successi consecutivi per aprire la stagione tra campionato e coppa (il primo rovescio arriva solo il 12 dicembre a Reggio Emilia) e la truppa di Tanjevic si presenta il giorno di Capodanno del 1994 in testa alla classifica alla pari della Buckler Bologna campione d’Italia in carica, quella di Danilovic e Schoene. Le due fuoriserie si incontrano quel dì a Chiarbola. La Stefanel è sotto di 3 a una manciata di secondi dalla sirena. Sembra finita, ma…

Il pazzesco canestro da metà campo di Gentile (che, al rientro dopo 2 settimane di stop per infortunio, ne fa 30 in quel post sbornia in diretta Rai 3) fa da apripista ad un overtime trionfale per i triestini, che così conquistano la vetta solitaria della classifica.

È un sogno che dura una settimana, però. Perché la domenica dopo la Stefanel cade a sorpresa al Taliercio contro l’Acqua Lora Venezia ultima della classe, sinistro presagio di una girone di ritorno che vedrà Bodiroga e compagni scendere giù fino ad un 3° posto che lascia l’amaro in bocca nonostante si tratti del miglior piazzamento della storia recente della società.

La squadra, tuttavia, viaggia forte in Korac, dove ha buttato fuori la Recoaro Milano detentrice della coppa ed è sbarcata in finale contro il fortissimo Paok di Savic e Berry, di Prelevic e Galakteros. Nella bolgia di Salonicco, la Stefanel si difende egregiamente perdendo di 9 al cospetto di un maestoso Walter Berry (23+16) e può guardare al match di ritorno da giocare tra le mura amiche con un certo ottimismo.

Ottimismo che però non dura molto: a Chiarbola i greci fanno pure meglio dell’andata, la Stefanel, sospinta da Nandokan, si illude quando la sbandata del Paok vale un effimero +6 a metà secondo tempo. Ma i bianconeri, complici percentuali da fantascienza (9/11 da 3 e 23/38 da 2…) e con un Prelevic da 30 punti, non lasciano scampo e sollevano il titolo proprio al palas triestino.

Salta il primo obiettivo, ma il bersaglio grosso, quello tricolore, è ancora a portata di mano. I quarti di finale playoff mettono Gentile davanti al suo vecchio amico Vincenzino Esposito e alla sua Filodoro Bologna. Un decennio fianco a fianco a fare grande la Juve Caserta e ora tutti e due con il mirino puntato uno contro l’altro. La posta si divide equamente nelle prime due partite della serie, ma gara 3 a Trieste è fratricida. Dan Gay è un rebus per Lampley, gli piazza 32 punti con 13/17 dal campo e 14 rimbalzi in testa, ma ci pensa Bodiroga a portare la Stefanel avanti nel finale riscattando un’orrenda gara 2. I biancorossi hanno la partita in pugno, ma non fanno i conti con l’orgoglio di “El Diablo”: Enzino spara due triple che impattano a quota 72 dopo che la Effe ha inseguito per 39’ abbondanti. Ma il sigillo lo mette Gentile, che a 4” dalla sirena segna un libero, sbaglia il secondo ma non lascia tempo per il tiro della disperazione di Esposito. Il primo scoglio è superato, la Stefanel vola in semifinale. Finalmente, può sospirare patron Bepi.

Ci sono appena 48 ore per rifiatare e poi c’è da tuffarsi nella serie contro la Scavolini Pesaro di Carlton Myers. Una delle serie playoff più emozionanti della storia del basket italiano, con tutte e tre le partite a chiudersi in overtime. La Stefanel comincia col botto sbancando l’hangar di viale dei Partigiani in gara 1, ma la Scavo restituisce il favore a gara 2 in terra giuliana. Fucka a una manciata di secondi dalla sirena scivola con in mano la palla che varrebbe vittoria e finale e gli ospiti ringraziano pareggiando poco prima del 40’ e vincendo nei 5 minuti extra. Gara 3 nelle Marche è una vera beffa per Trieste: Gentile a tempo scaduto si guadagna i tiri liberi che basterebbero per il sorpasso, mette il primo ma sbaglia il secondo e spedisce tutti ai supplementari. I conti stavolta li chiude uno stratosferico Myers, che firma così i punti numero 38 e 39 della sua partita, quelli che mettono la parola fine sulla galoppata triestina:

 

ALTO TRADIMENTO

Nel momento dello swoosh della retina sul tiro di Carlton, nessuno immagina che quello sarà il canto del cigno per i sogni di gloria triestini. Le ambizioni di Stefanel sono ancora lì intatte, ma anche gli screzi con la politica locale per la mancata realizzazione del nuovo palasport lo sono. Stefanel aveva minacciato più volte di lasciare la città. Ma stavolta lo fa sul serio. Il 15 giugno 1994 Bepi ufficializza l’abbandono in direzione Milano, portando con sé l’ossatura della Trieste che, dopo un percorso lungo un decennio, era finalmente diventata una potenza: Boscia, Nando, Dejan, Gregor e Sandro, tutti i big di quello squadrone seguono il patron in Lombardia. Pilutti, invece, optò per la potenza nascente della Fortitudo Bologna.

Gentile SB Milano

A Milano finalmente si corona il sogno tricolore di quel gruppo costruito passo dopo passo lungo tutto un decennio: la nuova Stefanel, dopo una regular season modesta chiusa al 5° posto, cambia marcia nei playoff e riporta lo scudetto all’ombra della Madonnina.

Un titolo che costerà carissimo, dato che resterà l’ultimo per le Scarpette Rosse da quel dì per i successivi 19 anni.

“Perdemmo l’occasione di portare lo scudetto a Trieste, dove molti ragazzi erano nati e cresciuti. Resta l’orgoglio di aver fatto vincere il venticinquesimo titolo a Milano. Ma fu difficile fondere due anime diverse e, col trasferimento, mi sentii dentro un progetto non mio”, fu la lucida analisi postuma di Boscia, che infatti lasciò al termine di quella stagione, così come Bodiroga. Il gruppo pian piano si sfaldò e con esso il progetto Stefanel, che si trascinò ancora per qualche anno prima del ritiro di Bepi, che abbandonò definitivamente il basket nell’estate del 1999. Ovvero, per un amaro contrappasso, giusto pochi mesi prima dell’inaugurazione di quel PalaTrieste che doveva essere la casa di quella nuova potenza nascente. E che invece è solo l’emblema di ciò che poteva essere e non è stato.