Per iniziare a parlare della carriera di Shaun Livingston non servono aggettivi, statistiche ricercate o chissà quali premi personali. Basta un rumore: Crack. (non consigliamo la visione del video https://www.youtube.com/watch?v=MHFs4a-Bb-c)
Un rumore e tante urla. Urla di chi, dopo 2 stagioni di NBA ed ancora nel pieno del suo sviluppo cestistico, vede tutta la sua breve carriera passarsi davanti agli occhi e scorrere via. Di chi sa che probabilmente, quella carriera, non avrà un seguito.
“Ci sono 4 legamenti in un ginocchio: il ginocchio sinistro di Shaun ne ha 3 completamente da buttare. Probabilmente ci sarà da amputare”. Poco da aggiungere su questa frase, la realtà era ben chiara a tutti quanti.

Ma andiamo con ordine.

Shaun Livingston nasce a Peoria, Illinois, l’11 Settembre (sigh) 1985, da papà Reggie e mamma Ann Wyman. Fisico longilineo e scheletrico, nella sua high school Peoria Central inizia subito la sua carriera nel mondo del basket, passione che gli ha trasmesso per osmosi suo papà, che nell’infanzia non gli toglieva mai la spicchia dalle mani. Una persona molto importante nella sua vita è Art Jones, figlio di un amico di papà Reggie, qualche anno più grande di Shaun: durante la sua adolescenza è sempre stato una sorta di bàlia per lui, quando i loro genitori erano fuori per lavoro toccava ad Art prendersi cura del gracile Livingston, e lo portava con sé nei playground della periferia di Peoria. “Aspettami qui Shaun, faccio due tiri ed arrivo. Tu guardami”.
Art era diventato un vero e proprio membro della famiglia Livingston aggiunto, i due si chiamavano brother ed erano quasi inseparabili.
Nel college, il talento cestistico di Livingston venne a galla molto presto: capigliatura afro, gambe e braccia lunghissime, zero muscoli e tanto atletismo. Era un playmaker, ed i paragoni (scomodi) con Magic Johnson erano all’ordine del giorno. La carriera nella high school andò decisamente bene, e terminato il percorso scolastico decise infatti di dichiararsi per il Draft NBA del 2004.
Un giocatore come lui non si trovava facilmente in giro, era merce rara in quel tempo, ed i Los Angeles Clippers decisero di accaparrarselo alla numero 4, chiamata altissima per uno che non ha nemmeno frequentato il college. Ma di potenziale ce n’era.

Los Angeles Clippers v Toronto Raptors

Entrò nel mondo della NBA a soli 19 anni, in una galassia che se non l’approcci con la giusta faccia e la giusta attitudine può rivelarsi un buco nero che risucchia te e tutta la tua vita, come già successo con altri astri nascenti del basket. Livingston è entrato nella lega dalla porta principale, portando il suo prezioso contributo nelle due prime stagioni in maglia Clippers, anche se la franchigia non era delle migliori. Nel 2007 stava giocando una grande stagione al suo terzo anno, segnando quasi 10 punti di media con 5 assist ad allacciata. Poi arrivò il 26 Febbraio.

Brother Art era allo Staples Center quella sera, come al solito.
Durante QUEL contropiede, era in piedi e stava per rimettersi seduto al suo posto. Sentì il rumore di una caduta sul parquet, poi le urla. Si girò, vide Shaun a terra che si contorceva dal dolore. In un attimo, il suo cellulare ricevette un gran numero di messaggi. Era lo staff medico dei Clippers, ed uno di quei messaggi recitava “Art vieni a bordocampo. Subito”.
In ospedale Livingston iniziò subito a domandare ai medici: “È solo una brutta distorsione, vero?”.
I due si resero conto della gravità dell’infortunio soltanto nella sala ospedaliera, uno sul lettino e l’altro seduto al suo fianco. Il dottore disse così: “Avrai bisogno di un’analisi del sangue. C’è un arteria dietro il tuo ginocchio, se è danneggiata porta alla cancrena. In tal caso dovremo amputare”.

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La high school da protagonista, la 4^ scelta al Draft NBA, le prime stagioni convincenti, un fisico certamente non comune a tutti, il quintetto base nei Clippers. A 21 anni sembrava già tutto finito, tutto irrimediabilmente finito.
L’amputazione rimase un brutto incubo, ma il dottore affermò che peggio di così c’era rimasto soltanto quello.
Shaun non mollò, non ha mai mollato in vita sua, anche se difronte a lui stavolta c’era un ostacolo apparentemente insormontabile. Dovette aspettare 2 settimane per far uscire tutto il liquido dal ginocchio e potersi operare, e in una settimana si sottopose a tutti gli interventi chirurgici per rimettere a posto il suo ginocchio e tutti e 3 i legamenti andati a farsi benedire.

Iniziò il percorso di terapie e rieducazione per il ginocchio appena possibile: per un giocatore della sua stazza e della sua velocità, rapidità ed atletismo, dover fare movimenti minimi per poter ripartire da capo avrebbe potuto voler dire cedere, gettare la spugna. Invece Shaun fu paziente, e soprattutto ripose fiducia nel suo ginocchio: sapeva che non lo avrebbe tradito ancora.
E allora esercizio dopo esercizio, centimetro dopo centimetro, il ginocchio iniziò a riprendere una lieve mobilità. Ogni settimana il ginocchio si piegava sempre un po’ di più, ed ogni grado guadagnato era come un canestro realizzato. In contropiede, quel maledetto contropiede.
I muscoli a supporto del ginocchio erano però ancora troppo poco rinforzati, bisognava lavorare necessariamente anche su quello per poter garantire una buona stabilità alla rotula nella riabilitazione. Livingston non guardava mai il calendario. Mai. I giorni passavano, lui continuava a lavorare duramente.
Ma la vita non era assolutamente facile. Uscire da casa solo per andare a fare riabilitazione, stare gran parte del tempo nel letto senza poter fare niente. I medici avvertirono Art: “Per la dose di medicine che deve prendere e per la gravità della situazione, potrebbe cadere in grave depressione. Potrebbe anche arrivare a tentare il suicidio”. Art ammise che quella fu l’unica occasione in cui pianse dalla paura. Ogni notte, silenziosamente, si alzava ed andava a controllare in camera del suo fratello acquisito se ancora respirava.

Shaun Livingston

La riabilitazione procedeva bene: dopo 5 settimane era già in grado di togliere le stampelle e camminare, seppure a piccoli passi, sulle sue gambe, e dopo 2 mesi saliva sulla sella di una cyclette. Ma la stagione 2007/2008, chiaramente, era ormai terminata.
Durante l’estate ’08 Livingston venne dichiarato “Abile nel ricevere contatti”. Era giunta l’ora, dopo 16 mesi di paura e sacrifici, di tornare a prendere la palla in mano.
Affrontò per quasi tutta l’estate un sophomore dei Clippers, Al Thornton, in 1 vs 1. Non vinse nemmeno una gara. “Non sento la mia gamba. È muta. Sembra di legno”.
Ma se una sensazione simile avrebbe potuto distruggere psicologicamente qualsiasi altra persona, Livingston ne uscì rafforzato: ogni volta che prendeva il pallone in mano, che palleggiava, si alzava e tirava, si sentiva rinascere.
Era giunto il momento di tornare in campo, dopo più di 1 anno e mezzo di inattività. Ma i Clippers non avevano intenzione di aspettarlo in eterno, e presero Baron Davis come playmaker titolare, offrendo a Livingston un contratto al minimo salariale. Non si accontentò: declinò l’offerta, poi chiamò da Miami Pat Riley garantendogli qualche chance in più sul parquet. Livingston disse sì: Florida, baby!

Da questo momento iniziò il vagabondaggio di Shaun Livingston in giro per l’NBA, dove nessuna squadra sembrava volergli dare fiducia sebbene il ginocchio fosse ormai solo un vecchio nemico. Prima gli Heat, poi la D-League a Tulsa, che gli garantì un contratto con i Thunder in NBA. Che però lo tagliarono a dicembre della stagione seguente, quando Sam Presti a dicembre lo chiamò per dargli la brutta notizia. Livingston non riusciva a capacitarsene: “Non ero più in grado di giocare per bene in una squadra”. Il ginocchio necessitava di qualche controllo periodico, l’atletismo e la verticalità che lo caratterizzavano erano ancora un lontano ricordo. Non era quel giocatore in grado di cambiare le partite col suo particolare fisico e grande atletismo. Era solo one of the players, uno dei tanti, che avrebbe potuto essere rimpiazzato con chiunque.
Washington, Charlotte, Milwaukee, Houston e Cleveland sono altre squadre in cui fino al 2013 ha transitato senza lasciare un segno, senza che nessuno gli desse l’opportunità per dimostrare che quel prospetto scelto alla numero 4 nel Draft ’04 non era soltanto un astro nascente bloccato da un infortunio. Poi arrivano i Brooklyn Nets nel 2013/2014.

Shaun-Livingston-with-hands-up-calling-a-play

“Ti hanno dato il via libera per giocare?”
“Sì”
“Allora ti tratteremo come un giocatore fisicamente sano”.
Tutto ciò che desiderava sentirsi dire.

Firmato come backup di Deron Williams, con l’infortunio dell’ex Utah si dimostrò un giocatore da starting five per coach Kidd, che gli diede quella fiducia che tanto desiderava e, insieme, le chiavi della squadra. “Già quando lui era il playmaker dei Knicks ed io giocavo a Cleveland, capii che aveva un debole per me. Credo che già lì ci fosse una sorta di rispetto reciproco, per il QI cestistico, la mia maniera di giocare ed anche per come studiavo il gioco. È stato uno dei migliori playmaker di sempre, ed avere la sua fiducia e la sua stima mi sprona a dare il massimo ogni volta che scendo in campo”. Al fianco di due santoni come Pierce e Garnett, S-Dot era la chiave del gioco dei Nets, l’equilibratore: con lui in campo la squadra andava alla grande sia in attacco che in difesa, e quella fu la stagione dei record personali, dove stabilì quelli per maggior minuti in campo e per punti in una gara.
Impossibile dimenticare 2 grandi prestazioni di Livingston contro i Miami Heat: la prima, nella gara del 10 gennaio 2014, quando gli Heat andarono a far visita ai Nets. Gara da doppio overtime, dove Livingston subisce lo sfondamento di King James (6° fallo della gara), si scatena e piazza discrete giocate firmando 19 punti, 11 rimbalzi, 5 assist e queste 3 stoppatine qui.

La seconda, il 12 marzo a Miami. 3 secondi e spicci alla fine, +1 Brooklyn, rimessa in zona d’attacco per gli Heat. Si va da LeBron, che però su di lui ha Livingston. Andò precisamente così.

In quell’annata saltò solamente 6 partite delle 82 totali. He’s back.

L’ottima stagione ai Nets gli valse la chiamata nell’estate 2014 dei Golden State Warriors, squadra giovane che necessitava di qualche rincalzo d’esperienza: Andre Iguodala, Leandro Barbosa, Andrew Bogut, David Lee. E Shaun Livingston, of course.
La stagione degli Warriors va alla grande, Livingston porta il suo mattoncino durante tutto l’arco della stagione come gli venne richiesto in estate: in 78 partite, suo massimo in carriera, fa registrare 5.9 punti, 2.3 rimbalzi e 3.3 assist ad allacciata, pur non essendo più un titolare come nei Nets dell’anno prima. Per sua stessa ammissione, questo fu un passaggio abbastanza delicato: “Sono due realtà diverse. Era bello essere il titolare, spesso quello che concludeva le azioni, avere più responsabilità insomma. Sapevo che qui a Golden State il mio ruolo sarebbe stato diverso. All’inizio non è stato facile adattarmi alle esigenze della squadra, ma col tempo ho imparato a dare ciò che il coach mi chiedeva ed a farmi trovare sempre pronto”.

forza

Nei playoff gli Warriors vincono, vincono e vincono ancora. In finale li attendono i Cleveland Cavaliers, quella Cleveland dove il numero 34 gialloblu non s’era trovato troppo bene, dove la canotta numero 6 portava il nome di James. Lo stesso James già sconfitto più volte l’anno precedente, quando entrambi vestivano maglie diverse.

The Choosen One, il Prescelto, uno dei giocatori più forti della storia del basket da una parte.
Un giocatore normale, con alle spalle una storia ai limiti dell’ordinario, che fino a 2 anni fa girovagava senza una meta, e senza un contratto garantito per tutta l’NBA dall’altra.
Il destino spesso sa essere crudele, ma in questi casi è benevolo col 34. E nemmeno poco.

Vince ancora Livingston, e Shaun, dopo il calvario passato quasi 10 anni fa, è campione NBA.

“Sai, in certi momenti le persone non credono in te. Quando vai in D-League, cerchi di farti spazio e vai avanti con contratti da 10 giorni, e sei fuori dall’NBA. Poi mi trovo qui, come campione del mondo, con i miei fratelli… Beh, non ho parole. Non puoi trovare parole per descrivere questo momento. Sono grato: grato a Dio, al mio coach, ai miei compagni, e sono grato di essere qui. È stato un percorso davvero lungo, sembrano 2 carriere, sai? È come se avessi vissuto 2 vite diverse. Ed essere qui come campione del mondo adesso è la miglior sensazione che esista. Questa è la dimostrazione che è valsa la pena di fare tutto ciò che ho fatto”.

Non ho bisogno di aggiungere altro. Nella conferenza dopo gara 6 delle Finals ha già detto tutto lui.
Che ne sarebbe stato di Shaun Livingston se quel ginocchio fosse rimasto sempre al suo posto?
Non lo sapremo mai, e non vale la pena chiederselo, perché la storia di questo ragazzo parla di un esempio.
Un esempio da seguire, nello sport ma anche e soprattutto nella vita: non gettare mai la spugna, perché ogni tuo sacrificio, anche il più grande, sarà ripagato al meglio.
Shaun Livingston insegna.

 

di Eugenio Agostinelli

Shaun Livingston

(disegno di copertina a cura di http://fanciullodelghetto.blogspot.it/)