Fabricio Oberto, data di nascita 21/3/1975

Leandro Palladino, data di nascita 13/1/1976

Juan Ignacio “Pepe” Sanchez, data di nascita 8/5/1977

Pablo Prigioni, data di nascita 17/5/1977

Emanuel Ginobili, data di nascita 28/7/1977

Lucas Victoriano, data di nascita 5/11/1977

Leonardo Gutierrez, data di nascita 16/5/1978

Walter Herrmann, data di nascita 26/6/1979

Andres Nocioni, data di nascita 30/11/1979

Luis Scola, data di nascita 30/4/1980

 

8 settembre 2014. Il Brasile massacra l’Argentina e pone fine già negli ottavi di finale ai Mondiali biancocelesti. La carta d’identità non mente, è il tramonto di un’epoca. O meglio di una generazione, quella che è diventata l’orgoglio di una nazione: la “Generacion Dorada”. Da quando quel gruppo baciato dal Sol de Mayo ha messo piede in Nazionale, nel 1999, la Federazione ha dovuto spesso aggiungere mensole nella stanza dei trofei: 23 semifinali, 20 podi, 7 medaglie d’oro.

Ma l’epopea dei Ginobili, degli Scola, dei Nocioni non è frutto di una singolare coincidenza genetica che in cinque anni ha portato sul suolo argentino tutti i più grandi interpreti del basket che la storia nazionale possa ricordare. È una visione sulla quale il sole inizia a fare luce negli anni ’80.

Torneo Super 4 Cordoba - Juego final - Argentina vs Venezuela

Torneo Super 4 Cordoba – Juego final – Argentina vs Venezuela

 

L’ALBA

28 agosto 2004. L’Argentina sbaraglia l’Italia dei miracoli e si mette al collo la sua prima e finora unica medaglia d’oro olimpica.

Qualche mese fa stavo guardando un video della tv argentina col finale di partita. A commentare le gesta dell’incredibile cavalcata di Ginobili e soci c’era Victor Hugo Morales, la storica voce entrata nella leggenda dopo aver descritto il gol di Maradona all’Inghilterra ai Mondiali di calcio dell’86. Uno dei maestri di Federico Buffa, per capirci:

Morales, celebrando l’impresa, fa un nome scolpito nella leggenda del basket argentino. “Grande Leon, il nostro cuore e la nostra gratitudine sono tutti per te”.

Ma chi è sto Leon?”, mi chiesi.

Scoprii che si trattava di tale Leon Najnudel.

Alle nostre latitudini questo nome non dice granché. Giusto qualcosa ai tifosi più attempati di Saragozza, dove da allenatore nel 1983 vinse una storica Coppa del Re.

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Era un allenatore, Leon, questo l’ho capito presto. Ma era soprattutto un uomo con una visione rivoluzionaria.

In Argentina, fino al 1985, non esisteva un vero campionato professionistico nazionale. Esistevano dei campionati dilettantistici regionali che poi qualificavano ad una fase finale nazionale. Ma Najnudel, che allenava una delle potenze dell’epoca, il Ferro Carril Oeste, capì che se si voleva far crescere i giocatori, i tecnici, gli arbitri non si poteva prescindere dal farli confrontare tra di loro per tutto l’anno in un vero campionato. E allora iniziò a tessere la tela.

Non era facile in quegli anni, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, quando in Argentina comandava il regime militare. I no dei colonnelli e la diffidenza di tanti colleghi lo portano a emigrare in Spagna. Ma nel 1983 la dittatura cade, si ripristina la democrazia e la rinnovata Federazione si mostra aperta alle idee di Najnudel. Il sogno diventa realtà l’anno seguente: nel 1984 viene formata la Liga Nacional de Basquet, Leon torna di corsa dall’Europa e alza la prima palla a due del neonato campionato il 26 aprile 1985.

Io credo che la Liga diede a tutta la nostra generazione e anche a quelli un pochino più vecchi di me uno scopo diverso. Il basket, prima, era un hobby, una passione ed un divertimento, ma non era un obiettivo così grande come diventò dopo la creazione della Liga. Da quando fu creata, abbiamo tutti iniziato a pensare di poter vivere di basket. Potevamo farne la nostra professione. Io potevo andare fuori e guadagnarmi il pane quotidiano giocando a basket. E questo sia che fossi a Capital, a Canada de Gomez o a Corrientes. Aver trasformato il basket in federale, competitivo, creò per noi un obiettivo di vita”.

Parola di Manu Ginobili.

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Najnudel torna ad allenare in Argentina, con una breve parentesi sulla panchina della Nazionale proprio di rientro dalla Spagna. E sotto le sue mani passano due dei grandi della futura Generacion Dorada: Andrés Nocioni e Luis Scola.

Il primo aveva iniziato a giocare col fratello Pablo (visto per anni nelle minors italiane in virtù del passaporto italiano) nella cittadina del suo paese, Galvez, non lontano da Santa Fè. È il 1995 e Najnudel allena il Racing de Avellaneda, sobborgo di Buenos Aires. Di Andrés ha sentito parlare un gran bene. Il resto lo lasciamo raccontare al Chapu (andatevi a vedere qua il perché del soprannome).

“Apparve all’improvviso alla partita, così a sorpresa che gli fecero pagare il biglietto. Nessuno aveva riconosciuto chi fosse, nessuno si immaginava che potesse apparire. Solo mia madre e mio padre lo riconobbero. Osservò il riscaldamento e due o tre minuti di partita poi si alzò e se ne andò. Io mi dimenticai che c’era lui, della cosa si accorse solo mio padre. E ovviamente andò verso di lui a riprenderlo. Papà gli disse: Leon, te ne vai? La partita è appena iniziata. Leon, da persona seria quale era, un duro, rispose: ho visto tutto ciò di cui avevo bisogno. Ora vado a mangiare del pesce in un ristorante di Santa Fè che mi è stato raccomandato. Ho visto tutto. E mio padre allora disse: Ma cosa è successo? Non ti è piaciuto Andrés? Che ne pensi? E lui: no, anzi, preparati. Tuo figlio verrà a Buenos Aires. Al Racing, per giocare nella Liga Nacional. Quel giorno imparai chi era Leon. Lui mi fece cambiare ruolo. E il mio futuro. Mi disse che dovevo giocare da 3. Io venivo da una piccola città, così lui per me diventò un tutor”.

Nocioni esordirà in Liga Nacional proprio con la maglia del Racing, cui viene venduto per dodici palloni e una muta completa per la sua ex squadra (non è una gag, è andato davvero così).

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Scola, invece, Najnudel se lo ritrova in casa. È il papà, ex giocatore di Najnudel, a portarlo alle giovanili del Ferro Carril Oeste, dove nel 1996 Leon arriva per quella che sarà la sua ultima stagione in panchina. Il sodalizio dura meno di un anno però, perché poi il coach è costretto a lasciare. La leucemia avanza. “Non riusciva più a parlare ma chiedeva di avere il telefono all’orecchio per farsi raccontare come andavano le partite”, rimembra Luisito, che nel 1998 lascia l’Argentina per sbarcare in Spagna, al Gijon. Proprio poche settimane dopo che la malattia si è portata via Najnudel, morto il 22 aprile. Senza poter vedere nessuno dei trionfi dei suoi “figliocci”.

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Oberto e Scola ai tempi del ricovero in comunità

 

MEZZOGIORNO DI FUOCO

Fast Forward.

Sono passati tre anni dalla morte di Leon e Ginobili e compagni stanno iniziando a farsi conoscere in mezzo mondo. Ma l’alchimia tra vecchie e nuove star è difficile, l’Argentina fallisce addirittura l’appuntamento con le Olimpiadi di Sydney 2000.

Il primo cerchietto rosso del nuovo Millennio è sul Campionato americano dell’anno successivo, in programma a Neuquen, Patagonia del Nord, valido come qualificazione per i Mondiali di Indianapolis 2002. L’albiceleste ci arriva carica dopo aver fatto le prove generali ai Sudamericani vinti con 9 vittorie su 9. E con gli Stati Uniti a mandare i bimbi, essendo già qualificati di diritto, la lotta al titolo è apertissima.

Sulla carta.

Perché la selezione di Magnano trova la quadratura del cerchio e chiude la competizione imbattuta, infliggendo uno scarto medio di 22,9 punti agli avversari. Due ori in un mese, 19 partite ufficiali senza sconfitte: la Generacion ora è finalmente dorada.

Al Mondiale del 2002 inevitabilmente l’Argentina è circondata dalla curiosità degli addetti ai lavori. Ginobili, chiuso il biennio bolognese, è forse il giocatore più forte d’Europa in quel momento ed è pronto allo sbarco agli Spurs. Oberto, Scola, Nocioni e Sconochini si conoscono a menadito dopo una stagione trionfale nella quale hanno regalato al Baskonia il primo titolo spagnolo della sua storia. Pepe Sanchez (pur vedendo il campo meno di un Magro qualunque) è campione d’Europa con il Panathinaikos.

Il girone iniziale, con Russia, Nuova Zelanda e Venezuela, non è così ostico e gli argentini, infatti, non sudano neanche per chiudere al primo posto. Nella seconda fase, però, c’è da vedersela con gli Stati Uniti, che si sono sì presentati al torneo di casa senza Kobe e Shaq ma che posso permettersi un team comunque di tutto rispetto. Ci sono Pierce e il Barone, Reggie e Andre Miller, l’altro O’Neal e il povero Jay Williams. Ma anche Raef LaFrentz e Antonio Davis. Bene ma non benissimo, insomma.

Don’t cry for me, Argentina.

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Dopo 58 partite giocate e 58 vittorie da quando i giocatori Nba erano diventati padroni di Team Usa, l’87-80 con il quale gli argentini, avanti per tutti i 40 minuti, infrangono la strafottenza americana è sibillino come lo stoppone di Scola a Jermaine O’Neal:

Per gli americani è l’inizio di un incubo, con un Mondiale casalingo chiuso con 3 sconfitte (nei quarti è la Jugoslavia a concedere il bis, nella finale 5° posto la Spagna fa il resto), mentre l’Argentina prosegue la sua scalata. Nei quarti ci sono i nemici di sempre del Brasile. Asfaltati: 78-67. È semifinale, dove ad attendere c’è la Germania di Wunder Dirk. Ginobili e soci partono col piede sull’acceleratore, ma a metà partita succede l’imponderabile: Manu appoggia male il piede, distorsione alla caviglia che lo costringe in panca. L’Argentina sbanda, si aggrappa agli esperti Sconochini e Montecchia ma ingabbiare l’indemoniato Ademola Okulaja e il solito Nowitzki pare un’impresa. A 69” dalla sirena è ancora parità sul 78, ma alla fine un canestro vitale di Wolkowyski chiude la contesa. È almeno medaglia d’argento, con uno sguardo a quell’oro che manca dal 1950.

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La finale contro la Jugoslavia è un inno alla pallacanestro. Magnano rimette in piedi anche mezzo zoppo Ginobili, che però non riesce a dare più di 12 minuti praticamente anonimi. E per stare sulle tracce di Bodiroga e Stojakovic ce ne vorrebbero quattro di caviglie e anche buone. Eppure, con Oberto a scherzare Divac e Tomasevic, l’Argentina sale anche a +7 con 2 minuti e mezzo da giocare. La Jugoslavia sembra morta e sepolta e l’oro mai così vicino.

Peccato che ci sia Bodiroga a resuscitarla. Dejan ricuce lo strappo da solo, si va sul 75-75 a una manciata di secondi dalla fine. L’ultima palla del match l’avrebbe l’Argentina, che però pasticcia a metà campo sul pressing ordinato da coach Pesic. Gurovic spizzica la sfera dalle mani di Scola, Bodiroga si tuffa stile Cagnotto per perfezionare il recupero e da terra gira per Divac, ultimo baluardo difensivo tra gli slavi e il canestro. Il sommo Vlade sospira un secondo con la boccia in mano, dando tempo a Scola di azzannargliela e portarsela via, per involarsi solitario verso il canestro che varrebbe il titolo mondiale.

Ma c’è un fischio.

Fallo.

Di Luis.

Tutt’altro che limpido.

Il pivot va in lunetta per i due liberi del potenziale vantaggio slavo a 5,9” dalla sirena. La palla è un macigno anche per uno come lui. Fuori il primo, non va nemmeno il secondo e a strappare il rimbalzo è Scola, che apre subito per Sconochini. Gli dei del basket gli offrono un’altra chance, ma evidentemente l’ora della gloria eterna non è ancora giunta. L’ex Virtus taglia il campo a tutta velocità, sembra Tomba tra i paletti serbi. Ma una valanga blu gli si abbatte addosso al momento del lay-up vincente. Palla sul ferro. Overtime. L’Argentina perde per strada per falli lo stesso Sconochini, poi Montecchia e infine Nocioni. Metteteci pure Ginobili seduto inerme in panca e l’impresa diventa titanica. Vince la Jugoslavia per 84-77, bissando l’oro di Atene. La truppa di Magnano subisce la sua unica sconfitta nella competizione nella serata più importante. Poco male: l’argento luccica sotto il Sol de Mayo.

Alle Olimpiadi di Atene l’Argentina ci arriva col bersaglio disegnato sulla schiena. Ma con gli Stati Uniti assetati di vendetta, far meglio dell’argento mondiale pare un miraggio. Anche se stavolta ci sono un Ginobili a pieno regime, i vari Scola, Nocioni e Oberto all’apice della carriera e sta sbocciando un ragazzino di nome Carlos Delfino per dare una mano ai guerrieri di Indianapolis.

L’esordio è subito col botto: contro la Serbia e Montenegro è il rematch della finale di due anni prima e Ginobili, dopo una partita sontuosa da 27 punti, la decide così:

Ma in seguito gli argentini zoppicano. I ko contro la Spagna e quello con l’Italia relegano l’Argentina appena al terzo posto nel girone A. Contro gli azzurri un’altra partita da infarto, che chiude Bulleri coi liberi della staffa a 4” dalla sirena e Delfino a fallire clamorosamente da sotto il canestro del successo argentino:

Il terzo posto nel girone significa sfida ai padroni di casa della Grecia. Il primo capolavoro. Sotto di 9 a metà partita in un’Oaka che vibra per Papaloukas e soci, l’Argentina si rimette in carreggiata e sorpassa nel finale. Alvertis ha in mano la bomba del pareggio a 5” dalla fine, ma la scaglia sul ferro. 69-64, ancora una volta tra le prime 4.

Ora arriva il difficile: battere gli Usa. Gli Usa di Duncan e Garnett (do you remember, Chapu?), di Iverson e Marbury e pure dei giovanissimi Lebron, Melo e Wade. Gli Stati Uniti sono andati via leggeri fino alle semifinali, l’amichevole di Colonia persa contro l’Italia sembra solo un lontano incubo di mezza estate. E poi stavolta nessuno vuole prendere sotto gamba il match, dopo la figuraccia di due anni prima.

E invece…

E invece succede che Ginobili è imprendibile per gli esterni americani, il corri e tira a stelle e strisce si infrange contro la durezza mentale e fisica di Scola e Nocioni e l’Argentina scappa nel terzo quarto, quando i problemi di falli di Duncan privano Team Usa del suo leader per lunghi minuti. Gli americani provano a rientrare col pressing, ma l’Argentina trova sostanza pure dal “Guerriero di Venado Tuerto” Walter Herrmann e non si volta più indietro. Impresa numero 2 servita, l’Argentina è sul podio olimpico per la prima volta nella sua storia.

“Congratulazioni. E non tornare a San Antonio senza l’oro”, disse a fine partita a Ginobili Gregg Popovich, vice di George Karl sulla panchina americana.

E Manu non poteva deluderlo.

Il finale della storia lo conoscete già. È oro, è una notte da leoni.

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VERSO IL CREPUSCOLO

Quando vinsi l’Eurolega, pensai che fosse la cosa migliore che mi potesse capitare. Ero l’uomo più felice del mondo. Poi vinsi il titolo Nba e pensai la stessa cosa. Ma ora, guardando indietro nel tempo, capisco quando è difficile per una nazione, specie la nostra, vincere una medaglia d’oro olimpica. Puoi avere un’opportunità ogni anno per vincere l’anello. Ma le Olimpiadi ci sono ogni 4 anni e a volte i tuoi compagni di squadra si ritirano, hai bisogno di una grande chimica e spesso non hai tempo di crearla. Per questo fu diverso e speciale”.

Once in a lifetime, dice Ginobili a HoopsHype.com nel 2008. E infatti la Generacion Dorada non riuscirà più ad eguagliare un risultato clamoroso come quello di Atene 2004. Colpa anche del prepotente ritorno degli Usa e della crescita vertiginosa della Spagna.

Ai Mondiali di Giappone 2006 l’Argentina ci arriva coi galloni della favorita, nonostante manchi il condottiero di quel successo, quel Ruben Magnano che ha lasciato la panchina a Sergio Santos Hernandez. E infatti Ginobili e soci sono un rullo compressore e arrivano in semifinale ancora imbattuti. Ma ora sulla strada c’è un’altra Generacion in procinto di diventare Dorada: quella spagnola. Pau, Navarro, Calderon, Garbajosa, Reyes, solo di un paio d’anni più vecchi degli argentini, e poi i giovanissimi Marc, Rodriguez e Fernandez.

Uno scontro tra titani.

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L’Argentina parte forte, ma Ginobili e Nocioni (10/33 dal campo in coppia) non sono nella loro miglior serata. La Spagna risale trascinata da un Gasol che fa ammattire Scola e mette la freccia nel terzo quarto. Il tabellone dice 73-67 Spagna a 1’36” dalla sirena. Ma l’orgoglio albiceleste è infinito. Una tripla irreale di Pepe Sanchez dimezza lo svantaggio, l’altro figlio di Bahia Blanca accorcia ancora da 2 poi Scola mangia in testa a Rudy e dalla lunetta impatta sul 74-74 a 22” dalla sirena. Sanchez spende il fallo su Calderon per avere l’ultimo possesso e il piano funziona come deve: dalla lunetta è 1/2 per l’allora play dei Raptors, 75-74 e 19” a dividere l’Argentina dalla seconda finale mondiale consecutiva.

Ovviamente, la palla la prende Ginobili. Manu contro Navarro. La sfida finale. Ginobili attacca dal centro con la mano destra, Re Juan Carlos lascia strada ma arriva Garbajosa a sbarrarla. Lo sperone cade ma fa in tempo a pescare in angolo Nocioni per il tiro che vale la storia. Mancano 6”, El Chapu si alza e scocca la tripla.

Ferro.

A rimbalzo è una tonnara dalla quale esce vittorioso Fernandez. La Spagna corre verso il suo bagno dorato, l’Argentina finisce con la medaglia di legno perché gli Usa, bastonati stavolta dalla Grecia di Papaloukas e Diamantidis, hanno il dente avvelenato. Lebron e Wade c’erano ad Atene e stavolta non la fanno passare liscia agli argentini: 53 punti in coppia e un bronzo di consolazione prende la via di Washington.

Il podio di Pechino 2008 è l’ultimo exploit. Dopo una prima fase macchiata solo dallo scivolone contro la Lituania, l’Argentina trova di nuovo la Grecia sulla sua strada, come ad Atene. E il risultato è lo stesso: 80-78 con Spanoulis a fallire una delle rare triple decisive della sua carriera.

Anche la semifinale è la stessa di 4 anni prima: contro gli Stati Uniti. Il risultato no. Kobe, Lebron, Melo e Wade sono troppo stavolta. Almeno la vendetta sulla Lituania per la sconfitta nel girone vale un’ultima passerella con la medaglia di bronzo al collo.

Il mesto 11° posto degli ultimi Mondiali, con l’eliminazione negli ottavi per mano di quel Magnano che ha “tradito” passando sulla panchina brasiliana, è il segno di un’era che volge al termine. O forse già chiusa. “Manu non è qui da un paio d’anni – dice Scola al termine del massacro brasiliano – Delfino non è qui. Qual è questo gruppo? Continuiamo a parlare di un gruppo che non esiste. Continuiamo a cambiare giocatori ogni anno, probabilmente siamo rimasti in 2 o 3 di quelli che hanno vinto le Olimpiadi a vincere medaglie anche dopo. Quindi, cos’è esattamente questo gruppo?”

Scende la notte sul Rio de la Plata. Aspettando l’alba di una nuova era.

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P.S.: Un ringraziamento particolare a José Glusman, regista argentino che mi ha concesso di visionare in esclusiva il documentario sulla vita di Leon Najnudel da egli realizzato dal titolo “Leon, reflejos de una pasion”, distribuito solo in Argentina. Per ora. Speriamo. 

P.P.S.: La bellissima immagine di copertina è stata realizzata da Eleonora Catalini