grafica di Davide Giudici
articolo di Marco A. Munno

 

 

 

Fisico smilzo, colorito pallido, folti capelli color carota, lentiggini sparse sul viso. Non è certo questo il profilo che immaginate per il tipico campione di pallacanestro, né per un cestista della nazionale italiana, figurarsi per un possibile trascinatore dell’Italbasket. E’ però il caso di iniziare ad abbandonare gli stereotipi: un passo dopo l’altro, ad abbatterli sta provvedendo Niccolò Mannion.

Dietro le apparenze, infatti, si nasconde un percorso che, sebbene al solo inizio per un ragazzo appena diciassettenne, già presenta varie tappe tipiche di un predestinato. Pensare che c’è stato rischio che neanche ci fosse: parto travagliato, quello per la sua nascita. Ma mamma Gaia fu forte, un tratto che l’aveva sempre contraddistinta: pallavolista della nazionale juniores, la signorina Bianchi era nota per la tenacia, associata al suo atletismo. Il profilo fu quello che conquistò Pace, il quale trovò l’unico posto in sala libero di fianco alla 21enne, lui 35enne con un matrimonio alle spalle, durante una cena con la sua squadra per la quale arrivò in ritardo. Perchè l’atleta più decorato della coppia era il futuro padre di Nico: proprio in Italia, Pace Mannion ha lasciato tanti ricordi positivi, vivendo una seconda giovinezza sportiva. Difatti, dopo il college di buon livello della University of Utah, non riuscì a sfondare in NBA nelle varie tappe di Golden State, Utah, New Jersey, Milwaukee, Detroit ed Atlanta, nonostante qualche buona prova come i 25 punti contro i Rockets in maglia Nets e un fan club personale a seguirlo. Però, sbarcato nel Belpaese, grazie alla tecnica allenata per ore in gioventù con il padre, sotto l’iniziale guida di coach Charlie Recalcati divenne un trascinatore in quel di Cantù, dove da sostituto di Antonello Riva passato ai rivali di Milano riuscì, nel picco della sua militanza brianzola, a conquistare la Coppa Korac del 1991 contro il Real
Madrid.

Successivi trasferimenti a Treviso, Caserta, Reggio Emilia, Fabriano (con una parentesi in Giappone nel mezzo) portarono poi Pace a chiudere la carriera in Italia a Cefalù, con l’anno precedente giocato a Siena, dove vide la luce Niccolò. Passati due anni dalla nascita del piccolo, l’intera famiglia si trasferì nello Utah, da cui ogni estate (almeno fino ai 14 anni compiuti dal ragazzo) ripartiva per tornare a godersi le spiagge sicule. Nella terra dei mormoni invece Pace diventó analista televisivo per i Jazz e quando, durante la serie di playoff del 2010 contro i Lakers, consentí al figlio di 9 anni di incontrare Kobe Bryant, rese Niccolò il bambino piú felice del mondo. Qualche minuto speso da uno dei migliori giocatori di sempre a parlare, in italiano, faccia a faccia alla pari di un bimbo colpirono Nico, da allora tifoso Laker con idolo proprio Kobe. Dal quale è stato mutuato il soprannome affibbiato al ragazzo, “Red Mamba” associandolo al colore dei capelli, anche se Mannion non è proprio felice della definizione, lasciando l’appellativo volentieri a Matt Bonner e preferendo il “Ginja Ninja” utilizzato dagli amici.
Gli stessi con cui, come un comune adolescente, nonostante l’etichetta di futura scelta da lotteria in NBA che gli fu appiccicata a 13 anni dall’allenatore dell’epoca, trascorre parte del proprio tempo in sfide a ping pong (con CJ avversario preferito) o ai videogiochi; il resto che non è dedicato alla pallacanestro è speso principalmente negli studi, con la signora Gaia in testa a chiedere un rendimento d’eccellenza al ragazzo (che quest’anno ha chiuso con 3.94 di votazione scolastica sul massimo di 4), oltre allo svolgimento delle incombenze di casa come la sistemazione del proprio letto o il raccoglimento degli escrementi dei due cani Zeus e Bella, pena il sequestro del telefono cellulare (già lasciato a caricare in cucina durante la notte, così da non utilizzarlo per rispondere ai tanti interessati ai suoi servigi).

Foto: TrendBasket

E pensare che proprio uno dei video divenuto virale sui social fece circolare il suo nome; nella prima metà della prima partitella di allenamento ad un camp a Los Angeles nell’estate del 2016, Nico gioca un dai e vai con un compagno concludendolo con autorità: poderosa schiacciata su un difensore in salto, la sua prima sulla testa di un avversario in partita, un finale esatto opposto di ciò che ci si aspetta da un ragazzo gracilino dai capelli arruffati
contrapposto ad un avversario più robusto.

Il retweet di Brandon Jennings, playmaker in NBA, fu solo la ciliegina sulla torta di un aumento vertiginoso di circa 1500 followers su Instagram, social network che spopola fra gli adolescenti in cerca di visibilità e su cui ora Nico conta circa 155.000 seguaci, che aggiorna con post in cui sottolinea l’utilizzo dei termini “team” e “we” invece di “I” e “me”, consigliato da Ryan Silver.
Intenti ad evitare che la popolarità dia alla testa del figlio, che aveva già ricevuto 6 offerte dai college prima che mettesse piede in campo nella high school, i genitori hanno scelto poche persone del settore cestistico a cui concedono libero contatto a Niccolò: fra questi pochi eletti, il signor Silver è il massimo responsabile del torneo Earl Watson Elite (dove Nico nell’ultima estate ha registrato 18.7 punti, 3.8 rimbalzi e 5.5 assists a partita), sponsorizzato dalla Under Armour, la quale recapita materiale al ragazzo tenendosi aperta la possibilità di trasformarlo nel prossimo volto rappresentativo del brand, quando nel giro di un lustro ci sarà da sostituire in quel ruolo Stephen Curry.

Con il quale Niccolò presenta più punti in comune: una madre ex pallavolista di livello e dal carattere forte, un padre ex scorer e giocatore NBA, il giorno di nascita del 14 marzo, una parente sportivo di attività di buon livello (per Curry il fratello Seth cestista nella NBA, per  Mannion il cugino Edoardo Bianchi calciatore nella Primavera della Juventus e nelle nazionali giovanili azzurre), la posizione in campo di point guard (a cui fu avviato da Pace, in quanto l’eventuale transizione da quello al ruolo di guardia sarebbe più facile che quella inversa). Ma il paragone fra i due finisce qui; al netto di una simile confidenza nei propri mezzi, le caratteristiche che Nico presenta sono di esplosivo attacco del ferro:

 

E grande atletismo nelle conclusioni:

 

Senza disdegnare il tiro da fuori:

Associa inoltre una buona intelligenza cestistica che utilizza per coinvolgere i compagni e una grande etica del lavoro: qualità che fanno le fortune dell’allenatore Charlie Wilde e della sua high school di Pinnacle, dove nella scorsa stagione, quella d’esordio, è risultato Arizona Freshman of the Year, in quintetto per tutte le 28 gare giocate (22 vinte, 6 perse) con 20.2 punti, 4.6 rimbalzi, 4.7 assists e 2.4 rubate di media.
Ai suoi numeri non rimasero indifferenti i selezionatori di Team USA; al momento di scegliere i partecipanti all’edizione 2017 del Campionato Americano FIBA Under 16, Nico, considerato dal sito 247Sports uno dei
migliori 20 della classe dei ragazzi il cui passaggio al college è previsto per il 2020, fu incluso fra i 16 papabili rispetto al gruppone dei 32 iniziali. Tuttavia, provato maggiormente quale guardia lontano dalla palla invece che da playmaker negli ultimi tre allenamenti, si ritrovò ad essere un pochino a sorpresa fra gli ultimi 4 esclusi della spedizione di coach Don Showalter.

Fu in quel momento che Pino Sacripanti, assistente della Nazionale, segnalò ad Antonio Bocchino, selezionatore della rappresentativa Under 16, il ragazzo di cui conobbe il padre in quel di Cantù. Grazie al passaporto italiano, Nico venne aggregato alla squadra il 4 di agosto, una settimana prima dei Campionati Europei di categoria conclusi al nono posto.

Foto: La Stampa

Il suo score personale a fine torneo recitò 19.9 punti ad allacciata di scarpe, risultando miglior realizzatore della manifestazione, oltre a 5.7 rimbalzi e 4 assists a partita. Simbolo della bontà della sua prova nella competizione è stata la terza partita disputata: dopo le prime due da 10/27 totali al tiro, contro la Russia risultò mattatore assoluto con una prestazione da 42 punti con 16/22 al tiro, di cui 4/6 da tre punti, aggiungendo 5 rimbalzi, 3 assist e 6 palle rubate nel 86-57 finale.

Nella sua ultima stagione, la seconda di high school, il suo miglioramento è continuato, con 23 punti, 6.1 assists, 4.5 rimbalzi e 2 rubate a gara con cui ha guidato i Pioneers al primo campionato statale della sua storia, in una stagione da 24 vittorie e 7 sconfitte (di cui le prime 3 senza il ragazzo, fuori con una mano rotta) e aggiungendo la gratificazione personale della nomina a Gatorade Arizona Boys Player of the year (terzo in assoluto proveniente da Pinnacle e successore di campioni NBA quali Towns, Bosh, Howard, Pierce, Kidd o Billups), premio riservato ad atleti d’eccellenza sia dentro che fuori dal campo di gioco; da segnalare per lui, oltre all’elevato rendimento scolastico, la lodevole partecipazione all’evento di beneficenza dell’“Out of the Darkness Walks” per la salute mentale e la prevenzione di suicidi.

La Nazionale maggiore azzurra allora si è attrezzata: visto che, nonostante le presenze nelle selezioni giovanili, era ancora presente la possibilità che Nico potesse giocare per la rappresentativa senior di Team USA, nella finestra delle qualificazioni al prossimo Mondiale dello scorso giugno fa è stato incluso fra i convocati. Se nella prima sfida contro la Croazia non è stato inserito fra i 12 a referto, contro l’Olanda il ragazzo è sceso in campo completando il suo iter di naturalizzazione, dopo i colpi a vuoto con altri playmaker dal passaporto americano, Reggie Jackson prima e Ryan Arcidiacono poi. Guai a pensare che si trattasse solamente di un espediente burocratico: Nico, sebbene giovanissimo e chiaramente acerbo contro avversari di svariati anni di maggior esperienza rispetto a lui, dimostra di essere parte del gruppo per merito sportivo. Primo pallone toccato, primo tiro, primo canestro: per il quarto esordiente più giovane della storia della Nazionale dietro Nesti, Dino Meneghin e Riminucci, a 17 anni, 3 mesi e 17 giorni, i segnali sembrano quelli del predestinato.

Concluderà la sua gara con 9 punti, 2 rimbalzi e un recupero: in difesa e al tiro ha fatto a tratti fatica, ma i 29 minuti passati sul parquet hanno mostrato come la sua personalità e la sua qualità siano assolutamente in grado di reggere già il campo.

Forte del suo rendimento negli studi, il ragazzo ha appena annunciato la chiusura del suo percorso della high school un anno prima, anticipando così il suo passaggio al college al 2019.


Nella pioggia di proposte arrivate dalle varie università in giro per la nazione, il 4 giugno Nico ha ristretto le possibili opzioni a 10, di altissimo livello: Arizona, Duke, Kansas, Marquette, Oregon, UCLA, USC, Utah, Vanderbilt e Villanova.

Il ragazzo continua comunque a lavorare duro: proprio in questi giorni, si è fatto notare nell’edizione 2018 del SC30 Select Camp, organizzata dalla Under Armour, in cui vengono selezionati alcuni fra i principali prospetti di high school per sessioni di allenamento con Stephen Curry; nell’occasione, Nico ha vinto il torneo del camp di 1 vs 1 “King of the Court”, facendosi notare anche per le doti difensive:


Quale possa essere il futuro di Niccolò prendendo in esame un orizzonte temporale più ampio non è ancora noto: la scelta del college, tappa importante della sua formazione, non arriverà prima dei prossimi mesi. Nonostante l’intenzione di Nico di entrare dopo un anno di università nel draft NBA del 2020, azzardare previsioni successive è esagerato; d’altro canto si tratta di un ragazzo che deve ancora raggiungere la maggiore età e tanti sono i fattori che possono influenzare in maniera definitiva la sua futura carriera. Le premesse però sembrano rosee e il carattere del ragazzo propenso ai sacrifici per raggiungere i livelli piú alti, come racconta lui stesso, anche prima che siano i genitori a spingerlo al massimo impegno: con un p0′ di patriottismo, non possiamo che augurarci di assistere agli inizi di un novello campione in maglia azzurra.

Foto: Sports Illustrated