Articolo di Marco Pagliariccio
Grafica di Emanuele Venturoli

 

 

3 luglio 1999.

Una vita fa.

Myers che scappa col pallone sotto braccio.

L’abbraccio tra Dino e Andrea Meneghin.

I “mamma butta la pasta” di Dan Peterson.

“We are the champions” a Parigi-Bercy.

La giovine Italia (nessuno oltre i 28 anni) di Bogdan Tanjevic, del tridente Fucka-Myers-Meneghin, stupisce tutti, fa fuori una dopo l’altra le big europee e bissa l’oro europeo di Nantes ’83.

Quanta acqua è passata sotto i ponti del nostro basket da quella vetta mai più raggiunta ad oggi. E allora ricordiamoli uno per uno i 12 (+1) che fecero l’impresa, riaccendendone da lontano il ricordo e osservandone la parabola da quella calda serata di 19 anni fa.

 

4 – DAVIDE “PANDORO” BONORA (1,0 punti, 0,7 rimbalzi, 0,7 assist in 13,8 minuti)

Playmaker d’altri tempi, l’unico in senso classico a disposizione di quella Italia. Prezioso soprattutto nella prima parte dell’Europeo (determinante nel successo in volata sulla Turchia), sparendo però dalle rotazioni quando si è iniziato a fare sul serio (non entrato nei quarti ed in finale, appena 4’ in semi contro la Jugoslavia). La sua carriera entra nel vivo nei tre anni successivi a quell’Europeo, col ritorno a Bologna dove vinse tutto il vincibile con la Virtus del “Triplete”. Quella in Francia sarà però anche la sua ultima manifestazione ufficiale con la Nazionale, dalla quale resta ai margini nonostante una carriera che lo vede poi continuare ad alto livello in Serie A a Roma prima ed Avellino poi. Tolte le scarpette nel 2011 dopo aver assaggiato anche la A2 e la B tra Rieti (trascinandola in Serie A), Venezia, Matera e Montecatini, i sentimenti lo riportano nella città che lo ha stregato: Roma. Alla Virtus resta per una stagione in veste di team manager, poi nel 2014 torna più vicino al parquet, accettando la sfida dell’ambiziosa Eurobasket (nomen omen…) e traghettandola verso la A2. Esonerato l’ottobre scorso dopo un brutto inizio di stagione ma reinserito a marzo nelle vesti di general manager, in parallelo ha iniziato a coltivare un’altra grande passione: quella per il paddle, affiancato da un altro grande ex dei parquet italiani che di nome fa Alex Righetti.

A sti due non passa un anno.

 

5 – GIANLUCA “BASO” BASILE (3,0 punti, 1,0 rimbalzi, 1,0 assist in 10,8 minuti)

È ancora uno sbarbatello di 24 anni il Baso che guarda le spalle ai grandi campioni della Nazionale di Tanjevic. Ma che il ragazzino sia uno tosto lo si capisce nei momenti caldi: contro la Russia nei quarti, quando entra senza paura a non far rimpiangere un Myers messo ko da un infortunio al dito, e contro la Spagna in finale, mettendo la museruola allo spauracchio Herreros. Parigi è di fatto il trampolino di lancio della strepitosa carriera del ragazzo da Ruvo di Puglia, che con l’oro al collo torna nella Bologna fortitudina, dove era arrivato pochi mesi prima dell’Europeo, per contribuire in maniera determinante a realizzare il sogno di mezza città: lo scudetto. Con l’Aquila scrive pagine di storia, poi lascia nel 2005 per volare a Barcellona a completare una carriera con pochi eguali tra i grandi del nostro basket. Da Myers e Meneghin, oltre che in Fortitudo, eredita il ruolo di leader pure in azzurro, arricchendo il suo palmares con il bronzo europeo 2003 e soprattutto l’argento olimpico 2004. Cantù, Milano e Capo d’Orlando le ultime tappe di un lunghissima carriera a colpi di “tiri ignoranti”. E oggi che fa il Baso? Beh, ora ha tanto tempo per il suo vero sport del cuore.

Vivere con l’entusiasmo di Jasaitis

 

6 – GIACOMO “GEK” GALANDA (7,2 punti, 47,4% da 3, 3,7 rimbalzi in 18,0 minuti)

L’altro volto dell’evocata Olimpiade di Atene c’era già anche a Parigi, anche se con ruolo più defilato da vice-Fucka, come nella sfortunata prima stagione in Fortitudo. In Francia però l’accoppiata funziona eccome: la sua capacità di aprire il campo dall’arco nonostante i 210 centimetri sono preziosissimi per creare gli spazi ai tre tenori azzurri e l’oro è il finale perfetto di una stagione che, poche settimane prima, gli aveva riservato pure l’incredibile scudetto in quel di Varese. Col Baso, Gek condivide le successive quattro stagioni, poi le esperienze a Siena, Milano, il suggestivo ritorno a Varese ed il gran finale in quel di Pistoia, che diventa di fatto casa sua: dopo tre anni in campo (con tanto di fascia di capitano nella promozione in A del 2013) ed il ritiro nel 2014, il friulano dalle mani di fata entra in società, facendosi promotore della nascita del progetto Academy, il nuovo settore giovanile biancorosso nato dalla collaborazione tra Pistoia Basket 2000, Bottegone Basket Sant’Angelo e Pistoia Basket Junior. Un triennio al vertice del vivaio pistoiese, quindi il passaggio al ruolo di special project manager dell’azienda Giorgio Tesi Group, poi un mesetto e mezzo fa il ritorno più a stretto contatto con il campo nelle vesti di membro del consiglio d’amministrazione della prima squadra toscana.

No, non è la fidelity card della Conad

 

7 – GREGOR “L’AIRONE DI KRANJ” FUCKA (11,2 punti, 57,1% da 2, 4,9 rimbalzi in 23,6 minuti)

Tre lettere: MVP. La costante dell’Europeo dorato degli Azzurri, il pupillo di Boscia, che un decennio prima lo aveva saccheggiato in Slovenia per portarlo a Trieste. Il Fucka parigino è nel pieno della sua maturazione: un aliante dalle braccia infinite, un’agilità ingestibile all’epoca per i lunghi europei e una tecnica spaventosa sia spalle che fronte a canestro. Il dopo-Europeo per l’airone di Kranj fa rima con scudetto in maglia Fortitudo, maglia che dismette nel 2002 per volare in Spagna (4 anni al Barcellona e uno a Girona) dopo aver accarezzato il sogno di sbarcare in NBA (i Pacers erano pronti a firmarlo, ma poi non se ne fece nulla) e poi rimette nel 2008, macchiando però la sua carriera con la retrocessione in quella che tutt’ora è l’ultima stagione nel massimo campionato dei biancoblu. In mezzo anche la parentesi a Roma, su chiamata dell’amico Dejan Bodiroga, e il finale di carriera in quel di Pistoia, anticipando di un soffio l’amico Galanda. Dopo un paio d’anni lontano dal mondo del basket, il ritorno lo scorso anno: prima nel ruolo di assistente allenatore a Trapani, più di recente richiamato dalla Fip per guidare la Nazionale Under 14 ma soprattutto il “Progetto Lunghi”, voluto (guarda caso) dal suo mentore Boscia Tanjevic con l’obiettivo di affinare la tecnica di coloro che proprio di Gregor sognano di seguire le gesta.

“Anvedi che braccio che c’ho!!”

 

8 – DENIS MARCONATO (4,0 punti, 47,8% da 2, 3,7 rimbalzi in 16,8 minuti)

Uno dei più longevi tra i ragazzi di Parigi. Lui e Chiagic si dividevano i minuti nel ruolo di centro, dando ognuno la propria interpretazione del ruolo. La sua era quella della verticalità e della qualità tecnica anche fronte a canestro, condita da un morbido e mortifero jumper dalla media. Dire Marconato, prima e dopo Parigi, significa dire Treviso: alla Benetton cresce sin da giovanissimo e resta fino al 2005, quando anche lui subisce la fascinazione azzurra del Barcellona e sbarca in Catalogna. Come Fucka, anche a il gigante buono trevigiano in blaugrana sfugge l’Eurolega e anche a lui manca il salto in NBA: ci provò passando dalla Summer League in maglia Wizards in quell’estate 2003 che poi portò in dote il bronzo all’Eurobasket svedese. Torna in Italia nel 2009 dopo una stagione anonima a San Sebastian per dare sostanza alla Milano che faceva le prove da anti-Siena. Poi eccolo proprio in maglia Mens Sana, quindi Cantù, Venezia, un affascinante ritorno a Treviso e gli ultimi anni di carriera a festeggiare, nel 2015, una Coppa Italia di Serie B con Montichiari, prima del ritiro datato 2016 a suggellare una stagione da sparring partner a Sassari. In borghese è tornato a Treviso, dove ha iniziato dai ragazzini per la sua carriera da allenatore. Ma occhio alla figlia Giulia. Ok, ha scelto il volley ma con grandi risultati, visto che è già nel giro delle Nazionali azzurre. Buon sangue non mente.

[Foto: Treviso Today]

9 – ALESSANDRO “MANERA” DE POL (5,4 punti, 2,6 rimbalzi, 2,2 assist in 21,7 minuti)

Uno degli uomini ombra della squadra. Mastino difensivo (il lavoro su un giovane Nowitzki nel match contro la Germania vale tutto il suo soprannome “Manera”, mannaia in triestino), equilibratore offensivo, uno dei simboli della garra con la quale gli Azzurri azzannano ogni partita: di suo ci rimette pure il naso, fatto saltare da una gomitata fortuita (…) dell’ex compagno di squadra Bodiroga in semifinale. Pur se con soli 27 anni sulle spalle, Sandrino non toccherà più le vette raggiunte in quel ’99 indimenticabile: Dopo l’accoppiata scudetto-oro europeo, infatti, le successive due stagioni tra Roma e Fortitudo sono avare di successi e allora nel 2002 va a rinfoltire la colonia italiana in Spagna giocando a Gran Canaria. Torna un anno dopo a Varese, restandovi per cinque stagioni che culminano mestamente nella retrocessione in Legadue. La carriera di giocatore finisce la stagione successiva in quel di Rimini e, appese le scarpette al chiodo, Sandrino opta per quella da allenatore. Dal 2009 al 2015 opera da assistente a Verona, con un intermezzo di una stagione da capo a Castelletto Ticino in A Dilettanti (centrando la salvezza via playout), quindi il ritorno a casa, a Trieste, dove si occupa delle formazioni giovanili biancorosse e non manca mai di riservare un sorriso a tutti.

[De Pol aveva Tinder prima di Tinder]

 

10 – CARLTON MYERS (16,3 punti, 1,6 rimbalzi, 3,3 assist in 30,3 minuti)

Se Fucka è stato l’MVP, Myers è stato l’icona. E non solo di una squadra, ma di tutta una generazione del basket italiano. Fisicità debordante grazie ai cromosomi caraibici di papà unita a talento e voglia di vincere che oggi, probabilmente, non l’avrebbero tenuto fuori dalla NBA, l’Europeo francese è la summa di una carriera per la guardia cresciuta in riva all’Adriatico. Vero termometro azzurro (non a caso le due sconfitte nella manifestazione arrivano nelle sue uniche due partite non in doppia cifra), leader emotivo della squadra, la bomba di tabella da 8 metri contro la Russia nei quarti di finale è stato probabilmente il segnale che il destino stava lanciando agli Azzurri. Dopo Parigi, Myers diventa personaggio a tutto tondo, conquistando lo scudetto in Fortitudo l’anno successivo e venendo nominato portabandiera dell’Italia alle Olimpiadi di Sidney. La fine dell’intensa parentesi di sei anni a Bologna segna l’inizio di un lento ma inesorabile declino nella carriera del golden boy del basket italiano e la frustrazione per non aver raccolto, in termini di successi, quanto avrebbe meritato il suo immenso talento ne minano le certezze, portandolo a scoprire la fede. Roma, Siena, Valladolid, Pesaro ed infine il ritiro nel 2011 dopo un’ultima stagione nella “sua” Rimini sono la coda della sua carriera da stella più luminosa del firmamento azzurro a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. Dopo qualche passaggio in tv (conducendo pure il non indimenticabile programma “Wild” su Italia 1 con Fiammetta Cicogna), la sua attività principale odierna è quella nella sua agenzia di assistenza sportiva Beside Management, non disdegnando qualche puntatina ad Eurosport nelle vesti di commentatore tecnico. Oltre a seguire il figlio Joel, che si destreggia sui campi della Serie B.

Non lo ricorderemo per questo

 

11 – ANDREA “MENEGO” MENEGHIN (11,2 punti, 1,8 rimbalzi, 3,2 assist in 30,7 minuti)

Se Fucka è stato l’MVP e Myers l’icona, Meneghin è stato il direttore d’orchestra e terzo elemento della Triade azzurra. Probabilmente il più continuo nell’arco della manifestazione e se non avesse toppato la finale contro la Spagna (2 punti con 1/7 dal campo) avrebbe potuto legittimamente ambire al titolo di miglior giocatore. La schiacciata a due mani contro la Russia resta l’highlight azzurro ed è l’emblema della versatilità di quello che all’epoca era davvero un Magic europeo: visione di gioco, centimetri, campionario offensivo sconfinato, capacità di salire di colpi nei momenti difficili. Peccato il suo zenit sia durato troppo poco. Dopo quel magico ’99 con l’accoppiata scudetto varesino-Europeo, il Menego passa alla Fortitudo ma senza mai convincere davvero come in quell’anno dorato. Nel 2002 molla Bologna e se ne ritorna a Varese, ma come spesso accade la minestra riscaldata non è buona come quando appena cucinata. Si ritira ad appena 33 anni, nel 2007, martoriato dagli infortuni dopo aver riprovato a ritrovare il campo persino in Serie C2. Per un paio d’anni resta in biancorosso come vice del suo ex compagno in biancorosso Cecco Vescovi, poi decide di dedicarsi solo alle giovanili. Di recente è approdato a Eurosport, diventando una delle voci più apprezzate del basket in tv. Talento e scanzonatezza lo hanno reso personaggio amato da tutti e il perché ce l’aveva raccontato qualche tempo fa Teo Soragna.

Che poi anche quello a sinistra due robe le ha vinte

 

12 – ALESSANDRO “PICCHIO” ABBIO (5,8 punti, 1,6 rimbalzi, 1,1 assist in 15,1 minuti)

Stopper difensivo, vincente vero, all’occorrenza pure regista, Picchio era uno degli architravi della muraglia azzurra ed il più “anziano” dall’alto dei suoi appena 28 anni (come Myers e Fucka ma nato qualche mese prima). Prezioso il suo lavoro oscuro a completare il pacchetto esterni al fianco di Meneghin e Myers, ma nel corso del torneo ha trovato sempre più spazio anche in fase offensiva. Dopo Parigi, ancora un triennio alla Virtus Bologna (con rottura non senza polemiche) per completare un palmares già ricchissimo poi le ultime stagioni sul campo di gioco divise tra la Spagna (Valencia prima e Granada poi) e la Toscana (tra Livorno e Firenze). Dopo il ritiro datato 2008 anche per lui l’inizio del percorso da allenatore, partendo dai giovanissimi: oggi è responsabile del settore giovanile e vice allenatore in prima squadra all’Olimpo Alba in Serie B, ma fa anche parte dello staff di coach Eugenio Dalmasson nella Nazionale Under 20 che ha appena concluso all’8° posto l’avventura agli Europei di Chemnitz.

Abbio al Preolimpico di Torino con la sua canotta della Nazionale che bello era?

 

13 – MICHELE “L’ALPINO” MIAN (3,0 punti, 5/6 dal campo, 0,5 rimbalzi in 6,3 minuti)

Una carriera da outsider. Entrato nei 12 per il rotto della cuffia (o meglio la rottura di Tanjevic con Gianmarco Pozzecco, unico escluso rispetto ai 12 del Mondiali ‘98), l’Alpino da Gorizia è stato il meno utilizzato degli Azzurri: 25’ totali concentrati nella fase centrale del torneo ma un ruolo di fondamentale equilibratore del gruppo, col suo fare riservato, mai fuori dalle righe. Guardia-ala dalla mano caldissima dall’arco (ha chiuso una carriera da 14 anni in Serie A col 40% dall’arco), dopo l’Europeo di Parigi ha proseguito per un decennio a buon livello nel nostro massimo campionato, diventando un’istituzione a Udine prima di chiudere la carriera tra Rieti, Veroli (con due Coppe Italia di Legadue) e Cantù. In mezzo una laurea in filosofia con tesi su Marx e poi la decisione di dedicarsi ai più piccini. La Scuola Basket Miky Mian di Udine, fondata dall’ex azzurro nel 2013, è un punto di riferimento per l’avvio al basket in tutto il Friuli ed oltre.

 

14 – ROBERTO “GHIACCIO” CHIACIG (6,6 punti, 59,5% da 2, 3,1 rimbalzi in 17,8 minuti)

L’altra faccia nel ruolo di 5 per gli Azzurri. La sua era quella meno elegante rispetto a quella di Marconato, ma più solida e concreta sia in difesa che nel gioco in post basso. Dominante nelle vittorie contro Turchia e Germania, più in difficoltà contro i massimi interpreti europei del ruolo (Sabonis e Divac su tutti), la sua staffetta con Marconato ha però consentito a Tanjevic di avere sempre l’uomo giusto da accoppiare al lungo avversario a seconda delle caratteristiche da cavalcare. Una carriera infinita quella del pivottone friulano, unico ancora in attività nonostante le 44 primavere sulle ampie spalle. L’ultima stagione non è stata da ricordare sotto il profilo dei risultati, con la sua Libertas Livorno a retrocedere in C Gold, ma in B il totem udinese è uno che si fa ancora sentire: nell’ultima annata i punti sono stati 11,5 con pure 9,5 rimbalzi per una valutazione di 15,0 di media. Giovani, prendete appunti.

 

15 – MARCELO “MARCELLINO DA CAMPINAS” DAMIAO (2,0 punti, 0,8 rimbalzi, 0,5 assist in 6,8 minuti)

La scelta esotica di coach Tanjevic. Col senno di poi, una presenza che fa sorridere, ma all’epoca Marcellino da Campinas era un astro nascente del basket italiano, che si aspettava un lungo con esplosività e fisicità che ben si integrava con le caratteristiche di Marconato e Chiacig. Tanjevic se lo gioca contro la Lituania per provare la carta estrema per arginare un Sabonis imprendibile e ne ha anche discrete risposte, ma in generale ha ruolo di contorno nella rotazione azzurra. La sua è una convocazione di prospettiva, ma di fatto il brasiliano non esplode mai veramente neanche dopo Parigi. Resta in A fino al 2005 con le maglie di Bologna, Cantù e Reggio Emilia, senza però mai diventare davvero ciò che si sperava potesse essere. Resta in Italia fino al 2008, chiudendo la sua carriera a Scauri in C1. Un grave infortunio al ginocchio gliela stronca anzitempo, resta in Italia per qualche anno curando un ristorante brasiliano a Milano poi nel 2012 la decisione di tornare in Brasile con una doppia attività: da un lato quella di agente, dall’altra una bellissima iniziativa a sfondo sociale. Ha infatti dato vita, insieme ad un amico, ad un’associazione benefica, Basquete Iapi, che si occupa di ragazze e ragazzi vittime di droga, stupri o che vivono in condizioni di povertà ed emarginazione.

La forma fisica non è quella dei tempi migliori, diciamo

 

COACH: BOGDAN TANJEVIC

A prendere una Nazionale reduce da un esaltante argento europeo alle spalle dell’inarrivabile Jugoslavia c’era solo da rimetterci per Boscia. E invece ha plasmato quella squadra a sua immagine e somiglianza, prendendosi la responsabilità di andare contro il volere del popolo lasciando a casa Gianmarco Pozzecco per centrare quello che, insieme alla Coppa dei Campioni ’79 alla guida del Bosna Sarajevo, è probabilmente il più incredibile dei tanti successi centrati in una irripetibile carriera da allenatore. Chiusa la parentesi azzurra dopo il fallimentare Europeo 2001, le esperienze non esaltanti con Buducnost, Villeurbanne e Virtus Bologna sembrano portarlo fuori dai radar che contano. Trova nuova vita in Turchia, guidando la Nazionale che porta a centrare l’obiettivo dell’argento ai Mondiali di casa nel 2010 e nel frattempo pone le basi per la rinascita del Fenerbahce. Dopo una breve parentesi da direttore tecnico a Roma, torna nel suo Montenegro per provare a tradurre il grande potenziale della nazionale balcanica in qualcosa di più solido, senza però riuscire ad andare oltre il 13° posto di Eurobasket ’17. Dalla scorsa estate il ritorno in azzurro, ma con un ruolo ben diverso: Petrucci, che in quel ’99 era a Parigi come presidente del Coni, gli affida il ruolo di direttore tecnico generale del Settore Squadre Nazionali. In pratica si tratta di coordinare di tutte le attività delle nostre rappresentative, con l’obiettivo di facilitare la crescita dei nostri migliori talenti e renderli pronti a rinfrescarci la memoria: perché anno dopo anno il ricordo di Parigi sbiadisce sempre di più.