illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Roberto Gennari e Andrea Cassini

 

 

 

“We’ve come a long, long way together

Through the hard times and the good

I have to celebrate you, baby

I have to praise you like I should”

 

Il luogo è lo AT&T Center di San Antonio, Texas. La data è una serata di metà maggio, ennesimi ritardi pandemici permettendo. L’anno inizia per 202, per la quarta cifra fate pure voi – potrebbe anche essere un altro 2, nel più prossimo dei casi, ma del resto, in uno scenario particolarmente longevo, l’anno potrebbe anche cominciare con 203. Di norma, gli spalti dello AT&T Center sono una cornice e il palco al centro è il campo da basket, ma questa sera le luci dei riflettori hanno un’angolazione un po’ diversa. Seduti tra il pubblico ci sono tre uomini fianco a fianco. Due portano dei bei completi scuri con camicia bianca, un po’ anonimi ma eleganti, e si sono rasati di fresco barba e capelli. L’altro, vi lasciamo immaginare chi, ha i dreadlock, la barba da naufrago, e una magliettona troppo larga sotto una giacca non esattamente di sartoria – le telecamere non inquadrano i piedi, ma c’è il forte rischio che abbia i sandali. Questi tre uomini, in un’occasione del genere, sarebbero in genere seduti in prima fila, ma stavolta si sono sistemati qualche gradino più in su, mimetizzati fra il pubblico per quanto è loro possibile: un po’ per non dare troppo nell’occhio, e un po’ perché, appunto, stasera il centro di gravità è già spostato sui bordi del campo, sulla panchina dei San Antonio Spurs, per la precisione, e loro non volevano rubare la scena a chi su quella panchina si siederà per l’ultima volta.

 
 
Manu: Ma quindi dite che fa sul serio, che smette davvero di allenare dopo stanotte? Non sarà come quella volta che ci aveva detto di fare con calma dopo le Olimpiadi, di arrivare quando volevamo al training camp, e poi per un giorno di ritardo ci ha fatto correre nel parcheggio per un’ora?

 

Tony: Secondo me sì. D’altra parte, con questa squadra qui, cosa vuoi allenare? Ha già vinto tutto con noi.

 

Timmy: Meno di quello che potevamo vincere. Ma va bene lo stesso.

 

Tony: Ha parlato la migliore power forward di tutti i tempi, ha parlato.

 

Manu: Ma che ruolo sarebbe poi la power forward? Ma chi ci gioca più? Oggi se non tiri da tre non sei nessuno; io ero in anticipo sui tempi, vedi? Figurati che l’ha capito anche Pop, alla fine.

 

Tony: Com’era che diceva, sul tiro da tre punti? Boring.

 

Manu: Una palla. Già. Eppure ci abbiamo vinto un anello nel 2014. Te lo ricordi come tirava Danny Green in quelle finali, Timmy?

 

Timmy: Mi ricordo che tirava meglio a paintball. Un cecchino.

 

 

Tony: Vabbè. E ne avremmo vinti almeno altri due di anelli, se non fosse stato per quello lì.

 

[Manu lo guarda in cagnesco]

 

Tony: E per suo zio. Parlo di Kawhi Leon…

 

[Timmy lo pietrifica con un’occhiata]

 

Manu: Si era detto che doveva essere una serata allegra, questa. Cambiamo argomento, dai.

 

foto Steve Mitchell-USA TODAY Sports

 

Tony: Va bene. Mi chiedevo: per noi, quando abbiamo smesso di giocare, hanno ritirato la maglia e l’hanno appesa lassù sul soffitto. Con Pop cosa s’inventano? Appendono una cassa di vino?

 

Timmy: Io la tua maglia non l’avrei fatta ritirare, French Boy. Con quell’annata a Charlotte ti sei giocato la reputazione.

 

Tony: Sarà, ma a proposito di vini, ti dirò che a Charlotte si beveva piuttosto bene. E soprattutto, in quell’annata mi sono accorto di una cosa. Ci eravamo abituati troppo bene qui a San Antonio. Non ce ne sono tante di organizzazioni come questa. E non ce n’è nessuno di allenatori come lui.

 

Manu: Timmy non lo sa perché nella sua vita ha visto solo la sua isoletta, il North Carolina al college e il Texas, ma io e te abbiamo giocato in giro per il mondo, Tony, lo sappiamo bene quanto è speciale Pop. Se dovessimo rendergli giustizia, andrebbero appese al soffitto le maglie di tutti i giocatori che con lui sono diventati qualcuno. E senza di lui non sarebbero stati nessuno.

 

Tony: Noi compresi.

 

Timmy: Voi compresi. Io ero bravino lo stesso, dai, ma v’immaginate se al draft finivate a Charlotte? Senza offesa, Tony.

 

Tony: E chi si offende? Piuttosto, avete dato un’occhiata al volantino che hanno messo qui sui sedili? Ci sono tutte le statistiche di Pop, tutta la sua storia. Fa impressione. Sentite qui. oltre 1300 vittorie in NBA, 22 apparizioni consecutive ai playoff, sei finali NBA giocate, cinque titoli, tre volte Coach of the Year, un oro olimpico… A proposito di Olimpiadi: ma ci pensate se avesse passato le selezioni per quelle del 1972 come giocatore?

 

Manu: Secondo me con gli arbitri sarebbe finita male, in quella finale contro l’Unione Sovietica. Provate a immaginarvi la scena, faceva saltare la guerra fredda da solo, scatenava un caos politico e magari lo arrestavano pure..Questo qui era un americano mezzo balcanico che si era formato all’accademia dell’aeronautica militare, ed era il miglior giocatore della squadra – un playmaker bassino e lavato con la candeggina. Qui le cose sono due: o giocava da solo perché agli altri non importava nulla del basket, o aveva veramente due cojones così a dettare legge su dei futuri soldati.

 

Tony: Io voto la seconda. Da qualche parte l’avrà presa la passione per la disciplina e quei modi da generale.

 

 

Manu: Un generale un po’ subdolo, però. Una sera che aveva bevuto un po’ più del solito sono riuscito a farmi raccontare quella storia della CIA. Figurati che era stato pure in est Europa per studiare la situazione sovietica, roba che al confronto fare lo scouting dei giocatori dev’essere una sciocchezza. E per poco non diventava davvero una spia dei servizi segreti.

 

Timmy: Sfortuna che ha scelto il basket, sennò magari anche il nostro francesino qui poteva vincerla una medaglia d’oro olimpica…

 

Tony: Guarda che io mica c’ero a Tokyo, altrimenti sarebbe finita diversamente… O forse no, Durant a questo giro era davvero troppo forte. E poi… oddio, guardate che azione, tremenda. Adesso Pop chiama timeout, ci scommetto quello che volete!

 

La palla persa dai giocatori degli Spurs è di quelle che più fanno male a Popovich: azione in attacco confusionaria, tempi del passaggio sbagliati, palla che viene sfiorata e finisce fuori dal campo. Una cosa che può capitare di vedere in NBA, ma che coach Pop non riesce proprio a mandare giù, neanche dopo tutti questi anni.

 

Manu: Eh, nei timeout ho avuto la mia parte di lavate di capo… Quanto ci ha messo, Pop, a capire che ero più utile a improvvisare che non a giocare in un sistema inquadrato? Però poi alla fine mi ha accettato così come sono, e ha funzionato!

 

Tony: Non solo nei timeout. A ogni partita c’era almeno un “momento Ginobili”. Io e Timmy ce lo ricordiamo bene, no? Se eravamo in panchina, ci buttavamo gli asciugamani sulla testa e cominciavamo a ridere come dei pazzi. Iniziava con te che prendevi una tripla senza ritmo dal palleggio, o ti lanciavi uno contro cinque in mezzo alla difesa, e finiva con Pop che si metteva le mani tra i capelli, iniziava a girare in cerchio, ci guardava e ci diceva che alla prossima ti rispediva in Argentina o da qualunque posto venissi.

 

 

[Ginobili ride, poi fa l’occhiolino]

 

Manu: Però io continuavo a rifarlo, e lui continuava a tenermi in campo.

 

Timmy: Perché era tutta scena. Come gran parte delle cose che faceva Pop. Sembrava tanto burbero con le telecamere, invece sotto sotto è un istrione. E soprattutto, più faceva casino lui a bordocampo, meno pressione avevamo noi. L’aveva capito subito. Ma ci teneva parecchio a voi, posso assicurarvelo. Vi ricordate quando i giornalisti dicevano che avevo vinto l’MVP soltanto perché i miei compagni erano scarsi?

 

Manu: “Il secondo più forte della squadra è Stephen Jackson, e pure lui è uno scarto dei Nets”. Una cosa del genere, no?

 

Timmy: Esatto. Pop s’incazzò di brutto.

 

Tony: Ma tu no.

 

Timmy: No. Per me avevano ragione i giornalisti.

 

[Manu e Tony gli tirano uno scappellotto all’unisono]

 

Tomy: Comunque, ogni tanto nelle sue scenate si arrabbiava per davvero. Ogni volta che ripenso a quando ci disse “I want some nasty!” nelle Finals del 2013, rido da solo!

 

 

Manu: Io lo chiamavo il suo “lato serbo”. Quando veniva fuori erano dolori. Tu eri l’unico che riusciva a tenergli testa, Timmy.

 

Timmy: Mica tanto. Quella volta che scappammo dal training camp per andare a giocare a paintball la punizione me la beccai pure io.

 

Tony:  Bella forza, l’avevi organizzata tu.

 

Timmy: Macché, era tutta colpa di Stephen Jackson. Si era spaccato un labbro giocando, e gli andò a raccontare che aveva fatto a botte in un locale. Secondo voi, un mezzo 007 come Pop ci poteva cascare?

 

[Ridono. In campo, Pop butta la lavagnetta per terra, poi però entra quasi sul parquet per dare un buffetto sulla testa a Dejounte Murray]

 

Tony: Certo che ne abbiamo tante di storie pazzesche, eh? Ogni tanto ripenso all’inizio della stagione del 2008, ve lo ricordate? Shaq che il giorno prima in conferenza stampa fa la solita storia di ogni anno sul fallo sistematico contro di lui, noi giochiamo contro i Suns. Palla in post basso, prova l’appoggio e Michael Finley lo abbraccia. Due tiri liberi, lui si volta verso la nostra panchina e vede Pop che se la ride e alza i pollici.

 

Timmy: Proprio una roba da Pop, è vero. Però a parte il lato guascone, leggi un po’ che altro dice quella guida che hai sul sedile, dai. Anzi, Manu, leggi tu, che l’accento francese è insopportabile.

 

Manu: Con l’eccezione della prima stagione, quando è subentrato a Bob Hill, ha inanellato venti stagioni consecutive con almeno il 60% di vittorie, è uno dei soli tre coach ad aver vinto almeno 1300 partite in regular season, l’unico dei tre con un record superiore al 50% e l’unico ad averle vinte tutte con la stessa squadra. Le sue 170 vittorie ai playoff lo vedono al terzo posto dietro a Phil Jackson e Pat Riley. Ha vinto 5 titoli NBA contro altrettante avversarie differenti, e sentite qua? Questa lo farà incazzare, ve lo dico prima – è il coach con più partite di playoff perse in NBA.

 

Timmy: Ve ne dico una carina io: non è mai stato per due volte consecutive in finale NBA.

 

Tony: Ma che dici? E il 2013 e 2014, allora?

 

Timmy: Non ricordo nessuna finale NBA nel 2013.

 


 

Manu: Ragazzi, guardate un attimo lì. Chi è quello che sta entrando in campo?

 
 

[Si scambiano sguardi smarriti]

 

Timmy: Non ne ho idea. Tony, cerca un po’ il roster su wikipedia.

 

Tony: E’ un rookie, un altro di quegli sconosciuti tipo me e Manu, pescati da chissà dove a fine giro. Incredibile che lo metta già in campo. E gli fa anche portare palla.

 

Manu: Mica così incredibile, se ci pensi. Ha fatto lo stesso con te. Non ti conosceva nessuno, le altre point guard ti spostavano di peso, eppure nel giro di qualche settimana sei entrato in quintetto e non ne sei uscito più. A differenza mia. Ti ha lasciato sbagliare e imparare sul campo.

 

Timmy: Perché Pop è sempre stato uno psicologo, più che una spia dei servizi segreti o un generale dell’aeronautica. Con te, Manu, usava il bastone perché sapeva che sotto sotto eri un Crazy Boy, uno che avrebbe preso di petto qualsiasi sfida. Con te, Tony, usava la carota, perché sapeva che con le lodi saresti arrivato ovunque.

 

[In campo, intanto, dopo due palle perse e un fallo stupido in difesa, il rookie viene rispedito in panchina con una lavata di capo. Perché vanno bene le carote e le lodi, ma anche la pazienza di Pop ha un limite]

 

Manu: Comunque, ragazzi, stavo continuando a leggere il volantino. Qui c’è un’altra statistica che a Pop piacerebbe già di più: il 15 aprile 2019 Gregg Popovich è diventato il coach ad aver vinto più partite in NBA, sommando playoff e regular season.

 

Timmy: E ne abbiamo perse più del dovuto di partite, ve l’ho detto, soprattutto ai playoff. Io ancora non mi capacito di come non siamo mai riusciti a vincere in back to back.

 

Tony: E la magia degli anni dispari dove la metti, scusa? E poi dai, la competizione era tosta. Ce n’era sempre una. I Lakers di Kobe & Shaq, quei terribili Pistons, i Mavs di Nowitzki, la rivalità infinita con i Suns, poi è arrivato pure LeBron a pigliarsi tutto… Anzi, il fatto che non abbiamo mai vinto titoli in back to back è una nota di merito in più per Pop. Vuol dire che ha avuto pazienza. Che ha saputo motivarci dopo le sconfitte.

 

Timmy: Sì. Io però mi ricordo anche il primo turno dopo il primo titolo, ci toccarono i Suns, ma non avevano Jason Kidd e noi li prendemmo sottogamba, così ci buttarono fuori 3-1. E tutti quegli anni di magra fra il 2008 e il 2013, quando voi due sembravate in pensione e gli unici due a crederci, appunto, eravamo io e Pop.

 

Manu: Non vederla sempre così grigia, dai. Abbiamo avuto i nostri momenti di gloria. Tipo le Finals del 2005 contro i Pistons. Mi è rimasto sullo stomaco quell’MVP, Timmy, lo sai che lo volevo io. Quando Sheed mi ha raddoppiato in angolo e ho visto Horry tutto solo per passargli la palla… non ci potevo credere. Che partita clamorosa!

 

Tony: Quelle Finals, insieme al 2014, furono il nostro capolavoro.

 

 

Timmy: Posso dirvi una cosa, però, ragazzi? Visto che parliamo di MVP… Lo sapete che a me di questi titoli importa poco, ma potendo scegliere, lo avrei dato sempre a Pop. E non solo per le vittorie. Chi se ne importa delle vittorie? Ce l’ha insegnato proprio lui, no?, che c’è un mondo molto più importante fuori dal campo. Lui continua a dire che senza quel colpo di fortuna di scegliere me al draft del ‘97 non sarebbe stato nessuno, ma per me è vero il contrario. Quello che mi ha insegnato come giocatore è poca cosa se lo paragono a quello che ha significato per me. Mi ha insegnato a bere il vino, a me che bevevo solo bibite gassate, e in fondo le preferisco ancora – ma questo magari non glielo dite. Mi ha insegnato a non farmi trascinare nel vortice nei media, a gestire la mia privacy come fa lui, che è semplice, in fondo: dire sempre di no, a costo di perderci soldi. Mi ha insegnato quali sono le battaglie politiche e sociali giuste da combattere. Ma c’è di più. Quando è venuto a trovarmi alle Isole Vergini, prima del draft, era veramente interessato a conoscere chi fossi.Non solo il giocatore di basket, intendo: voleva proprio sapere chi era Tim Duncan come persona. Abbiamo cenato fuori, abbiamo nuotato nell’oceano, abbiamo guardato il football insieme in televisione, e non abbiamo parlato di basket neanche una volta. Parlava coi miei genitori, coi miei amici. E’ partito tutto da lì. Ti chiedeva tanto, tantissimo, ma in cambio dava tutto se stesso. E pensava agli uomini prima che alla palla. Quando mi ha proibito di giocare perché vedeva che non avevo recuperato dall’infortunio al ginocchio – mi ha salvato la carriera, ero ancora agli inizi – oppure quando ha saltato una partita con gli Spurs pur di essere presente alla mia introduzione nella Hall of Fame. E soprattutto quando ha promesso a mio padre, che era già gravemente malato, che si sarebbe assunto la responsabilità di continuare a crescermi come aveva fatto lui. Se dico che Pop è come un secondo padre, per me, dovete credermi.

 

foto: Pounding the Rock

 

Finisce la partita, nessuno degli spettatori si muove dal proprio posto. Gli Spurs hanno preparato una cerimonia per omaggiare Popovich. A dire il vero, originariamente avevano pensato di farla durante l’intervallo lungo, ma Gregg gliel’ha impedito: a lui l’intervallo lungo serve per parlare con la squadra. Duncan prende il cellulare, chiama un componente dello staff degli Spurs e gli dice, semplicemente: “Sono Tim. Sto scendendo con Manu e Tony, facciamo una sorpresina a Pop. Porta un microfono in più.” e mette giù, prima che l’altro abbia modo di ribattere qualcosa. Poi si alza, e dice agli altri due: “Dai, andiamo a fargli un saluto.” Proprio mentre l’intervistatrice sta per fare la prima domanda a Popovich, lui li vede arrivare, si mette le mani davanti alla bocca e sembra quasi commosso. Poi però apre le braccia come a volerli abbracciare tutti e tre: il suo volto e i suoi occhi si aprono in un radioso sorriso. Le lacrime, adesso, possono scendere a rigargli le guance: vede i suoi tre protetti e infine capisce. Ne è valsa la pena, di fare un viaggio così lungo, perché non avrebbe potuto avere compagni di viaggio migliori. Perché bisogna sapersi godere le vittorie e metabolizzare le sconfitte, senza eccedere in nessuno dei due casi. Il basket, anche per Pop, Timmy, Manu e Tony, è la metafora perfetta di una vita stupenda.