Una regola non scritta nella NBA è quella che chiede alle franchigie di seguire uno dei due indirizzi nel corso delle proprie stagioni: competere per l’anello o smobilitare e ricostruire per poterci puntare il prima possibile.

In ottemperanza a questo precetto, nel corso di questa annata le squadre piú attrezzate si sono mosse sul mercato alla ricerca di stelle o quantomeno di aggiunte in grado di produrre subito un contributo: i Warriors campioni firmando Cousins, i Rockets inserendo nel roster Faried e Rivers, i 76ers acquisendo Tobias Harris, i Bucks mettendo sotto contratto Brook Lopez e İlyasova per arrivare ai Raptors che, nonostante la miglior stagione della loro storia, hanno sacrificato fidi scudieri capeggiati dall’All Star DeRozan per arrivare fra gli altri a Leonard e Marc Gasol.

Il sostanziale immobilismo, d’altro canto, ha mostrato i suoi risvolti negativi a franchigie come Wizards, Heat o Pelicans, in questa stagione rimaste fuori dalla postseason nonostante la partecipazione o addirittura il secondo turno raggiunto nella scorsa stagione.

A questa logica peró i Blazers non hanno granchè creduto. Dal 2015, anno che ha visto lo smantellamento di quasi tutto il quintetto base precedente Aldridge/Batum/Matthews/Robin Lopez, con l’eccezione di Damian Lillard al quale il team ha consegnato con tanto di quinquennale le chiavi della franchigia, i movimenti nelle offseason sono stati contenuti. Sará la poca oculatezza da parte di un front office non particolarmente valido in fase di draft, sará la difficoltá nel dividere un gruppo dalla particolare coesione, ma il nucleo ad esibirsi al Moda Center è rimasto pressochè lo stesso. I risultati però non hanno mai spiccato particolarmente: un solo passaggio al secondo turno (con i Clippers privi nelle ultime due gare delle due stelle Chris Paul e Blake Griffin) e tre uscite di scena al primo turno, con l’ultima dal roboante 4-0 contro i Pelicans a gettare parecchie ombre sull’adeguatezza del gruppo a certi livelli.

Addirittura, in una Western Conference ancora piú agguerrita, una sessione di mercato con Seth Curry (non proprio uno con lo stesso appeal del fratello) quale principale rinforzo faceva precipitare la squadra anche fuori dal quadro delle qualificate alla postseason nelle previsioni di alcuni esperti di inizio stagione.

Lo scetticismo intorno alla squadra non è stato cancellato da una buonissima regular season: in una griglia di playoff dagli incroci incerti fino alle ultimissime gare, i Blazers si sono ritrovati dalla parte del tabellone opposta a quella di Warriors e Rockets. Tuttavia, il ruolo che si immaginava per loro era quello di prima vittima sacrificale per la squadra percepita come piú attrezzata per il raggiungimento almeno della Finale di Conference: i Thunder del Paul George con un rendimento stagionale da MVP e del Russell Westbrook dalla terza annata in tripla doppia di media consecutiva.

Ma ancora non erano stati fatti i conti con il gruppo del condottiero Damian Lillard.

 

 

Lillard vs Westbrook

In una lega in cui a spiccare sono le individualità, il massimo viene raggiunto quando fra queste nascono delle rivalitá.

Sia Thunder che Blazers hanno legato a doppio filo le proprie fortune a due di questi alpha dog, fra le stelle piú riconoscibili dell’intera NBA: rispettivamente Russell Westbrook e Damian Lillard.

Se in comune hanno il numero 0 e la rilevanza assoluta all’interno della propria franchigia, opposto è il modo di rivestire il ruolo dei due ragazzi: agonista furioso il primo, cecchino a sangue freddo l’altro.

Allo stesso modo è opposto il trend delle carriere dei due: in leggera discesa quello di un Russell meno efficiente al tiro rispetto alle annate precedenti, in graduale ascesa quella di un Damian con le scorie degli errori dello scorso playoffs spazzate via. Le due traiettorie si sono incrociate proprio al momento giusto.

L’astio che ha reso piú pepato il confronto fra i due parte da un episodio di inizio anno, il 23 gennaio; all’interno di uno scambio verbale nella gara fra le due squadre, è Westbrook a far notare a Lillard come da anni lo stesse surclassando.


“I have been bustin’ that ass for years”

 

Parole che risuonano nella testa di Dame dalla prima palla a due; per mandare a sua volta da subito un messaggio, Lillard cerca di segnare subito emotivamente la serie scoccando una delle sue tipiche conclusioni, da quel range in cui solo Steph Curry può essergli rivale.


Chi ben comincia…

 

Sará la miccia ad accendere il confronto che vedrá i due incarnare personalmente la competizione fra i due team, stuzzicandosi e rispondendosi colpo su colpo, in attesa di vedere l’altro soccombere alla fine.

In gara 2, il successo arride a Damian:


Dall’esultanza per l’errore dell’avversario al proprio canestro è un attimo

 

Nella successiva gara 3, Russell fissa il punto del pareggio:

 

Lillard tuttavia in gara 4 mostra come non risulti particolarmente intimidito dal rivale:

Si rivela un preludio al risultato ottenuto al termine del confronto: Dame uscirà vincitore, con una sequenza di gara 5 perfetta metafora dell’esito della tenzone.

Di seguito: tripla sbagliata di Westbrook da una parte, tripla segnata da Lillard nell’altra

 

 

Cj McCollum

Nel pensare ai backcourt di maggior valore della Lega negli ultimi anni, quello di scena a Portland è stato presenza fissa nella lista: Lillard/McCollum sono stati sempre messi in competizione con Lowry/DeRozan, con Wall/Beal e con i migliori di tutti Curry/Thompson, oltre alla new entry della scorsa stagione Harden/Paul.

Quest’annata, con la coppia di Toronto separata, un Wall fermato da guai fisici e un Paul rallentato dagli infortuni, il duo di Rip City in teoria avrebbe guadagnato posizioni nella scala. Tuttavia, presenta un neo nel curriculum: la presenza dell’unico nell’elenco a non essere mai stato un All Star, Cj McCollum.

Cj però non è tipo da particolari complessi di inferiorità: particolare prova ne aveva dato questa estate, nel criticare il passaggio di Cousins ai detentori dell’anello dei Warriors, nonostante avesse auspicato un passaggio dello stesso DeMarcus ai Blazers per poter lanciare insieme una sfida ai campioni in carica. Vedendo seguire alla propria invettiva contro le star che si aggiungono a team vincenti il commento di tale Jennifer Williams, divenuta famosa in seguito alla sconsolata risposta di Cj.

Da perfetto Robin, dopo il tracollo dello scorso anno McCollum si è messo al lavoro tanto quanto Batman Lillard, alla ricerca del riscatto sul parquet. E man mano che il protagonista ha alzato il livello del suo gioco, il fido scudiero non è rimasto indietro. Se il profilo che nell’immaginario collettivo rappresenta i successi dei Blazers è quello di Damian, al suo fianco non va dimenticata la figura di McCollum, yin e yang di un attacco che li vede essere la seconda coppia più prolifica dei correnti playoffs NBA con 57.4 punti di media a gara, dietro solo a Curry e Durant.

Una combo esplosiva che rappresenta un costante problema per le difese, le quali non possono concentrarsi su uno dimenticando l’altro, subito pronto a punirle. La loro alternanza funziona a meraviglia, motore del sistema offensivo di Portland che li ha visti scambiarsi i ruoli di primo e secondo marcatore della squadra in tutti e 5 i matches della loro prima serie in questa postseason. Se fosse proposto ora il sondaggio sulla migliore coppia di guardie, dietro il duo dei Warriors non ci sarebbe dubbio nel piazzare Lillard e McCollum in testa alla gerarchia: insomma, sin da gara 1 dei playoffs finalmente c’è stato qualcosa da poter rispondere a Jennifer.

 

 

The rest of the gang

Di fianco alla coppia di esterni, nei piani del team il ruolo di terzo violino era appannaggio di Jusuf Nurkić; il ragazzone bosniaco avrebbe rappresentato un punto di riferimento in post basso, bilanciando l’estro dei due funamboli con stazza sotto le plance. D’altro canto, i numeri davano ragione ai fautori di questo assetto: Jusuf era nel bel mezzo della miglior stagione della carriera, ritoccando tutti i suoi massimi nelle principali voci statistiche.

Tuttavia, il 26 marzo arriva il punto di svolta della sua annata: non per essere il migliore in campo dei suoi nella vittoria contro i Nets, ma per il terribile infortunio alla gamba sinistra che ha chiuso anzitempo il suo 2018/2019.

Al suo posto in quintetto è stato promosso Enes Kanter. Arrivato dopo un’annata da separato in casa nei Knicks in ricostruzione, con spazio in campo limitatissimo in quanto giudicato troppo vecchio per essere funzionale al progetto, il 27enne turco avrebbe dovuto fungere da riserva per Nurkić, rinforzando l’attacco del secondo quintetto. Con lo stop del bosniaco, si è ritrovato titolare proprio nel momento caldo della stagione contro la sua tanto amata ex squadra, con il compito di dover fare a sportellate con il fraterno amico Steven Adams. La sua risposta è stata da subito positiva, ben oltre le previsioni: per la vittoria in gara 1 è risultato fondamentale per Portland, con la doppia doppia da 20 punti e 18 rimbalzi, come era riuscito nella storia della franchigia in una gara di playoff solo ai due All Star Bill Walton e LaMarcus Aldridge.

Sua anche l’inusuale penetrazione mancina che ha chiuso di fatto la gara

 

Oltre a Kanter, nei pressi della trade deadline a Portland era arrivato anche Rodney Hood; insieme a Curry e Turner riesce a garantire qualità nelle pieghe della rotazione, senza sfigurare restando per larghi tratti di partita in campo (con quest’ultimo, tra l’altro, a firmare due triple doppie consecutive partendo dalla panchina nelle gare con Timberwolves e Grizzlies di inizio aprile). Apporto alla causa è arrivato anche da Zach Collins, Jake Layman e Meyers Leonard nonostante i tre abbiano anche vissuto periodi di gare senza ingresso sul parquet.

Immancabili infine i pretoriani: le due ali Al-FarouqAminu e Moe Harkless. Non esattamente baciati dal talento, di certo non hanno una qualità paragonabile a quello della coppia di ali titolari precedenti Aldridge e Batum, ma con la loro soliditá e la loro versatilità garantiscono un contributo costante, con saltuari exploit.

Di Harkless il buzzer beater della vittoria contro i Lakers che è valsa il fattore casa nel primo turno della postseason

 

 

Coach Terry Stotts

Al termine del secondo sweep consecutivo subito nel primo turno di playoffs, sulla graticola era finito anche coach Stotts. Per uno dei migliori bla si era vociferato anche il licenziamento da parte della proprietá, scontenta della mancanza di aggiustamenti sulle trappole difensive disposte da Gentry sul duo Lillard/McCollum cosí da annullarli.

Tuttavia, sul bilancio complessivo per il compianto Paul Allen pesò maggiormente l’abilità dimostrata dal coach nel continuare a collezionare qualificazioni alla postseason, nonostante la grossa rivoluzione post 2015, dopo la quale erano maggiormente plausibili stagioni da lottery.

Il management è stato ripagato in pieno: le 49 vittorie della scorsa annata sono state superate nonostante l’assenza di aggiunte di rilievo ad un roster che, strutturalmente, come punti di forza conta su due guardie da caratteristiche tecniche simili e fisicitá ridotta.

foto oregonlive.com

È arrivata per Stotts la terza stagione da almeno 50 vittorie da quando è in sella in quel di Portland.

Nei 49 anni di storia della franchigia solo coach Rick Adelman ha raggiunto 50 vittorie in piú stagioni, con le 4 consecutive dal 1989-90, affidandosi allo stesso nucleo di giocatori.

Le due precedenti di Stotts invece, datate 2013-14 e 2014-15, presentavano come unici elementi di continuitá con il roster attuale Lillard fra i titolari, con Leonard e McCollum nella seconda delle due stagioni ad essere riserve dallo spazio risicato, come da tipiche rotazioni dell’epoca per coach Terry.

Difetto sul quale in questa stagione è parso mostrare miglioramenti: se la grande empatia con i giocatori e le ottime giocate in uscita dai timeouts sono sempre state suoi punti di forza, un maggior sfruttamento della panchina ha portato a sopperire ottimamente alle assenze per infortunio di McCollum e Nurkic (senza CJ 8 vittorie e 1 sconfitta, senza Jusuf 4 vittorie e 1 sconfitta) nella striscia di partite che hanno portato al raggiungimento di quota 50.

 

 

Dame Dolla

E’ comunque senza ombra di dubbio il fatto che qualsiasi discorso relativo ai Blazers inizi e finisca ruotando intorno a Damian Lillard.

Intorno all’attore principale delle fortune del team la scenografia è sembrata montata ad arte: nell’intensa serie con i Thunder, sul risultato di 3-1 per Portland la gara 5 si sarebbe svolta al Moda Center, con il pubblico di casa in attesa trepidante di un paladino che li trascinasse oltre il primo turno.

Dame non tradisce: sale sul palcoscenico e tira fuori una prestazione da Oscar.

Dall’inizio della gara crivella il canestro difeso dai Thunder, diventando protagonista di una gara epica che lo vedrá mettere a segno 50 punti con 10 triple, scrivendo per entrambe le voci il proprio nome sul libro dei primati di tutti i tempi dei Blazers in postseason.

Anche quando la sceneggiatura è sembrata prevedere un finale diverso da quello auspicato, con OKC in vantaggio di 15 punti a 7 minuti e 12 secondi dalla sirena conclusiva, è Lillard a prendersi le luci della ribalta nelle ultime battute ispirando la rimonta per poi chiudere il match con un epilogo perfetto.

“Si è trattato di un brutto tiro” dirà Paul George al termine del match; però da quella distanza Lillard ne ha segnati 8 su 12 nell’intera serie.

“I Blazers non faranno i playoffs” sosteneva ESPN ad inizio anno pronosticando Portland al decimo posto al termine della regular season; però, insieme ai Rockets sono la squadra ad aver perso meno gare nella postseason nella Western Conference.

“Non preoccuparti di ciò che accade al vertice” disse Kevin Durant nel podcast di McCollum questa estate, ricordando a Cj come alla posizione in regular season nella scorsa stagione seguì una repentina uscita dai playoffs; però in questa annata i Blazers hanno chiuso il primo turno a proprio favore con meno partite dei Warriors.

Puntuali, sono arrivate le smentite sul campo alle parole pronunciate, coi fatti ad abbattere i limiti immaginato per la squadra. Nonostante una prima serie esaltante, per il prosieguo della stagione spingersi troppo in là con le aspettative resta più che azzardato: ma i sostenitori dei Blazers non vedono l’ora di vivere ancora nottate piene di emozioni.