illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Marco Munno

 

 

Dopo l’inevitabile sospensione della stagione 2019/2020 causata dalla pandemia, per la NBA era arrivato il momento della ripartenza, o almeno il tentativo di salvare il salvabile. Il tutto si era concretizzato nella bolla creata a Disney World, in cui isolare i giocatori e permettergli di giocare portando a termine l’annata sportiva con un format ad hoc.

Alla fine la risoluzione è stata quella di disputare le cosiddette seeding games, utili per definire la griglia dei playoffs prima della consueta volata per l’anello. Il nodo successivo è stato quello di scegliere le squadre da ammettere nella sede di Orlando per dare una parvenza di lotta per i piazzamenti e, soprattutto, per l’ingresso nelle ultime posizioni della griglia delle due Conference. Ad Est i team chiamati sono stati 9, con la riduzione alla corsa per l’ultimo posto (diventato poi il penultimo, cortesia dei Magic) fra i due disastrati roster di Nets e Wizards; ad Ovest, con una situazione più intricata, sono state ammesse 13 franchigie. Fra queste, chiaramente l’ultima nella classifica congelata (e peggiore in assoluto come record) era vista come la Cenerentola della competizione: i Suns erano considerati null’altro che uno sparring partner per le compagini più attrezzate, vista la lontananza dall’ultima piazza utile per arrivare ai playoff, con speranze prossime allo 0 di qualificarsi. Anzi, per essere precisi, lo 0.4% di agguantare l’ottavo posto stando a Kevin Pelton di ESPN e l’1% di giocarsi il play-in (ovvero lo spareggio tra nona e ottava per l’ultima posizione nella griglia per i playoff) per The Ringer. D’altronde, nelle ultime quattro stagioni la squadra aveva portato a casa 87 vittorie su 328, con una caterva di scelte manageriali rivelatesi dannose e roster di conseguenza raffazzonati. Eppure, in un contesto reso ancora più complesso dalla contemporanea protesta del movimento Black Lives Matters, con l’adesione dei giocatori della Lega, i pianeti si sono incredibilmente allineati per la franchigia dell’Arizona. Protagonista assoluto è stato il raggio più luminoso di un sole spento da tantissimo tempo, stanco di aspettare come i Timoria, diventato accecante per chiunque si trovasse davanti: Devin Booker.

Foto Alika Jenner/Getty Images

Parliamoci chiaro: Devin è uno che nella Lega ha fatto paniere con regolarità sin dai suoi inizi. E in qualsiasi situazione si trovasse la squadra intorno a lui, con il “qualsiasi” che quasi sempre ha significato “pessima”. Fra i punti più bassi delle ultime annate sportive a Phoenix, da ricordare: le bizze del Markieff Morris inviperito dalla cessione del fratello; la sgangherata coppia di playmaker strapagati, composta dal pessimo Brandon Knight e dal plurinfortunato e scellerato Eric Bledsoe; la proposizione di un quadriennale da 52 milioni ad un trentatreenne Tyson Chandler; la cacciata degli assistenti di coach Jeff Hornacek, suggerita da un meeting coi giocatori (!), avvenuta peròlasciando in carica il capo allenatore; la sostituzione con il quasi esordiente e sin troppo accondiscendente coach Earl Watson, che non apportò nessun miglioramento alla pessima organizzazione difensiva e venne defenestrato dopo 3 partite della sua seconda stagione completa, complice il peggior avvio della storia della NBA.

Ciononostante, appena trovato spazio nel corso della prima stagione con il posto in quintetto liberatosi con l’infortunio di fine dicembre di Bledsoe, ha iniziato a crivellare le retine malgrado un’età verdissima rispetto agli avversari.

Dal punto di vista realizzativo, combinato con la precocità, ha messo il suo nome vicino a quello di alcuni dei migliori attaccanti di questo gioco: in NBA è stato il terzo più giovane a segnare 30 punti in una gara (dopo LeBron e Durant), il secondo più giovane a segnarne 30 in un back-to-back (dopo LeBron), il quarto più giovane a raggiungere 1000 punti in carriera (dopo LeBron, Durant e Bryant), il terzo per numero di partite da 30 punti prima dei 21 anni (dopo LeBron e Durant), il quarto più giovane a raggiungere 3000 punti in carriera (dopo LeBron, Durant e Carmelo Anthony), il secondo più giovane conuna stagione da almeno 24 punti + 4 rimbalzi + 4 assist di media (dopo LeBron), il terzo più giovane con una stagione con almeno 26 punti + 6 assist di media (dopo LeBron e Robertson).
Per non parlare dei tantissimi primati realizzativi di franchigia realizzati.

Il tutto impreziosito da una classe cristallina

 

D’altronde, si tratta di un ragazzo che, solamente al suo secondo anno, ha tirato fuori una di quelle prestazioni che fanno la storia.

E’ vero: quel 24 marzo del 2017 i Suns erano in modalità tanking, coi senatori fuori e tanto minutaggio per i più giovani. Di conseguenza, il risultato finale con gli ottimi Celtics era già scritto, con un approccio alla gara delle due squadre quindi più rilassato. E l’ultima parte del match è stata giocata dichiaratamente con loscopo di permettere a Booker di segnare il più possibile, come accade in tutte le gare in cui si è vicini ad una prova balistica di tale rilevanza. Quindi, esauriti i pochi argomenti sminuenti, resta solo la cifra dei punti messi a referto da Devin.
SETTANTA.
Un numero spropositato, che a volte squadre di professionisti faticano a raggiungere e che invece il giovincello ha totalizzato da solo.

Solamente altri cinque ci sono mai riusciti: campioni del calibro di Wilt Chamberlain, Elgin Baylor, Kobe Bryant, David Thompson e David Robinson. Fra questi, però, Devin è stato quello nettamente più giovane ad aver raggiunto il prestigioso traguardo dei 70.
Un quantitativo mai realizzato in singola gara da alcuni dei migliori di sempre come Michael Jordan, Kareem Abdul-Jabbar, Larry Bird, o suoi contemporanei come LeBron James, Kevin Durant, Stephen Curry, James Harden.

Scusate se è poco.

Altre le fonti dei dubbi sul suo conto. Ad esempio, prendendo in esame la stagione precedente a quella appena conclusa, nel 2019 Booker ha giocato tre partite da 59, 50 e 48 punti segnati: tutte e tre arrivate in una singola striscia (una delle tante in cui le mani di Devin sono torride per una serie di gare consecutive), dal 25 al 30 marzo. Eppure, di queste tre, i Suns non ne hanno vinta neanche una. Una fotografia esemplare del primo periodo vissuto a Phoenix da Booker: allargando il discorso alle migliori 12 performances realizzative di Devin (70, 59, 50, 48, 46, 44, 43, 41, 40, 40, 40, 40 punti), solo in 5 casi è arrivata la vittoria. Non può non farsi strada l’idea che un accentramento tale delle responsabilità offensive possa essere tossico (sebbene, nelle tre gare menzionate prima, l’attacco senza Booker in campo ha visto sprofondare di 50 punti il proprio offensive rating… insomma, non che ci fosse qualcuno in grado di dare un’alternativa in attacco).

Inoltre, c’è l’altra fase del gioco, quella difensiva: anche lì Booker è stato spesso attratto dalla palla, venendo però spesso preso d’infilata dagli avversari. Un problema di concentrazione, associato ad un’organizzazione dell’intera squadra in quel settore spesso fra le peggiori in assoluto della Lega.

Riguardo al contesto intorno a lui, ad onor del vero nella stagione 2019/2020 c’è stato qualche passo in avanti: con la firma di Ricky Rubio si è colmato il gap relativo alla posizione di playmaker; in ala Kelly Oubre Jr., Mikal Bridges e Cameron Johnson hanno assicurato rispettivamente punti, difesa e tiro; Frank Kaminsky e Dario Saric hanno allungato la rotazione di un reparto di big men centrato intorno ad un DeAndre Ayton in miglioramento, con un Aron Baynes alla sua seconda giovinezza.
La sospensione di Ayton per 25 gare però aveva già fatto scricchiolare gli equilibri, che con il viaggio ad Orlando alle porte sembravano ancora più sconquassati dall’assenza nella bolla di Oubre e di un Baynes dalla forma nowitzkiana nel corso della prima parte di stagione.

Mettiamoci per i più scaramantici anche la frequentazione di Devin con Kendall Jenner, con la conseguente ombra del Kardashian curse (ovvero la sfortuna che coglie gli amanti delle pulzelle della famiglia Kardashian) ad incombere e il quadro in vista della partenza per Disney World era completo: il team di comunicazione dei Suns avrebbe dovuto spremere le meningi per trovare qualche meme in grado di distrarre i fan dall’incombente Waterloo cestistica.

Effettivamente lo staff dedicato ai social ha avuto moltissimi spunti su cui lavorare, risultando egregi nella gestione; ma invece di dover mitigare gli animi dopo le sconfitte, si sono ritrovati a montare l’esaltazione intorno alle imprese della squadra di coach Monty Williams.
Perchè, con una testa più sgombra rispetto a tante altre compagini e con l’entusiasmo tipico di un gruppo giovane e senza nulla da perdere, Phoenix ha iniziato contro ogni pronostico ad aggiornare la casellina delle W invece di quella delle L.
Superare la versione dei Wizards presentatasi a Orlando non era un compito difficile, ma piegare la resistenza dei Mavericks si. Ancora più probante era battere i Clippers, fra le squadre favorite per il titolo, specialmente in un back-to-back. Di fronte poi si sono parati i Pacers dell’incontenibile ex T.J. Warren, e quindi gli Heat (privi di Butler) che in futuro si giocheranno le Finals. Infine, gli ostacoli sul cammino sono stati le versioni light di Thunder, 76ers e Mavericks, impoverite dai riposi per i giocatori chiave.
Pur non raggiungendo la postseason, i Suns sono arrivati dove nessun altro è riuscito nelle seeding games: 8 vittorie e 0 sconfitte. Imbattuti, con momenti in cui sono sembrati imbattibili. Quei momenti in cui a prendere le redini del gioco è stato Devin, in lotta per il titolo di miglior giocatore nelle gare di completamento della stagione regolare ad Orlando fino all’ultimo con Damian Lillard (che aveva sostituito qualche mese prima nell’All-Star Game, ottenendo la prima selezione personale per l’evento).
In quel filotto, per lui in media 30.5 punti, 6 assist, 4.9 rimbalzi di media; il tutto con una percentuale reale al tiro del 62.7%. Sommando la chicca dei soli 4 liberi sbagliati su 67 tirati, si è dimostrato un’arma totale in attacco, segnando in qualsiasi modo e dispensando highlights tanto quando si è allontanato da canestro:

che quando ci si è lanciato in penetrazione:

Ma se dobbiamo sintetizzare quanto fatto da Booker in un’unica giocata, non c’è scelta diversa da quella realizzata contro i Clippers, nel suo terzo match ad Orlando. Di fronte, con un punteggio sorprendentemente pari, la squadra sulla carta forse più completa; uno dei più validi difensori sulla piazza alle calcagna; un altro, probabilmente ancora migliore, pronto all’aiuto. Ma dove chiunque altro ha visto ostacoli, Devin ha visualizzato solo un’autostrada verso un canestro dall’anello largo, larghissimo. Più grande della pressione è stato il suo senso del canestro: dopo un giro sul perno, il soffice rumore della retina e quello più acuto della sirena sono stati simultanei.

Un senso del canestro che Devin ha nei geni. Anzi, ad essere precisi, Devin Armani. Si, il nome completo contiene Armani, sponsor della squadra in cui il padre Melvin finì la carriera in Italia (con Devin già grandicello: il nome quindi non è stato ispirato dal quel passaggio all’Olimpia Milano). Quella italiana è una nazione a cui l’ex Scooterè particolarmente legato, visto che proprio in Serie A Melvin iniziò la sua seconda giovinezza. Nella high school di Moss Point infatti papà Booker fu eccezionale, all’università di Missouri chiuse l’anno da senior come giocatore dell’anno della Big Eight Conference con 18.1 punti e 4.5 assist a partita; tuttavia, ai piani alti sorprendentemente non venne considerato, penalizzato dalla taglia fisica. Dopo la spola fra CBA e NBA, con l’unica soddisfazione della conoscenza della madre del futuro figlio, decise di inseguire la gloria oltreoceano. Cogliendola innanzitutto nel Belpaese: nonostante l’inizio con infortunio a Pesaro, dopo un primo passaggio a Milano visse uno splendido triennio alla VL, fra cui la migliore stagione degli ultimi 20 anni dei marchigiani con semifinale scudetto e finale di Coppa Italia conquistata insieme al sodale DeMarco Johnson e Larry Middleton.

Finale di Coppa Italia che arrivò proprio grazie alla sua tripla nel finale contro la Paf Bologna


In Italia poi tornò, dopo il periodo in Turchia e Russia, per chiudere la carriera, nuovamente a Milano, facendo da guida ad un gruppo la cui stella era un Danilo Gallinari neanche ventenne, all’ultima stagione completa in Europa prima del passaggio negli USA.

Figlio d’arte anche lui, spinto dal desiderio di intrattenere un pò quel ragazzino al seguito del babbo nelle sue tre settimane di visita, sfidò al termine di un allenamento il dodicenne Devin 1 contro 1. Un episodio che rimase impresso nella memoria del piccolo Booker, che dal Gallo ricevette anche un paio di scarpe personalizzate con logo e dedica, sfoggiate con orgoglio ai suoi amici alla chiamata dell’azzurro al draft del 2008.

Fra Danilo e Devin chi è invecchiato meglio?

Già, il draft. Il primo spartiacque per Devin nei paragoni fra la propria carriera e quella del padre, mai scelto nonostante i successi nella high school e al college. A proposito di high school, fu lì che si riunì col babbo, quando quest’ultimo era diventato assistente allenatore nell’alma mater di Moss Point. Le cifre registrate furono ragguardevoli, con la chiusura dell’annata da senior con 30.9 punti a gara e il record di sempre per punti totali segnati per la scuola con 2518; da segnalare anche l’impennata nel rendimento nel terzo anno, quando salutati i compagni più anziani diretti verso il college venne spostato nel ruolo “di famiglia” di point guard. Tuttavia, ancora più formativo fu l’adattamento ad un contesto diverso da quello in cui aveva speso i primi anni di vita. A Grandville, città a maggioranza di popolazione di bianchi nel Michigan, con mamma Victoria Gutiérrez a badare alla sua crescita mentre Melvin si esibiva nel Vecchio Continente, non aveva visto da vicino ambienti meno agiati, come quelli trovati nel Mississippi dopo il trasferimento. Con le gesta dei Detroit Pistons nel cuore e Rip Hamilton, Tayshaun Prince, Chauncey Billups quali primi idoli, Devin proseguì la scalata verso la NBA: se il successo da play/guardia protagonista a Moss Point fu simile a quello dell’amato padre, le prime differenze fra i due Booker emersero nel percorso universitario. Con Melvin figura di riferimento anche a Missouri, Devin scelse il programma di Kentucky, dove il suo ruolo era meno centrale.

Il passaggio di Melvin a Mizzou non è stato certo dimenticato

Rapito dalla personalità di coach Calipari, preferì infatti il suo sistema platoon di rotazioni, in cui minutaggi e conseguenti responsabilità venivano ripartiti fra più ragazzi: una soluzione comoda anche per la gestione dei vari prospetti di un’annata particolarmente ricca per i Wildcats, che in roster annoveravano anche Karl-Anthony Towns, Trey Lyles, Willie Cauley-Stein, Dakari Johnson e i gemelli Aaron e Andrew Harrison (tutti presentatisi al draft del 2015, al pari di Devin).

Toccò a Booker partire dalla panchina, con le medie non proprio esaltanti di 10 punti, 2 rimbalzi e poco più di 1 assist che comunque non ingannarono nessuno: un rilascio della palla naturale come il suo non era di certo passato inosservato fra gli scout, che in lui rivedevano flash di Klay Thompson ed erano consci che fra le scelte sarebbe finito quantomeno in lotteria.

Così accadde: non finì come desiderato ai Pistons, che con la scelta numero 8 gli preferirono Stanley Johnson (…), ma con la 13 a quei Suns alla ricerca di un prospetto di alto livello che al draft non arrivava da Amar’e Stoudemire nel 2002.

A differenza del genitore, entrò così nella NBA dalla porta principale: una lega diversa nei ritmi e nelle principali filosofie di gioco da quella che non trovò un posto stabile per il padre. Diverse ovviamente anche le stelle di riferimento. Due in realtà erano ancora in campo, all’ultima corsa della scintillante carriera, ritrovandosi così a giocare contro il figlio dopo aver affrontato il padre della famiglia Booker: Kevin Garnett e, soprattutto, Kobe Bryant.

foto www.gannett-cdn.com

Sarà per un background somigliante, quello di rampollo di cestista americano messosi in luce nella massima serie italiana o per pura ammirazione, fatto sta che Devin nella sua crescita scelse Kobe quale modello cui ispirarsi. Fra l’altro, l’elenco delle analogie è ancora più lungo: entrambi scelti al draft con la tredicesima pick, stesso ruolo, differenza di un paio di centimetri scarsi in altezza. Tra le connessioni fra i due si aggiungerà il fatto di essere due fra le uniche tre guardie a raggiungere quota 70 punti realizzati in singola partita e l’anno 1996, in cui Kobe entrava nella Lega e Devin veniva alla luce. I due si sono ritrovati faccia a faccia una sola volta, il 23 marzo del 2016, nell’ultima stagione nella Lega di Bryant e la prima di Booker. Si trattava dell’ottantasettesimo e ultimo incontro fra i Suns e Kobe, che ha sempre dichiarato di odiare sportivamente la franchigia di Phoenix dopo le tante puntate della rivalità con la gang dei 7 seconds or less; Devin provò a mostrare subito la volontà di raccoglierne la torcia di guardia di riferimento della NBA. La prima volta in cui si ritrovò marcato dal gialloviola, il figlio di Melvin raccolse la palla in post, indietreggiò in palleggio prima di scagliare un fadeaway su una gamba sola, classico movimento di Kobe. Sbagliò, tuttavia il dettaglio non sfuggì a Bryant che a fine gara simpaticamente lo riprese: “You’re trying to use my own move against me?”

Fu uno degli argomenti della chiacchierata di una decina di minuti che ebbero alla fine della partita, con Kobe che in quel gesto di sfida rivide ciò che faceva lui stesso, da giovane, nei confronti del suo idolo MJ. Devin invece era onorato di ricevere consigli da una persona che tanto ammirava, che alla fine gli cedette anche un paio di scarpe con un personale incitamento scritto insieme all’autografo: Be Legendary.

E proprio nell’anno della scomparsa di Bryant, oltre a tatuarsi quel motto sulla pelle, ha imboccato la via per onorare quel proposito sul campo.