illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Roberto Gennari

 

 

C’è una parte della storia di Larry Joe Bird che conosciamo tutti. Quella in cui era il giocatore con la maglia numero 33 dei Boston Celtics, quella più nota, che ci racconta di quello che è stato, con approssimazione pressoché nulla, il miglior giocatore di basket al mondo nell’arco di tempo che va dal 1984 al 1986, quello che ha portato ad appendere altri tre stendardi sul soffitto del Boston Garden, che guidava una squadra indimenticabile per tifosi e avversari. Parlare di Bird come di un giocatore “unico” è al tempo stesso un approccio riduttivo e quello più vicino alla verità che potremmo adottare. Perché Bird non è nato Bird, o meglio, lo è nato solo in minima parte, ma per molti aspetti lo è diventato strada facendo. Perché parliamo di un giocatore che ha avuto un percorso accidentato, molto accidentato, che parla di un talento fuori dal comune ma che rischiava di perdersi, non nei sentieri della droga, come sarebbe successo a quello che lui aveva in un certo senso designato come suo erede in biancoverde, ma in quelli di una ordinary life come ce ne sono miliardi nel mondo. Il fatto che Bird sia diventato esattamente quelgiocatore, con quel tiro, quella visione di gioco, quella capacità di anticipare i movimenti di compagni e avversari, quel senso per il rimbalzo nonostante un’elevazione che definire modesta è un attestato di stima e generosità, è frutto di una serie di circostanze fortunate e sfortunate così difficilmente replicabile, da farci pensare che davvero non ci sarà mai un altro Larry Bird ma solo qualcuno che ne sarà la copia, per certi versi forse anche migliore, ma che non sarà mai l’originale. Se siete pratici di fumetti USA, è un po’ come il siero del supersoldato con cui Steve Rogers diventa Capitan America: una volta persa la formula originale, nessuno sarà in grado di replicarla.

Larry Bird – Soaring from Above. Revolutionary Comics, 1992

 

Roots. (7 dicembre 1956, West Baden Springs, Indiana)

foto da infovisual.co

Quando parliamo di Larry Bird riferendoci a lui come “the hick from French Lick” (il campagnolo da French Lick) commettiamo in realtà un piccolo falso storico. In buona fede, ovviamente, visto che era lui stesso a definirsi così. In realtà Larry Bird è nato a West Baden Springs. Giusto accanto a French Lick, ovviamente. Questa che vedete in foto è la sua casa natale. Larry Bird ha sempre detto che una delle maggiori motivazioni per affermarsi nella pallacanestro era che quest’ultima rappresentasse un modo per fuggire dalla povertà. Per riuscirci, Larry faceva 200 tiri ogni mattina prima di andare a scuola. L’Indiana, del resto, è uno stato dove si respira basket da mattina a sera – se avete visto Hoosiers sapete di cosa sto parlando, e no, il titolo in italiano non ve lo dico.

 

Gold. (8  agosto 1992, Barcellona, Spagna.)

La sua etica del lavoro, unita ad una durezza mentale fuori dal comune, è sempre stata lodata da tutti, ed è esattamente ciò che gli ha permesso di arrivare al 1992, a trentasei anni, al ritiro con lo status di leggenda NBA alla faccia di tutti i suoi infortuni e dei dolori assortiti che si portava dietro. Con la soddisfazione finale di far parte di quel Dream Teamche ancora oggi resta ineguagliato nei cuori degli appassionati di tutto il mondo, in quella irripetibile estate di Barcellona. Niente male, per uno che nell’autunno del 1974 era un ex-giocatore di basket NCAA e aveva trovato lavoro come operaio comunale, tuttofare, spazzino a French Lick. Proprio queste sue origini umili, poi, sono state ciò che lo ha sempre mantenuto al top, una volta approdato tra i professionisti. “Quando pensavo a me come a un giocatore di basket mi vedevo incerto se fossi all’altezza di giocare in un college. Di sicuro non mi vedevo in NBA!”

 

Hoosier… (Autunno 1974, Bloomington, Indiana)

Prima di essere un’iradiddio nella pallacanestro collegiale con la maglia dei Sycamores di Indiana State (oltre 30 punti e 13 rimbalzi di media nei suoi tre anni universitari), Larry Bird venne reclutato dal coach col maglione rosso, il leggendario Bob “The General” Knight degli Indiana Hoosiers. La sua permanenza a Bloomington, però, fu di brevissima durata, appena ventiquattro giorni. La differenza tra French Lick e la “città nella città” costituita dal campus hoosier, per lui, era troppo grande, e – fattore tutt’altro che secondario – i soldi scarseggiavano, ma sul serio. Metteteci un feeling con la squadra che stentava a decollare, ed ecco che Larry Joe fece le valigie, tornò a casa in autostop e si iscrisse al Northwood Institute, a due passi da casa, dove però rimase solo per sei settimane, e “semplicemente, a un certo momento smise di presentarsi”, come disse poi il suo coach a Northwood, Larry Bledsoe.

 

…or Sycamore? (Autunno 1976 – primavera 1979, Terre Haute, Indiana)

Ma il ragazzo da French Lick aveva un piano: avrebbe lavorato per un anno per pagarsi le spese non coperte dalle borse di studio collegiali. Poi sarebbe tornato in un’università e si sarebbe laureato:  lo aveva promesso a sua madre, e se avete un minimo inquadrato il tipo, avrete capito che non era uno da mancare a una promessa fatta. Coach Knight disse poi che anche lui avrebbe forse potuto gestire meglio la situazione, in quell’autunno del 1974, ma che tutto sommato sapeva di avere comunque una grande squadra e che fondamentalmente, se Bird non si sentiva felice di stare li, beh, lui non aveva fatto altro che lasciarlo andare. A sua parziale discolpa, va detto che comunque gli Hoosiers, nel 1976, quando Bird aveva appena fatto il suo rientro nel mondo del basket NCAA a Terre Haute, vinsero il titolo da imbattuti, chiudendo la stagione con un record di 32-0 che ad oggi è ancora il migliore nella storia della Division I, e sono a tutt’oggi l’ultima squadra ad aver vinto il titolo senza perdere una partita in tutta la stagione.

 

Bill Hodges, l’arte di non mollare (Primavera 1976, French Lick, Indiana)

Bill Hodges voleva fortemente Bird, e come racconta il diretto interessato, era una specie di stalker: “avrò sentito le frottole che raccontavano almeno una sessantina di coach, ma questo tizio davvero non voleva saperne di lasciarmi in pace, così una volta ho accettato di parlargli, più che altro per vedere di togliermelo di torno”. Quell’incontro, secondo Hodges, ebbe un momento di svolta ben preciso. “Avevo provato a fare leva sul suo orgoglio, a dirgli: Larry, ma davvero pensi di poter stare tutta la vita attaccato alla scaletta posteriore di un camion della spazzatura? Ma non aveva funzionato, mi aveva risposto che il lavoro gli piaceva e gli piacevano anche i colleghi. A un certo punto mi fa: dovresti reclutare Kevin Carnes, è un gran play. Ah, però ripensandoci forse è meglio di no, adesso Kevin è sposato e sua moglie non prenderebbe bene il fatto che se ne vada a Terre Haute per e giocare a basket.  Peccato però, Kevin sarebbe stato un giocatore sensazionale, se fosse andato al college. E io allora gli rispondo: Larry, questo è quello che diranno di te, se non giocherai in NCAA.”

 

Born again(Autunno 1976 – primavera 1979, Terre Haute, Indiana)

Il dolore per la morte del padre, quel maledetto 3 febbraio del 1975, un padre che per Larry era una figura di riferimento pur con tutti i suoi difetti, avrebbe potuto allontanarlo per sempre dal basket, privando lui e noi di diversi capitoli di una storia sportiva senza eguali.

hoopshall.com

Ma le sue medie nell’ultimo anno di high school a Springs Valley, che oggi ha sede in una strada che si chiama Larry Bird Boulevard (31 punti, 21 rimbalzi e 4 assist), facevano gola a tutti, ed ecco che il compromesso tra la vicinanza a casa e la possibilità di prendersi un titolo di studio e al tempo stesso provare ad affermarsi nella pallacanestro trova la sua sublimazione all’ombra del platano. Cioè, del sicomoro, del sycamore, che però è quello che noi chiamiamo platano. Va beh, cambia poco. La curiosità non sta nel nome dell’albero, però, e neanche nel fatto che il coach attuale di Indiana State si chiami Lansing, come la città di cui è originario Magic Johnson, che di Larry Bird era la nemesi cestistica più o meno in ogni senso possibile. Il fatto vero è che Indiana State, nei tre anni di regno di Larry Bird, era diventata una potenza del basket universitario come non era mai stata prima e non sarebbe più stata dopo. Parliamo di 81 vittorie su 94 partite giocate, e soprattutto di 33 vittorie in 33 partite nell’ultima stagione collegiale di Larry Bird…

 

Interludio. The Fall. (26 marzo 1979, Salt Lake City, Utah)

…fino a quello scontro tra titani contro la Michigan State di Earvin “Magic” Johnson che costituisce ancora oggi una delle partite più iconiche del basket collegiale. Allo Special Events Center di Salt Lake City c’è posto per un solo vincitore, in quella stagione NCAA 1978-79. I fuoriclasse assoluti li conosciamo già.

Gli Spartans hanno Magic Johnson, ma anche Terry Donnelly e Greg Kelser (che rischierà di rubare il palcoscenico al suo capitano, sfiorando la tripla doppia). I Sycamores hanno Bird e poco altro. Magic vince, Larry esce sconfitto. Appuntamento in NBA. Sotto la guida di Bill Hodges, promosso head coach ad appena 35 anni al posto di Bob King, che aveva guidato Indiana State nei due anni precedenti ma aveva dovuto lasciare il posto per motivi di salute, mentre a Boston tutti erano semplicemente trepidanti per l’attesa dell’approdo di Larry in maglia biancoverde, Larry mise insieme cifre spaventose, e soprattutto fu il leader in campo di una squadra capace di andare molto oltre il suo reale valore tecnico. Un veterano di 23 anni che già allora aveva sviluppato alcuni dei tratti maggiormente distintivi della sua carriera: spronare i compagni a impegnarsi al massimo, coinvolgere tutti, giocare duro sui due lati del campo, vedere le cose con un secondo di anticipo rispetto agli avversari.

 

Shakedown in 1979. (12 ottobre 1979, Boston, Massachussets)

La prima partita di Bird in maglia Celtics si chiude con una vittoria. Quando si parla di questa partita, spesso si sottolineano le cifre non eclatanti di Bird, i “soli” 14 punti, sia pur con 10 rimbalzi e 5 assist.

nba.com

Ma si dimentica che di là c’erano gli Houston Rockets, che sotto canestro schieravano un’autentica forza della natura come Moses Malone.  Larry comunque andrà in doppia cifra nelle prime 20 partite disputate in NBA, in cui mette a segno anche 10 doppie doppie e una tripla doppia, contro i Pistons, nella quattordicesima partita della sua carriera. Shakedown(che più o meno significa “collaudo”, negli USA) superato, insomma. “Shakedown in 1979” è anche l’incipit di una delle canzoni più belle degli ultimi trent’anni. Nel 1979 a fare lo shakedown nella NBA c’erano diversi figuri che si sono poi ritagliati un ruolo di un certo livello nella storia di questo sport, ma le attenzioni erano concentrate soprattutto su due di loro, protagonisti in seguito di un musical di Broadway, nel 2012, intitolato semplicemente “Magic/Bird”: Earvin “Magic” Johnson, prima scelta assoluta nel 1979, e Larry Joe Bird, chiamato alla numero 6 del draft dell’anno prima.

 

Flashback. (9 giugno 1978, New York City, New York)

Già, perché all’epoca i giocatori potevano essere scelti e tornare al college, e la squadra che li aveva chiamati ne deteneva i diritti fino al draft successivo, dove, in mancanza di un accordo economico col team che li aveva originariamente scelti, potevano ripresentarsi. Bird era eleggibile nel draft 1978, ma aveva già dichiarato ai quattro venti che sarebbe rimasto a Indiana State fino alla laurea, come promesso a mamma Georgia e a sé stesso. Questo fu il motivo per cui i Pacers, che nel 1978 avevano la prima scelta assoluta, dopo aver provato in ogni modo a convincerlo a giocare per la squadra del suo Stato, quel giorno a New York dissero “passo”, e così fecero anche le altre squadre che avevano le chiamate numero 2, 3, 4 e 5 (se ve lo state chiedendo, parliamo di Blazers, Kings, Knicks e Warriors). Boston, che poteva aspettare un anno, decise che The hick from French Lick faceva al caso dei biancoverdi.

bostonmagazine.com

Non c’era il salary cap, all’epoca, e Bird trattò – tramite il proprio agente – con Auerbach e i Celtics in un vero e proprio braccio di ferro, fino a firmare il contratto che faceva di lui il rookie più pagato della storia degli sport USA.

 

Bright stars burning (1979-1992, Anywhere in the USA)

You can just walk away
I won’t leave you alone
Under bright stars burning
We will make our own ending

La fuga dalla povertà era finita, adesso ci si poteva davvero concentrare solo sul basket. E a costruire, sul campo, tutto ciò che gli è valso il soprannome di Larry Legend, la parte della storia che tutti noi che amiamo il basket conosciamo:

  • il titolo di rookie dell’anno 1980;
  • i tre titoli NBA (due da MVP delle Finals), di cui uno particolarmente sentito, quello del 1984 in finale contro i Lakers con l’epica vittoria in gara-4 all’overtime, e Larry che a fine serie esclama “questa è per Terre Haute”;

chumley.barstoolsports.com

  • i tre titoli di MVP consecutivi;
  • i tre three point shootoutconsecutivi vinti, di cui uno senza neanche togliersi la giacchetta da riscaldamento, con la famosa domanda “who’s coming in second place tonight?” rivolta agli altri partecipanti mentre entrava negli spogliatoi;

slam.com

  • la partita giocata contro i Blazers solo usando la mano sinistra e chiusa con una tripla doppia e 47 punti;

Left handed game – nba.com

  • i canestri dichiarati agli avversari in uscita da un timeout, dettagliando lo schema che avrebbero giocato i Celtics per filo e per segno;
  • il famoso grido Merry fucking Christmas in faccia a Chuck Person, o quello a Chuck Daly: “metti qualcuno a marcarmi o stanotte ne faccio 60!”;
  • i 60 segnati a Dominique The Human Highlight Film Wilkins, il 12 marzo 1985 a New Orleans, ancora oggi record per un giocatore in maglia Celtics;

  • le interviste post partita, come quella volta in cui, dopo una partita contro gli Utah Jazz in cui passò tutto il quarto quarto in panchina dopo aver messo a referto 30 punti, 12 rimbalzi, 10 assist e 9 recuperi. Il giornalista gli chiese “non avresti voluto giocare nel quarto quarto? Ti mancava solo un recupero alla quadrupla doppia…” e lui gli rispose: “E allora? Credo di avergli fatto già abbastanza danni!”

 

Hall of fame. Full stop. (2 ottobre 1998, Springfield, Massachussets)

Quando Larry Bird viene introdotto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, ci sono ancora delle pagine da scrivere nel suo libro. Ha smesso di giocare da sei anni, è fresco di nomina come Coach of The Yearalla guida degli Indiana Pacers. Non ha ancora guidato la squadra del suo Stato alle uniche NBA Finals della loro storia (nel 2000, perse – manco a dirlo – contro i Los Angeles Lakers), e non è ancora stato nominato NBA Executive of the Year (2012, sempre coi Pacers). A definire ciò che è stato ed è ancora oggi The Hick from French Lick, comunque, sono  le parole del suo più acerrimo rivale, della sua nemesi, alla cerimonia del suo ritiro dalla NBA: Larry, you only told me one lie. You said there will be another Larry Bird. Larry, there will never, ever be another Larry Bird.Firmato: Earvin “Magic” Johnson.

Illustrazione di Sean McCabe