illustrazione grafica di Christina Pignoli
articolo di Marco Munno

 

 

 

14 maggio 2018, inizio delle finali della Western Conference.

Da una parte ci sono i Golden State Warriors, alla ricerca del terzo titolo in quattro anni nella loro dominante epopea. Dall’altra ci gli Houston Rockets, unica squadra in grado davvero di tenergli testa.

Sono tante le sfide nelle sfide che si incrociano in questo confronto: c’è quella fra Steph Curry e Chris Paul, playmaker in faida dai playoffs del 2014; c’è quella fra James Harden e Kevin Durant, ex compagni ad OKC.

Ma quella forse più sentita era quella fra i due coach Steve Kerr e Mike D’Antoni, che hanno caratterizzato le due compagini con filosofie di gioco molto peculiari.

L’alto ritmo e il flusso dei Warriors, il one-man-show con spaziature estreme dei Rockets hanno però una matrice comune. Il percorso professionale dei due coach si era infatti in passato incrociato nella medesima stazione, dove la convivenza dei due fu tutt’altro che idilliaca. Come Liam e Noel Gallagher, ora cercavano di coltivare l’eredità in maniera personalizzata dei loro Oasis: i Phoenix Suns dei 7 Seconds Or Less.

Foto Getty Images

 

The House Of Rising Sun (Clarence Ashley & Gwen Foster)
“Now the only thing a gambler needs
is a suitcase and a trunk”

In Arizona si era reso necessario un nuovo progetto per il rilancio della franchigia, che non viveva periodi di gloria dalle Finals giocate oltre 10 anni prima. Da allora, i piani centrati su Jason Kidd non avevano avuto successo e la sua sostituzione con Stephon Marbury aveva portato solamente ad un primo turno di playoff, nel 2003.

Quando nell’annata successiva la squadra partì con 8 vittorie e 13 sconfitte, Bryan Colangelo schiacciò il tasto del reboot: licenziamento per coach Frank Johnson, promozione per il suo assistente (ed ex avversario sui campi italiani, nei match fra Varese e Milano) Mike D’Antoni.

Il Baffo era tornato negli Stati Uniti un anno e mezzo prima, nell’estate del 2002, per la sua terza esperienza nella NBA: dopo quella da giocatore, la prima da capo allenatore a Denver non era stata idilliaca e successivamente a ruoli da assistente e scout era tornato in Italia. Nell’unica annata di ritorno Treviso si era preso lo scudetto con un gioco spumeggiante: ritmi indiavolati, con Tyus Edney al timone, e grandi spaziature, assicurate dai tiratori tanto fra gli esterni come Chikalkin, Bell e Nachbar che fra i lunghi come Garbajosa e Nicola.

La decisione fu quella di scommettere su quelle idee per i Suns del futuro: con Marbury e Penny Hardaway impacchettati un mese dopo in direzione New York, avanti tutta col nucleo under 25 composto da Stoudamire, Shawn Marion, Joe Johnson e Leandro Barbosa.

Passi il 29-53 con cui si chiuderà l’annata, sarà la stagione successiva quella in cui iniziare il nuovo ciclo. E per dargli il via, D’Antoni chiese un solo pezzo sul mercato: Steve Nash.

Il contratto del canadese, che tanto bene aveva fatto ai Mavericks, era in scandenza. I texani non erano intenzionati a blindare con un oneroso contratto un 30enne che aveva già accumulato acciacchi alla schiena, preferendo costruire il futuro della franchigia intorno al più giovane Nowitzki. I Suns offrirono in compenso 63 milioni in 6 anni: per Steve si concretizzò il ritorno nella compagine da cui era partito prima di essere mandato a Dallas (per un pacchetto che comprendeva anche la prima scelta al draft del 1999, con cui poi venne pescato Shawn Marion).

Con Nash, D’Antoni cercava un adepto che potesse diffondere sui campi la sua parola. Steve ne fu il Messia.
Il John Lennon del pace&space, il Bob Marley del corri e tira, il Kurt Cobain del gioco in transizione: con un telaio esile reggeva sulle spalle il peso di una rivoluzione culturale sui parquet della Lega, con capelli al vento e un aspetto quasi trasandato era il volto di una ribellione alle convenzioni cestistiche. Sovvertì l’assioma legato al successo in voga in quel periodo: invece di non perdere subendo un punto in meno, vinceva segnando un punto in più.

I Suns giocarono al ritmo più alto della Lega, tirarono più triple di tutte le altre squadre, ne segnarono più di quante fossero mai state segnate in una singola stagione e vinsero 33 gare in più dell’annata precedente (all’epoca, il terzo miglioramento di un record più cospicuo di sempre da una stagione all’altra). La centralità di Nash in questo contesto era totale: mortifero nelle conclusioni personali e geniale nel coinvolgere i compagni, Houdinì espresse la miglior pallacanestro della sua carriera e tirò fuori il massimo dai ragazzi che lo circondavano.

Foto Bleacher Report

L’intero gruppo giovò della presenza del canadese sul parquet. Joe Johnson disputò la sua stagione più prolifica con la maglia dei Suns: scollinò quota 17 punti a partita, ma soprattutto segnò la sua miglior percentuale da 3 punti in carriera grazie alle spaziature del nuovo sistema di gioco, con un superbo 47.8%. Shawn Marion, che era già stato All Star due anni prima, entrò per la prima volta in un quintetto All-NBA (il terzo) continuando a dare un contributo a tutto tondo: difensore versatile con leve lunghe e doti atletiche che gli valsero il soprannome The Matrix, fu l’unico giocatore in stagione fra i migliori 25 della Lega per punti(23°), rimbalzi (3°), palloni rubati (4°), stoppate (23°) e minuti giocati (9°). Inoltre diventò il secondo nella storia della NBA (dopo David Robinson, 13 stagioni prima) a risultare nella top 5 per rimbalzi e palloni rubati in singola stagione. Il giocatore che però più di tutti elevò il suo rendimento al fianco di Nash fu Amar’e Stoudemire. Fisico erculeo e atletismo strepitoso, fu il perfetto complemento per il pick’n’roll centrale che affondava la sua lama nel cuore delle difese:Steve ci metteva il tiro da fuori e la precisione nelle assistenze, Amar’e raccoglieva ogni intuizione del canadese convertendola con feroce potenza nel canestro.

(Esattamente “qualsiasi” intuizione)

Fra i beneficiati pure Quentin Richardson, che rese in proporzione al contrattone firmato in estate: con otto squadre a tentare in totale meno di 12 triple a partita, da solo si prese 8 conclusioni da 3 punti a nottata. Realizzandone 226 in totale, non solo fu il leader della Lega (insieme a Kyle Korver), ma strappò anche a Dan Majerle il record di franchigia di triple segnate in singola stagione, precedentemente fissato a 199. A coronamento della sua annata, arrivò il trionfo nella gara di tiro da 3 punti nell’All-Star Weekend.

Già: se pensate di aver riconosciuto la voce che in telecronaca esalta l’ultimo perfetto carrello, non vi sbagliate. E’ quella di Steve Kerr, a quel tempo commentatore per la rete TNT. Non solo: era anche consigliere fidato del proprietario Sarver, che spesso e volentieri gli chiedeva un parere sulle questioni inerenti della squadra, acquistata in estate con l’aiuto nella transazione dello stesso Steve.
Una squadra che proseguì la splendida cavalcata nella regular season, chiusa in vetta alla Western Conference con 62 vittorie; fu scontata la scorpacciata di riconoscimenti, col premio di MVP per Nash, quello di miglior coach per D’Antoni e quello di miglior dirigente per Colangelo.

Arrivati i playoff, sull’onda dell’entusiasmo al primo turno vengono travolti i Grizzlies; al secondo turno si concretizza l’incontro fra Steve Nash e il suo passato, nell’incrocio con i Mavericks. In gara 6, proprio il canadese metterà la parola fine alla serie: i Suns colseno la quarta vittoria, che significa finale di Conference, al supplementare, con il bottino di Steve che ammontò a 39 punti e 12 assist.A separare Phoenix dalle Finals NBA restavano solo gli Spurs. L’esperienza dei neroargento a quel livello però era troppa: i match finirono tutti con punteggi vicini, ma a spuntarla in 5 gare furono i texani.

Comunque, l’eliminazione non aveva il sapore di un addio alle ambizioni di gloria; anzi, sembrava più l’inizio dello stazionamento ai piani alti della Western Conference.

 

 

Waiting For The Sun (The Doors)
“Waiting for you to come along
Waiting for you to tell me what went wrong
This is the strangest life I’ve ever known”

L’ottima stagione diede maggior credito alla coppia Colangelo/D’Antoni, con Mike a essere investito anche del ruolo di general manager quando Bryan a febbraio si trasferì ai Raptors. Di conseguenza fu maggiore la libertà di operare sul mercato, a patto del contenimento dei costi caro a Sarver.

In quest’ottica, le pretese contrattuali di Joe Johnson non furono assecondate. Iso Joe, desideroso di assumere un ruolo da protagonista, chiese da restricted free agent ai Suns di non trattenerlo; con una sign-and-trade prese così la via di Atlanta. In cambio, gli Hawks assieme a due future prime scelte cedettero un ragazzo considerato talentuoso, ma mai visto granchè in campo a causa di una difficile collocazione in un ruolo preciso: il francese Boris Diaw.

Di quell’ibrido cestistico, D’Antoni esaltò la poliedricità. Combinando il motto drive,dish and defense, il numero di maglia e l’iniziale del cognome, per Diaw venne coniato il soprannome “3D” che ne esaltava il contributo a tutto tondo. A testimonianza di ciò, le cifre: 13.3 punti, 6.9 rimbalzi e 6.2 assist di media, raggranellate ricoprendo un pò tutte le posizioni in campo. Fece da rimpiazzo principale per Amar’e Stoudemire, che tra infortuni e ricadute finì per saltare l’intera stagione, e Kurt Thomas (anch’egli spesso alle prese con problemi fisici) nel parco dei big men.

Fra gli esterni invece, il posto in rotazione di Johnson fu preso da Raja Bell, dalle caratteristiche molto diverse rispetto al suo predecessore. Il talento non era certamente lo stesso; ma se nel roster la qualità offensiva, come quella di Iso Joe, abbondava, lo stesso non si poteva dire di quella difensiva. Raja si dimostrò quindi un miglior complemento per la squadra; montato anche un buon tiro da 3 (in quella prima stagione a Phoenix, Bell chiuderà col 44% dietro l’arco), il ragazzo potè sfoggiare in Arizona quella garra che gli permise, dopo non essere stato scelto al draft due anni prima, di scendere in campo nelle Finals del 2001 con i 76ers, da sentinella di Kobe Bryant.

Per i Suns era prevedibile un calo data l’assenza di Stoudemire; tuttavia la bontà della fase offensiva (nuovamente primi nella Lega per pace, triple tentate, triple realizzate) permise a Phoenix di chiudere seconda ad Ovest con 54 vittorie e 28 sconfitte, con uno stellare Nash al secondo MVP di fila.

Il primo incrocio ai playoff riservò le truppe dello stesso Bryant.

Con lo sfavore del pronostico, i gialloviola la misero sulla guerra psicologica: la tensione si alzava, mentre le riserve di energia dei Suns si abbassavano, dopo una stagione dalle tipiche rotazioni ristrette di stampo dantoniano. A farne le spese innanzitutto Raja Bell: il suo rendez-vous con Kobe, dopo svariati contatti al limite del regolamento, lo portò a sferrare un colpo proibito che ne determinò la squalifica per gara 6.

Insomma, un’altra risorsa in meno per il match che avrebbe potuto dare il passaggio del turno ai Lakers, avanti 3-2 nella serie, al ritorno ad uno Staples Center lasciato in gara 4 con lo show di Bryant: fu autore del pareggio ai regolamentari e buzzer-beater vincente.

Quando Kobe segnò il tiro della vittoria losangelina, senza assistere al famoso festeggiamento col petto in evidenza, i Suns tornarono subito a capo chino negli spogliatoi. Tutti, tranne Tim Thomas, che rimase a vedere incredulo tutta la scena. Lui, che in quella squadra era arrivato solo due mesi prima, per aiutare a riempire il vuoto vicino a canestro lasciato dall’infortunio di Kurt Thomas. Tagliato dai Bulls dopo 4 mesi e sole tre partite giocate in stagione, tirando col 43.5% da 3 negli ultimi 26 match di regular season dimostrò di essere utile al sistema dei Suns. In quella gara 6, da utile divenne decisivo. Senza Bell alle calcagna, Kobe segnava a piacimento (chiuderà il match a quota 50); Phoenix dopo la scorpacciata di gara 5 arrivò all’ultimo quarto della partita con le mani freddissime. Il tiro per il pareggio alla chiusura dei regolamentari fu affidato a Steve Nash; il ferro lo sputò, ma il rimbalzo fu raccolto da Shawn Marion che subito riaprì sul perimetro per Thomas. Kwame Brown intuì il pericolo, ma non la finta di Thomas; mentre Kwame riatterrava dal salto a vuoto allontanandosi dal canestro, la sfera lanciata da Tim prese la strada opposta, involandosi verso l’anello per il pareggio. Tornando in panchina, la replica dell’esultanza di Bryant chiuse il cerchio.

I supplementari furono appannaggio di Phoenix, così come gara 7: i Suns diventarono così l’ottava squadra nella storia della NBA a conquistare una serie in cui si erano trovati sotto per 3-1. Fu l’ultima occasione in cui accadde un recupero del genere, prima di quello dei Rockets del 2015 contro i Clippers; proprio l’altra squadra losangelina fu l’avversaria successiva. Anche questo secondo turno fu lungo ed equilibrato, e nel corso del suo svolgimento Raja Bell trovò il proprio momento di redenzione. In gara 5 i Suns, partiti fortissimo, avevano toccato anche il +19 nel terzo quarto; ma Sam Cassell, con 27 dei suoi 32 punti realizzati dopo l’intervallo, in combutta col compare Elton Brand aveva trascinato i Clippers alla parità al termine dei tempi regolamentari. E a 3.6 secondi dal termine del primo overtime, i losangelini si ritrovarono avanti di tre punti, con l’ultimo attacco dei Suns da respingere per violare il fattore campo. Nel corso del timeout chiamato da D’Antoni per disegnare lo schema, con Diaw incaricato della rimessa, Bell si rivolse ai compagni: palla a lui, che avrebbe fatto sicuramente canestro. Il francese lo ascoltò, e nonostante fosse l’ultima opzione per il tiro, vista la presenza sul parquet di Nash, Barbosa e Marion, lo servì: la difesa su di lui fu perfetta, ma Raja mantenne la promessa. La tripla del pareggio andò a segno, facendo da anticamera all’affermazione dei Suns nel successivo overtime e nell’intera serie.

Di nuovo una finale di Conference, di nuovo un incrocio coi Mavericks. Purtroppo, di nuovo anche uno stop per le ambizioni della banda D’Antoni: a corto di energie dopo un’annata dalle ridotte rotazioni e le lunghe serie precedenti, i Suns non riuscirono a dar seguito alla vittoria di gara 1 a Dallas, capitolando senza le gambe necessarie per imporre il proprio ritmo. La delusione lasciava però spazio al desiderio di rivalsa per l’annata successiva, in cui Stoudemire sarebbe tornato a disposizione.

 

 

Blister In The Sun (Violent Femmes)
“Let me go on
like a blister in the sun”

L’equazione sembrava semplice: ad una squadra andata così bene, l’aggiunta di Amar’e avrebbe significato vittoria. L’offseason non fu proprio felicissima: scambiare Rondo appena scelto al draft per una futura prima scelta, lasciar scadere il contratto di Tim Thomas e Eddie House e firmare Marcus Banks non furono grandi mosse da parte del D’Antoni gm, per una squadra senza tanti ricambi. Tuttavia, la stagione regolare sotto la guida del D’Antoni coach in effetti filò liscia: Stoudamire giocò tutte le 82 gare, Nash disputò un’altra stagione d’elite finendo solo dietro Nowitzki per il premio di MVP, Raja Bell fu inserito nel primo quintetto difensivo e Barbosa si portò a casa il premio di Sesto Uomo dell’Anno (giocando 32.7 minuti a nottata pur partendo dalla panchina), con un bottino di 18.1 punti per match.

Foto Espn

Con 61 vittorie e 3.2 punti su 100 possessi segnati rispetto a qualsiasi altra squadra, i Suns si presentarono a dei playoff che sembravano mettersi ancora meglio del previsto: i Mavericks, testa di serie numero 1, furono mandati a casa al primo turno dai sorprendenti Warriors di Baron Davis, quelli del We Believe.

L’ostacolo era quindi rappresentato nuovamente dagli Spurs.Il punto di svolta nel confronto arrivò nelle ultime battute di gara 4. I Suns stavano portando a casa il pareggio nella serie, quando Robert Horry decide di fermare con una possente ancata la fuga di Nash dal fallo per fermare il cronometro. Il canadese si schiantò sui tabelloni pubblicitari vicino alla panchina di Phoenix, con Stoudemire e Diaw che subito si alzarono dal pino per controllarne le condizioni.

Per Steve non ci furono conseguenze, che però arrivarono per Amar’e e Bobo: David Stern fu infatti inflessibile nell’applicare la regola che prevedeva la squalifica per coloro che lasciassero la panchina. La loro assenza in gara 5 fu ben più pesante di quella di Horry, squalificato per il fallo commesso; gli Spurs approfittarono del vantaggio portandosi a casa il match, e bissando il successo in gara 6 fermarono un’altra volta la corsa al titolo dei Suns.

 

 

Black Hole Sun (Soundgarden)
“Black hole sun
won’t you come
and wash away the rain?”

Cominciava a farsi strada l’impressione che quanto a disposizione non fosse abbastanza per completare l’operazione anello. In apertura di stagione, l’intervento presidenziale fu quello di nominare Steve Kerr ufficialmente general manager. L’auspicio era che l’aggiunta di un’altra mente brillante e fuori dagli schemi classici avrebbe dato un nuovo impulso alla rivoluzione; invece, D’Antoni si sentì esautorato di una parte del potere sino ad allora acquisito. L’idea di Kerr per il miglioramento della squadra passava per un rafforzamento della difesa (tenne a proposito un colloquio per un posto di assistente con Tom Thibodeau) e un rafforzamento della presenza in area, per contrastare il Tim Duncan simbolo della nemesi Spurs. L’intromissione sulla tattica non venne presa bene dal coach, che spesso sulle lavagnette lasciava messaggi tipo “61 volte lo scorso anno in campo abbiamo avuto la miglior difesa”, alludendo alle vittorie conquistate col proprio stile. Mal digerì poi il suggerimento di servire più palloni in post a Stoudemire, ricevuto in una riunione post-sconfitta da parte di Steve.

Le sue intenzioni di migliorare la squadra erano genuine, ma le azioni creavano l’effetto opposto; c’è da dire che il compito era reso più arduo dal diktat presidenziale di operare sul mercato nei limiti del tetto salariale. Già nella sessione estiva Kerr dovette sbarazzarsi del contratto di Kurt Thomas; poco prima dell’inizio dei playoffs tentò di cogliere due piccioni con una fava. Mollò infatti lo strapagato Marcus Banks, assieme ad uno Shawn Marion stufo di essere la terza scelta fra le star dietro Nash e Stoudemire, per uno Shaquille O’Neal in fuga da Riley agli Heat. Steve in realtà fu il più indeciso sull’affare: se D’Antoni contava sull’ottimo staff medico di Phoenix per rimettere in forma Shaq (dopo l’ottimo lavoro su Nash e Stoudamire), Kerr era più preoccupato dalla difficile compatibilità tecnica di giocatore e sistema. Nell’inserire un elemento tanto ingombrante, in tutti i sensi, come estrema ratio per far compiere alla squadra l’ultimo step, commentò: “Con questa trade, o sarò un genio o un idiota”.

Il destino aveva già preparato la risposta nella maniera più beffarda.

Il primo turno di playoffs li metteva di fronte proprio agli Spurs. Nonostante i tre seed di differenza, in gara 1 i Suns rispondevano colpo su colpo. I tempi regolamentari non furono sufficienti, si arrivò al supplementare. A 12 secondi dalla fine, sopra di tre punti, i Suns erano ad un passo dall’espugnare l’Alamodome, quando sulla rimessa Ginobili sfruttò il blocco di Duncan, che sul gioco a due in modo inconsueto si aprì in pop invece di tagliare a canestro.

Shaq, arrivato a Phoenix proprio con la missione chiudergli l’accesso in area, sul recupero non si aspettava di trovarlo a stazionare sulla linea da tre punti e non ebbe la forza di spingersi così lontano da canestro. Tim prese la mira. Pareggiò realizzando l’unica tripla della sua stagione.

 

 

Cold Day in The Sun (Foo Fighters)
“You get so lost inside your head
like no one else”

Con gli Spurs a chiudere ancora una volta prematuramente la stagione dei Suns, alla fine dei playoffs D’Antoni mise fine alle tensioni con Kerr annunciando l’addio alla franchigia. Un pranzo a tre, con Sarver da mediatore, non ricucì lo strappo: Mike si diresse a New York, allettato dal ricchissimo quadriennale offerto dai Knicks, e Kerr non potè fare altro che nominare il sostituto, individuato in Terry Porter.
Con un’estate a disposizione, ci sarebbe stato il tempo per reingegnerizzare i meccanismi di squadra, adattandoli alla presenza di O’Neal sia in attacco che in difesa. L’operazione però non andò a buon fine, e neanche l’ingaggio a dicembre di Jason Richardson raddrizzò la barca. Nei giorni vicini all’All Star Game arrivarono gli unici tre momenti degni di nota di una stagione che vedrà i Suns addirittura fuori dai playoffs: la sostituzione di Porter con coach Alvin Gentry, l’operazione che chiuse l’annata di Amar’e Stoudemire e la performance da ballerino di Shaq con gli Jabbawockeez nel suo ingresso alla partita delle stelle, tenutasi proprio a Phoenix.

 

 

I Won’t Let The Sun Go Down On Me (Nik Kershaw)
“Break your silence if you would
before the sun goes down for good”


Nella stagione 2009/10, gli unici rimasti dalla squadra del 2006/07 furono Nash, Stoudemire e Barbosa. Punti fermi del roster erano diventati il cannoniere Jason Richardson e un Grant Hill all’ultimo vero ballo. Nonostante le primavere fossero 36, Steve Nash era ancora una superstar; scaricato Shaq, potè tornare a guidare un sistema basato sul run&gun, tornando a capeggiare la Lega per punti segnati e percentuale da 3 punti. Completava il mix una panchina finalmente profonda, con lo strano quintetto composto dal giovane Goran Dragić, dal goffo Jared Dudley, dal lungo tiratore Channing Frye e dal capellone Lou Amudsen oltre al solito Leandro Barbosa, che spesso veniva impiegato da coach Gentry come nell’hockey: tutti insieme contemporaneamente, a giocarsi gli inizi del secondo e dell’ultimo quarto.

Foto minutemediacdn.co

In quello che si dimostrò il canto del cigno per i Suns col canadese al posto di comando, la stagione venne chiusa da un ottimo 28-7; ma, soprattutto, al secondo turno dei playoffs finalmente fu esorcizzato il demone dei San Antonio Spurs con un rotondo sweep.
Arrivò una nuova finale di Conference, questa volta contro i Lakers campioni in carica. Con la serie sul 2-2, i Suns intravedevano la possibilità di giocarsi in casa, in gara 6, il passaggio del turno e l’approdo alle sospirate Finals. Guidati da questo pensiero, piazzarono la rimonta nella seconda metà di gara 5, arrivando attaccati ai losangelini nelle battute finali. All’ultimo possesso dei tempi regolamentari, col punteggio in parità, sulla rimessa Bryant forzò il jumper della vittoria; il tiro uscì cortissimo, ma l’allora Ron Artest lo aveva capito prima di tutti.

Sgattaiolò dal lato debole per raccogliere il tentativo di Kobe e convertirlo al volo in una nuova conclusione a canestro; l’appoggio al tabellone ebbe successo, e il suono della sirena determinò la chiusura non solo di quel match, ma di fatto dell’intera parabola dei Suns.

 

 

I’ll Follow The Sun (The Beatles)
“Someday you’ll know
I was the one”

Dopo quella stagione le speranze di successo di quei Suns tramontarono, ma la luce riflessa del loro impatto sul gioco si è dimostrata forte. Ad esempio, nel caso degli arcirivali San Antonio Spurs, che dopo l’uscita al primo turno dei playoffs del 2009 lentamente iniziarono ad aggiornare il proprio gioco. Se nella stagione 2007/08 i ragazzi di Popovich erano terzultimi per della Lega per punti segnati e pace, arrivati alla 2011/12 si piazzarono rispettivamente secondi e settimi nelle due specialità; nella stessa annata, gli Heat trionfarono ai playoffs tentando 4 triple in più rispetto alla media della propria regular season (grazie al consiglio di Phil Weber, ex assistente a Phoenix). Sebbene in questo processo gli Spurs non sempre disputarono stagioni superbe (ad esempio, il 61% di vittorie del 09/10 è stato uno dei minimi negli ultimi 20 anni), lo stile neroargento venne radicalmente cambiato: fu quella la genesi dell’eccezionale pallacanestro mostrata nelle Finali vinte nel 2014. E passando alle Finals della stagione successiva, se i Warriors fra le proprie fila annoveravano Steve Kerr come coach, Alvin Gentry come suo assistente e Leandro Barbosa in uscita dalla panchina, i Cavs rispondevano con Shawn Marion e James Jones nel roster più David Griffith (general manager a Cleveland, vice presidente delle basketball operations a Phoenix) e Raja Bell nel front office.

Fino ad arrivare alla finale di Conference di cui si parlava all’inizio, crocevia delle due evoluzioni della rivoluzione vista a Phoenix. A proposito, per la prima palla a due gli arbitri attendono, manca ancora qualcuno. Finalmente fa capolino: è il consulente per lo sviluppo dei giocatori dei Warriors, Steve Nash. Ora si, che ci si può mettere comodi a guardare la sfera arancione salire in alto nel cielo.

Foto NBA