illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Daniele Vecchi

 

 

Flashback 1

L’impronta del gigantesco piede di Kareem Abdul Jabbar sulla tuta gialla di Bruce Lee, nel film del 1972 “L’Ultimo Combattimento di Chen” (titolo originale Game of Death), subito dopo essere stato atterrato dal gigante di Inwood con un calcio rifilatogli da seduto.

Imprinting d’infanzia. Quell’infinito combattimento lungo cinque minuti in quella buia soffitta, funzionale al personaggio interpretato da Kareem, Hachim, che portava sempre gli occhiali da sole perchè soffriva la luce.

Sembrava impossibile che Bruce Lee (Billy Lo nel film) potesse perdere, ma più di una volta ci andò vicino, perchè Kareem era letteralmente pazzesco, essendo infatti (nella realtà) un adepto dello stesso Bruce Lee nella disciplina del Jeet Kun Do. 

Alla fine Bruce Lee ha la meglio, Kareem è battuto, ma grande onore allo sfidante, per quanto cattivo fosse il suo personaggio.

 

Flashback 2

“L’Aereo più Pazzo del Mondo”, film capostipite della ondata di cinema demenziale degli anni ottanta. 

Il secondo pilota di quell’aereo che durante il film passerà attraverso mille vicissitudini per poi ovviamente atterrare rocambolescamente senza nessuna vittima, era un certo Roger Murdock, riconosciuto da un pestifero bambino in visita alla cabina di pilotaggio, come Kareem Abdul Jabbar.

L’impertinente ragazzino stuzzica continuamente Kareem (che nega la sua identità), dicendo che nonostante lui in regular season non desse mai il massimo, era il suo giocatore preferito, al contrario di suo padre, che non lo rispettava perchè diceva che in difesa non valeva niente e che si impegnava solo nei playoff. A quel punto Kareem esplode, prende per il bavero il ragazzino e gli sussurra “Col cavolo che non mi impegno!! Senti ragazzino, mi ripetono queste stronzate da quando ero all’università, ogni sera mi fracassano le palle, e non è divertente, sai? Dì a papà che ci provi lui a marcare cristoni grandi e grossi per 48 minuti!!”.

Anche se qui salta fuori la magagna, ovvero la solita cronica carenza di incisività e esattezza nelle traduzioni da inglese ad italiano, peraltro già espressa qualche battuta prima definendo i playoff “partite di eliminazione” e “università” quando Kareem dice specificamente “UCLA”. 

Infatti in realtà Kareem invece di dire l’equivalente di “cristoni grandi e grossi”, cita due suoi acerrimi avversari di quel tempo, ovvero “ci provi lui a marcare Walton e Lanier su e giù per il campo per 48 minuti”.

 

Avversari fisici come Lanier, o avversari tecnici, come Walton, avversari di qualsiasi altro tipo e spessore cestistico, sempre e comunque obbligati a fronteggiare Kareem, a qualsiasi livello, dagli anni sessanta alla High School a New York, al Pauley Pavilion a Los Angeles fino a tre generazioni di centri NBA, e non era mai una cosa facile.

Nato a New York, cresciuto in Dyckman Street, quartiere di Inwood, North Manhattan nel 1947, Ferdinand Lewis Alcindor Junior è un predestinato per il gioco del basket, 1.73 a 9 anni, 2.03 a 13 anni e già abile schiacciatore, viene reclutato per la gloriosa Power Memorial High School, purtroppo chiusa nel 1984 e che ha visto fior di campioni passare per la 61st Street West: Chris Mullin, Mario Elie, Dick Bavetta campione del fischietto, e persino la nostra vecchia conoscenza Joe Warren Isaac, naturalizzato varesino da decenni.

Dyckman street, Inwood, North Harlem – foto Daniele Vecchi

In quella fucina di talenti Lew Alcindor cominciò subito a fare onde altissime, già dal suo anno da freshman nel 1961, nonostante il dileggio dei compagni di scuola per la sua spropositata altezza. 

Ben presto lo strapotere di Lew fece eco in tutto il paese, la Power Memorial con lui in mezzo all’area vinse 96 partite e ne perdette solo 6, venendo nominata, nella sua versione 1963-64 “The Number 1 High School Team of the Century” da National Sports Writer.

Era abbastanza più “grande” degli altri… foto Bettman/Corbis

Ma era ovviamente solo l’inizio.

Già 2 metri e 18 centimetri e due braccia lunghissime, Lew Alcindor venne reclutato da UCLA nel 1966, non giocando nel suo anno da Freshman (erano le regole NCAA di quel tempo) pur essendo un predestinato e incidentalmente uno dei giocatori più conosciuti nel paese, una sorta di LeBron James a Saint Vincent Saint Mary prima di LeBron James a Sant Vincent Saint Mary.

“Negli anni, prima venne la Regola Wilt Chamberlain, ovvero la regola dei tre secondi, poi venne la Regola Bill Russell, ovvero la proibizione di stoppare tiri in parabola discendente, e poi venne la più devastante e meno giusta, la Regola di Lew Alcindor, quella che a livello universitario impediva ai giocatori di schiacciare”

Time Magazine, 1967

Per quanto le prime due regole fossero funzionali allo sviluppo del gioco, la regola della schiacciata vietata nella NCAA fu brutta, ma probabilmente necessaria, perchè lo strapotere del futuro Kareem sotto i tabelloni della PAC 10 era molto più che dirompente. 

Palla sotto a Lew, BOOM! 

Schiacciata. 

Questa era la consuetudine con l’uomo da Inwood in campo. 

Foto Slam

Nel suo anno da Freshman Lew letteralmente dominò, 33.1 punti e 21.5 rimbalzi di media a partita nel torneo riservato ai primo anno, stagione condita da una grande soddisfazione, ovvero quella di battere i campioni in carica di UCLA Varsity, ovvero la “prima squadra”, nell’opening game della stagione 1965-66.

Furono sibilline e ricche di soddisfazione le parole di Kareem parlando di quella stagione: 

“Eravamo una grande squadra, noi Freshman, UCLA Varsity era la N.1 della nazione, ma in realtà era la N.2 del Campus… e questa cosa a John Wooden piaceva molto poco”.

Dalla stagione 1967 Lew Alcindor arrivò finalmente nel Varsity team, e per i successivi tre anni, nonostante il divieto di schiacciare, il Numero 33 trascinò i Bruins a tre Titoli NCAA consecutivi (i primi tre di sette consecutivi per la squadra di John Wooden), chiudendo la propria carriera universitaria con 26.4 punti e 15.5 rimbalzi di media a partita, in un tempo in cui ancora le stoppate non erano calcolate.

Foto Espn

Foto Espn

Foto newsweek.com

Lew Alcindor fu ovviamente la chiamata Numero 1 all’NBA Draft del 1969 (e anche la Numero 1 della ABA, ma l’uomo da UCLA optò per la NBA), chiamato dai giovani Milwaukee Bucks, alla loro seconda stagione NBA, che vinsero il lancio della monetina per la N.1 con la seconda squadra peggiore della stagione precedente, i Phoenix Suns.

Foto nba.com

Prima dell’arrivo di Alcindor, i cerbiatti del Wisconsin ebbero una logica prima stagione deficitaria, con un record di 27-55, ma con l’arrivo del 33 la squadra divenne immediatamente vincente, ed ancora una volta l’impatto di Lew ad un livello superiore, questa volta quello più duro e difficile, fu devastante.

Milwaukee concluse la stagione con un record di 56-26, raggiungendo i playoff, arrivando fino alle Eastern Division Finals venendo sconfitti dai New York Knicks, poi campioni NBA, con Lew Alcindor già dominante, 28.8 punti e 14.5 rimbalzi di media a partita per lui.

Nella stagione successiva i Bucks provarono l’All In, portando in Wisconsin Oscar Robertson, per fare un combo esclusivo con Kareem, e il progetto funzionò subito.

Con un record di 66-16, la squadra di Larry Costello arrivò da favorita ai playoff e sbaragliò i San Francisco Warriors, i Los Angeles Lakers e i Baltimore Bullets, laureandosi Campione NBA dopo soli tre anni dalla propria formazione.

Alcindor e Robertson – foto nba.com

Per Alcindor fu strapotere totale, 31.7 punti (miglior realizzatore della NBA) e 16 rimbalzi di media a partita, e una sensazione di dominio che non si vedeva da parecchio tempo nella Lega. 

Dalla stagione successiva, in seguito alla sua fede religiosa (si convertì all’Islam nell’estate del 1968), Lew Alcindor cambiò il proprio nome in Kareem Abdul Jabbar, il cui significato è Nobile Servitore dell’Onnipotente, continuando però a dominare sull’hardwood, incrementando sempre più le proprie già stellari prestazioni.

Altre quattro stagioni da dominatore a Milwaukee, stagioni da 30 punti e 15 rimbalzi di media, stagioni che però non culminarono nella vittoria di un altro Titolo da parte dei Bucks, che raggiunsero la Finale NBA solo nel 1973-74, battuti 4-3 dai Boston Celtics in una tiratissima serie. Già durante la stagione successiva Kareem aveva chiesto di essere ceduto, possibilmente a una squadra di una città grande e metropolitana, ottenendo di andare a Los Angeles nella stagione 1975-76 in cambio di Junior Bridgeman, Dave Meyers, Elmore Smith e Brian Winters.

I Lakers già da qualche anno stavano cercando, senza troppo successo, di ricostruire qualcosa di vincente dopo l’era Wilt Chamberlain, così l’arrivo di Kareem fu accolto come una svolta votata al successo.

Ai Lakers trovò coach Bill Sharman (leggenda dei Boston Celtics) assieme alle vecchie conoscenze del nostro campionato C.J. Kupec e il compianto Cliff Meely, in una squadra che aspettava proprio una pietra angolare per ricostruire.

E non fu un percorso nè facile nè veloce.

Ci volle l’arrivo di Jerry West sulla panchina Gialloviola, una sonora scoppola nelle Western Conference Finals subita dai Blazers di Bill Walton (poi campioni NBA) e il graduale inserimento dei nuovi Norm Nixon, Michael Cooper e Jamaal Wilkes, per settare lo stage della Dinastia Lakers, che ebbe ufficiamente inizio con l’arrivo di Earvin Magic Johnson nel 1979.

Quando Magic arrivò Kareem aveva già 32 anni, e sembrava che la sua parabola discendente fosse già iniziata, dato il lungo chilometraggio ad altissimo livello.

Jabbar diminuì leggermente il proprio fatturato offensivo, e si attestò, negli anni pre-Magic, sui 25 punti e 13 rimbalzi di media a partita, cifre ancora da dominatore.

E fu qui infatti che tutti si aspettavano un graduale declino di Kareem, anche e soprattutto in virtù dell’arrivo del gioco in velocità e in campo aperto portato da Magic, molto più di quanto facesse Norm Nixon, stancando di più Kareem e servendolo meno in post basso.

Invece Kareem dimostrò di essere più integro che mai e più in forma che mai, snocciolando una “volata finale” di carriera che durò altri dieci anni, altre dieci stagioni da protagonista a fianco di Magic Johnson, dimostrando a tutti la propria intelligenza cestistica nel mettersi a servizio della squadra senza nemmeno intaccare le proprie cifre realizzative, dimostrandosi anche perfettamente complementare al gioco in campo aperto dello Showtime, un geniale contraltare meravigliosamente orchestrato ed utilizzato da Pat Riley.

A Los Angeles Kareem Abdul Jabbar vinse altri cinque Titoli NBA, nel 1980, 1982, 1985, 1987 e 1988, tutti da protagonista, con i Lakers in quei 10 anni assieme a Magic raggiunse la Finale NBA 8 volte, risultando ancora una volta pedina fondamentale di una squadra entusiasmante, divertente e vincente, una squadra che lo ha visto il perno del percorso cominciato quindici anni prima. 

Foto nba.com

Lui c’è sempre stato, in canotta Numero 33 gialloviola, ha visto ruotare attorno a sè Kermit Washington, Norm Nixon, Jamaal Wilkes, Magic Johnson, James Worthy, Michael Cooper, Bob McAdoo, Kurt Rambis, Byron Scott, A.C. Green, persino vecchie conoscenze italiane come Frank Brickowski, Jim Chones, Mark Landsberger e i già citati Kupec, Meely e McAdoo.

Assieme a loro Kareem è stato il centro, di nome e di fatto, del sogno dinastico dei Lakers, un sogno meraviglioso, lungo 14 stagioni, che ha portato nella Città degli Angeli fior di vittorie.

 

Alcuni momenti fondamentali della carriera di Kareem Abdul Jabbar

 

1967, SKYHOOK

A causa del divieto di schiacciare imposto dalla NCAA, divieto sostanzialmente introdotto per impedire a Lew Alcindor di dominare totalmente il gioco, il Numero 33 di UCLA inventò un movimento immarcabile, che divenne il suo marchio di fabbrica, il Gancio Cielo.

Grazie alla sua altezza, alle braccia lunghissime, ai polsi di ferro e alla spaventosa forza nelle mani, Lew brevettò questo movimento che consisteva in un gancio “classico”, in leggero allontanamento, ma che rilasciava la palla con una sorta di frustata del polso a braccio totalmente esteso verso l’alto, ad una altezza e ad una distanza proibitive per il difensore, proteggendosi con tutto il corpo e con il braccio sinistro, creando una naturale e incolmabile distanza tra sè e l’avversario, un movimento messo a segno con chirurgica regolarità dall’uomo da Inwood, diventando così una sorta di inimitabile marchio di fabbrica.

 

22 MARZO 1968, MEMORIAL SPORTS ARENA, LOS ANGELES, CALIFORNIA

La sconfitta subita da UCLA all’Astrodome di Houston da parte dei Cougars il 20 gennaio 1968 nella prima partita NCAA andata in TV Nazionale e davanti a 53.000 spettatori, in quella che è universalmente riconosciuta come Game of the Century, bruciava ancora. 

I Cougars quella volta avevano interrotto la serie di 47 vittorie consecutive dei Bruins, traendo vantaggio dall’infortunio all’occhio di Lew Alcindor, che non scese in campo in condizioni fisiche ottimali. 

Per UCLA era finalmente arrivata l’occasione per la rivincita, la semifinale delle Final Four NCAA a Los Angeles, proprio contro gli Houston Cougars di Elvin Hayes, che fu il mattatore del Game of the Century. 

Lew Alcindor in quella Semifinale era in condizioni perfette, e con le motivazioni al massimo, i Bruins annientarono Hoston 101-69, vendicando la sconfitta del gennaio precedente e guadagnando l’accesso alla finale, che vinsero il giorno dopo asfaltando anche North Carolina 78-55. Quella vittoria fu la più sentita da Kareem, che la dedicò tutta al suo coach.

John Wooden fu infatti fondamentale nella crescita cestistica di Alcindor, maestro soprattutto nell’istruire i centri, il leggendario coach dei Bruins è stato una figura importantissima nella crescita cestistica di Alcindor e anche nella formazione didattica e mentale.

Foto Espn

 

5 APRILE 1984, LAS VEGAS

Se ne parlava da inizio stagione, della possibilità di battere il record, e verso la fine della stagione 1983-84 partita dopo partita ci si avvicinava. 

Durante il quarto quarto di una gara di regular season contro gli Utah Jazz a Las Vegas, sul risultato di 110-93 in favore dei Lakers, ricevendo un passaggio di Magic Johnson in post basso e alzandosi nel suo gancio cielo sopra Mark Eaton, Kareem Abdul Jabbar mise a segno il canestro che gli permise di superare Wilt Chamberlain nella Classifica dei marcatori di ogni epoca della NBA. Nelle rimanenti cinque stagioni in cui giocò, Kareem mise a referto altri 7000 punti arrivando a quota 38.387, confermandosi come uno dei più grandi di tutti, ma quella volta a Las Vegas fu epico e commovente.

 

23 NOVEMBRE 1974, MADISON SQUARE GARDEN, NEW YORK

Dopo aver subito un fastidiosissimo infortunio all’occhio nel suo anno da junior a UCLA, una lacerazione della cornea che gli fece saltare due partite con i Bruins, nella pre-season del 1974 Kareem venne ancora colpito all’occhio, sentendo un gran dolore. 

Dalla rabbia scagliò un pugno al supporto del canestro e si ruppe un polso. Oltre al danno la beffa. Perse 16 partite di regular season, e quando ritornò in campo quel 23 novembre 1974 al Garden, Kareem indossava per la prima volta i suoi occhiali protettivi, che sarebbero divenuto il suo marchio di fabbrica assieme al Gancio Cielo.

Foto Slam

 

13 OTTOBRE 1972, ARIZONA VETS MEMORIAL COLISEUM, PHOENIX

I campioni in carica dei Milwaukee Bucks si presentarono alla prima partita della nuova stagione NBA con velleità di difesa del Titolo. Il centro dei Bucks, al solito, trascinò Milwaukee alla vittoria 117-105, mettendo a segno 41 punti e catturando 11 rimbalzi. Il Numero 33 di Milwaukee, centro dominatore delle ultime due stagioni NBA, non si chiamava più Lew Alcindor, ma si chiamava Kareem Abdul Jabbar, il suo nuovo nome musulmano. A prescindere da questo cambio però, Kareem risultò essere sempre il solito dominatore.

La stagione di attivismo politico di Kareem Abdul Jabbar cominciò il 4 giugno del 1967, con il famosissimo “Cleveland Summit”, dove sportivi afro americani di spicco si riunirono per mostrare il proprio supporto a Muhammad Alì, a cui era stata tolta la cintura di campione del mondo dei pesi massimi per avere rifiutato la chiamata alle armi per il Vietnam.

Jim Brown, Running back dei Cleveland Browns organizzò l’incontro a cui un giovane Lew Alcindor partecipò, assieme al veterano dei Boston Celtics Bill Russell, da sempre in prima linea nella denuncia delle violazioni dei diritti civili degli afro-americani.

Foto Getty Images

La passione per la storia e per la teologia portarono Alcindor ad abbracciare la religione mussulmana in giovane età, e a prestare particolare attenzione all’oppressione delle minoranze negli Stati Uniti.

Contestualmente alla sua conversione religiosa Lew Alcindor decise di boicottare le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, rifiutando la convocazione (a quel tempo giocavano solo gli atleti NCAA) e una medaglia d’oro praticamente certa, in segno di protesta per i soprusi perpetrati nei confronti degli afro-americani da parte delle istituzioni statunitensi.

Lew Alcindor ha deciso quindi molto presto come schierarsi, e la sua decisione di cambiare il proprio nome in Kareem Abdul Jabbar ha posto il punto esclamativo su questa sua attitudine.

Dopo questo schieramento così precoce, si aggiunsero altri fatti, che fecero di lui un personaggio ampiamente scomodo al limite del poco tollerato.

Di base Kareem era (ed è) un tipo diffidente e scorbutico, non particolarmente amante dei giornalisti e dei media mainstream in generale, una persona che a fatica sopporta la “massa”, e che allo stesso tempo non ama troppo i propri colleghi giocatori e allenatori, pure loro considerati troppo superficiali a riguardo delle tematiche sociali o comunque della conoscenza del mondo circostante.

Tutto questo ha significato per lui una specie di volontaria e ovattata distanza dal circo mediatico di cui è stato protagonista, quasi suo malgrado, per i suoi vent’anni nella NBA.

Nei Lakers dello Showtime, lui era il centro, la pietra angolare di tutto, ma molto spesso a fare notizia vera e audience vera erano i funamboli del contropiede Magic Johnson e James Worthy, il duro Kurt Rambis e l’elegante coach Pat Riley, difficilmente si vedeva Kareem arringare la folla o raggruppare i giornalisti attorno a sè per snocciolare dichiarazioni.

Già il fatto che abbia voluto lasciare Milwaukee per avere la possibilità di essere in un ambiente culturale più ampio e variegato, per avere più possibilità di interagire con persone della sua stessa religione e credenze culturali e sociali, la dice lunga sul tipo di persona che è. 

Non ha richiesto più soldi, più fama, più riflettori puntati, più audience. Ha richiesto un ambiente più congeniale alle proprie credenze.

Giusto o no, l’onestà intellettuale non ha mai fatto difetto a Kareem Abdul Jabbar, e lo scendere a compromessi sociali non fa e non ha mai fatto parte del suo background. Questa onestà intellettuale, mista al carattere schivo e scontroso, non lo hanno mai fatto essere uno di quei giocatori che godevano della cosiddetta “buona stampa”. Le schiere di giornalisti più o meno autorevoli che decantavano le gesta di determinati giocatori con sviolinate più o meno palesi, esaltando talvolta più del dovuto il reale valore del giocatore, ci sono sempre state, in ogni sport e in ogni nazione, e negli Stati Uniti Kareem Abdul Jabbar non ha mai fatto molto a livello di “autopromozione” per assicurarsi i servigi della buona stampa, spesso da lui considerata troppo adulatoria, accondiscendente e servile.

Inutile sottolineare che anche il suo attivismo religioso e sociale ha influito in maniera strutturale in questa sorta di minimalismo mediatico di cui è stato oggetto, e che i suoi trascorsi e le sue idee di certo non hanno giovato all’affermazione e all’assimilazione pubblica della sua immagine. 

La sua carriera è stata unica e irripetibile, ma solo nella ultima stagione, a ritiro già abbondantemente annunciato, i media mainstream hanno cominciato DAVVERO a omaggiarlo, per proseguire a farlo nelle decadi seguenti, sottolineandone quasi con ostentata esagerazione (e un filo di ipocrisia) i pregi, la tenacia, le capacità di diffondere cultura, istruzione e pace. 

Probabilmente erano passati gli anni settanta e ottanta, forieri di diffidenza e ricolmi di incitamento alla divisione, nel mentre erano arrivati gli anni novanta e il terzo millennio, all’insegna del politically correct e della ostentata (apparente?) solidarietà verso le minoranze e il “diverso”, quindi automaticamente anche l’attivista Kareem Abdul Jabbar fu rivalutato. 

Menzioni al congresso, decine di ruoli di Ambassador qui e Ambassador lì, nominato Ambasciatore Culturale Globale da Hillary Clinton, insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà da Barack Obama, come poteva mancare Kareem in una iniziativa di solidarietà? 

Come si poteva parlare di religione, diritti civili, disparità sociali o geopolitica senza che Kareem fosse ospite? 

Può essere un tardo riconoscimento, ma la profondità, la saggezza e la cultura di Kareem Abdul Jabbar c’è sempre stata, anche quando era considerato un fondamentalista, un nemico degli Stati Uniti e scempiaggini di questo genere.

Come dichiarò lo stesso Kareem svariati anni dopo il ritiro:

“Sono sopravvissuto a tutte le critiche che ho ricevuto negli anni settanta e ottanta. Da quando mi sono ritirato invece tutti mi vedono come una venerabile istituzione”.

 

Rookie of the Year, 19 volte All Star, 6 Volte Campione NBA, 6 volte MVP della Regular season, 2 volte MVP delle Finals, 10 volte All NBA Primo Quintetto, 2 volte Miglior Marcatore, 4 volte Miglior Stoppatore, Miglior realizzatore nella storia NBA con 38.387 punti, e decine di altri record detenuti tra la High School, la NCAA e la NBA.

In lotta per la posizione in post basso contro Wilt Chamberlain, Hakeem Olajuwon, Patrick Ewing, Darryl Dawkins, Moses Malone, Bob Lanier, Robert Parish, Bill Laimbeer, Willis Reed, Bill Walton, Tree Rollins, Wes Unseld, come detto tre generazioni di grandi centri hanno battagliato con lui in area, le hanno prese e le hanno date, hanno vinto e hanno perso, ma non hanno MAI avuto vita facile. 

I migliori dei migliori hanno sputato sangue, con Kareem. 

Non l’hanno mai passata liscia, con Kareem.

Tutti, dal primo all’ultimo, sono passati attraverso l’enorme talento, determinazione, forza, concentrazione e voglia di vincere di Kareem.

E hanno patito le pene dell’inferno.

Per noi Kareem Abdul Jabbar, oltre ad essere un impegnato attivista per i diritti civili, Hachim che combatte contro Bruce Lee, e Roger Murdock secondo pilota dell’Aereo più Pazzo del Mondo, è stato, è, e rimarrà sempre e comunque uno dei più grandi giocatori della storia del basket.

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