illustrazione grafica di Christina Pignoli
articolo di Daniele Vecchi

“Wilt di solito non faceva la doccia lì perché abitava vicino, ma quel giorno la fece. Io ero uno studente di UCLA quindi potevo fare la doccia dove volevo, e commisi l’errore di fare la doccia lì, visto che avevo giocato anch’io sul campo di fianco…(scuote la testa)…MAI PIU’ RIPRESO”.

Federico Buffa

Cominciamo snocciolando meri numeri:

L’unico giocatore NBA ad aver segnato più di 4000 punti in una stagione, e l’unico ad aver segnato 100 punti in una partita. 

Record NBA per canestri consecutivi (118), rimbalzi catturati (55 in una partita, 23.924 totali), gare con almeno 50 punti (18), partite consecutive con più di 40 punti (14), partite consecutive con più di 30 punti (65), partite consecutive con più di 20 punti (126). 

Tra i 50 Greatest Players in NBA History, Miglior realizzatore in singola stagione da rookie (37.6 punti a partita) e nella storia NBA (50.7 punti, in 48.5 minuti di media a partita), migliore realizzatore della NBA per sette stagioni di fila, miglior rimbalzista per undici stagioni, miglior assistman NBA nella stagione 1966/67, 13 volte All Star, 4 volte MVP della regular season, 1 MVP delle Finals e 2 Titoli NBA, a cui si aggiungono svariati riconoscimenti a livello di college, tra cui il titolo di Most Outstanding Player delle Final Four NCAA 1957.

Wilton Norman Chamberlain.

The Big Dipper.

Nella prima metà degli anni cinquanta, in tutti gli allenamenti di tutte le squadre del campionato High School della Public League di Philadelphia (34 squadre in tutto), c’era un esercizio particolare e alquanto singolare: durante le sessioni riguardanti gli schemi offensivi, la squadra in attacco giocava normalmente, in cinque, cercando di eseguire gli schemi, mentre la squadra in difesa giocava in quattro. 

Sotto il canestro però, c’era un tavolo, con sopra un assistente allenatore in piedi, che partecipava attivamente alla azione difensiva, cercando di intercettare, sporcare e stoppare i palloni che arrivavano nelle vicinanze del canestro. 

Il motivo di tutto ciò? 

Because of Wilt. 

Wilt Chamberlain della Overbrook High School, 59th Street and Lancaster, scuola pubblica frequentata esclusivamente da afro-americani in un quartiere degradato, dove la violenza e il crimine erano (ed in parte sono ancora oggi) all’ordine del giorno. 

Foto Daniele Vecchi

Foto Daniele Vecchi

Wilt era un gigante e un dominatore assoluto nella NBA soprattutto a livello fisico, proviamo solamente ad immaginare quanto dominatore potesse essere in un mondo e in un torneo fondamentalmente di ragazzini come quello della high school. 

Con lui la Overbrook High School vinse tre titoli di Public League consecutivi, 1953, 1954 e 1955.

Due metri e sedici centimetri, una agilità da fare spavento, una solidità fisica che nel tempo sarebbe diventata sempre più imponente e devastante, Wilt Chamberlain è stato nominato High School Mr. Basketball nel 1955, reclutato dalla University of Kansas, continuando a dominare anche nella NCAA, senza più fermarsi.

Foto ESPN

Foto ESPN

Foto ESPN

Foto ncaa.com

Dopo George Mikan, il primo big man nella NBA, venne l’era di Wilt Chamberlain, stessa altezza ma molto più agile, determinato e cattivo agonisticamente, il prototipo del giocatore di almeno trent’anni a venire.

Non solo basket, per Wilt, anzi. 

Il basket lo ha conosciuto tardi, alle scuole medie, il suo vero amore fin da piccolo era l’atletica leggera, dove eccelleva e dominava.

Wilt avrebbe potuto essere un campione olimpico, in almeno 3-4 specialità, 400 metri, 800 metri, lancio del peso, e soprattutto salto in alto.

Un corpo fatto apposta per queste discipline.

Un corpo fatto apposta per competere nello sport.

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Dopo aver toccato con mano la fama vera già alla High School e aver capito che il basket era lo sport con cui poteva guadagnare tanti soldi ed essere sempre al centro dell’attenzione, soprattutto femminile, Wilt trascorse tre anni alla Kansas University. 

Per lui una Finale NCAA persa contro North Carolina, due nomine All American,  e un premio come MOP delle Final Four 1957, prima di accettare la offerta di Abe Saperstein ed unirsi agli Harlem Globetrotters. 

Saperstein aveva l’occhio lungo, e gli fece una sontuosa offerta economica, circa 55.000 dollari per una stagione (il salario medio dei giocatori NBA a quel tempo era di circa 10.000 dollari), usufruendo così di Wilt per varie tourneè negli States e in Europa, alzando ancor di più il livello della più famosa e rinomata espressione cestistica di quel tempo.

Il basket professionistico americano infatti, la Nbl, la Aba, la Baa, la Abl, la Eastern League, e soprattutto la NBA, dagli anni cinquanta fino ad arrivare a inoltrati anni ottanta, non decollarono mai realmente, nulla a che vedere con il fenomeno globale mondiale universale che siamo abituati a vedere oggi. 

Non era mondiale, non era universale, ma non era neanche completamente nazionale.

In quasi tutte le città le partite della NBA dovevano spesso e volentieri essere accompagnate o supportate da spettacoli alternativi, o da balletti e feste danzanti, da effettuarsi rigorosamente dopo la partita (dove quasi sempre capitava che i giocatori, finita la partita, erano gli “animatori” più scatenati del ballo successivo!), struggente e apparentemente inspiegabile sintomo di “inferiorità” della partita di basket NBA in sè, costretta a soccombere al maggiore interesse del ballo, vero motivo per cui la gente rimaneva a vedere la partita prima. 

Capitava spesso anche che un doubleheader, una doppia partita nella stessa serata, coinvolgesse gli Harlem Globetrotters, come detto la più grande attrazione cestistica di quel tempo, evento che, ovunque fosse in calendario, riempiva sistematicamente tutte le arene degli Stati Uniti e non solo, dando ovviamente una mano anche alle zoppicanti e altalenanti sorti della NBA. 

Foto SLAM

Wilt decise di entrare nella NBA nel 1959, venendo scelto dai Philadelphia Warriors (come Draft territoriale, essendo nativo di Philadelphia) con la chiamata Numero Uno, andando ad aggiungersi alla schiera di nativi philadelphiani già con i Warriors, come Guy Rodgers, Ernie Beck, e le leggende Paul Arizin e Tom Gola.

Anche a questo livello Wilt dominò fisicamente il gioco. 

Anzi, se possibile aumentò esponenzialmente il proprio dominio sul gioco, facendo perno non solo sulla sua altezza, ancora inusuale anche nella NBA, ma cominciando a rendersi sempre più forte fisicamente. 

Tutti i grandi centri di quella generazione e anche di quella successiva, hanno letteralmente subito senza soluzione di continuità il suo strapotere fisico, che si manifestava anche nelle (frequenti) risse che accadevano in campo.

Foto ESPN

Quando si parla di strapotere fisico, appare chiaro che la distanza tra la sua fisicità e quella di tutti gli altri giocatori di massimo livello NBA, era siderale.

Il racconto di Paul Silas, uno dei giocatori più duri che abbia mai calcato i parquet NBA, fu un monito:

“Ero ai Celtics, e durante una gara contro i Lakers andai molto vicino a una rissa con Happy Hairston. Mentre stavo per affrontarlo, d’un tratto sentii una enorme ed asfissiante stretta attorno al mio corpo. Wilt mi aveva preso e di peso mi aveva girato, dicendomi ‘non ci sarà nessuna rissa, adesso’. Io risposi ‘si, signore’”.

Billy Cunningham, campione NBA con i Sixers come giocatore nel 1967 e come allenatore nel 1983, invece raccontò:

“Gus Johnson dei Baltimore Bullets, era un giocatore duro, muscolosissimo e molto fisico. Nel 1967, durante una partita schiacciò sulla testa di Wilt, gli disse anche un paio di paroline non molto gentili, che Wilt ovviamente non apprezzò. Più tardi nella partita Johnson fu lanciato in campo aperto, e tra lui e il canestro vi era solo Wilt. Era motivato a schiacciargli ancora in testa. Partì con l’angolo giusto per inchiodare la schiacciata, ma una volta sopra il ferro arrivò la stoppata di Wilt, che letteralmente e senza l’ombra di un fallo si appropriò della palla, strappandogliela con eleganza, perfezione e immensa durezza, scaraventandolo a terra, dolorante. Gus Johnson venne portato fuori, divenendo il primo giocatore nella storia NBA a subire la lussazione della spalla dopo essere stato stoppato”.

L’impatto di Wilt sulla NBA quindi fu fin da subito devastante. 37.6 punti e 27 rimbalzi di media a partita nella sua stagione da rookie, 38.4 punti e 27.2 rimbalzi di media a partita nella stagione da sophomore, per arrivare alla sua terza stagione dove, se possibile, salì ancora di livello, raggiungendo livelli di dominio impensabili. 50.4 punti e 25.7 rimbalzi di media a partita nella stagione 1961-62, l’ultima stagione dei Warriors a Philadelphia prima del trasferimento a San Francisco.

Il 2 marzo 1962, Wilt non mancò uno dei suoi tanti appuntamenti con la storia.

A Hershey, Pennsylvania, davanti a 4.124 spettatori, in un inedito doubleheader con una partita di basket tra giocatori dei Philadelphia Eagles e Baltimore Colts della NFL (!!!), Philadelphia affrontava i New York Knicks, una squadra perdente che non aveva chances contro quei Warriors, squadra che se la giocava con i Boston Celtics per il titolo della Eastern.

Fin dall’inizio della gara parve chiaro che Wilt era in serata di grazia, e già dal secondo quarto i Warriors capirono che quella sarà LA serata.

A cinquanta secondi dalla fine, con lo storico speaker Dave Zinkoff a sottolineare ogni canestro di Wilt con il countdown verso i 100, finalmente arrivò il trentaseiesimo canestro di Chamberlain, per uno score finale di 36 su 63 dal campo e 28 su 32 ai tiri liberi, siglando così la storia.

100 punti in una partita.

Invasione di campo e entusiasmo alle stelle tra i quattromila ad Hershey, vittoria Philly 169-147, 100 punti realizzati da Wilt Chamberlain, la migliore e ancora imbattuta prestazione realizzativa in  singola partita nella storia NBA.

Nonostante tutto però l’entusiasmo della città di Philadelphia esploso dopo l’arrivo di Wilt si stava sensibilmente affievolendo.

Lo strapotere dei Boston Celtics e le sistematiche sconfitte subite nella post season da parte dei Warriors, convinsero il proprietario Ed Gottlieb a trasferire la franchigia ad ovest, ancora povero di franchigie professionistiche e terreno fertile per sviluppare il futuro business sportivo.

I Warriors si trasferirono quindi a San Francisco, e con loro Wilt Chamberlain.

Foto NBA

Dopo la prima stagione deficitaria, record 31-49 senza raggiungere i playoff, dalla stagione successiva arrivò coach Alex Hannum e i Warriors si guadagnarono i playoff con un record da 48 vittorie e 32 sconfitte, cozzando però ancora una volta nei Boston Celtics nelle NBA Finals, altra sconfitta di Wilt subita dai Celtics di Bill Russell.

Dopo la dipartita dei Warriors verso la California nel 1962, nella primavera del 1963 Philadelphia si vide recapitare abbastanza velocemente un’altra franchigia di basket professionistico.

I Syracuse Nationals infatti, decisero di cercare fortuna a sud ovest, in Pennsylvania, in una terra dalla grande tradizione cestistica sia a livello universitario sia a livello scolastico superiore, ma che allo stesso tempo non aveva mai avuto un grande feeling con le squadre professionistiche. 

Arrivarono così a Philadelphia i 76ers, forti di una squadra già ben rodata ed amalgamata, che nelle stagioni precedenti ha avuto importanti esperienze di playoff, giocando spesso anche contro i loro predecessori, i Warriors, dando vita talvolta anche a grandi ed intense battaglie. 

Acerrimi nemici della Città dell’Amore Fraterno in infuocate playoff series come Dolph Schayes (la sua prima stagione a Philadelphia coincise con la sua ultima, passata come allenatore-giocatore), Hal Greer e Lee Schaffer divennero di colpo degli idoli locali.

Come detto era il periodo del dominio assoluto dei Boston Celtics di Red Auerbach e di Bill Russell, che vinsero il Titolo Nba per otto anni consecutivi dalla stagione 1958-59 fino alla stagione 1965-66, e nella Città dell’Amore Fraterno, orfana dei Warriors e delle lotte (quasi sempre perse) per la conquista della Eastern Division, si creò subito un grande, e in un certo senso inaspettato feeling tra i nuovi arrivati 76ers e la comunità, stanca di vedere il dominio dei Celtics (e prima ancora dei New York Knicks e a tratti proprio dei Syracuse Nationals) nella East Coast, e con una grande voglia di riscatto. 

C’era comunque bisogno di una scossa all’ambiente, di un imput vincente ad una squadra già abbastanza solida di suo. 

Quell’imput, arrivò il 15 gennaio 1965, quando i San Francisco Warriors decisero di cedere ai Philadelphia 76ers il loro pezzo più pregiato, che incidentalmente era anche il figlio cestistico prediletto di Philly, ovvero Wilt Chamberlain, che dopo quasi tre anni di lontananza, ritornò quindi a calcare i parquet della sua città natale. 

21 gennaio 1965, 6140 persone, tutto esaurito a The Arena, impianto situato sulla 46th Street and Market Street, a West Philadelphia, proprio nel quartiere di Chamberlain, in un grandissimo happening di ben tornato al figliol prodigo, nella unica partita giocata dai Sixers in quell’impianto, per siglare in qualche modo la straordinarietà di quell’evento, evento che portò anche ai Sixers una vittoria, 111-102 proprio sui San Francisco Warriors. 

I tempi sembrarono finalmente maturi per togliersi qualche grande soddisfazione. 

La stagione 1965-66 si concluse con un record in stagione regolare di 55 partite vinte e 25 perse, record che faceva ben sperare per i playoff, ma che ancora una volta però si conclusero con una sconfitta nella finale della East Division da parte dei Boston Celtics, che andranno poi a vincere il loro ottavo titolo consecutivo, in una memorabile finale contro gli storici rivali dei Los Angeles Lakers, finale vinta dai biancoverdi del Massachussetts alla settima partita. 

Foto Bleacher Report

L’anno successivo i tempi per i Sixers appaiono ancor più maturi per una grande stagione, Hal Greer in cabina di regia e Chet Walker come guardia tiratrice sembrano aver raggiunto la maturità necessaria, ai quali si vanno ad aggiungere l’entusiasmo, la difesa, e la atleticità del nuovo arrivato, il sophomore “Kangaroo Kid” Billy Cunningham, l’importante addizione di Wali Jones (philadelphiano doc) dai Baltimore Bullets, e lo strapotere offensivo in area di Wilt Chamberlain. 

Il vero miracolo sembra comunque venire dal nuovo coach Alex Hannum proprio dai Warriors (rimpiazzò Dolph Schayes dopo la sconfitta ai playoff dell’anno precedente, accusato di non avere mai avuto feeling con Chamberlain), grandissimo motivatore che ha allenato i Sixers in sole due stagioni, ottenendo un incredibile record complessivo di 130 vittorie e 33 sconfitte.

Hannum riuscì a convincere Chamberlain, non esattamente lo stereotipo del giocatore facilmente allenabile, a giocare più per la squadra, riuscì ad incentivare e ad alimentare la grande intelligenza cestistica di Chamberlain, per farlo segnare magari un pò meno, rendendolo però molto più partecipe della manovra offensiva, e armando le mani dei propri compagni dai quattro-cinque metri. 

Già nella stagione precedente le medie realizzative di Wilt Chamberlain diminuirono (33.5 punti a partita, che gli valsero comunque il titolo di Miglior Marcatore della Nba, cosa che era accaduta in ogni singolo anno della sua permanenza nella NBA), fino ad arrivare a mettere a segno “solo” 24.1 punti a partita in quella stagione, cifra che non gli permise di vincere il titolo di Miglior Realizzatore, ma che combinata alle altre sue percentuali statistiche (24.2 rimbalzi, 68 per cento dal campo e 7.8 assist a partita, cifre assolutamente irreali, soprattutto i rimbalzi, al giorno d’oggi), fecero di Chamberlain, motivato alla vittoria e veramente convinto che un modo di giocare così lontano dal suo abituale status fosse “the right way”, una assoluta arma totale. 

La stagione regolare si concluse con un record di 68-13, mentre i playoff, dopo la vittoria 3-1 al primo turno su Cincinnati, videro la storica vittoria 4-1 sui Boston Celtics nella Eastern Division Finals, storica perchè mise fine alla incredibile striscia di otto titoli Nba (e di conseguenza anche della Eastern Division) vinti dagli irlandesi del Massachussetts, che peraltro si rifaranno abbondantemente nei due anni successivi, vincendo di nuovo altri due titoli NBA, battendo sempre i 76ers nei playoffs della Eastern. 

Ma la stagione 1966-67 era la stagione della “missione” bianco-rosso-blu dell’Amore Fraterno, e nelle Finals i Sixers si trovarono di fronte il loro passato, i San Francisco Warriors ex-Philadelphia Warriors, ed ex-squadra anche di Wilt Chamberlain. 

I Sixers si portarono subito sul 2-0, due vittorie per 141-135 e 126-95 alla Convention Hall, vittorie caratterizzate da due grandi prove di Hal Greer (32 punti nella prima e 30 nella seconda) e di Billy Cunningham (26 punti nella prima e 28 nella seconda), con un Chamberlain leggermente in sordina in attacco ma dettando la sua inconfutabile legge sotto canestro (38 rimbalzi in Gara Due). 

Nella Bay Area i Warriors vinsero Gara Tre 130-126, trascinati da uno scatenato Rich Barry, autore di 55 punti. I Sixers però come detto erano in missione, e sbancarono il Cow Palace 122-108, con un’altra strepitosa prova di Hal Greer, 38 punti. 

Alla Convention Hall i Sixers, forse pronti troppo presto per festeggiare, dilapidarono un vantaggio di 12 punti nel quarto quarto, venendo sconfitti 117-109, forzando la serie a tornare a San Francisco. I sedicimila del Cow Palace ci credevano, e la sera del 24 aprile erano letteralmente indemoniati, un inferno giallo-blu attendeva i Sixers. 

Quella partita sarà ricordata per sempre come “il quarto quarto difensivo di Chamberlain”, che chiuse letteralmente i battenti del suo canestro, lasciando perdere per dodici minuti l’attacco e concentrandosi solo sulla difesa, piazzando sei stoppate e prendendo otto rimbalzi nell’ultimo quarto, portando i Sixers alla vittoria per 125-122, vittoria che diede a Philly il titolo, i Sixers erano finalmente campioni con il suo miglior giocatore, Wilt Chamberlain, nativo di Philadelphia, come più grande e rappresentativa icona. 

Anche l’anno successivo, 1967-68, i 76ers furono strepitosi, una squadra che non era più una outsider, ma che era una grandissima squadra con un anno in più di esperienza e con la voglia di vincere e gli occhi della tigre ancora più affamati che mai. 

62-20 il record della stagione regolare, e una solidità e una stabilità di gioco e di ruoli se possibile ancora più fluida e compenetrata dell’anno precedente. 

In città ci credevano tutti, il nuovo impianto inaugurato quell’anno, lo Spectrum, sempre gremito di gente che ci credeva. 

Dopo la vittoria per 4-2 sui New York Knicks nel primo turno, nella finale della Eastern arrivarono, come di consueto, i Celtics. 

I Sixers erano avanti 3-1 nella serie sbancando per ben due volte il Boston Garden (in Gara Due, 115-106, e in Gara Quattro, 110-105), ma l’orgoglio irlandese dei biancoverdi bostoniani non fu mai domo, e i Celtics riuscirono a rimontare e a vincere la serie sbancando a loro volta due volte lo Spectrum, entrambe le volte con le spalle al muro (cosa che si ripeterà ancora nel corso della eterna rivalità tra Sixers e Celtics), in Gara Cinque 122-104 e nella drammatica Gara Sette, espugnando Philadelphia per 100-96. 

I Celtics sull’onda dell’entusiasmo andarono ancora a vincere il titolo sempre battendo ancora una volta i Los Angeles Lakers per 4-2. 

Nonostante la bruciante sconfitta nelle Eastern Division Finals, i Sixers quell’anno furono all’unanimità riconosciuti come una delle squadre più forti esaltanti e spettacolari di tutta la storia della NBA, come narrarono anche le parole dello stesso Wilt Chamberlain, tratte dal suo libro “A View From Above”: 

“Mi sono chiesto spesso quale fosse stata la squadra più forte che abbia mai visto giocare. Incidentalmente fu una squadra in cui giocavo anch’io, senza ombra di dubbio i Sixers della stagione 1967-68, la migliore squadra di sempre. Hal Greer, un illuminante playmaker, Wali Jones, uno strepitoso difensore, Luke Jackson, lo stereotipo della power-forward, Larry Costello, un devastante tiratore sotto pressione, Chet Walker, un terrificante giocatore di one-on-one, e Billy Cunningham, il miglior sesto uomo di sempre e un allenatore sul campo, tutti tenuti assieme dal nostro coach, Alex Hannum”. 

E poi c’era Wilt, non esattamente l’ultimo arrivato. 

Quello strepitoso gruppo però, con la dipartita da coach di Alex Hannum (che andò ad allenare nella ABA), si sfaldò sotto la guida di Dr. Jack Ramsey, storico coach di Saint Joseph, che volle fare ciò che, con il senno di poi, si dimostrò un disastro, nonostante gli apparenti buoni risultati ottenuti: giocare in velocità, rinunciando a Chamberlain, che fu ceduto ai Los Angeles Lakers il 9 luglio del 1968, dando inizio a uno dei tanti periodi bui dei Philadelphia 76ers.

Dopo quella serie persa dai suoi Sixers contro i Boston Celtics, Wilt si accasò a Los Angeles con i Lakers. 

La personalità difficile di Wilt lo portò ancora una volta a scontrarsi con qualcuno, quella volta con il front office dei Sixers, a causa di una disputa contrattuale che portò il proprietario Irv Kosloff a sbarazzarsi di Chamberlain a soli 31 anni, e nonostante fosse la icona cestistica della città.

Dopo la vittoria del 1967, Wilt pareva aver imparato a giocare più per la squadra, si era scoperto un discreto passatore (nel 1968 vinse addirittura la classifica dei migliori assistmen della NBA) e le sue medie punti erano sensibilmente calate, continuando comunque ad essere un assoluto dominatore sotto canestro a livello di rimbalzi.

Quindi in una squadra talentuosa come i Lakers di Elgin Baylor e Jerry West, Chamberlain riuscì, quasi suo malgrado, a mettersi al servizio della squadra, venendo nominato capitano e conducendo la squadra a tre finali e a un titolo NBA nel 1972, dove fu anche nominato MVP delle Finals contro i New York Knicks, e dove, nelle Western Conference Finals, diede una lezione al giovane Kareem Abdul Jabbar, eliminando i suoi Bucks, dominando in lungo e in largo il suo successore nella classifica dei migliori realizzatori della storia NBA.

Tra i due, nonostante la idolatria di Jabbar per Chamberlain in gioventù, non è mai corso buon sangue, l’attivista Kareem Abdul Jabbar ha sempre considerato Chamberlain un giocatore egoista, incapace di migliorare i propri compagni, e un uomo senza principi morali, per aver tradito il proprio popolo e la propria razza appoggiando politicamente Nixon, e per avere una vita personale dissoluta sessualmente, opinioni personali di Kareem, che esulavano dal mero confronto sul parquet.

C’è da dire che Wilt era una persona difficile, controversa e soprattutto, forse la chiave di tutto, con uno smisurato ego.

Si era inimicato praticamente tutto l’ambiente NBA da fine anni sessanta, con il proprio aperto supporto a Nixon e alla sua politica conservatrice e repressiva, che senza mezzi termini strizzava l’occhio al razzismo più becero e a quei tempi imperante e tollerato, anche se questa cosa, lampante ai più, risultava non essere così chiara a Wilt.

Nixon aveva un disperato bisogno di voti afro americani (cosa non facile per un repubblicano, a quei tempi, e nemmeno ora), e trovò in Chamberlain un personaggio di spicco da cavalcare, trovando anche in lui una inaspettata e totale disponibilità nel diffondere le idee repubblicane applicate agli afro americani.

Per tutto il 1968, anno delle presidenziali, Wilt si prodigò nell’aiutare Nixon nella sua campagna, organizzando incontri in varie città, presenziando a tutte le convention repubblicane e spendendo tantissimo tempo ed energie nell’illustrare ad afro americani in giro per il paese, il programma di Nixon.

Ma nonostante tutto ciò, Wilt non era un “traditore” della lotta per l’emancipazione degli afro americani. 

Anzi.

Tutt’altro.

Forse Wilt era un ingenuo, o forse era uno che non credeva che una persona che stimava politicamente come Nixon, fosse così dentro mani e piedi al razzismo imperante e sistematicamente represso nel sangue.

Nixon era supportato da fanatici estremisti di destra, come Spiro Agnew, futuro vice presidente degli Stati Uniti e classico reazionario del northeast che strizzava l’occhio al KKK del Deep South, nonché Governatore del Maryland e negazionista dei diritti degli afro americani.

Per colpa di Agnew (o forse grazie a lui), Chambelain aprì gli occhi, e si allontanò dalla campagna presidenziale di Nixon, schifato dalle sue posizioni apertamente razziste, che insindacabilmente non potevano coesistere con le sue.

Quindi dopo Joe Louis e Jackie Robinson, Wilt Chamberlain fu un altro personaggio afro americano famoso ad essere costretto ad abbandonare il supporto a Nixon a causa delle sue politiche discriminatorie, che peraltro non gli impedirono di diventare Presidente degli Stati Uniti e di essere rieletto quattro anni dopo, con la magica formula della “lotta alla droga”, che in un colpo solo denigrava gli hippie contro la guerra in Vietnam che fumavano marijuana, e gli afro americani che spacciavano eroina, nella più qualunquista fiera dei luoghi comuni, a cui peraltro spesso gli statunitensi sono avvezzi.

Così facendo però, in quel 1968 Wilt si è inimicato praticamente tutto l’ambiente NBA, confermando ancora di più la nomea di egoista ed egocentrico, incapace di provare solidarietà ed empatia, nemmeno per la propria razza.

Rimane il fatto che Wilt non era né una persona né un giocatore semplice da gestire.

Se l’allenatore o un compagno dicevano o facevano qualcosa che non gli andava giù, smetteva di tirare e di andare a rimbalzo.

Senza mezzi termini si estraniava dalla partita, per semplice ripicca. 

Successe varie volte, sin dai tempi della Overbrook, fino ad arrivare a fondamentali partite di Playoff, perlomeno fino al suo arrivo ai Lakers, dove dimostrò un minimo di maturità in più.

La voglia di ripicca e di dimostrare al mondo che era LUI il centro del mondo cestistico, e che solo lui poteva accendere e spegnere una partita, era troppo forte, più forte persino della voglia di vincere.

In un interessantissimo articolo (qui) di Steve Smith su Bleacher Report nel 2009, l’autore valuta alcuni fatti che farebbero di Chamberlain il più forte giocatore NBA di tutti i tempi.

A prescindere dalla devastante forza fisica di Wilt, capace di dominare fisicamente tutti i suoi avversari ad ogni livello, in ogni Lega e persino dopo il suo ritiro (le parole di Federico Buffa nella nostra intervista, che  potete rivedere qui, furono eloquenti “aveva più di quarant’anni e dominava i giocatori della NBA contemporanea, ma non dominava, di più, SCHERZAVA”), e a prescindere dalla difficoltà oggettiva nel valutare chi sia stato per davvero il più grande di tutti, un dato eloquente balza agli occhi.

E’ opinione comune che Bill Russell abbia sempre dominato Wilt Chamberlain. 

Foto ESPN

I Boston Celtics di Bill Russell hanno vinto 7 serie playoff sulle squadre di Wilt Chamberlain, Philadelphia Warriors, San Francisco Warriors, Philadelphia 76ers e Los Angeles Lakers, a fronte di una sola sconfitta, l’anno del Titolo dei Sixers nel 1967.

Stando alle statistiche redatte dal mitico scout philadelphiano Harvey Pollack, Chamberlain e Russell si sono fronteggiati 142 volte.

In queste partite le medie di Chamberlain sono state 28.7 punti e 28.7 rimbalzi, quelle di Russell sono state 23.7 punti e 14.5 rimbalzi. La cosa che però spicca è il fatto che la media rimbalzi in carriera di Wilt è stata di 22.9, mentre quella di Bill è stata 22.5. 

Il record NBA di 55 rimbalzi catturati da Wilt il 14 gennaio 1962 è accaduto a Boston, contro Russell. Wilt ha catturato più di 40 rimbalzi contro Bill altre sei volte.

Guardando questi numeri, Steve Smith dice “Chamberlain ha distrutto Russell a rimbalzo ogni volta che lo ha incontrato”.  E tutto sommato non gli si può dare torto.

Wilt contro Bill una volta ha segnato 62 punti, e ha segnato più di 50 punti altre sei volte, mentre il massimo di punti che Russell ha totalizzato contro Chamberlain è stato 37.

Questi numeri sono un fatto incontrovertibile, e le parole di Smith a chiusura di questo argomento sono eloquenti:

“Se non era per il fatto che Bill Russell è stato per tutta la sua carriera circondato da hall of famers, certamente le squadre di Wilt avrebbero vinto almeno due o tre dei titoli NBA che Russell e i Celtics hanno vinto”.

Foto NBA

Ovviamente con i “se” e con i “ma” non si arriva da nessuna parte, e l’unica cosa che conta sono i fatti, ma probabilmente qualcosa di veritiero in questi numeri c’è, al netto della attitudine sul campo di Wilt, già ampiamente sviscerata.

Appese le scarpe al chiodo al termine della stagione 1972/73, Wilt rimase a vivere a Los Angeles, divenendo parte integrante della fashion life della Città degli Angeli.

Da buon istrione, Chamberlain non poteva mancare un cameo importante in una grande produzione hollywoodiana, assieme al suo compagno di sala pesi Arnold Schwartzenegger, in Conan Il Barbaro, mentre, sempre dopo il ritiro dal basket giocato, si appassionò alla pallavolo, sport che, con i suoi mezzi fisici, poteva padroneggiare con ottimi risultati.

A prescindere dalle 20.000 vere o presunte donne che Wilt ha avuto nella sua vita, a prescindere dal suo amore totale, assoluto e senza soluzioni di continuità per i riflettori e per il centro dell’attenzione, a prescindere dalle idee repubblicane e dalla sua stima per Nixon, a prescindere da tutto ciò che di scomodo, politically incorrect e controcorrente che ha detto e fatto nella sua vita al di fuori del parquet, Wilt Chamberlain rimane e rimarrà sempre uno dei più forti giocatori di sempre, una icona incontrovertibile del basket, un fondamentale punto di svolta di una lega, la NBA, che a quei tempi viveva momenti difficili, e che grazie al suo carisma e alla sua iconicità, è riuscita a trovare un canale espressivo per incrementare la propria popolarità.

“Ci sono degli uomini su questa terra vicini al concetto di Semi-Dio. Wilt era uno di quelli”.

Federico Buffa

Wilt morì il 12 ottobre 1999 a Bel Air in California, a 63 anni.

Il suo cuore cedette di schianto, dopo anni di problemi cardiaci, lasciando un immenso vuoto nel mondo del basket.

Se Wilt Chamberlain non è The Greatest Ever, perlomeno ci va molto ma molto vicino.