illustrazione grafica di Christian Kotz
articolo di Daniele Vecchi

 

 

 

Molto prima di Space Jam e dei Monstars, molto prima della frivolezza e del divertimento di quella frizzante pellicola uscita nel 1996 e che vide come protagonisti alcuni grandissimi giocatori NBA insieme a personaggi della Looney Tunes per una buona causa, molto prima di tutto questo, vi fu L’Esorcista III.

Uscito nel 1990 come terzo episodio della saga dedicata alla figura che combatte il diavolo dentro i corpi umani, il film parlava di Gemini Killer, un efferato e visionario assassino che a Georgetown ammazzava gente posseduto dal malvagio demone Pazuzu, a sua volta spalleggiato dal suo fido e gigantesco Angelo della Morte, che compare solo in una silente ed inquietante immagine.

Quella immagine ha le sembianze di un ragazzone jamaicano che ha trascorso la adolescenza in Massachusetts, e che a Georgetown è una vera e propria istituzione, ovvero Patrick Ewing, figlio prediletto della Hoyas Nation che non poteva mancare, con un inquietante cameo, in questa super produzione ambientata nelle sue terre. 

L’espressione truce della sua faccia e la aggressività intrinseca del suo modo di giocare lo hanno sempre accompagnato, per tutta la carriera, diventando quasi automaticamente fonte di scherno e di antipatia da parte dei tifosi avversari.

Anche il cognome, Ewing, in quel determinato periodo storico, non ha aiutato la sua naturale popolarità negli anni ottanta, visto che i protagonisti della prima serie di telefilm “mondiale”, ovvero Dallas, si chiamavano Ewing, una famiglia avvezza ad intrallazzi, manipolazioni e abusi di potere, con il compianto Larry Hagman nei panni del micidiale J.R. Ewing, diventato il personaggio televisivo più odiato del mondo.

Patrick Aloysius Ewing è nato nel 1962 a Kingston, Jamaica, dove ha trascorso i primi 11 anni della sua vita, giocando con ottimo successo a cricket e a calcio, risultando fin da subito baciato da una esplosività atletica e uno spirito di competizione fuori dal normale.

All’età di 12 anni si trasferisce negli Stati Uniti, a Cambridge, Massachusetts, cittadina nei sobborghi di Boston, dove comincia a giocare a basket, trovando immediatamente la propria strada di vita.

Alla CRLS High School di Cambridge, il giovane Ewing, già 2.05 a 16 anni, diventò un vero e proprio fenomeno dominante, ricevendo, nel suo anno da senior, decine di offerte per borse di studio da tutto il paese.

Foto Espn

Dopo aver visitato i campus di Georgetown, North Carolina, Villanova e UCLA, Ewing vide in John Thompson a Georgetown un vero e proprio mentore, e scelse di giocare con gli Hoyas.

Pat fu uno dei pochi giocatori a livello di college a debuttare, facendo ampiamente la differenza, già nel suo anno da freshman, trascinando letteralmente gli Hoyas alla Finale NCAA già al suo primo anno, sconfitti 63-62 al Louisiana Superdome di New Orleans dalla North Carolina di Dean Smith, Michael Jordan e James Worthy.

L’impatto di Ewing sul College Basketball fu quindi devastante, le sue doti fisiche e la sua cattiveria agonistica regalarono a quegli anni di NCAA uno dei centri più atletici ed esplosivi mai visti. E nelle mani di un motivatore come John Thompson, un moltiplicatore naturale di mentalità e di etica del lavoro, Ewing diventò un’arma totale.

Con lui e David Wingate come punte di diamante, Georgetown vinse il Titolo NCAA nel 1984, battendo la Houston University di Hakeem Olajuwon al Kingdom di Seattle, arrivando in finale anche nel suo anno da senior (scelta già a quel tempo strana, quella di rimanere tutti e quattro gli anni all’università per una top pick al Draft NBA), nel 1985, venendo però battuti alla Rupp Arena di Lexington, Kentucky, dal “miracolo” Villanova di Rollie Massimino, che con una partita perfetta, da super sfavorita, riuscì a battere 66-64 la corazzata Georgetown.

Foto syracuse.com

Nell’estate precedente Ewing venne chiamato da Bobby Knight a far parte dell’USA Team alle Olimpiadi di Los Angeles, assieme a Michael Jordan, Sam Perkins, Chris Mullin, Wyman Tisdale e altri grandi giocatori NCAA di quegli anni.

Gli Stati Uniti vinsero la medaglia d’oro battendo facilmente 96-65 in finale la Spagna dopo un percorso netto di otto vittorie, regalando al mondo una generazione di universitari che avrebbero poi dominato la successiva decade cestistica. 

Arrivò così il Draft NBA 1985, il primo in versione Lottery, ma con tutte le squadre escluse dai playoff con le stesse possibilità di accaparrarsi la Numero Uno.

Al momento della scelta, David Stern, newyorkese doc, scelse proprio i logo dei New York Knicks, dando vita alle solite speculazioni sulla Lottery pilotata che voleva fare arrivare nella Big Apple un top player per risollevare i Knicks (che comunque non erano una squadra sgangherata, con Bill Cartwright e Bernard King avevano già partecipato ad alcune serie di Playoff due anni prima).

Foto i80sportsblog.com

Così Pat Ewing arrivò ai Knicks di Hubie Brown, reduci da una sfortunata stagione da 24 vinte e 58 perse, stagione interamente giocata senza Bill Cartwright fuori per infortunio e che vide il terrificante infortunio a Bernard King il 23 marzo 1985 contro i Kansas City Kings, infortunio che lo tenne fuori dal campo per due anni (onde ritornare purtroppo mai al 100%), vanificando così un devastante potenziale combo assieme a Ewing.

Fin dalla stagione da rookie Pat prese in mano la squadra, risultando il migliore in punti segnati (20 a partita), rimbalzi catturati (9 a partita) e stoppate (2.1 a partita), nonostante la stagione deficitaria da sole 23 partite vinte.

Ewing fu ovviamente nominato Rookie of the Year, con la sensazione diffusa che la sua esplosività e la sua intimidatoria attitudine difensiva lo avrebbero reso ben presto uno dei centri più dominanti della Lega.

Foto Scott Cunningham/NBAE/Getty Images

Hubie Brown se ne andò nella stagione successiva, e dopo una breve permanenza di Bob Hill, i Knicks passarono a Rick Pitino nella stagione 1987/88, che riportò ai playoff New York nonostante un record perdente (38 vinte e 44 perse), dove vennero però eliminati dai Boston Celtics al primo turno.

Ewing si alternava con Bill Cartwright al centro, giocando spesso da power forward, dando una grande presenza ai Knicks sotto canestro. Nel mentre in cabina di regia arrivò un newyorkese doc, Mark Jackson da St. John’s, che nonostante lo scetticismo dei tifosi dei Knicks si rivelò essere un grande e creativo playmaker.

Sempre avendo come fulcro e uomo franchigia Pat Ewing, i Knicks stavano cominciando a costruire una ottima squadra, arrivò Charles Oakley dai Bulls in cambio di Bill Cartwright, così Ewing potè finalmente esprimersi al massimo come centro, con Oakley a fare il lavoro sporco.

I Knicks ebbero una ottima stagione da 52-30, e superarono il primo turno dei playoff cappottando i Philadelphia 76ers, ma già dal secondo turno, New York ebbe un assaggio di cosa sarebbe stato il proprio destino nei Playoff nella decade a venire.

La banda di Rick Pitino infatti si scontrò con i Chicago Bulls di Michael Jordan, che ebbero la meglio 4-2, iniziando così per i Knicks una serie di cinque sconfitte in otto anni nella post season contro la corazzata dei Tori.

Nella stagione successiva sulla panchina dei Knicks arrivò il futuro dispensatore di multe ai giocatori NBA, Stu Jackson, mentre Pat Ewing si confermava letteralmente, assieme a Hakeem Olajuwon, il centro più dominante della NBA, facendo segnare il massimo in carriera per punti realizzati (28.6 punti di media a partita, conditi da 10.9 rimbalzi e 4 stoppate di media).

Fu una ottima stagione per New York, che raggiunse i playoff con 45 vittorie e 37 sconfitte, e superando il primo turno eliminando 3-2 i Boston Celtics, prima di cozzare contro i futuri Campioni NBA Detroit Pistons.

Dopo un’altra stagione caratterizzata da un avvicendamento sulla panchina (Stu Jackson fu rimpiazzato da John MacLeod dopo 15 partite), e un’altra sconfitta ai Playoff per mano dei futuri campioni NBA Chicago Bulls, a New York arrivò l’era di Pat Riley, che suggellò i Knicks come una delle squadre più forti e intense degli anni novanta.

E tutto ruotava attorno a Patrick Ewing, che tra l’altro fu uno dei pilastri della prima spedizione del Dream Team, alle Olimpiadi del 1992, la squadra più forte di sempre.

Foto Slam

Quei Knicks avevano un cast di supporto di tutto rispetto in ogni ruolo, ben costruito ed orchestrato dal GM Ernie Grunfeld, con John Starks, Charles Oakley, Anthony Mason, Hubert Davis, Xavier McDaniel, Charles Smith, Derek Harper, Rolando Blackman, gli anni di quei Knicks furono duri e vibranti, forieri di battaglie vere, contro tutti, i Detroit Pistons, i Chicago Bulls, gli Indiana Pacers, i Miami Heat, la Eastern Conference di quegli anni era un carnaio vero.

I Knicks di Pat Riley, in quattro stagioni, andarono ogni volta oltre le 50 vittorie, raggiungendo le finali di Conference nel 1993, anche in questa occasione sconfitti dai Chicago Bulls, e raggiungendo le Finali NBA nel 1994, sconfitti in 7 partite dagli Houston Rockets.

Quello fu in grande rammarico per i Knicks e per tutti i loro tifosi. 

Quella finale si poteva vincere.

Con Michael Jordan fuori dai giochi a causa del primo ritiro, con la maturità raggiunta dal gruppo sotto i dettami di Riley, con l’entusiasmo di una città intera (e si sa che risonanza può avere l’entusiasmo di New York, anche e soprattutto a livello mediatico) letteralmente impazzita per loro, quei Knickerbockers avevano veramente tutte le carte in regola per farcela.

Quelle Gara 6 e Gara 7 potevano veramente dimostrare che il 1994 era l’anno della città di New York. 

Infatti pochi giorni prima, sempre al Madison Square Garden, i New York Rangers di Mark Messier vinsero la Stanley Cup, facendo vibrare il mondo, in quei giorni, con il motto “The Time has Come for New York”, per gli amanti delle superstizioni e della cabala, “gufando” la vittoria dell’Anello NBA da parte dei Knicks, come naturale conseguenza della vittoria dei Rangers.

Grande rammarico ed occasione mancata, per i Knicks, che il 17 giugno vinsero 91-84 Gara 5 al Garden, con uno stellare Patrick Ewing da 25 punti, 12 rimbalzi e 8 stoppate, mettendo Houston con le spalle al muro.

Le due partite successive però al Summit di Houston furono parzialmente mancate da Ewing e dai Knicks (ad esempio John Starks, l’uomo in più dei Knicks per tutta la stagione e anche nei playoff, concluse Gara 7 con 2 su 18 al tiro), e allo stesso tempo furono il capolavoro di Hakeem Olajuwon, che trascinò Houston alla vittoria 86-84 in Gara 6 e 90-84 in Gara 7, negando a Ewing, Riley e i Knicks, un Anello NBA già (forse troppo) pregustato.

Alla sua nona stagione NBA e al top della propria carriera e della propria condizione fisica, Patrick Ewing vide i suoi sogni crollare, dopo tante sconfitte subite da parte dei Chicago Bulls di Michael Jordan, dopo aver sempre visto la propria strada verso le NBA Finals sbarrata da qualche altra corazzata, una volta raggiunto il main stage, Ewing sentiva veramente di poter salire sul tetto del mondo. 

E forse un’altra occasione non gli sarebbe più capitata. 

Nella Eastern Conference altri temibili avversari stavano crescendo, come gli Indiana Pacers o i Miami Heat, il chilometraggio dell’uomo da Georgetown cominciava ad essere alto, e l’era di Pat Riley ormai era giunta al termine.

Nonostante tutto Ewing continuò imperterrito ad essere l’uomo franchigia dei Knicks, sempre tenendo New York ad un buon livello, portandoli sempre ai Playoff.

Nella stagione 1995/96 arrivò Don Nelson ai Knicks, ma nonostante un record vincente, dopo 59 partite venne sostituito dallo storico assistente di Riley, Jeff Van Gundy, che inaspettatamente fu l’uomo che riportò i Knicks alle NBA Finals.

Abili a ricostruire un ciclo in un tempo abbastanza ristretto, con ottime e coraggiose mosse sul mercato (gli arrivi di Allan Houston, Latrell Sprewell, Larry Johnson, Marcus Camby e Kurt Thomas sono state vere e proprie scommesse, da parte di Ernie Grunfeld), i Knicks si ritrovarono con un coach scelto in emergenza, e che si è dimostrato all’altezza, anche grazie al “vuoto” creatosi ad Est dopo lo smantellamento dei Bulls.

Nella stagione 1998/99 infatti, la stagione corta a causa del Lockout, i Knicks terminarono con 27 vittorie e 23 sconfitte, agganciando l’ultimo posto disponibile per i Playoff, andando a giocare contro la migliore della Eastern Conference, i super favoriti Miami Heat del grande ex Pat Riley e di un altro grande centro da Georgetown, Alonzo Mourning.

Le due squadre non si sono mai amate, e quella rivalità trovò la propria naturale esplosione in quella Serie, che arrivò sul 2-2 alla decisiva Gara 5 alla Miami Arena, dopo screzi, dichiarazioni al vetriolo, risse in campo e con i media di New York e di Miami ad alimentare la polemica.

Sul punteggio di 77-76 in favore degli Heat, con 4.5 secondi da giocare, Allan Houston ricevette la palla al gomito e tirò in avvicinamento. La palla rimbalzò sul ferro ed entrò, suggellando così il difficilmente prevedibile upset che qualificava New York al secondo turno, con la numero 8 del Seed della Eastern Conference.

Per Pat Ewing fu una Gara 5 da 22 punti e 11 rimbalzi, ribadendo ancora una volta che nonostante i 37 anni, il più giovane ed atletico Alonzo Mourning aveva trovato pane per i suoi denti.

Dopo l’upset sugli Heat, i Knicks divennero una squadra in missione, cappottarono gli Atlanta Hawks nelle Semifinali di Conference e batterono 4-2 gli Indiana Pacers nelle Eastern Conference Finals, guadagnandosi, da Cenerentola, l’accesso alle NBA Finals contro i San Antonio Spurs di Tim Duncan e David Robinson.

Foto NBA

Durante le Eastern Finals però accadde l’irreparabile. 

Alla fine di Gara 2 Ewing venne fermato dal medico dei Knicks Norman Scott per una lesione al tendine d’achille sinistro.

Sei settimane di stop per l’uomo da Georgetown, e playoff finiti.

Quando il medico dei Knicks diede la notizia a Ewing, dopo la risonanza magnetica al Beth Israel Hospital di New York, che confermava la sua diagnosi iniziale dopo Gara 2, Scott dichiarò: 

“Pat non mi credeva. Era totalmente distrutto. Ha sempre combattuto e gestito bene i suoi problemi al tendine d’achille, ma stavolta le cose avevano preso una piega diversa. La sua reazione è stata la classica ‘Perchè io?’, ‘Perchè proprio adesso?’”.

Tegola di titanio quindi sulla testa dei Knicks e di Ewing, che d’un tratto videro ridursi le chance di un lieto fine della propria favola di Cenerentola.

Nonostante questo New York superò di slancio ed orgoglio i Pacers, guadagnandosi la chance di affrontare gli Spurs dell’astro nascente Tim Duncan.

E quegli Spurs furono un ostacolo troppo grande per dei Knicks che in mezzo all’area si presentarono con Chris Dudley al posto di Patrick Ewing.

San Antonio vinse il titolo battendo New York 4-1, nonostante le buone performances offensive di Latrell Sprewell e Allan Houston, gli Spurs di Gregg Popovich erano sostanzialmente troppo per quei Knicks, senza Patrick Ewing.

Nonostante questa grande delusione New York anche nella stagione successiva si presentò ancora agguerrita alla corsa per il titolo, con un Pat Ewing tornato in campo e determinato e combattivo come sempre. 15 punti e 9.7 rimbalzi in 33 minuti di media a partita furono un ottimo bottino per un trentottenne reduce da un infortunio molto serio, così l’uomo di Kingston, Jamaica si preparò al suo ultimo assalto al Titolo.

50 vinte e 32 perse per la truppa di Van Gundy in regular season, al primo turno dei playoff New York si sbarazzò 3-0 dei Toronto Raptors, andando ancora una volta incontro al proprio destino.

Anche in quella stagione 1999/2000 i Knicks furono la bestia nera di Miami e di Pat Riley, eliminando ancora una volta (per la terza volta consecutiva, sempre in un’elimination game) gli Heat, in Gara 7 all’American Airlines Arena, dopo le dichiarazioni di Riley che invocava la “Gestapo” per impedire ai tifosi dei Knicks di farsi vedere all’Arena di Miami, e con Sprewell che dopo la vittoria ritornò negli spogliatoi tenendo ben alzato l’asciugamano con il logo dei Knicks. 

Fu gloria vera per i Knicks e anche per Ewing, che ancora una volta se la giocò alla pari con Alonzo Mourning, all’apice della propria carriera.

L’ostacolo successivo furono ancora i Pacers, ma stavolta la fisicità della batteria di lunghi di Indiana, con Dale Davis e Rik Smits ebbe la meglio, eliminando 4-2 New York e guadagnandosi l’accesso alle Finali Nba contro i Los Angeles Lakers.

E quello fu l’ultimo atto, per Ewing a New York.

Era arrivato Scott Layden come GM, che voleva fare piazza pulita e rifondare la squadra, ovviamente senza il vecchio Ewing ma anche senza Coach Van Gundy, e quella sconfitta 93-80 in Gara 6 subita dai Knicks da parte dei Pacers (con Ewing capace comunque di racimolare 18 punti, 12 rimbalzi e 3 stoppate) fu l’ultima partita giocata da Pat con la canotta dei Knicks.

Nella stagione successiva Ewing (o meglio, il suo contratto) venne mandato a Seattle, dove giocò dignitosamente per 79 partite in maglia Sonics, prima di chiudere la propria carriera a Orlando con i Magic nella stagione 2001/2002.

Foto Espn

Probabilmente Layden e i Knicks avrebbero potuto avere un po’ più di rispetto per la icona cestistica di New York degli ultimi 15 anni.

Subito dopo il ritiro Ewing diventò un Players Development Coach, con naturale cura per i centri. Wizards, Rockets (prendendosi cura di Yao Ming), Magic (prendendosi cura di Dwight Howard) e Hornets sono state le sue squadre, prima di diventare head coach della sua Georgetown nel 2017, un’altra icona (come accadde per Penny Hardaway) di un college che ritorna a casa per servire la propria alma mater.

Foto Slam

La sua carriera da giocatore è stata molto ricca di riconoscimenti, Rookie of the Year, All NBA First Team, 11 volte All Star, MOP delle Final Four NCAA, College player of the Year, selezionato tra i 50 migliori giocatori della storia NBA, un titolo NCAA, due Ori Olimpici nel 1984 e nel 1992, numero 33 ritirato da Georgetown e dai New York Knicks, indotto nella Hall of Fame due volte (nel 2008 e nel 2010) e tantissimi altri riconoscimenti.

Ma nonostante tutto ciò, Pat Ewing è stato, purtroppo per lui, uno di quei meravigliosi giocatori che hanno visto la propria carriera “limitata” da altre grandi superstar, che ne hanno frenato la naturale corsa verso meritate vittorie. 

Nato pochi mesi prima di Michael Jordan e Hakeem Olajuwon, due giocatori che hanno virtualmente impedito a Ewing di vincere un Titolo NBA (i Chicago Bulls hanno eliminato i New York Knicks ben cinque volte nei playoff, dal 1989 al 1996, mentre Hakeem con i suoi Rockets ha battuto i Knicks nelle Finali NBA del 1994), l’ex centro di Georgetown ha lottato per tutta la carriera contro queste immense superstar (a cui vanno aggiunti anche David Robinson e Tim Duncan), vedendosi spesso e malvolentieri sconfitto, creando attorno a lui, come è accaduto anche per altri grandissimi giocatori come John Stockton e Karl Malone, un’antipaticissima aura di perdente, nonostante il dominio d’area reiterato per 15 anni e gli innumerevoli premi e riconoscimenti personali, Patrick Ewing verrà ricordato anche come un grandissimo centro, uno dei 50 migliori giocatori della storia NBA, ma uno che non è mai riuscito a vincere un anello.

Come detto oggi Ewing è head coach dei suoi Georgetown Hoyas, presi in mano nel 2017 in un periodo un po’ difficile, e che ora sta faticosamente provando a riportare ai fasti degli anni passati, quando in mezzo all’area per coach John Thompson vi erano centri del calibro di Dikembe Mutombo, Alonzo Mourning, ma soprattutto di Patrick Ewing.

Foto washingtonian.com