articolo di Luca Mich
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Piove. Piove che dio la manda a Seattle.

È la città più piovosa degli Stati Uniti e come spesso succede per zone che sono arrivate tardi quando hanno distribuito la siccità, la gente di qui deve inventarsi come passare il tempo in modo alternativo. C’è lo sport, e ce n’è tanto, c’è la musica ed è quella che spesso innova e sposta i confini, vedi il movimento Grunge e Punk nella seconda metà degli anni ’70, capace di portare suoni grezzi ed attitudini di provincia con le palle ad una nazione sopita e persa al tempo nei suoni sintetici dei sintetizzatori. Le punte dell’iceberg sono i classici Hendrix (prima), Pearl Jam e Kurt Cobain (dopo) ma nel sottobosco si muovono ovunque artisti e supporter che iniziano l’operazione di contaminazione del mainstream, e non è un caso se una delle etichette più importanti della zona si chiami proprio Sub-pop: le sottoculture a Seattle hanno terreno fertile.

È che piove sempre, ci si trova nei garage, nelle palestre, nelle soffitte, negli studi di registrazione. Il colore esce da lì quando il resto è grigio.

Nel resto della Costa Ovest degli USA sorgono playground un po’ ovunque, Seattle non è da meno ma il movimento cestistico e le leggende nascono per lo più in palestra, in quelle piccole delle High-School e in quelle più grandi e celebri delle Università. University of Washington da cui transitano tutti i migliori prospetti, non solo di Seattle ma della nazione intera. Di qua sono passati Isaiah Thomas che è pure originario della vicinissima Tacoma, dove piove uguale tutto l’anno, Markelle Fultz, il re della città Brandon Roy, Detlef Schrempf, Spencer Hawes (ma anche Todd MacCulloch perché nessuna città è perfetta), Justin Holiday, Terrence Ross.

Non tutta gente di Seattle ben inteso, ma se dobbiamo farne una questione di talenti Made-In, beh The Rain City se la gioca forse solo con New York per quantità di genio cestistico: dalla Franklin High School…”The Rocket”, Jason Terry, da Rainier Beach High “il cagnaccio” ex Kings Doug Christie e poi quel pazzo ball-handler di Jamal Crawford. Ma anche Rodney Stuckey, KriptoNate Robinson, Marvin Williams, Michael Dickerson e ancora lui, il talento più puro e cristallino (anche nelle ossa purtroppo) di Brandon Roy che proprio a UW ha iniziato ad incantare. È singolare invece il fatto che il beniamino degli idoli di casa, quei Pearl Jam di cui sopra, fosse un tale di nome Mookie Blaylock, maglia numero 10 all’University of Oklahoma (e mettila via) e poi in NBA con New Jersey, Atlanta e Golden State: da qui il titolo del primo album dei grunger, Ten appunto.

Di talento, a Seattle, ce n’è da sempre per costruire una franchigia NBA, prendendo a prestito per una volta il modello Europeo e non viceversa: associazione sportiva, vivaio, minors, farm team e prima squadra professionistica. E invece no, la franchigia c’era: fondata nel 1967 vince il titolo nel 79 in finale contro i Bullets della Capitale, infiamma una nazione reinventando il concetto di Alley-Oop grazie al duo Payton-Kemp che si arrende solo allo strapotere di MJ negli anni ‘90, consacra il miglior tiratore da tre della storia della Lega (al secolo Allen Ray), sceglie “the next big thing” al draft del 2007, tale Kevin Durant, consegna maglie, titoli, colori sociali e brand al comune e si trasferisce ad Oklahoma City nel 2008. 41 anni al fulmicotone.

Si chiamavano Seattle SuperSonics e di loro oggi rimane solo un gran bel ricordo.

I Sonics sono una squadra cool, c’è poco da fare. Giocare all’interno di quella che i nostalgici come chi scrive ricorda solo ed unicamente come la Key Arena, era come per i Commodores suonare all’Apollo Theater di Harlem, New York: un’esperienza catartica con quasi 20.000 anime ad incitare, urlare, sbracciarsi per i propri beniamini. Ogni maledetta sera, anche se non piove, tutti sotto lo stesso tetto. Nel 79 vince pure il titolo nel delirio totale dei tifosi, in finale contro gli Washington Bullets campioni in carica della letale combo Wes Unseld e Elvin Hayes con un roster clamoroso che schierava il sangue verde Dennis Johnson (rip), il giandone Jack Sikma, l’esperto Paul Silas, poi per anni sulla panchina di un’altra squadra di culto degli anni 90 come gli Original Charlotte Hornets, lo spettacolare folletto Gus Williams ed in panchina quel Lenny Wilkens che proprio a Seattle aveva incantato qualche anno prima (dal 68 al 72) e che guarda caso, anni dopo si sarebbe trovato ad allenare ad Atlanta quel numero dieci così caro al Grunge, Mookie, quello di Oklahoma (ancora).


Nel 79 la città della pioggia è “the place to be”, di quelli come se ne vedono pochi nella NBA: Portland qualche anno prima, Sacramento nei primi anni 2000, Indiana negli anni 90. L’entusiasmo del pubblico è alle stelle e nonostante gli anni successivi non siano altrettanto clamorosi (chiedere il perché al nascente Show-Time di LA), la gente rimane sempre attaccata a quei colori giallo/verdi che fanno tendenza in città, il verde d’altra parte è il colore più brillante e comune in città piovose.

È nell’89 però che la città preme sull’acceleratore: direttamente dalle High-School, una prima assoluta per l’Nba dell’epoca, atterra in città quello che nel giro di pochi mesi sarebbe stato soprannominato da quel momento e per sempre The Reign Man (il regnante), conosciuto anche per ovvia assonanza come The Rain Man (l’uomo della pioggia, omaggio sia alla città sia al celeberrimo film): Shawn Kemp. 208 cm per 120 kg di pura potenza muscolare, Kemp rende il numero 40 un autentico culto, insidiando nelle classifiche di vendita americane l’intoccabile 23 rosso/nero e il celebre 21 bianco/rosso di Wilikins. Come gli altri due e forse più degli altri due, questo qui schiaccia. Schiaccia sempre, in testa a chiunque, in contropiede guidati da lunetta a lunetta, tirando giù tabelloni (letteralmente) ed avversari. Fa piovere.

Ma per un anno è solo a predicare e gli serve qualcuno che lo inneschi, che la palla gliela faccia avere al di là dell’arcobaleno.

Detto fatto, nel 1990 arriva un futuro membro dell’Arca di Gloria di Springfield, indossa un numero che è la metà di quello del compagno, tanto quanto lo è la sua stazza fisica, ma è una bestia, soprattutto in difesa. Lo chiameranno The Glove, il guanto, non a caso.

Si forma il duo più stronzo, sfrontato e devastante della NBA degli anni 90: Gary Payton e Shawn Kemp di cui ogni ragazzino americano e non solo, custodisce gelosamente la cassettina con gli highlights gentilmente offerta da Sprite. Da lì è una cavalcata fino al 1996 quando dopo aver battuto i sempiterni Utah Jazz di Malone e Stockton, i Sonics tornano in finale dopo qualche anno contro i Bulls di Jordan. Assieme ai due trash talkers per eccellenza scendono in campo il futuro Blazers Nate MacMillan, il letale tiratore “io-non-salto-neanche-la-gazza” Sam Perkins e l’ex UW, primo tedesco in NBA Detlef Schrempf: una squadra letale che solo uno in missione per andare a riprendersi un altro 3-Peat poteva battere. Seattle perde le Finals 4 a 2 dopo essere stata ad un passo dal prendersi l’inerzia della serie sul 3 a 2 Bulls ed il duo Kemp – Payton sta già per separarsi, Shawn se ne andrà a Cleveland di lì a poco (‘97) prima di scivolare nell’alcolismo ed uscire senza troppi proclami dalla Nba con un brevissimo passaggio anche a Montegranaro (really?!), dove dicono di averlo visto presentarsi solo per un media day.

I tifosi di Seattle iniziano a prendersela con il proprietario della franchigia Howard Schultz, multi milionario già fondatore di Starbucks ed ex Microsoft, accusato di speculare sui Sonics senza capirne realmente nulla di pallacanestro. Eppure negli anni seguenti sbarcano in città grandi nomi come Luke Ridnour, Rashard Lewis e Ray Allen che danno filo da torcere niente di meno che ai Phoenix Suns di Mike D’Antoni e Steve Nash, dominatori ad ovest almeno in regular season a metà anni zero.

Gli alti e bassi continuano, fino al fondo classifica che però permette di scegliere nel 2007 con la seconda scelta assoluta il longilineo tiratore da Texas University: Kevin Durant. Sembra l’inizio della rinascita per Seattle che con il neo Rookie of The Year è pronta a scegliere Russell Westbrook, far partire dalla panchina uno con la barba, un certo James Harden e a battagliare con San Antonio per il titolo di Western Conference Champions.

Seattle sta per tornare grande ancora, l’NBA sta per colorarsi di verde/giallo. Ma c’è qualcosa che non torna, cioè sì Seattle è in finale, dall’altra parte i Miami Heat di Lebron James, ma qualcosa deve essere andato storto perché quelli a ovest non hanno le maglie verdi e sul petto non compare lo Space Needle… a guardar bene c’è scritto OKC… Oklahoma City.

What the fuck?!

La verità ce la raccontano quelli che a quella finale ci assistono di verde vestiti ma con le facce colorate di bianco, occhi neri scavati e cicatrici disegnate attorno alla bocca: sono Jason Reid e Colin Baxter, meglio conosciuti da queste parti come The Zombie Sonics: i tifosi morti e resuscitati nel trasferimento della franchigia da Seattle a OKC… la città di quel numero 10 tanto caro ai Pearl Jam che forse a posteriori quel disco l’avrebbero dedicato più volentieri al 40 e alle sue schiacciate poderose.

Si perché Oklahoma entra in scena nel 2007 quando il neo proprietario dei Sonics Clayton Bennet, decide che a Seattle può bastare così: niente arena nuova, niente supporto finanziario da investitori locali e allora via, verso la città dove Bennet coltiva tutti i suoi business principali. In mezzo proteste dei tifosi, la municipalità che chiede (ed ottiene) di tenersi almeno i colori sociali, il titolo, il logo, che un giorno non si sa mai… you never know. Baxter e Reid sono due tifosi che non ci stanno: raccolgono firme ed un manipolo di altri tifosi feriti e decidono di girare una video-inchiesta sul caso Sonics, rivelando tutte le bugie ed i sotterfugi di Bennet per trasferire l’amata franchigia in quel postazzo di Oklahoma, dove piove sicuramente di meno ma non c’è la metà di cultura cestistica di cui sanguina invece la città dello stato di Washington.

Il documentario esce nel 2012, si intitola SonicsGate, Requiem For a Team (citando apertamente il titolo più drammatico del regista Aronofsky) e rappresenta migliaia di cittadini che rivogliono indietro quel che gli spetta di diritto, una squadra, una fede. E’ un’impresa disperata che gli Zombie Sonics porteranno in giro per le arene di mezza America, mostrandosi per tutta la stagione e pure alle Finals in diretta nazionale dietro la panchina dei Thunder ad alzare cartelli pro-SuperSonics. Quelli in campo sono degli impostori: Westbrook dovrebbe sanguinare veder/giallo, non blu arancio. Il documentario esce, fa scalpore, fa chiarezza, aiuta il mondo della Nba a capire come sono andate realmente le cose, come Bennet non avesse in realtà nessuna intenzione di rilanciare il Team in quella città, tuttavia una franchigia a Seattle per il momento non è prevista, ci si deve accontentare delle Storm che vincono titoli a ripetizione in WNBA sostenuti da un pubblico affamato di basket sotto qualsiasi forma. 2004, 2010 e 2018: gli anni in cui le Storm, fiero Space Needle sul petto, chiudono la stagione con un anello al dito davanti ad un’arena da sold-out ripetuto. Può bastare per far capire quanto serva una franchigia professionistica maschile in questa città? Forse.

E allora anche l’NBA torna in città per le partite di esibizione e per la pre-season.

Ottobre 2018: Golden State scende in campo proprio qui contro Sacramento per la pre-season, tra le loro fila compare un certo KD, quello che sarebbe stato l’idolo di casa per anni e che avrebbe visto sicuramente la maglia 35 penzolare dal soffitto della fu Key Arena un giorno, ad imperitura memoria. C’è un fuori-copione: al momento della presentazione delle squadre stranamente KD non indossa una maglia giallo/blu come i suoi compagni guerrieri, bensì una Mitchell & Ness verde bottiglia con la scritta Sonics sul petto ed il 40 sulla schiena.

E’ l’omaggio più bello che questa città potesse meritare. KD va verso il centro del campo tra gli applausi del pubblico in delirio, sugli spalti ci sono tutti, Terry, Crawford, gli Zombie Sonics, qualcuno dice anche di aver visto The Reign Man. KD prende il microfono che scompare tra le sue mani come un cono gelato ed urla alla folla che si merita di più di una partita di pre-season, che un giorno la Nba tornerà a Seattle.

Agli Zombie basta questo, una chiamata al risveglio, una speranza per continuare a sognare, nonostante qui a Seattle continui inesorabilmente a piovere.

C’è bisogno di chiamare in causa Brandon Lee? Sì, nemmeno a Seattle può piovere per sempre.