illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Roberto Gennari e Marco Munno

 

 

 

Nel film El secreto de sus ojos, gli agenti Benjamin Esposito e Pablo Sandoval riuscirono solo dopo anni a trovare il criminale Isidoro Gómez: “Quell’uomo può cambiare tutto. La faccia, la casa, la famiglia, la ragazza. La religione. Anche Dio. Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin. Non può cambiare la passione. La passione era quella per il Racing Avellaneda, a cui il ricercato non riusciva nonostante tutto a rinunciare, con la cattura avvenuta direttamente allo stadio Tomás Adolfo Ducó. L’intera vicenda resta una delle rappresentazioni migliori di cosa rappresenti il calcio per l’intera Argentina.

Nell’accezione quasi mistica data al fútbol, gli angeli sono coloro che indossano il diez, con il Dio che resta Diego Armando Maradona.

Quando però proprio a Diego (non esattamente una persona dall’ego contenuto) venne chiesto quale fosse il miglior sportivo nella storia dell’Argentina, non indicò sè stesso o il suo erede naturale Leo Messi; bensì, il nome che fece fu quello di Emanuel Ginóbili.

Foto Espn

Ugualmente mancino, ugualmente geniale, ugualmente decisivo, ugualmente in grado di guidare verso la Terra Promessa chi non ci era mai arrivato prima. Ma l’essere partito sempre lontano dai riflettori per poi far ricredere avversari e compagni è stato l’elemento che ha reso ancor più epiche le imprese del ragazzo di Bahía Blanca.

In quel contesto calciofilo, non sarebbe dovuto essere possibile farsi strada nell’Olimpo dello sport argentino. Fra i tre fratelli, non sarebbe dovuto essere lui quello ad emergere. Con quel telaio, non sarebbe dovuto essere capace di reggere l’impatto col massimo livello della pallacanestro. Con quel background, non sarebbe dovuto essere in grado di battagliare con le migliori Nazionali del mondo. Con quell’attitudine, non sarebbe dovuto essere capace di adattarsi alla pallacanestro di Gregg Popovich.

Invece, Manu è riuscito a fare tutto questo, e tanto altro. Di momenti memorabili ne ha regalati molti, in una carriera per molti versi irripetibile: fra questi, ne scegliamo proprio dieci.

 

 

29 settembre 1995 : l’esordio in prima squadra

Foto elindependiente.com.ar

“No sé si está Ginóbili para la Liga, me parece…” Ovvero, “non so se Ginóbili sia in grado di giocare nella Liga”. Questo fu il commento di Rubén Muñoz (al secondo 42 della clip qui sotto), quando Manu fece il suo debutto nel massimo campionato argentino. Il suo Andino de la Rioja era sotto di una ventina di punti contro il Peñarol, quando coach Oscar “El Huevo” Sánchez decise di mandare in campo quella che era la terza opzione nel suo ruolo, dietro Kenny Sampson e Gustavo Oroná. “Dai Sepo, chiedi il cambio ed entra”: il coach non era certo felice della piega presa dal match a Mar de Plata e si confuse chiamando Manu con il nome del fratello. D’altronde El Narigón (“il nasone”), come era soprannominato allora, era conosciuto soprattutto come il fratello minore di Sebastián e Leandro, già noti per le loro qualità con la palla arancione fra le mani. Come loro crebbe nel Bahiense del Norte, sotto lo sguardo del padre Jorge che ne era presidente e allenatore, prima del prestito all’Andino per fare esperienza. Lì trovò sempre più spazio, aiutato anche dalla sostituzione di Sampson con Brian Shorter (che successivamente ritroverà a Reggio Calabria), che gli liberò minuti in rotazione fra gli esterni (dove fra gli altri c’era anche Daniel Farabello, visto pure lui in Italia). Con la nomina di miglior giovane del torneo iniziò la scalata con la quale diventò, nelle successive due stagioni all’Estudiantes, semplicemente troppo bravo per non trasferirsi in Europa. E quando incrociò da avversario coach Sánchez, non ci andò leggero. Alla guida del Deportivo Roca, in un timeout chiese ai suoi di mandare Ginóbili a destra, dove sarebbe andato in difficoltà; ricevette in cambio da Manu nell’azione successiva una penetrazione proprio a destra, conclusa con una schiacciata devastante e un “Seguí dándome la derecha”(continua a darmi la destra). El Huevo avrebbe dovuto capire di che pasta era fatto il ragazzo dalle tre triple segnate in quella partita d’esordio…

 

 

19 aprile 2000 : l’eliminazione con Reggio Calabria ai playoff

Foto reggioacanestro.com

A coach Gebbia mancava solamente una guardia, da inserire nel nucleo di livello con Oliver, Scott, Tolotti e Santoro, per inseguire concretamente l’ambita promozione in Serie A. Il mercato americano languiva, e allora venne sondato quello argentino che già aveva dato soddisfazioni a Reggio Calabria. Gebbia chiamò Carlos Raffaelli, ex fortitudino diventato procuratore, per chiedere di Jorge Racca. Al suo posto però da Carlos (che già gestiva i due fratelli più grandi) gli fu proposto Manu, che a Racca aveva già soffiato l’ultimo posto nella Seleccion diretta ai Mondiali del 1998. Il coach chiese allora un parere ai due capostipiti (insieme a De Simone) della tradizione argentina della Viola: Jorge Rifatti e Hugo Sconochini, con quest’ultimo che nella Coppa del Mondo divise proprio la camera con Ginobili. I riscontri furono positivi e il ragazzo arrivò in Calabria. Riguardo a quel ragazzo un pò troppo flacointorno all’allora PalaPentimele si sentiva qualche “Per carità bravino questo, ma Hugo era un’altra cosa”. Voci che durarono fino all’esordio di Manu: in Coppa Italia, contro la Bini Viaggi Livorno, Ginóbili a referto scrisse 32. Non fu un fuoco di paglia: per un talento troppo grande per non dominare la serie cadetta (chiusa, per gradire, con 29 punti nell’ultima gara per la promozione contro Biella). Aggiunto il connazionale Montecchia e il già citato Brian Shorter, Reggio andò benissimo anche in Serie A, sorpresa in una stagione regolare che chiude come settima. Si sa però che i playoffs sono un’altra cosa, e nonostante il brutto campionato giocato, la Varese avversaria al primo turno era sempre la squadra campione d’Italia in carica. Le due compagini si spartirono i primi due match (con Manu a mettere 21 punti in gara 1 e 31 in gara 2); nella decisiva gara 3 però il genio di Pozzecco e il talento di Meneghin non furono sufficienti rispetto alla classe di Ginobili. Gli aiuti al centro dell’area di Santiago furono inutili: l’argentino martellò il canestro per tutta la gara e con 25 punti condusse la Viola ai quarti di finale.

 

 

16 giugno 2001 : la zampata finale sul Grande Slam

La Virtus in qualche modo si era già affacciata nel destino di Manu: contro i bolognesi arrivò la sua prima partita in casa in Serie A (con annessa vittoria a sorpresa, presagio dell’andamento dell’intera stagione) nonché l’ultima gara giocata con la Viola, la gara 5 dei quarti di finale in cui fu Danilovic a dominare. Quel Danilovic numero uno delle Vu Nere, che Ginóbili avrebbe affiancato dall’anno successivo. In realtà Manu non era la prima scelta: quello di principale sostegno offensivo allo Zar sarebbe dovuto essere il ruolo di Andrea Meneghin. Ma il Menego virò successivamente sull’altra bolognese, con la Virtus a sguinzagliare Sconochini per pressare il connazionale così da strapparlo all’altra pretendente Olympiacos. Quando perciò arrivò il sorprendente annuncio del ritiro di Danilovic, in qualche sussurro fra i tifosi si sentivano degli “Accontentiamoci”. Mutò in breve in “Contenti”, per poi evolvere in “Entusiasti”.

L’orchestra virtussina era zeppa di virtuosi interpreti: dal playmaker Rigaudeau al lungo Griffith, dai giovani Jaric, Smodis e Andersen ai navigati Frosini, Bonora e Abbio. Ma l’eccezionale primo violino di quelle meravigliose sinfonie, con Messina direttore d’orchestra, era Ginóbili. Dopo le iniziali battute d’arresto (sconfitta in Supercoppa contro Roma, all’esordio in Eurolega e subito alla terza giornata di campionato), con un tiro incredibile dopo l’altro guidò la squadra ad una striscia di 33 vittorie consecutive fra campionato ed Eurolega. Quando arrivarono i momenti caldi, Manu non deluse e con lui l’intera squadra: vittoria in serie di Coppa Italia, Eurolega e campionato, con l’ultimo Grande Slam di una squadra italiana. Per lui, il premio di MVP del campionato e delle Finali di Eurolega.

Fra le tante pennellate d’autore di una stagione strepitosa, forse quella più simbolica è quella di gara 2 di finale scudetto contro gli eterni rivali fortitudini: bastonati al derby d’andata in campionato col famoso +37, subiti nel derby di ritorno, superati nelle semifinali di Eurolega (comprendendo il recupero dal -18 della fine del terzo quarto di gara 3). Nel penultimo sconto della stagione fra le due, altro finale tirato: ma quando Myers, emblema della Fortitudo, a 55 secondi dalla fine stava per appoggiare il layup del -3, venne stoppato da Ginóbili, con un gesto che simbolicamente fermò anche le ambizioni di vittoria dell’Aquila.

Dopo un altro anno, fu pronto per il Mondiale e per la tappa successiva, quella della NBA.

 

 

15 agosto 2004 : la vendetta della Generacion Dorada

Foto Fiba

Il Mondiale del 2002 è stata una delle manifestazioni che a livello internazionale ha maggiormente definito la figura di Ginóbili nella storia della pallacanestro. Dopo la figura mediocre nella Coppa del Mondo del 1998 e la mancata qualificazione alle Olimpiadi del 2000, la selezione argentina col ciclo della Generación Dorada si accingeva a ritagliarsi un ruolo da protagonista sulla scena della pallacanestro mondiale. I due ori conquistati ai campionati sudamericani e a quelli americani precedenti, conclusi senza sconfitte, rendevano un’incognita il talentuoso gruppo di cui Manu era la gemma più splendente. Incognita che si trasformava partita dopo partita sempre più in certezza, ma di sconfitta degli avversari: l’Argentina arrivò fino in finale (conquistando nel mezzo del percorso anche lo scalpo della nazionale USA targata NBA per la prima volta nella storia), dominando anch’essa per gran parte della sua durata fino allo show di Bodiroga che guidò recupero e sorpasso della Yugoslavia. Il sapore di quell’argento fu quindi agrodolce, per l’intera truppa di coach Magnano e per Ginóbili in particolare: nella semifinale con la Germania rimediò un infortunio dal quale non recuperò totalmente, scendendo in campo per quell’ultimo atto per una manciata di anonimi minuti.

Nelle Olimpiadi di due anni dopo, la ricerca della vendetta sportiva era dichiarata: non poteva esserci a proposito esordio migliore ad Atene, con la rivincita in programma con gli slavi. Anche questa volta il match è tirato, anche questa volta si finisce al fotofinish. Ma Ginóbili stavolta era in campo: qualche attimo prima della sirena finale tirò fuori la più convincente dichiarazione d’intenti dell’Argentina per il torneo. Grecia, Stati Uniti e Italia superati nella fase ad eliminazione (con annesso miracolo, contro il primo ma soprattutto contro il secondo avversario) fino alla conquista dell’oro, avrebbero dovuto cogliere il messaggio: non ce ne sarebbe stato per nessuno.

 

 

21 gennaio 2005 : il massimo in carriera di 48 punti contro i Suns

Foto Ronald Martinez/Getty Images

Anche negli Stati Uniti, come al solito, l’avventura di Ginóbili era iniziata a fari spenti. Dopo il primo anno a Reggio Calabria, sentì chiamare il suo nome nel draft NBA solamente alla 57esima scelta, buttato lì dagli Spurs che non avevano gran necessità di cambiare la squadra che aveva appena vinto le Finals. Durante le quali, dice la leggenda, furono Buffa&Tranquillo nel corso di una cena al ristorante “Mi Tierra” di San Antonio a tesserne le lodi al gm Buford. Certo, rispetto al tempo della sua chiamata, Immàniuel(così come venne pronunciato dal vice commissioner NBA Rass Grenick al draft) si presentava oltreoceano con un MVP delle Finali di Eurolega in più nel curriculum: non era sufficiente a dargli una grande credibilità nella Lega (quello non accade neanche ai giorni nostri, vedasi Doncic e i Kings), ma mostrava che almeno la stoffa nel ragazzo c’era.
Altroché, se ce n’era: offrendo un contributo sempre maggiore agli Spurs, anche nella Lega scalò pian piano le gerarchie. Fu un prezioso complemento alla squadra nel titolo del 2003, ma fu nel 2005 che iniziò a stazionare ai piani alti della piramide NBA. In quell’anno arrivò la sua prima chiamata per l’All-Star Game NBA, grazie anche a quello che fu il suo massimo in carriera: il 21 gennaio, contro i Suns, segnò la bellezza di 48 punti. 11/15 da due, 5/7 da tre, 11/12 ai liberi: ormai Manu era diventato letale anche nel campionato a stelle e strisce. E in quella stagione non aveva ancora dato il meglio…

 

 

 

Giugno 2005: le Finals NBA (quasi) da MVP

Foto Brian Bahr/Getty Images

 Se il titolo vinto nel 2003, nell’anno da rookie, era da considerarsi soprattutto figlio di Tim Duncan (meritato MVP della squadra col miglior record della Lega), con Manu che vide crescere il suo minutaggio nel corso della stagione fino ad arrivare ai playoff come quinto degli Spurs per tempo trascorso in campo, coi suoi che a suon di 4-2 portarono in Texas il secondo anello della loro storia, fu nelle Finals del 2005 che Ginóbili era chiamato a confermarsi definitivamente per quello che era: un All-Star NBA. Due anni prima, di fronte c’erano i New Jersey Nets, ovvero Kidd e non moltissimo altro. Stavolta l’avversario era decisamente più tosto: i Detroit Pistons di coach Larry Brown, campioni in carica, capaci l’anno prima di lasciare solo le briciole ai Los Angeles Lakers. E Manudona rispose, com’è sempre stata sua abitudine, “presente”. Decisivo con 26 e 27 punti nelle prime due partite casalinghe delle finals a San Antonio, in difficoltà come tutti gli Spurs nelle prime due partite ad Auburn Hills, con il famoso -31 di scarto in gara 4 che sembrava aver indirizzato la serie verso Rasheed Wallace e compagni, in gara 5, mai come in questa serie pivotal game, solidificò il suo status nell’Olimpo dei grandi del basket di quegli anni. In una partita dove paradossalmente il canestro sembrò esserglisi ristretto (5/16 dal campo, 0/4 da oltre l’arco, stoppato da Ben Wallace nell’ultima azione del quarto quarto), Manu restò tantissimo in campo, oltre 43 minuti in tutto. Contro i padroni di casa fu un’autentica battaglia, che dopo i 48 minuti regolamentari vide le due squadre appaiate a quota 89, e che nei primi 4 minuti e 50 secondi del supplementare poteva contare 2 canestri dal campo per Detroit (più due liberi realizzati) e altrettanti per San Antonio. Mancavano 9.4 secondi alla sirena del primo overtime quando i Pistons accarezzavano il sogno di recarsi in Texas avanti nella serie 3-2 dopo essere stati sotto per 2-0. Horry alla rimessa, palla a Ginóbili in angolo con l’ordine di cercarsi un tiro liberandosi di Prince, Rasheed Wallace sceglie di raddoppiarlo, forse per cercare di costringerlo alla palla persa, Manu legge tutto come se fosse un libro aperto, scarica su Horry, a quel punto libero, oltre la linea del tiro da tre punti: invito a nozze ovviamente raccolto e convertito in tre punti, per il nono assist della serata per l’argentino. San Antonio tornò in Texas avanti 3-2 e chiuse la serie in gara 7 con un Ginóbili impeccabile: 8/13 dal campo, 5/5 dalla lunetta, 23 punti in una serata in cui Duncan litigò in modo insolito col canestro (10/27 per il caraibico). Non aveva ancora compiuto 28 anni, Manu, ma aveva già vinto da protagonista il campionato italiano, l’Eurolega, i giochi olimpici e la NBA.

 

 

21 aprile 2008 : Sesto Uomo dell’anno

Foto Slam

Quando iniziò la stagione 2007-2008, Emanuel Ginóbili era un trentenne che aveva già vinto tutto, e per giunta da protagonista. Ai due anelli del 2003 e del 2005 se ne era aggiunto un terzo, nel 2007, contro una versione non certo irresistibile dei LeBron Cavs. La vittoria per 4-0, l’unica nei 15 anni che vanno dal 2003 al 2017, non fu praticamente mai in discussione. Manu era un elemento chiave nello scacchiere tattico degli Spurs di coach Popovich, la variabile impazzita in un sistema avanti sui tempi, che faceva della circolazione di palla e delle spaziature offensive il proprio mantra, unito ad un assetto difensivo che aveva pochi uguali nella Lega (nel 2003-2004 gli Spurs tennero gli avversari ad una percentuale complessiva del 40.9% dal campo, terza miglior prestazione di sempre, meglio di quanto siano mai riusciti a fare i Detroit Pistons e i Chicago Bulls, per dire). In questo contesto, un giorno Pop si presenta da Ginóbili e gli fa: “Immàniuel, mi sono convinto che tu potrai esserci più utile uscendo dalla panchina. Non cambierà niente nel tuo minutaggio, anzi, giocherai più di prima, ma ho bisogno dei cambi di ritmo che saprai dare alla partita. Vedrai che anche tu renderai meglio.” Hai trent’anni, tre titoli, ti dicono che non partirai più in quintetto: lo accetti perché vuoi vincere ancora, anche se in un angolino della mente si insinua un tarlo che ti dice che non sei più indispensabile… Non deve essere stato semplicissimo, per Manu, non sentire più il suo nome all’annuncio degli starting five, ma la testa è sempre stata quella del grande campione. Già nella seconda partita di regular season, contro i Memphis Grizzlies, uscendo dalla panchina mise a referto 30 punti e 7 assist in poco meno di 31 minuti sul parquet. Alla fine le cifre gli dissero che coach Popovich gli aveva detto la verità. In 74 presenze (di cui 51 partendo dalla panchina), per Ginóbili in media 19.5 punti, 4.8 rimbalzi (entrambi career high), 4.5 assist e 1.5 palloni rubati, col 40.1% da tre e il 46% dal campo. San Antonio chiuse con un record di 56 vinte e 26 perse, terza nella Western Conference. Ginóbili fu il primo giocatore nella storia della franchigia a vincere il premio di Sesto Uomo dell’anno. I 31,1 minuti giocati a partita furono il suo minutaggio medio più alto: chissà se quando sollevava quel trofeo avrebbe mai immaginato che la sua carriera negli USA sarebbe andata avanti per altre dieci stagioni, e che l’attesa per il quarto anello sarebbe durata fino al 2014.

(Trovatelo voi un sesto uomo che in una partita ne segna 46)

 

15 giugno 2014 : schiacciasassi su Bosh e gli Heat

Foto David J. Phillip

Il 15 giugno del 2014 Manu Ginóbili aveva 36 anni e 322 giorni. I San Antonio Spurs avevano il primo match point nella serie delle Finals 2014 contro i Miami Heat dei Big 3 James, Wade e Bosh, che tanto rocambolescamente gli avevano soffiato il titolo l’anno prima, infliggendo a Ginobili e ai suoi una delle sconfitte più cocenti della storia per come era maturata. Bosh era il giocatore che aveva strappato il rimbalzo dalle grinfie dei giocatori in neroargento l’anno prima, e intelligentemente l’aveva scaricata fuori per Ray Allen che segnò una tripla di una certa importanza. A metà secondo quarto, San Antonio ha ricucito un primo tentativo di fuga degli Heat, avanti anche di 16 a inizio gara e di 7 in apertura di frazione. Manu entra in campo a 5’53” dall’intervallo lungo in sostituzione di Marco Belinelli, con lo svantaggio dei neroargento ridotto a sole tre lunghezze. Poco dopo, la tripla di Kawhi Leonard dà ai suoi il primo vantaggio della partita e il layup di Manu il +4, costringendo Spoelstra al time-out. Nella prima azione dopo il minuto di sospensione, Wade commette fallo in attacco, dall’altra parte Ginóbili si guadagna un fallo (convertendo solo un libero su due), poi Bosh sbaglia una tripla. Il 20 degli Spurs, come si dice in questi casi, “sente l’odore del sangue”: tutte quelle gare partendo dalla panchina gli hanno dato una comprensione del gioco ancora superiore, Manu se lo sente dentro, che quello è il momento di spezzare psicologicamente l’avversario, il momento di piazzare la giocata che nessuno si aspetta e annullare ogni residua velleità degli Heat. Perché l’avversario è forte, quindi rispettato, e soprattutto perché non c’era nessuna voglia di rivivere i fantasmi dell’anno precedente. Così Manu fa quello che nessuno si sarebbe aspettato da lui: riceve fuori dalla linea dei tre punti fronte a canestro, si libera di Ray Allen aprendo il palleggio, accende la macchina del tempo, stacca nel pitturato, Chris Bosh a contrastarlo…

 

 

 

9 maggio 2017 : ancora il mancino più decisivo

Foto Ronald Martinez/Getty Images/AFP

Tante cose erano cambiate dal titolo del 2014: Tim Duncan è un ex giocatore, a San Antonio c’erano ancora Ginóbili e Tony Parker, in post basso il posto del caraibico era stato preso da LaMarcus Aldridge, affiancato da Pau Gasol. Patty Mills e Danny Green venivano su bene, e infatti gli speroni chiusero la regular season a 61 W e 21 L, secondi di tutta la Lega dietro ai soli, inarrivabili, Golden State Warriors. Tutti gli analisti concordavano sul fatto che erano proprio gli Spurs, il principale ostacolo tra i Warriors, che ad una squadra già mostruosa avevano aggiunto Kevin Durant, e il titolo NBA. Se non che la rottura del tendine del ginocchio di Tony Parker sembrò spianare la strada a Houston per la finale di conference. Certo, il contributo del francese non era già più quello dei suo prime, ma erano state proprio le sue giocate ad aver fatto la differenza in gara-2, dopo che il primo atto del derby texano si era chiuso con un nettissimo successo dei Rockets all’AlamoDome. La serie andò avanti con un’altra vittoria a testa, giungendo, ancora una volta, al pivotal game, a gara-5, con le squadre sul 2-2 e in parità al termine dei regolamentari. A un minuto dal termine dell’overtime, si accese Danny Green, che mettendo a referto sette punti in un amen, portò i neroargento all’ultimo possesso sul 110-107. In un certo senso, la NBA in questi frangenti è più prevedibile di altri campionati: tutti sapevano che sarebbe stato James Harden a prendersi l’ultimo tiro. Quel James Harden a cui, al momento della scelta al draft, fu detto dal gm Sam Presti di studiare proprio il modo di giocare di Ginóbili. Nel match d’altro canto era già in tripla doppia, anche se il suo 33-10-10 era per certi versi ingannevole: il Barba era a 4/14 da tre e aveva anche 9 palle perse nel suo box score. Ciononostante, la sua innata capacità di costruirsi un tiro dal nulla e contro qualsiasi avversario faceva pensare che sarebbe stato proprio lui a scagliare la tripla del potenziale pareggio. Dopo una rimessa complicata, il numero 13 dei Rockets era marcato da Jonathon Simmons, ma sul consegnato di Ryan Anderson finì accoppiato con Ginóbili, sbilanciato dalla spallata di Harden che lo superò in palleggio. Manu però è un cagnaccio, non era arrivato alla soglia dei 40 anni a giocarsi la vittoria di una semifinale di conference NBA mollando dopo una spallata. Harden aveva la visuale spalancata, e caricò l’arresto e tiro da oltre l’arco come un’infinità di altre volte. Immaginava, però, un epilogo diverso per il suo tiro. Invece, ancora una volta, Manu decise di tirare fuori un coniglio dal cilindro, dare un colpo mortale al morale degli avversari, chiudere la partita e, di fatto, la serie.

 

 

 

24 aprile 2018 : adiós

Foto NBA

Siamo alla Oracle Arena di Oakland, California. Da una parte i Golden State Warriors, sia pur privi di Steph Curry, campioni uscenti della NBA, avanti 3-1 nella serie. Dall’altra, dei mai domi San Antonio Spurs. Ancora non lo sappiamo, che sarà l’ultima partita in NBA di Manu Ginobili, un po’ perché il ritiro non era mai stato annunciato ufficialmente – e di fatto lo sarà solo quattro mesi dopo questa partita. Manu non è più un ragazzino, quello che ha perso in esplosività lo ha compensato con la tecnica, l’esperienza, la furbizia, una dote che non gli ha mai fatto difetto. Il numero 20 è il leader di ogni epoca per palle rubate e triple segnate con la casacca neroargento. Gli assist, contro Golden State, saranno 7, di cui tre nel finale di partita in cui San Antonio cerca fino all’ultimo di restare aggrappata alla partita e alla serie. I rimbalzi, altro fondamentale in cui Manu si è sempre difeso egregiamente, 5. E i punti? Dieci, anzi, diez, come il numero magico dei fuoriclasse, dei fantasisti, dei geni. Diez,come il numero di maglia che aveva alla Viola Reggio Calabria, quando partì da Bahia Blanca alla conquista dell’Italia, dell’Europa, dell’America, dei giochi olimpici. La stella più splendente di una generacion dorada, il giocatore più amato da una nazione che, da sempre, ha nel sangue la voglia di vincere, stupire, sorprendere.

Questo è stato Ginóbili.

Uno che adesso che non gioca più manca pure a quelli che non l’hanno mai amato davvero.