grafica di Mattia Iurlano
articolo di Marco A. Munno

 

 

La lezione era stata imparata bene da Sam Presti, nei tempi in cui lavorò come assistente al general manager R. C. Buford agli Spurs: quando arrivò il momento di selezionare la terza scelta assoluta durante la Draft Night del 2009 per i suoi Thunder, il neo gm di Oklahoma City virò sul nemmeno ventenne James Harden, andandolo a sommare agli altri due giovanissimi Kevin Durant e Russell Westbrook, per la composizione di un terzetto che rappresentasse l’evoluzione next-gen della compagnia dell’anello di San Antonio. Nelle fantasie del dirigente, Durant avrebbe incarnato il profilo di mago dei fondamentali, spostando però un fisico imponente lontano da canestro; Westbrook sarebbe risultato una versione di Tony Parker ugualmente guastatore ma con tutt’altra verticalità; The Beard avrebbe assunto il ruolo di sesto uomo di lusso, ma decisivo nelle azioni chiave, rispetto agli altri con lo stile di gioco più vicino a quello del suo parallelo nel trio neroargento Manu Ginobili.


Mancini naturali, creazione di gioco per sè e per gli altri, tiro da fuori, eurostep, controllo del corpo per concludere con la mano preferita

Proprio nella serie che contrappose i capostipiti Spurs e i Thunders designati successori per la conquista della corona di migliore della Western Conference, all’interno di un duello dalle alterne fortune tra i due mancini, dove James si presentava forte del suo premio di Sesto Uomo dell’Anno, ruolo storico di Manu, fu Harden a segnare il tiro decisivo nella gara 5 chiave dell’intera serie:

Nei momenti topici il Barba, come Gino, non rinuncia alle responsabilità

Si sa però che l’evoluzione porta i soggetti ad andare oltre ciò che li precede. Così come non accettò di seguire lo sciagurato percorso del padre, più volte in cella, del quale porta lo stesso nome ma del quale nasconde il legame (rappresentato dal suffisso “Junior”, che il Barba però non usa nella firma), a differenza di El Contusion Harden soffre una considerazione ritenuta inferiore a quella di Durant e Westbrook; al momento di firmare il rinnovo, non accetta un compenso inferiore al massimo come proposto da Presti ed arriva alla separazione dai Thunder, per andare a splendere di propria luce in quel di Houston.

Ai Rockets il prodotto di Arizona State assume subito il ruolo centrale tanto agognato; glielo consegna il general manager Morey, uno degli dirigenti della lega maggiormente legati all’utilizzo delle statistiche avanzate, che aggiungendolo ad un roster che avrebbe sino a quel momento contato su Jeremy Lin e Omer Asik quali migliori giocatori dichiara come Harden possa rappresentare un pezzo fondante per la costruzione di una squadra da titolo.

D’altro canto, nelle sue considerazioni basate dalle evidenze numeriche, valutando come conclusioni dal maggior valore i layups, i tiri da tre punti e quelli liberi, Morey era alla continua ricerca di giocatori che per proprie caratteristiche effettuassero pochi tentativi dal midrange; la percentuale di tiro reale, che pesa in maniera differente da quella usuale il valore di triple e liberi, fatta registrare da Harden nell’ultima stagione ad Oklahoma City fu del 66% (solo Charles Barkley in singola stagione ne registrò una migliore nell’intera storia) e il dato non poteva che rappresentare musica per le orecchie del gm.

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Harden si presenta esordendo con 37 punti e 12 assists, mostrando un miglioramento costante nell’arco delle prime 4 stagioni con la nuova casacca in cui raggiunge sempre i playoffs: grazie al costante lavoro, costruisce la propria identità distintiva a suon di prestazioni realizzative notevoli, movenze felpate, capacità di guadagnarsi tiri liberi unica nella NBA, una barba incolta divenuta icona cult e giocate fantastiche in modalità “cooking Harden”:

Tuttavia, i Rockets non si presentano mai come seria contendente al titolo. Nemmeno l’aggiunta nel 2013 di Dwight Howard, quale lungo per completare il duo di All Stars, avvicina Houston alla terra promessa risultando simili al perdente asse McGrady-Yao Ming invece che al vincente Drexler-Olajuwon come sperato. In particolare, al riconoscimento di abilità balistiche di prim’ordine si associa quello di un atteggiamento difensivo disinteressato al limite del macchiettistico e di una preoccupante tendenza ad adombrarsi nei momenti in cui la sua leadership sarebbe più richiesta nei playoffs.

Nel tentativo di cambiare l’andamento delle cose, il front office sceglie di restare ancora al suo fianco nel dualismo con Howard, non rinnovando il contratto di Dwight e assumendo un coach con uno stile che si pensasse più congeniale alle caratteristiche di Harden, firmando Mike D’Antoni. Le riflessioni sono giuste: il mix fra i due funziona a meraviglia. La rivisitazione del sistema che portò alla ribalta il coach ai Suns di Steve Nash, applicato a Houston intorno al ventisettenne Harden, consegna il James migliore della carriera nel suo prime sportivo, reinventandolo playmaker in grado di creare quanto più gioco possibile. Il suo valore d’elite come passatore tanto quanto quello di realizzatore era già nelle corde del ragazzo, solamente sopito; sin da quando, nell’Artesia High School coach Scott Pera dovette chiedere al (non ancora) Barba di prendersi più conclusioni personali rispetto al grande coinvolgimento dei compagni per poter vincere più gare.

Così come allora la sua etica lavorativa lo portò da quella richiesta a vincere due titoli statali, oppure a trasformarsi in un penetratore collezionista seriale di tiri liberi dopo i trascorsi da spot-up shooter e le scommesse con gli hamburger offerti dal coach (invece degli sprints da lui dovuti) se ne tirasse almeno sei a partita negli anni di high school, Harden arriva allo step successivo del proprio gioco. Le sue cifre personali esplodono: 29.1 punti (secondo nella lega e massimo in carriera), 11.2 assists (primo nella lega, +3.7 rispetto alla scorsa stagione e massimo in carriera), 8.1 rimbalzi (+2 rispetto alla scorsa stagione e massimo in carriera), 22 triple doppie(massimo in carriera), con 756 triple tentate (terzo valore più alto di sempre) a testimonianza di un rendimento eccezionale; i Rockets si dimostrano squadra rivelazione ad Ovest, con D’Antoni a conquistare meritatamente il premio di Coach of The Year grazie soprattutto all’evoluzione indotta al gioco di Harden, diventato oramai una delle figure maggiormente polarizzanti dell’intera Western Conference.

Forse l’highlight della sua stagione: la straordinaria tripla doppia da 53 punti, 16 rimbalzi e 17 assists, unica nella storia con almeno 50+15+15 e con record di punti personale (almeno fino ad allora)

Tuttavia, quando si arriva alla postseason, Houston nuovamente sembra non esprimere tutto il suo potenziale. Dopo aver eliminato i Thunder del suo passato, Harden non riesce a condurre i suoi oltre l’ostacolo degli Spurs; soprattutto conferma le critiche dei detrattori che mettono in risalto la sua tendenza ad abbassare il rendimento nei momenti importanti, con un atteggiamento rinunciatario nella gara 6 da dentro o fuori dopo che nella precedente gara 5 fallì il tentativo sulla sirena della vittoria, fermato dalla stoppata, a chiusura dell’immaginario cerchio, proprio di Manu Ginobili.

Insomma, al termine della miglior stagione in carriera di Harden, l’onorificenza di MVP della stagione è andata a Russell Westbrook e quella di MVP delle finali a Kevin Durant, gli altri due componenti dell’ex terzetto di OKC, come a voler dare in fondo ragione alla tesi di Presti. Inoltre, la dirigenza Rockets gli affianca un altro pezzo da 90 nel backcourt, quel Chris Paul di cui non si discute il valore individuale ma la possibile convivenza con Harden stesso, vista la prerogativa di entrambi di monopolistica gestione dei possessi e un eventuale ridimensionamento proprio di James.

Inizia l’annata: niente di più sbagliato

Per esprimere una pallacanestro migliore di quella già messa in mostra, Harden punta direttamente ai massimi possibili. Spinto nuovamente dalla sua tenacia, si presenta con un fisico asciugato di 5 kg, grazie al lavoro estivo; in campo, effettivamente diminuisce come si prevedeva il numero degli assist (-2.4 a gara) ma migliora tutto il resto.

30.4 punti a partita (+1.3): primo nella lega.

624 tiri liberi realizzati: primo nella lega.

265 triple messe a segno: primo nella lega.

15.2 di Win Shares (+0.2): primo nella lega.

10.8 di Box Plus/Minus (+0.7): primo nella lega.

29.2 di Player Efficiency Rating (+1.8): primo nella lega.

Che si trattasse di un giocatore in grado di affrontare tutte le scelte della difesa nel suo contenimento era già noto; il Barba sa prendere vantaggio tramite continui cambi di mano finchè non induce il difensore a sbilanciarsi:

 

Penetrare in layup proteggendosi dal recupero appena tagliato fuori il marcatore con la massiccia struttura fisica:

 

Cambiare direzione con un Eurostep, rinunciando alla conclusione dal midrange ma circumnavigando il difensore per poi chiudere allungando le leve:

 

Frustrare le difese fisiche ricercando anche esageratamente il contatto così da collezionare liberi a favore (ricordando che da tre stagioni è leader della lega sia per liberi tentati che per realizzati):

 

Punire con arresto e tiro lo spazio concesso e cercare separazione dalla difesa tramite step backs:

 

Disponendo di un raggio di tiro fra i più ampi della Lega e sfruttandolo senza esitazione:

 

La sua produzione in isolamento annuale raggiunge però dei livelli impensabili. Il ragazzo realizza 1.24 punti in quelle situazioni, il dato più alto registrato per giocatori con almeno 100 possessi da quando nel 2004 viene misurato; il primatista medio si attesta intorno ad un 0.90. La straordinarietà del valore si coglie forse meglio in un altro modo: Harden segna singolarmente 11.9 punti a gara in questa situazione, più di tutte le altre 29 squadre NBA. No, non c’è nessun errore di scrittura.

Anche quando si tratta di un singolo movimento, lo step back dietro la linea tre punti, l’unico paragone col volume di tiri presi da James è quello relativo alle squadre intere: Harden ne ha tirati 175, più dei Denver Nuggets primatisti nella categoria con 122 e ne ha segnati 78 (con un superbo 44.6%), più dei Portland Trail Blazers primatisti nella categoria con 45.


E’ chiaro come si possa quindi arrivare a prestazioni individuali del genere, con la prima tripla doppia della storia con 60 punti realizzati

Combinando la sua pericolosità individuale con una collaborazione di un bloccante atletico nei pick’n’roll tanto cari a coach D’Antoni, si ottiene quindi una punizione continua delle collaborazioni difensive avversarie: un aumento di efficienza di Clint Capela, primatista per percentuale al tiro della lega con il 65.2%, tale da candidarlo fra i cestisti maggiormente migliorati in questa stagione, non facendo rimpiangere il predecessore Howard, non può non essere almeno in parte accreditato al talento di Harden stesso, responsabile di 198 assists sui 361 ricevuti dallo svizzero.

Vista la pericolosità al tiro di Harden, il difensore del palleggiatore può provare ad inseguirlo con il marcatore del bloccante a tenere il 2 vs 1, puntualmente battuto dal lob per il taglio dello svizzero

L’altra possibilità è uno show molto forte del difensore del bloccante su Harden; in pieno controllo del corpo da James viene pescato Capela sotto canestro

Anche le letture più avanzate sono ovviamente effettuate con eccellenza da James; proprio con lo svizzero in campo, i tentativi di squadra da due e tre punti si dividono equamente (49.9% quelli tentati da due e 50.1% quelli tentati da tre), ad indicare come anche rotazioni difensive che coinvolgano più uomini siano riconosciute e punite dal Barba.

Sul blocco portato da Capela, i difensori di bloccante e palleggiatore si concentrano su Harden mentre quello di Paul va in prerotazione: il passaggio di James a CP3 è più rapido del recupero del suo marcatore così da lasciare un tiro pulito

Il tutto senza disdegnare lo spettacolo:

Facile, no?

James si pone all’eccellenza offensiva assoluta della NBA, non solo per questa stagione, ma toccando vette relative all’intera storia della Lega. Ad esempio, di giocatori in grado di completare annate con almeno 30punti e 8 assists con una percentuale reale al tiro almeno del 60% abbiamo un solo esemplare, ovvero Sua Maestà Michael Jordan.

Insomma, dal punto di vista concettuale, in una Lega che dai Warriors campioni ai Raptors sorprendentemente primi nella Eastern Conference ha sposato come filosofia vincente quella del continuo flusso di gioco e di un ritmo elevato al posto degli stagnamenti della palla nella iso-ball tipica di qualche anno fa, aiutato da un campo allargato dalla presenza di quattro tiratori o di un lungo per aiutare nella ricerca di un primo vantaggio tramite giochi a due, il Barba traccia una strada vincente in controtendenza, abbassando i ritmi e giocando continui 1 vs 1, con un tipo gioco più simile a quello da campetto (quelli che puntualmente frequenta le estati, in cui è habitué della famigerata Drew League) e castigando puntualmente gli aiuti necessari per la sua incontenibilità con un solo difensore. Tanto da aver portato un allenatore noto per il suo sistema “7 seconds or less” ad accettare i 7 palleggi dopo i quali prende il 48.7%, sostanzialmente la metà, dei suoi tiri.


Vi sentireste di dire che è stato inefficiente per aver palleggiato troppo?

Anche riguardo alla nota dolente del suo gioco, quella dell’efficienza difensiva, sembra aver cambiato registro: nonsi tratterà di un difensore d’elite, ma con maggiore abnegazione mette a disposizione il possente fisico per marcare giocatori dalle diverse posizioni, concedendo meno di 0.8 punti agli isolamenti avversari e risultando tra i migliori 25 per deviazioni sui passaggi e palle vaganti recuperate.

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Grazie ad un tale contributo, i suoi Rockets hanno letteralmente spiccato il volo durante questa regular season; hanno conquistano la vetta della Western Conference per la prima volta nella loro storia, superando il record di vittorie di franchigia (il precedente era di 58, nella stagione 93/94 del titolo vinto con Olajuwon MVP; finiscono a 65 come sole altre 20 squadre nella storia della NBA) e piazzandosi prima della lega per percentuale reale al tiro dal campo, assist-to-turnover ratio e net rating. Il terzetto cardine del team, composto da Harden, Paul e Capela, quando schierato contemporaneamente ha collezionato un recorddi 44 vittorie e 3 sole sconfitte. Si presentano ai playoffs consci di poter almeno sfidare quei Golden State Warriors ritenuti sin da inizio stagione senza avversari credibili: se gli infortuni non rappresenteranno un fattore, la sfida del team texano ai campioni NBA sembra lanciata.

D’altro canto, sembra davvero azzardato mettere dei limiti ad un Harden in questo stato di grazia, al suo picco assoluto di efficienza e convinzione nei propri mezzi: nella sua continua scalata verso le vette della Lega, ora non si può che considerarlo un numero uno assoluto.