«O wonder! How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!»
William Shakespeare, La tempesta, Atto V, Scena I, vv. 203–206

 

Per coloro che sono appassionati alle vicende e alle storie dedicate alla palla a spicchi ogni tanto capita. Non importa del continente o della nazionalità, non importa delle coordinate geografiche in cui si gioca ma accade di essere attratti dallo stile peculiare o dalla personalità di qualche giocatore per vari e svariati motivi finché, senza che ci si renda minimamente conto, questi stessi atleti spariscono dai radar e si dissolvono nel nulla. Evaporati in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte, come canterebbe Fabrizio De André.

Complice il maggior o minor appeal di cui godono presso la stampa specializzata, complice il fatto che in fin dei conti gli anni passano un po’ per tutti, con qualche rapido calcolo mentale comprendiamo che il ritiro di un giocatore come David West per esempio, classe ‘80, tutto sommato sia plausibile, naturale e inevitabile. Eppure giusto l’altro ieri in tandem con Paul raggiunge per la prima volta il vertice della Southwest Division con gli Hornets. Sette, massimo otto anni fa. Giusto?

Ah no, era il 2008. Sono passati anni.

Poi ci sono giocatori di cui, seppur immersi nella quotidiana esplosione di notizie, retweet e post tributo, si perde ogni traccia. Si ha qualche vago ricordo del suo passaggio ripescando nella memoria le maglie che ha vestito. Ma solo alcune. Non tutte, suvvia non siamo mica robot…

Chase Budinger a Orlando durante l’All Star Weekend 2012 – foto di Mike Ehrmann/Getty Images

È biondissimo di capelli e quindi non passa inosservato. Lo si ricorda vagamente a Minneapolis, sicuramente. A Houston, un pò più di sfuggita. Ah sì.

Ha sicuramente partecipato, durante un All Star Weekend, alla gara delle schiacciate. Cos’era, il 2010? Il 2012 più probabilmente, insomma era appena iniziata la decade e questo è certo.

Torna alla mente che calza il cappellino all’incontrario come Billy Hoyle di White Men Can’t Jump e che per l’occasione offre un po’ di spettacolo schiacciando bendato e indossando la maglia dei Phoenix Suns (molto old style) n°23 di Cedric Ceballos oppure saltando sopra uno spaesato Puff Daddy.

Eppure non era affatto malaccio come giocatore, certo un buon comprimario, non molto di più. Ma perché non lo si sente più in giro (ah come passa il tempo signora mia)? Aspetta che vado a controllare che fine abbia fatto Chase Budinger. Non si sarà mica ritirato anche lui…

Ah no, è diventato giocatore professionista di beach volley.

Chase Budinger alle finali del Men’s A.V.P. San Francisco Open 2018 – foto di Ezra Shaw/Getty Images

 

Wilt Chamberlain, in his way

Quando da Laker e dopo una complicata esperienza con i San Diego Conquistadors si ritira dal basket giocato all’età di trentasei anni nel 1973, la pallavolo diventa una delle nuove passioni di Wilt Chamberlain, oltre al softball, la carriera di attore e altre attività giusto per dimostrare ancora una volta la sua vocazione ad essere larger than life. Sicuramente non stiamo parlando di una persona e di una personalità normale dato che in gioventù e ai tempi della High School “Wilt The Stilt” riesce a eccellere anche nella corsa e in altre discipline atletiche. Ma nel 1974 decide di entrare a far parte dell’esecutivo della neonata International Volleyball Association e per circa un lustro porta il suo strapotere fisico sotto le reti dell’IVA giocando occasionalmente per i Seattle Smashers fino al 1979, anno del fallimento della lega.

Come gli altri maggiori sport statunitensi, l’IVA è suddivisa in due divisions, la Eastern e la Western. La maggioranza dei team tuttavia è completamente sbilanciata sulla costa ovest. Tanto per chiarire l’anomalia, inizialmente la città più a Est è El Paso, in Nuovo Messico. Successivamente arrivano fino a Denver… quasi un avamposto verso un Far East un po’ improbabile dove la pallavolo ancora non attecchisce.

(Wilt Chamberlain nell’agosto del ‘72 con i Big Dippers)

La peculiarità più interessante dell’IVA è tuttavia quella di essere una lega mista, dove maschi e femmine competono assieme, risultando un caso quasi unico e decisamente raro nella pletora degli sport professionistici americani e non.

Nel 1975 Chamberlain ne diventa anche presidente, con la speranza che il suo appeal mediatico possa far decollare un movimento ancora acerbo, per lo meno a livello professionistico. L’All-Star Game della IVA giocato il 17 luglio del 1977, non a caso, viene infatti trasmesso in televisione sulla CBS’ Sports Spectacular solo grazie alla presenza dello strabordante figlio rinnegato di Philadelphia e sarebbe bello chiedersi chi potrebbe aver vinto il premio di MVP? Un indizio: nella sua vita gli piace dominare…

Le fonti consultate non sono molto coerenti a questo riguardo ma mi piace immaginare come sia proprio Chamberlain l’MVP di quella della partita delle stelle di pallavolo. Opzione sicuramente da non escludere, dato il personaggio.

Inoltre, secondo quanto riportato sulla biografia a lui dedicata “Wilt: Larger than Life” scritta dal giornalista Robert Cherry, Chamberlain sarebbe incluso anche nella Volleyball Hall of Fame, non come giocatore ma come promotore del movimento. Tuttavia, nella lista ufficiale dell’International Volleyball Hall of Fame con sede a Holyoke, Massachusetts, (www.volleyhall.org) non c’è traccia del suo nome.

14-16 agosto 1972; The Big Dipper con i membri della squadra di Volley Advanced Schools durante una gara di esibizione presso l’Auditorium Arena del Denver Athletic Club. Inginocchiati: George Spratt e Butch May. In piedi a sinistra Gene Selznick e poi Wilt Chamberlain – foto di The Denver Post via Getty Images

Ad ogni modo, l’avventura di Chamberlain e dell’IVA è più contorta e a suo modo più affascinante di quello che si creda. I minimi comun denominatori di questa vicenda possono essere riassunte in poche semplici parole chiave: pantaloncini corti, basette, una stella della NBA, il fondatore della Motown e la droga (e su quest’ultimo argomento neanche le altre leghe americane coeve ne sono totalmente immuni). Se si va comunque a scavare a fondo nel sottobosco sportivo nordamericano degli anni ‘70 non si resta delusi dalla quantità di storie a disposizione.

L’IVA ha avuto una vita breve ma intensa e a suo modo gloriosa. Assolutamente istrionica si potrebbe dire, quasi un ricalco delle personalità che la frequentano in quei anni. Si afferma infatti come una Lega mista con due donne che giocano in difesa e nessuna rotazione di posizioni, come siamo comunemente abituati a vedere al giorno d’oggi. La Lega riesce inizialmente ad arruolare grandi e altisonanti nomi come Wilt Chamberlain che seppur con il fisico relativamente logoro possiede ancora l’agilità atletica per dedicarsi ad altre tipologie di discipline sportive. Inoltre non credo disdegnasse il fatto di giocare assieme alle donne. L’IVA viene ideata e creata dal prolifico produttore televisivo e cinematografico hollywoodiano David Wolper, quello di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato per intendersi, rimasto colpito dallo sport della pallavolo durante le riprese di documentari sulle Olimpiadi del 1972 a Monaco. Recluta nel giro di poco tempo il capo della ABC-TV (in seguito Paramount e Fox) Barry Diller e altri uomini d’affari.

Wilt Chamberlain – foto di volleyballmag.com

Per esempio, uno dei team è di proprietà di Berry Gordy, produttore discografico e fondatore della Motown Record di Detroit, a suo tempo una delle etichette più conosciute ed apprezzate. Insomma durante l’ultimo anno di vita della Lega, qualche giocatore un po’ di dollari se li porta sicuramente a casa. L’IVA riesce ad accaparrarsi qualche nome trainante e qualche investimento e ottenerlo fino al giorno in cui si scopre che una delle squadre durante l’intervallo di una partita è coinvolta in un grande operazione antidroga soprannominata “Operation Spike”messa in atto dalla Colorado Organized Crime Strike contro i fratelli Robert e David Casey, proprietari dei Denver Comets.

Dopodiché tutto si è piano piano sfaldato e l’IVA è costretta a chiudere i battenti nel luglio del 1980.
Questa esperienza rimane comunque ammantata da un’affascinante aura di volubilità e imprevedibilità molto tipica in quel decennio in cui la diversificazione dei business da parte di diverse categorie di imprenditori e faccendieri fa in modo che improbabili personaggi si affacciano su mercati totalmente estranei alle loro corde. Portando progetti e idee destinati sì a far levitare gli entusiasmi degli addetti ai lavori ma successivamente anche a farli inesorabilmente crollare nel giro di qualche anno.

Trailer di “Bump and Spike”, cortometraggio di Michael Jacobs in cui viene riassunto l’ascesa e il decadimento della Lega.

 

Around the league

Anticipando di qualche anno il più noto Chamberlain anche Keith Erickson nel decennio fra il 1963 e il 1974 ha intrapreso una doppia esperienza sportiva. Guadagnandosi sul campo sia il rispetto di Coach Wooden (che non è poco direi) sia giocando le olimpiadi nella squadra maschile di pallavolo e permettendosi il lusso di essere introdotto nella Beach Volley Hall Of Fame (classe del ‘93) e nella UCLA Athletics Hall of Fame (classe ‘86).

Keith (il primo a sinistra) con Mike Bright, Gene Selznick e Ron Lang. Hall Of famer di Beach Volley – foto di Bob Van Wagner

Seppur finito quasi nel dimenticatoio Keith Erickson compie un percorso sportivo atipico ma di tutto rispetto. Nato nel ‘44 a San Francisco frequenta la UCLA dove vince il titolo NCAA nel ‘64 e nel ‘65. Nell’agosto del ‘64 partecipa anche alle Olimpiadi di Tokyo come membro della squadra di pallavolo, piazzandosi tuttavia al nono e penultimo posto. Ma non per questo la sua vita sarà avara di successi.

Come Bruins partecipa attivamente alla prima vittoria di Coach Wooden e della sua dinastia e nel 1972 vince il titolo NBA (con un ruolo non molto attivo) con i Los Angeles Lakers ritagliandosi una ventina di minuti a partita durante le poche partite di regular season giocate come membro di un roster che vedeva Mr logo West, Gail Goodrich, Pat Riley, l’inutilizzato Elgin Baylor e niente di meno che Wilt Chamberlain uniti a macinare le trentatré vittorie consecutive e altri record, come preludio alla grande vittoria finale.

Ho come la sensazione che durante i time out Keith e Wilt parlassero anche di altro oltre che di basket. Pallavolo per esempio? Who knows…
Erickson a ogni modo si ritira nel 1977 con 7,251 punti e 3,449 rimbalzi in carriera. Viene ricordato come un buon rimbalzista e come uno dei migliori difensori in circolazione nella lega.

Keith Erickson con la maglia dei Lakers – foto di CNW Group/Sports Engineering, Inc.

In tempi più recenti anche Jud Buechler, giocatore forse dimenticato del panorama cestistico NBA di fine millennio ma tornato in auge con la recente produzione Netflix “The Last Dance” in cui, come membro attivo dei Chicago Bulls del secondo Three-Peat consecutivo, è riuscito a infilare nella sua mano una discreta somma di anelli. O per lo meno almeno tanti quanti ne hanno sommati fra loro Charles Barkley, Dominique Wilkins, Dwyane Wade e Karl Malone. Cosa non da poco.

Nel 1996 inoltre gli riesce un triplete tanto unico quanto anomalo aggiudicandosi un titolo NBA, un campionato di Surf della California e un campionato americano estivo di Beach V olley .

Copertina del libro “Our Journey with Jud Buechler”

Buechler, infatti, a dispetto di un fisico abbastanza standard per il ruolo di “guardia/ala bianca tuttofare” nella pallacanestro di fine anni ‘90 e una vaga somiglianza con Richie Cunningham di Happy Days, fin dai tempi del Poway High School nella locale cittadina della California è contemporaneamente nel mirino degli scout di basket tanto quanto di quelli di volley. Finisce nella lista dei Top-50 men’s volleyball prospect diventando anche unAll-American di pallavolo frequentando successivamente l’università di Arizona e guadagnandosi anche il soprannome di “The Judge”.

Alcuni sostengono che la pallavolo sia il suo vero amore e dopo l’esperienza da giocatore NBA, conclusa in maniera piuttosto anonima con la maglia degli Orlando Magic nel 2002, ha regolarmente partecipato ai tornei più importanti di tutta la California del sud come il famigerato Manhattan Beach 6-Man nell’omonima città della Contea di Los Angeles, o giocando per il Team Speedo nel Bud 4-Man Volleyball Tour in compagnia di Doug Partie, centrale che ha giocato diversi anni anche in Italia e che con la nazionale statunitense ha vinto l’oro alle olimpiadi di Seoul nonché un Campionato Mondiale e una Coppa del Mondo.

Quando Reily, la figlia maggiore di Buechler, mostra i primi interessi per il volley, il padre inizia la sua seconda carriera, questa volta come allenatore di pallavolo presso la squadra Wave Volleyball Club di Encinitas, California. Durante quel periodo la squadra ottiene uno dei migliori record del paese e gareggia ogni anno nella Open Division delle Junior Nationals. Ci sono state ragazze venute a giocare apposta per la Wave guidata da Buechler per una stagione o due, altre invece sono rimaste durante tutto il percorso. Ma tutte lo considerano un mentore o un secondo padre, compresa Meddie, la figlia di Steve Kerr.

Da questa esperienza infatti è stato tratto un libro che è contemporaneamente un tributo alle ragazze e al buon Buechler che oggi ha portato i suoi talenti da allenatore (di pallacanestro in questo caso) a Manhattan come vice di Mike Miller nei suoi New York Knicks.

Reily Buechler con il padre Jud, assieme a Meddie Kerr con il padre Steve – foto di The San Diego Union Tribune

Di Luke Walton invece abbiamo qualche reperto visivo in più, comprensivo dell’estetica shock e del titolo abbondantemente enfatico dato dalle recenti necessità di marketing legate alla piattaforma Youtube. Il repertorio di muri e salvataggi è ampio e variegato che lascia tuttavia trasparire un non perfetto controllo del proprio corpo, ma più che sufficiente per ricacciare al mittente i vani tentativi di mettere palla a terra (o meglio sulla sabbia) da parte di Richard Jefferson.

(Qualche highlight di Luke Walton sulla spiaggia)

Fra l’altro in una intervista rilasciata a Bill Simmons su “The Ringer” nel marzo del 2017 Luke Walton esprime la sua ammirazione nei confronti dell’ex compagno di squadra ai tempi di Arizona per essere, alla soglia dei 37 anni e con più di quindici stagioni alle spalle, ancora in grado di giocare come un ottimo role player,riuscendo anche a diventare una pedina importante per il titolo NBA dei Cleveland Cavaliers (quello del 2016).

Qual è il merito secondo Walton? “Il merito è che il suo stile di vita è cambiato quando si è trasferito a Hermosa Beach iniziando a giocare a Beach Volley ogni giorno durante l’estate sulla sabbia, saltando e schiacciando mille volte al giorno solo colpendo i palloni. Senza nemmeno saperlo, il fisico diventa nuovamente più forte. In estate, infatti, giochiamo ogni giorno e lui [Jefferson] sta portando avanti quel tipo di allenamento. Poi, nella South Bay, tutti fanno anche yoga. Sono tutti aspetti dello stile di vita della California per le quali abbiamo una cattiva reputazione, ma in realtà sono ottimi per noi.”

Da ex-laker, sia nelle vesti di giocatore che allenatore, Walton deve aver frequentato parecchio le località e le zone costiere dell’area metropolitana di Los Angeles come Malibù, Santa Monica o Santa Barbara, per esempio, dove come passatempo tra una pausa e l’altra dalla routine del professionista ha potuto mettere in mostra la sua ecletticità sportiva assimilando anche i consigli della moglie, la pallavolista Bre Ladd, nei numerosissimi tornei di Beach Volley che vengono quasi ininterrottamente organizzati lungo la costa pacifica. Questo ed altro gli hanno permesso di meritarsi, anche in virtù dello status acquisito come giocatore della squadra più glamour dell’NBA, anche una piccola convocazione all’alternativa partita delle stelle condotta niente meno che dall’MC Chris McGee, voce notissima del panorama professionistico della pallavolo statunitense.

Cinque giocatori professionisti del circuito AVP Pro Beach Volleyball assieme a tre ex giocatori NBA per un epico 4 v 4 di beach volley. Luke Walton con l’olimpionico Sean Rosenthal e i fratelli McKibbin contro Richard Jefferson, Chase Budinger e due all star AVP come Stafford Slick e Casey Patterson.

Fra i giocatori del video, oltre a Jefferson e Walton compare, ovviamente, anche un non molto riconoscibile Budinger, ma che risulta essere decisamente il più in forma dei tre ex-NBA.

Chase, the last stop

Il 27 ottobre del 2016 il Saski Baskonia annuncia la firma di Budinger per il resto della stagione. Il rossissimo atleta di Encinitas (ricordiamo essere la cittadina della California dove ha allenato Jud Buechler), due metri di altezza per un centinaio di chili ben distribuiti in tutto il corpo in quel momento ha 28 anni e arriva direttamente da Brooklyn, dove ha trascorso la preseason.

Ha già alle spalle un trascorso NBA con Houston, Minnesota, Indiana e Phoenix, dove ha segnato in media 7,9 punti e 3 rimbalzi in 407 partite di carriera. La sua stagione migliore è stata nel 2010-11 quando ha raccolto 9,8 punti e 3,6 rimbalzi in 78 partite, in Texas.

In quel momento il campionato spagnolo e la coppa sono già iniziati ma Budinger si aggrega fin da subito al gruppo portando atletismo e dinamicità. Garantendo una ventina di minuti a partita per tutta la stagione.
Nel giro di qualche giorno quindi esordisce sia nella Turkish Airlines EuroLeague che nella Liga ACB. La squadra offensivamente è saldamente nelle mani di Shane Larkin, Rodrigue Beaubois e Johannes Voigtmann mentre dal punto difensivo in quelle dell’ungherese Adam Hanga, nominato poi Difensore dell’anno della regular season nella massima competizione europea di squadre di club.

Chase Budinger con la maglia del Saski Baskonia – foto di Jon Izarra/Euroleague Basketball

In Europa dopo le prime 30 partite giocate con la nuova formula appena introdotta e un settimo posto utile per accedere alla griglia dei playoff raggiunto con molta fatica, la squadra basca viene spazzata via 3 a 0 dal CSKA Mosca al primo turno. Sebbene nelle tre gare complessivamente si registra un differenziale di punteggio solo di un +12 complessivo a favore della squadra russa, segno di un equilibrio di forze piuttosto evidente. Budinger, partito sempre titolare, sicuramente non delude (registrando 8+19+16 punti nelle tre partite) fornendo il suo contributo alla squadra di Alonso Sito ma non riuscendo a incidere in maniera significativa.

In campionato la squadra di Vitoria-Gasteiz finisce al secondo posto (32-23) dietro solo al Real Madrid. Ma è nei playoff che avviene al maggiore sorpresa. I baschi infatti perdono in semifinale contro il Valencia di Sato e San Emeterio in quattro partite e lasciando quindi il via libera alla sorprendente vittoria finale dei valenciani contro il Real Madrid.

 

Chase, a second life starts

Il 26 gennaio 2018 sui suoi profili social di Instagram e di Twitter compare un’immagine e un riferimento differente e inedito rispetto a tutte quelle fino a quel momento pubblicate. Fra le molte foto di vita familiare e le (poche, pochissime a dire il vero) immagini legate alla sua carriera cestistica, fa capolino uno scenario differente. Un’ambientazione quasi vacanziera, da partitella pomeridiana sulla sabbia con gli amici.

 

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Excited to partner up with this beach volleyball legend for 2018 and beyond. Looking forward to this next chapter! @seanrosenthal

Un post condiviso da Chase Budinger (@budinger10) in data:

C’è una spiaggia, c’è una rete di pallavolo e c’è lui stesso (ovviamente). In effetti sembra proprio un momento ludico senza aspettative se non fosse per un dettaglio. Accanto a Budinger compare niente meno che Sean Rosenthal, giocatore professionista di Beach Volley e due volte olimpionico, avendo infatti partecipato sia a Pechino 2008 che a Londra 2012, entrambe le edizioni in coppia con Jake Gibb. Alla didascalia del post è affidato l’incarico di spiegare in maniera inequivocabile l’importanza implicita di quel momento: “Excited to partner up with this beach volleyball legend for 2018 and beyond. Looking forward to this next chapter!”

Un nuovo capitolo della sua vita si sta per aprire proprio con l’inizio del nuovo anno. Di fatto è un addio alla pallacanestro e segna un ritorno al suo primo amore, la pallavolo, come partner di una stella assoluta come Rosentahl.

(Chase Budinger, the best of)

Ci sono voluti quasi dieci anni di separazione consensuale per decidersi a riavvolgere indietro il nastro della propria vita e capire che è ancora in tempo per tornare su una decisione presa alla fine del liceo.
Ovvero dai tempi in cui in cui, rifiutando le offerte di UCLA e USC che gli propongono un programma scolastico e sportivo in grado di dedicarsi sia alla pallavolo che alla pallacanestro, Budinger decide di frequentare l’Università di Arizona, un’università senza una squadra di pallavolo maschile, per indirizzare la sua carriera sportiva in una sola direzione: la palla a spicchi. Questo anche un po’ grazie a Lute Olson, coach di basket che lo ha spinto in questa direzione.

Ma prima di accettare una borsa di studio per il basket in Arizona porta la squadra del suo liceo “La Costa Canyon High School” a tre campionati statali consecutivi di pallavolo e viene nominato dalla rivista “Volleyball Magazine” come Mizuno National Player of the Year nel 2006, suo anno da senior.

Nel frattempo e per non farsi mancare nulla, giocando anche per la squadra di basket del liceo, conduce sempre nel 2006 La Costa Canyon alla vittoria del titolo nel torneo CIF (California Interscholastic Federation), sezione San Diego.

La decisione sulla sua carriera a ogni modo è stata presa. Budinger apre la sua personale sliding door scegliendo di dedicarsi esclusivamente alla pallacanestro e in qualità di Wildcats termina il suo triennio universitario con l’Università dell’Arizona segnando in media 17 punti di media e 5,8 rimbalzi a partita. Al secondo turno del draft NBA del 2009 i Detroit Pistons lo selezionano come 44a scelta assoluta ma viene immediatamente spedito agli Houston Rockets dando il via a una serie di peregrinazioni che lo portano dai campi di basket degli Stati Uniti fino a quelli spagnoli e infine europei. Fino all’ultimo curioso dietrofront.

La passione per la pallacanestro sta iniziando a perdere in lui il grip necessario per consentirgli di andare avanti, di stringere i denti e di sopportare le sbandate che il fisico e le delusioni prima o poi impongono a tutti i giocatori. Dopo i primi infortuni alle ginocchia, la conseguente riparazione del menisco nel 2012 e un’operazione in artroscopia l’anno successivo che ne hanno deteriorato l’atletismo, il ridimensionamento a un ruolo ancora più defilato nel contesto NBA non è certo di suo gradimento. Inoltre per sua stessa ammissione con il basket europeo il feeling non è mai nato soprattutto per la lontananza da casa che gli impedisce di avere rapporti con la propria famiglia.

Antonello Venditti potrebbe benissimo intervenire a questo punto con un suo gran classico “…certi amori non finiscono / fanno dei giri immensi / e poi ritornano.”

Non è mai troppo tardi infatti per ritornare sui propri passi e intraprendere una vita nuova di zecca seguendo un vecchio amore e le proprie inclinazioni o le chimere giovanili lasciate a decantare e pronte a riproporsi in maniera inaspettata e improvvisa.
Insomma, cosa fare? Una soluzione può essere guardarsi indietro e chiedersi se si è disposti a rischiare qualcosa di consistente come uno stipendio NBA e buttarsi a capofitto nel rutilante mondo del Beach Volley mutando sogni e aspettative. Obiettivo: Olimpiadi di Tokyo 2020 (o meglio 2021…).

Così è e ci vuole molta audacia, parafrasando Shakespeare nel suo verso citato all’inizio dell’articolo tratto da “La tempesta”, per intraprendere a una nuova e coraggiosa scelta di vita. Non è facile affrontare una tempesta, una turbolenza esistenziale, per trovare il coraggio di cambiare radicalmente il proprio percorso.

Il salto nel vuoto a dire il vero lo ha fatto anche l’olimpionico Rosenthal, affidandosi a un partner con poca esperienza e proveniente da un mondo per certi versi affine ma di fatto totalmente estraneo. Infatti, oltre alla coppia Phil Dalhausser e Nick Lucena, nel 2018 in lizza per il posto, c’è spazio solo per altri due nomi da strappare con i denti vista la numerosa concorrenza.

L’inizio non è dei migliori. Nel suo debutto come giocatore professionista di Beach Volley, al FIVB Huntington Beach Open, “Air” Bud…inger prende in pieno la rete nei suoi primi servizi. Cose che succedono.
Ma appena un mese dopo il suo ingresso nel circuito AVP, Budinger e Rosenthal conquistano il quinto posto alle Gold Series di New York City. Nel giro di due tornei, a San Francisco, esordiscono nella sua prima finale perdendo in tre set contro Ed Ratledge e Rafu Rodriguez. Poco dopo però, presenziando sempre come coppia fissa, battono il giocatore più in forma del mondo, il brasiliano Evandro Goncalves, a Gstaad in Svizzera, in una delle tappe più famose del tour FIVB.

Chase Budinger alle Gold Series di New York City – foto di AVP

Ad oggi le cose sono cambiate nuovamente. Budinger continua la sua ascesa per essere una delle stelle più luminose nel tour AVP ed è in compagnia di Casey Patterson. In coppia si collocano in 10° posizione nel ranking nazionale complessivo di Beach Volley degli Stati Uniti e 5° in quello maschile. Davanti a loro ci sono quattro coppie pronte a staccare i due biglietti disponibili per Tokyo. Il suo sogno è ancora alla portata.

La sua routine quotidiana consiste in due sessioni da 90 minuti separate da una lunga pausa per simulare il formato della competizione durante il tour, in cui gli atleti giocano più partite al giorno. Insomma, incessanti allenamenti intervallati dai numerosi tornei in giro per il mondo.

Nel 2019 e fino al blocco mondiale in seguito alla pandemia da coronavirus ha sempre avuto Casey Patterson come partner negli otto tornei nazionali. I due sono arrivati in semifinale all’Huntington Beach Open (maggio 2019), hanno partecipato al New York City Tour dell’AVP e si sono classificati in terza posizione dopo essere caduti contro i campioni Jeremy Casebeer e Chaim Schalk ai Seattle Open. Si sta quindi facendo le ossa molto bene perché l’età non è un fatto secondario e gioca a suo favore. Nel Beach Volley la carriera media di un giocatore è sensibilmente più lunga rispetto alla pallacanestro in virtù dell’inferiore logorio delle articolazioni di ginocchio e caviglia sottoposte a minor stress sulla sabbia rispetto al parquet.

Budinger ha 32 anni e, molto concretamente, ha ancora almeno due reali possibilità di andare alle olimpiadi. Infatti, due dei top player della nazionale a stelle e strisce Phil Dalhausser e Jake Gibb hanno rispettivamente 39 e 43 anni e nessuno dei due è in grado di competere per altre Olimpiadi dopo il 2020, motivo per cui un atleta del calibro di Budinger è vitale per le speranze di medaglie future degli USA.

Un piccolo angolo della curiosità finale: sia Chase Budinger, Jud Buechler, Luke Walton che Richard Jefferson più o meno in tempi diversi provengono tutti dall’Università di Arizona che curiosamente continua a non avere un programma né una squadra di pallavolo maschile.

Molto probabilmente non significa nulla ma forse, nonostante l’assenza di un progetto specifico, da quelle parti si respira comunque uno Zeitgeist abbastanza curioso da questo punto di vista, che raccoglie le passioni di tutti coloro che frequentano i campetti di pallavolo all’aperto partendo dalle strade di San Diego, risalendo la costa fino alle spiagge di Encinitas e arrivando a quelle di Hermosa e Manhattan Beach di Los Angeles e le fa confluire in luoghi specifici dove hanno modo di sedimentarsi e fuoriuscire.

(tornando alla NBA, Steph ha ricevuto un buon imprinting dalla mamma Sonia, giocatrice di pallavolo, e anche Joel Embiid, prima di essere scoperto nei campi estivi di Luc Mbah a Moute a Yaoundé, inizia il suo Processprendendolo un po’ alla larga ededicandosi prima alla pallavolo e al calcio e solo successivamente al basket. Chi sarà il prossimo Chase Budinger?)